Le figurine di Radiospazio, I polizia

Tutti i polizia sono razzisti. Fa parte del nostro lavoro. La polizia di New York odia i portoricani, la polizia di Miami odia i cubani, la polizia di Houston odia i messicani, la polizia di San Diego odia gli amerindi, e la polizia di Portland odia gli eschimesi. Qui da noi odiamo piú o meno tutti quelli che non sono irlandesi. O che non sono polizia. Chiunque può diventare un polizia – ebrei, neri, asiatici, donne – e una volta che ci sei dentro diventi membro di una razza chiamata polizia, che è costretta a odiare tutte le altre razze.

Martin Amis, Il treno della notte, Einaudi, Traduzione Gaspare Bona

Racconto. Aleksandr Kuprin, Allez!

Tessuti-2.jpg«Allez!…»
Questo grido imperioso, ripetuto a scatti, era il primo ricordo della mia infanzia grigia, monotona e raminga: la fredda arena del circo, l’odore di scuderia, il pesante galoppo del cavallo, lo schiocco secco della lunga frusta, la sferzata straziante, che soffoca di colpo l’indecisione momentanea causata dalla paura:
«Allez!…»
Immaginate una minuscola bambina di cinque anni, tremante per l’agitazione e il gelo, con la corta gonnellina di garza, con le gracili nude braccia, illuminate dalla luce artificiale proprio sotto la cupola del circo, sul trapezio che oscilla energicamente. Sullo stesso trapezio pende  a testa in giù, agrappato con le ginocchia alla stanga, un uomo tarchiato, impomatato e implacabile. Solleva le braccia abbandonate, dirige ai miei occhi lo sguardo penetrante e ipnotico dell’acrobata e… batte in colpo sul palmo della mano. Il mio cuore all’improvviso raggela e cessa di battere per il terrore; lo spazio in basso, sotto le gambe, sembra un abisso.
«Allez!…»
Avevo sedici anni appena compiuti ed ero molto bella; in quella stagione nel circo “lavorava” in qualità di artista girovago il clown Menotti, il primo clown solista e venerato dalla bella società, l’ammaestratore famoso in tutto il mondo, vincitore di premi di valore e così via e così via…
Durante una prova mattutina, Menotti salutandomi trattenne la mia mano nella sua, mi guardò con occhi stanchi e umidi. Io mi confusi, arrossii e sottrassi la mano. Questo momento decise il mio destino.
Dopo una settimana, Menotti mi propose di recarmi con lui al ristorante di un sontuoso albergo. Al secondo piano si trovavano salottini riservati. Salendo mi fermai un attimo per l’agitazione e per un’ultima morale esitazione. Ma Menotti mi strinse con forza il gomito. Nella sua voce risuonò una passione brutale e il comando inesorabile dell’acrobata di un tempo, quando mormorava:
“Allez!…»
Per tutto l’anno lo seguii di città in città. Mi occupavo del suo guardaroba, lo aiutavo ad ammaestrare i ratti e i maiali, gli spalmavo sul viso la cold-cream  e, ciò che era ancora più importante, credevo con il fervore dell’idolatra nella sua universale grandezza.
Dopo un anno si era stancato di me. Rivolse il suo sguardo triste a una delle sorelle Wilson, che eseguivano i “volteggi nell’aria”.
Una volta, di notte, dopo lo spettacolo nel quale il primo ammaestratore del mondo venne fischiato, perché aveva colpito troppo violentemente con la frusta un cane, Menotti mi ordinò esplicitamente di togliermi dai piedi. Obbedii, ma mi fermai proprio vicino alla porta della camera e con uno sguardo implorante mi volsi all’indietro. Allora Menotti si avvicinò di corsa alla porta, con una spinta violenta del piede la spalancò ed emise un grido:
«Allez!…»
Ma dopo due giorni come un cane percosso e scacciato, mi trascinai di nuovo dal padrone. Mi si offuscò la vista quando il lacché dell’albergo con un sorrisino sfrontato mi disse: «Da lui non si può, è nel salottino riservato, occupato con una signorina».
Salii di sopra e mi fermai davanti alla porta di quello stesso salottino, dove un anno prima ero stata con Menotti. Aprii di scatto la porta e vidi Menotti disteso sul divano senza finanziera e la Wilson con il corpetto sbottonato. Mi scagliai sulla Wilson e la colpii alcune volte in viso con il pugno, poi mi gettai davanti a lui in ginocchio, e, cospargendo di baci i suoi stivali, lo pregai di ritornare da me; Menotti mi respinse e, stringendomi violentemente il collo con le forti dita, disse: «Se tu ora non te ne vai immediatamente, canaglia, io ordinerò al lacché di trascinarti fuori di qui!»
Mi alzai, ansando, e sussurrai: «Ah, ah! In questo caso… in questo caso…»
Il mio sguardo cadde sulla finestra aperta. Trepidamente e agilmente, come una vera ginnasta, balzai sul davanzale e mi inclinai in avanti, reggendomi con le mani a entrambi i telai esterni.
Le mie dita diventarono fredde e il cuore cessò di battere per un momentaneo terrore… allora, chiusi gli occhi, emettendo un profondo respiro, sollevai le braccia sulla testa e lanciai un grido proprio come nel circo: “Allez!”

Alexandr Kuprin, Miniatures

Il Kitsch: Tra Storia dell’Arte e Fenomeno di Massa

L’incisiva definizione di William I. Miller, “Il kitsch disturba una persona dalla sensibilità evoluta ma, al tempo stesso, induce sensazioni piacevoli in coloro che hanno meno sensibilità,” apre le porte a una riflessione sulla dualità insita in questo concetto. Il Kitsch è una provocazione visiva, una collisione di stili e significati, eppure, paradossalmente, riesce ad attingere a un’audience più ampia, sfidando la nozione stessa di gusto artistico.

Leggi l’intero articolo: http://©http://www.kreativehouse.it/kitsch-vs-trash-lestetica-del-cattivo-gusto-dellarte-contemporanea/?utm_source=newsletter-mensile&utm_medium=email&utm_campaign=coconino

Le figurine di Radiospazio. L’insalata

– Alle femmine piace l’insalata.
– Che?
– Alle femmine piace l’insalata. Questa è una vera differenza tra i sessi. Alle femmine piace l’insalata.
– Tu la mangi l’insalata.
– Esatto, ma non mi piace l’insalata. A nessun uomo piace l’insalata. Alle femmine piace l’insalata. E posso dimostrarlo.
Lei attese. – Come?
– Le femmine mangiano l’insalata quando sono cannate. Il maschio vuole la sua tavoletta di cioccolato, o il suo pane e burro con lo zucchero. Niente pomodori del cazzo. Le femmine mangiano insalata al mattino. Direttamente dal frigo. Solo una femmina può fare questo. Pensa quanto sono malate, le femmine”

Martin Amis, Cane giallo, Einaudi, Traduzione Massimo Bocchiola

Luoghi letterari clandestini. Bologna, La Fontanina. ATTILIO BERTOLUCCI, PAGINA DI DIARIO

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È possibile che qualche turista, fra gli sbracati di agosto che visitano Notre-Dame ricordi la figura di Quasimodo aggirantesi fra le navate della cattedrale; meno probabile che, in Spagna, qualcuno colleghi i mulini a vento di Consuegra al famoso assalto di Don Chisciotte, o ancora che il laghetto del Central Park di New York richiami alla mente il giovane Holden. Ma i luoghi letterari più rari e quindi pregiati sono quelli che sfuggono alle guide turistiche e che si nascondono fra le righe di un testo poco frequentato. Come La Fontanina di Bologna, scomparsa da chissà quanti anni. Era un locale alla periferia della città dalle parti di San Ruffillo. I suoi séparé, sparsi lungo i gradoni di un giardino frammentario come un labirinto un po’ ebbro, erano arredati con un tavolino e un paio di sedie metalliche appena ammorbidite da qualche cuscino. Due sedie: non ne occorrevano di più perché il luogo era evidentemente destinato a proteggere le coppie con una riservatezza che nel suo verdeggiare richiamava i prati della rustica camporella ma con in più il comfort del locale accessoriato di bevande alcoliche, analcoliche e camerieri ammiccanti. Conviene precisarlo: i camerieri erano tutte oneste e linde persone ma la natura labirintica del luogo faceva sì che la loro comparsa risultasse sempre a sorpresa: anche la persona più impassibile risulta ammiccante se sbuca senza preavviso da una siepe o da un cespuglio – né i camerieri potevano annunciarsi con un colpetto di tosse, perché allora sì che la loro entrata sarebbe stata maliziosa. Io conobbi  la Fontanina di Bologna prima di aver letto questa Pagina di diario, e rimasi sorpreso, postumamente, quando scoprii che quel locale era un minuscolo luogo letterario. Ripensai allora ai camerieri che nel ricordo mi apparvero  effettivamente “furbi e lisi” proprio come vuole il poeta, alla porticina che introduceva alle amorose promesse del giardino.  Ritrovai soprattutto in questi pochi versi quello spiffero di innocente peccato che spira solamente nella scrittura e nei locali affidati alla memoria.

A Bologna, alla Fontanina,
un cameriere furbo e liso
senza parlare, con un sorriso
aprì per noi una porticina.

La stanza vuota e assolata dava
su un canale
per cui silenziosa, uguale,
una flotta d’anatre navigava.

Un vino d’oro splendeva nei bicchieri
che ci inebbriò;
l’amore, nei tuoi occhi neri,
fuoco in una radura, s’incendiò.

Attilio Bertolucci, La capanna indiana, Garzanti

Editori a pagamento di un secolo fa

Giovanni Morgeson, il mio editore – l’egregio uomo che aveva prima rifiutato il mio libro e che ora, mosso dal proprio tornaconto, dedicava tutte le sue energie a lanciarlo nella veste più in voga – non era già, come il Cassio di Shakespeare, assolutamente “un uomo onorato”. E nemmeno era il capo di un’antica Casa editoriale, il cui sistematico sfruttamento degli autori fosse stato consacrato dal tempo. Era un uomo nuovo, con nuovi metodi, e con buona provvista di nuova iniziativa e di nuova impudenza. Intelligente, furbo e diplomatico, era riuscito, per un verso o per l’altro, ad accaparrarsi il favore di una parte della stampa. Molte gazzette, quotidiane e settimanali, mettevano in evidenza le sue pubblicazioni, anche a detrimento di altre Case più giustamente note e stimabili. Mi spiegò in qualche modo i suoi metodi, quando mi recai da lui per aver notizie del mio libro. – Tutto è pronto per la settimana prossima, – disse, fregandosi le mani e con tutta la ossequiosità dovuta al mio conto corrente. – E siccome voi non badate al danaro, vi dirò subito quel che intendo fare. Farò pubblicare innanzi tutto una specie di preavviso, una cinquantina di righe nebulose anzi che no, per informare il pubblico che il libro è destinato a segnare una nuova era del pensiero; ovvero che non passerà molto e ogni persona che si rispetti sarà costretta a leggere quest’opera singolare; o anche: un tal lavoro sarà certo bene accolto da chiunque voglia e sappia intendere il corso di una fra le più delicate e ardenti questioni del tempo. Sono frasi fatte, capite, e non c’è privativa. L’ultima poi è di effetto sicuro, appunto perché vecchissima, visto che ogni allusione ad una questione ardente e delicata fa pensare a molti che il libro sia immorale, e per conseguenza lo fa andare a ruba! Ebbe un gorgoglio di soddisfazione per la propria perspicacia, ed io stetti muto a contemplarlo con un senso di curiosità e di diletto. Quest’uomo, la cui sentenza avevo aspettato con ansia umile e febbrile, era adesso mio strumento, pronto ad ogni mio capriccio purché pagato, ed io lo ascoltavo con indulgenza mentre egli mi andava svolgendo i suoi piani per il trionfo della mia vanità e del suo tanto per cento. – La pubblicità, – così continuava, – è stata fatta senza lesinare. Le commissioni sono ancora scarse, ma non mancheranno. L’annunzio che v’ho detto lo farò inserire in un migliaio di giornali qui e in America. Vi costerà su per giù cento sterline, fors’anche qualche cosa di più. Voi non ci tenete? – Nemmeno per ombra! – risposi, più che mai divertito. Stette un momento indeciso, poi mi si accostò con la sedia e abbassò la voce. – Capirete, spero, che la mia prima sfornata sarà soltanto di duecentocinquanta esemplari. Questo numero mi sembrò assurdo e mi strappò un grido di protesta. – Che idea! – esclamai. – E come volete far fronte alle richieste del pubblico? – Adagio, caro signore, adagio! Voi siete troppo impaziente. Lasciate che mi spieghi. Tutti questi duecentocinquanta esemplari saranno distribuiti in omaggio il giorno stesso della pubblicazione… – Perché? – Perché? – e il degno Morgeson rise cordialmente. – Mi avvedo, caro signor Tempest, che voi siete come molti uomini di genio… non capite gli affari. Il motivo dell’omaggio sta in questo: che si possa subito annunziare in tutti i giornali che la prima copiosa edizione del nuovo romanzo di Goffredo Tempest essendo esaurita il giorno stesso della pubblicazione, una seconda è in corso di stampa. A questo modo, capite, la diamo a bere al signor pubblico, il quale non può sapere se un’edizione è di duecento esemplari o di duemila. Naturalmente, la seconda edizione è pronta da un pezzo, e sarà anch’essa di duecentocinquanta copie. – E cotesto processo voi lo considerate onesto? – domandai con la massima calma. – Onesto! – esclamò con una ingenua espressione di virtù oltraggiata. – Onestissimo, mio caro signore!

Marie Corelli,.Le angosce di Satana (1895), Parole d’Argento Edizioni

Francesca Zanette. Tina Modotti: la fotografia vivente (Doppiozero)

Tina era bella. Indiscutibile: lo si vede nei ritratti di Edward Easton a lei dedicati in cui appare abbandonata, oppure intensa e consapevole, o ancora adagiata in una malinconia sognante mentre guarda la strada dal balcone di una finestra. A confermarlo sono anche i tanti personaggi (scrittori, artisti, politici, rivoluzionari) che ne hanno subito l’influenza e testimoniano di lei un fascino ben oltre l’aspetto. 

Il poeta Germán List Arzubide, esponente dell’estridentismo, un movimento messicano d’avanguardia degli anni Venti, fu tra i primi a riconoscere la sua attività di fotografa. Così ne scrive: «Non la definirei carina, ma bella. I suoi tratti erano molto italiani, voglio dire che c’era sempre una punta di tragico, di drammatico, nella sua espressione». E ancora Rafael Carrillo, membro del partito comunista: «Notai subito il suo grande interesse, la sua sete di sapere. […] Era straordinariamente bella, e tutti gli uomini – io non rappresento un’eccezione – si innamoravano di lei, nonostante non fosse affatto civetta, e non facesse niente per provocare queste reazioni. Aveva solo quella stupenda grazia naturale… La parola “innamorarsi” non è quella giusta; non c’era uno sfondo sessuale. Si sentiva solo il desiderio di starle vicini, di guardarla, di attirare la sua attenzione e di parlare con lei».

Leggi l’intero articolo:https://www.doppiozero.com/tina-modotti-la-fotografia-vivente

Le figurine di Radiospazio. Il lettore di storie

C’era chi si laureava in letteratura per passare poi a giurisprudenza. Altri volevano fare i giornalisti. Lo studente più brillante del suo corso di laurea, Adam Vogel, figlio di accademici, intendeva prendere un dottorato in filosofia e seguire le orme dei genitori. Rimaneva un folto contingente di studenti che si laureavano in letteratura in mancanza di meglio. Perché l’emisfero sinistro del loro cervello non era abbastanza sviluppato per le materie scientifiche, perché storia era troppo arida, filosofia troppo astrusa, geologia troppo legata al petrolio e matematica troppo matematica. Dato che non erano portati per la musica o per l’arte, non erano motivati dall’ambizione di far soldi o non erano così intelligenti, questi ragazzi cercavano di prendere una laurea facendo qualcosa che non era troppo diverso da quello che avevano fatto sin dalla prima elementare: leggere storie.

Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio, Mondadori, Traduzione K. Bagnoli

Le scimmie di mare, 20ª e ultima puntata

Il Gatto fiutò l’aria e si rabbuiò. Pensai a uno dei suoi soliti sbalzi di umore, ma questa volta c’era una ragione; i gatti non amano il mare, e davanti a noi giaceva una superficie d’acqua senza confini: immobile e impregnata di salmastro, un mare in allestimento cui mancava solamente il moto.
La Signora aveva fatto le cose in grande: insieme al mare trapiantato nella piscina del Monkies Stadium aveva messo in cantiere anche quello a grandezza naturale. Stava realizzando il suo sogno di quando era solo una vedova in disarmo, troppo prigioniera della bottiglia e di un marito fantasma.
Sulla spiaggia di sassi spuntavano depositi per gli attrezzi e capanne-dormitorio per gli operai; ne usciva un mix di tamburi srilankesi, percussioni bangladesi, flauti malgasci. Schiavi trapiantati dal terzo mondo sulle rive di un mare artificiale.
Erano incominciati anche i lavori di arredamento della spiaggia: qualche palma montata per metà a cui mancava ancora il fogliame, gli scheletri di tre o quattro costruzioni esotiche destinate a diventare ristorantini tipici; c’era anche una struttura che accennava a un porticciolo.
Il Gatto alzò il mento con quel suo modo protervo:

–  E adesso?
–  Adesso cosa? Adesso faccia quello che crede. Ciascuno per sé.
Il Gatto scosse la testa.
– Lei mi delude. Credevo che avesse in mente un progetto. Mi ha fatto camminare tutto il pomeriggio per arrivare a questo punto morto.
Era un quadrupede appiccicoso che smentiva tutte le dicerie sulla presunta autonomia dei gatti e per di più rivoltava la frittata in un modo insultante. Stavo per passare ai maltrattamenti, quando da dietro una collina si alzò una voce pompata da molte migliaia di watt. Diffondeva un inglese così basico che ogni spettatore pensava: «Beh, io lo parlo molto meglio.»
Ladies and gentlemen… welcome to historical event “The wonderful theater of the Sea Monkeys”
Una volta riemersa dagli applausi, la voce passava ad annunciare il repertorio delle Sea Monkyes che sembrava non finire mai. Ad ogni nome che la voce sparava da dietro la collina il pubblico tumultuava. Di gioia, di libidine, di sorpresa, di estasi.
– Chris D’Antali… Suzy Haiek… Peppe Morgia… Alain Remy… Helen Lancelot… Pogo Pami… George Boletus…
Chi erano? I fidanzati e le fidanzate delle Scimmie di mare? I loro partner umani o umanoidi?
Il Gatto fece uno di quei suoi sorrisi dei quali non ho ancora parlato e non parlerò:
– Sono drammaturghi. La nuova scrittura scenica. Mai sentito parlare di George Boletus? – tanto per citare il più conosciuto.

La notte si era decisa a calare del tutto, finalmente, e del Gatto erano rimasti solo i fanalini verdi degli occhi che puntavano la capanna multietnica degli operai – ruffiano com’era, avrebbe trovato subito vitto e alloggio. Certamente sarebbe diventato la star della serata.
Quanto a me, mi arrangiai in un deposito degli attrezzi abbastanza spazioso che conteneva materiali poco ingombranti. Picconi, badili, martelli, tenaglie, avvitatori, cazzuole, trabattelli, chiavi, scalpelli, pennelli. Roba solida. Avevo giusto bisogno di un po’ di concretezza.
Com’era prevedibile, Il Gatto divenne la mascotte degli operai, verso i quali tuttavia manteneva sempre un certo sussiego. Quelle povere anime cercavano di ingraziarselo come potevano – non possedendo niente, a ciascuna sarebbe piaciuto avere un animale tutto suo. Il Gatto non si negava a nessuno, ma senza sbilanciarsi. Se fra quei derelitti fosse circolata la coscienza di classe di una volta se lo sarebbero mangiato fin dal primo giorno.
Con me Il Gatto giocava a “andiamo a trovare un vecchio amico che non se la passa tanto bene”. Ogni tanto compariva nel deposito degli attrezzi, sempre di pomeriggio. La sera risaliva la collina e s’imbucava nel Monkeys Stadium. Non perdeva uno spettacolo e il giorno dopo pretendeva di raccontarmelo per intero:
– Ieri ho visto Black Moonlight, di Aldo Preston. Non male. Due killer si sparano a vicenda nella notte. Stranamente, rimangono illesi. C’è di mezzo una valigetta. Contiene denaro? Una bomba? Non si sa.
– Guardi, non mi interessa, non sopporto i riassunti degli spettacoli.
– I killer incontrano una ragazza che fugge nella notte in mutandine e reggiseno. La portano in un locale che al posto dei séparé ha delle stanzette blindate. La ragazza è disponibile a fare sesso orale, ma solo con uno dei due, decidano loro. I killer estraggono le pistole…
Tentavo di sottrarmi al riassunto scivolando fuori, oppure incominciavo a correre stupidamente lungo la spiaggia, ma il Gatto mi raggiungeva in quattro salti e continuava sino alla fine, al sipario, agli applausi.
–  Insomma, una schifezza. E gli attori com’erano?
–  … Normali, direi…
–  Cosa vuol dire normali? Avevano antenne, peduncoli, escre- scenze?
–  No, non credo… o almeno non me ne sono accorto.
–  Lei non capisce niente di teatro.
Il Gatto, che se la tirava a critico specialista del repertorio contemporaneo, la prese male e per un po’ non si fece vedere. Quella notte fui svegliato da uno sferragliare profondo e lontano. Uscii. Era un rumore composito, un dialogo, si potrebbe dire, fra un grande argano e un mantice asmatico. I macchinari sparsi lungo la spiaggia giacevano inerti, così come gli operai nella baracca. Immersi un piede nell’acqua. Era attraversata da vibrazioni appena percepibili, come di farfalla che si sgranchisce le ali prima del volo. Nelle settimane seguenti, quel lavorio oscuro proseguì e aumentò di intensità; gli operai non se ne accorgevano, di giorno erano sopraffatti dal rumore dei macchinari, di notte dal sonno. Progressivamente, le vibrazioni sotterranee divennero abba- stanza forti da risalire fino alla superficie e il mare sviluppò un suo moto ondoso che non aveva niente da invidiare a quello di un vero mare. Un sofisticato meccanismo riproduceva una risacca che depositava sulla spiaggia brandelli di ciabatte, schegge di vetro levigato, stracci che erano stati giacche blazer di finti capitani di mare, dentiere galleggianti di vecchi annegati in solitudine, e insomma tutto un trovarobato marino nel quale si nascondevano storie mai raccontate, forse nemmeno vissute. Di tanto in tanto sceglievo alcuni di quei poveri reperti e li allineavo su una mensola nella capanna degli attrezzi. La mattina, me li ritrovavo davanti e mi chiedevo cosa ci facessero lì. Un giorno il Gatto ricomparve. Aveva deciso di fare pace.
– Se vuole, ho due biglietti per questa sera. Debutta Risveglio di primavera.
–  No grazie.
–  Guardi che non è il solito Wedekind, ma una riscrittura integrale di Fabio Mandel.
– Senta, noi ci conosciamo da poco, quindi è meglio che lo sappia; ci sono due cose che non mi deve nominare, le Scimmie di mare, o Sea Monkyes se preferisce, e le riscritture.
Decisi che mi sarei dedicato alla rieducazione teatrale del Gatto, o almeno ci avrei provato. Quelli della sua età, è difficile fargli passare le fregole, di qualunque genere siano, dalle ragazze alla drammaturgia contemporanea; credono che la Morte, vedendoli così eccitati e apparentemente vitali, faccia marcia indietro e decida di ripassare un’altra volta.
Ormai il mare era a pieno regime e pompava sulla riva detriti in abbondanza. Una mattina passeggiavamo con i piedi nell’acqua, io e il Gatto. Lui parlava e parlava, certamente di un qualche spettacolo.
All’improvviso si arrestò come fanno i gatti quando puntano il piccione. Fissava una lunga corda smangiata dall’acqua con l’aria di chi elabora una riflessione profonda.
–  Chissà a quale barca apparteneva… Ci sarà stato un naufragio.
–  Vede, anche quando lei prova a pensare, elabora associazioni molto elementari come corda-mare-barca-naufragio. Se fosse in cucina, partorirebbe qualcosa come tegamino-burro-uovo, oppure, a un funerale, vanità-fragilità-eternità… oppure…
–  Basta, ho capito! Soffiava di brutto. Per un attimo ebbi paura che si risvegliasse in lui il Felis Silvestris primordiale.
– Non la prenda sul personale, l’immaginario dei gatti è angusto, si sa, e questa robaccia con i killer e le ragazze in reggiseno non lo amplieranno di certo.
Lei non immagina quante situazioni teatrali può generare una corda. Per esempio: “Guardatela, signori, la riconoscete? È la corda con la quale s’impiccò l’infelice camerierina Rosetta, illusa da un futile gioco d’amore (Alfred De Musset, Con l’amore non si scherza, Atto III, scena VII, finale). Perdican, il giovane che per leggerezza ha causato quella morte guarda il corpo della giovane che oscilla nel vuoto, guarda la corda che ha strangolato una giovane vita: ‘Vi supplico, Signore! Non fate di me un assassino! Voi sapete come sono andate le cose; noi siamo due ragazzi sventati che hanno giocato con la vita e la morte, ma il nostro cuore è puro’”
Il Gatto non disse niente, però si vedeva che era turbato. Pur non essendo molto intelligente, percepiva il soffio di un universo a lui del tutto sconosciuto, quello del Grande Repertorio.
Poco più avanti, fra un mucchio di alghe, sbrilluccicava una vecchia bottiglietta con la scritta Ricard in rilievo. Il Gatto le si avvicinò per annusarla:
– Vede, questa bottiglietta finemente istoriata appartenne al Marchese di Forlimpopoli: «Voglio farvi sentire un bicchierino di vin di Cipro che, da che siete al mondo, non avrete sentito il compagno. E ho piacere che Mirandolina lo senta, e dica il suo parere.» Goldoni, La Locandiera, Atto II, Scena VI.
Quelle dosi omeopatiche di teatro accendevano nel Gatto scoppi di risate infantili mentre un buffo pizzicorino gli faceva strizzare gli occhi come quando leccava lo yogurt magro.
Nei giorni seguenti proseguimmo con la nostra scuola peripatetica. Il Gatto assomigliava sempre più a un cane da riporto; si lanciava in corse pazze sulla spiaggia finché non trovava un relitto, per esempio una vecchia torcia ossidata.
–  Questo cos’è?
–  Una lanterna. “Tutto quel che ho da dir nella mia parte/ è di avvertirvi che questa lanterna/ è la Luna, e io l’Uomo della Luna. Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, Atto V, Scena I.” Oppure un paio di occhiali neri con le lenti incrinate:
–  Ecco gli occhiali di Hamm in Finale di partita, di Beckett, “Basta, è venuto il momento che tutto questo finisca. E tuttavia esito, esito a… finire. Sì, è così, è il momento che questo finisca e io ancora esito a finire.”
–  … Questa mi sembra un po’ loffia.
–  Pazienza.
–  … Non so… non si capisce, forse non era chiara nemmeno a … come si chiama…?
–  Beckett.
–  È famoso?
–  Sì, ma molto meno delle Sea Monkyies.
–  Lo credo bene! Non poteva continuare così, me lo ripetevo ogni giorno, dovevo dare un taglio netto; la somministrazione del Grande Repertorio in pillole produceva effetti opposti a quelli che avevo sperato; Il Gatto continuava a mostrare una forte dipendenza dagli spettacoli delle Scimmie di mare e per di più era diventato supponente; straparlava di teatro storpiando nomi a casaccio: Lupo di Veda, Blibsen, Mardivò… Onesti classici incorrotti dai secoli si deformavano in quella bocca animalesca che andava assomigliando sempre più a quella di un uomo.
Incominciai a pensare di ucciderlo.
Certo, avrei anche potuto affrontarlo e dirglielo chiaro: «Da oggi il corso propedeutico al teatro è sospeso». Senza nessuna spiegazione. Ma già immaginavo il seguito; ruffiano com’era, Il Gatto avrebbe sgranato gli occhioni: «Perché?… Cosa ho fatto?… Non è giusto, non è corretto, lei aveva preso un impegno…»
Ucciderlo era più semplice.
Invece non fu necessario. Una mattina, mentre ripassavo i miei pensieri delittuosi, si presentò tutto tirato a lucido, con un abito color fresco mare e una ragazza.
–  Questa è Rosy…
A fatica, le palpebre di Rosy sollevarono strati pesanti di kajal e gli occhi fecero clic senza registrare niente di notevole.
Il Gatto mi dava colpetti fastidiosi sul braccio e intanto si slinguava i baffi, interrogativo:
–  Che ne dice, eh?, che ne dice…
Con la testa accennava alla Rosy, al suo top in forma di Batman, al suo rossetto nero color mora in forma di cuoricino, alle gambotte di periferia che finivano dentro un paio di scarponcini militari.
–  Che ne dice, eh?
Si era fatto la ragazza. E allora? Cosa voleva da me? Ammirazione? Invidia? Una benedizione?
La mora piazzata nel viso della Rosy si dischiuse e parlò:
–  Ronny, andiamo?
–  Parlo un attimo col Maestro e sono da te.
–  Ronny sarebbe lei?
–  Sì, da tre giorni. È stata un’idea di Rosy: Ronny e Rosy. Suona bene, vero?
–  Chiariamo una cosa, Ronny: io non sono il suo Maestro. La diffido dal fare il mio nome in qualunque circostanza; noi due non ci siamo mai conosciuti.
–  Come vuole, peggio per lei.
Quella del Gatto era una visita di commiato. Sì, partiva. Gli ultimi giorni erano stati un turbine di avvenimenti straordinari. La Rosy, il nuovo incarico giunto all’improvviso, da un giorno all’altro. Quale incarico? Ancora non lo sapevo? Strano, le agenzie avevano già diffuso la notizia: Il Gatto era stato nominato direttore artistico della Sea Monkyes.
Direttore artistico.
– Sì, avevo capito bene. E tra una settimana sarebbe partito in tournée con la compagnia.
–  Ne hai ancora per molto, Ronny?
La ragazza è annoiata. Ha tolto gli scarponcini e si esamina le dita dei piedi una per una con la concentrazione del neonato che ha scoperto le sue estremità.
Il Gatto mi racconta del suo futuro che nonostante l’età vede lungo, prospero e avventuroso; io continuo a guardare la Rosy seduta nel bagnasciuga che fa i pirulini. Forse il lettore non lo sa, ma con i pirulini ha giocato anche lui quando era piccolo. Ci si mette col sedere a mollo come la Rosy, si prende una manciata di sabbia semiliquida e con le dita raccolte a tulipano la si lascia colare sulla sabbia asciutta. Con i pirulini, una goccia dopo l’altra, si possono creare ghirigori, colonnine simili a quelle dei monaci stiliti, decorazioni per le torte e anche termitai, ma bisogna stare attenti, basta un pirulino di troppo e tutto crolla. Sulla riva del mare, inconsapevole, il bambino affronta per la prima volta il dilemma che lo accompagnerà per la vita: azzardare ancora, o accontentarsi dei risultati solidamente pirulinati?
La Rosy si è completamente spogliata e se ne sta seduta nell’acqua. Le scolature di kajal e di rossetto la fanno assomigliare a una bambola che la padroncina ha scarabocchiato con la biro. Il Gatto, cinico e ormai del tutto asessuato, simula occhiate fameliche su quel corpo in cui non c’è nulla da desiderare, né misteri né imperfezioni: soltanto una giustezza disarmante. Mi ricorda quelli che chiedono “È corretto?” invece di “Va bene?” Nel suo nudo di ragazzotta a mollo con la sua faccia impastrocchiata, Rosy è disperatamente corretta.
IL GATTO: – Quanto è carina, vero?
IL NARRATORE: – Ai vecchi, tutte le ragazze sembrano carine.
IL GATTO: – Sì, ma Rosy non è una ragazza, è una scimmia di mare, credevo che se ne fosse accorto; una delle più brave della compagnia – anche se non dovrei essere io a dirlo.
La scimmia di mare ha raccolto i vestiti, bagnati come sono, e si è rivestita.
ROSY: – Uffa, Ronny… andiamo?
IL GATTO: – Sì, ho finito, andiamo.

Siamo ora giunti, lettore, al termine del nostro lungo viaggio. Poiché abbiamo viaggiato insieme attraverso tante pagine, comportiamoci scambievolmente come i viaggiatori in una diligenza che hanno passato parecchi giorni in compagnia e che nonostante i litigi o le piccole animosità che possono aver avuto luogo lungo la strada, fanno pace finalmente e rimontano per l’ultima volta nel loro veicolo allegri e di buon umore; poiché, dopo questo tratto, ci può capitare, come di solito capita a loro, di non incontrarci mai più.
Henry Fielding, Tom Jones

Leggi le puntate precedenti:

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2ªpuntata  https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ªpuntata  https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ªpuntata  https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
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6ªpuntata  https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ªpuntata  https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
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9ª puntata  https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
10ªpuntata  https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23275
11ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=le+scimmie+di+mare+feuilleton+11%C2%AA+puntata
12ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/09/17/le-scimmie-di-mare-12a-puntata/
13ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23477&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=1c1693b818&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
14ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23497
15ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23526
16ªpuntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23547
17ª puntata  https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23617
18 puntataª https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23655
19ªpuntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23665

Philip Roth, Il Paradiso (frammento)

Un uomo che si ritrova in mano le carte sbagliate per la partita da giocare. Assolutamente impreparato a ciò che sta per abbattersi su di lui. Come avrebbe potuto sapere, con tutta la sua bontà cosí accuratamente calibrata, che il prezzo di una vita obbediente era tanto alto? Ci si rassegna all’obbedienza per abbassare il prezzo. Una bella moglie. Una bella casa. Un’azienda magistralmente gestita. Un padre difficile trattato abbastanza bene. L’aveva realizzata per davvero, la sua versione del paradiso. Cosí vivono gli uomini di successo. Sono buoni cittadini. Sono fortunati. Sono riconoscenti. Dio sorride loro. Se ci sono dei problemi, si adattano. E poi tutto cambia e diventa impossibile. Piú nulla e nessuno che sorrida loro. E allora chi riesce ad adattarsi? Ecco un uomo che non è stato programmato per avere sfortuna, e ancora meno per l’impossibile. Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti. Continuava a spiare dall’esterno la propria vita. Per tutta la vita ha cercato di seppellire questa cosa. Ma come poteva? Mai, in tutta la sua vita, aveva avuto l’occasione di chiedersi: «Perché le cose sono come sono?» Perché avrebbe dovuto farlo, se per lui erano state sempre perfette? Perché le cose sono come sono? Una domanda senza risposta, e fino a quel momento era stato cosí fortunato da ignorare addirittura che esistesse la domanda.”

Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi, Traduzione Vincenzo Mantovani

Le figurine di Radiospazio. Reputazioni

Tua mamma, beh, si è fatta qualche storia e poi si è piazzata con Tony Odgers. Dopo lui è andato a farsi sette anni per estorsione. Alla fine è uscito Teddy Ambrose, e lei si è messa assieme. Ma Teddy l’hanno fatto a pezzetti in una rissa davanti al World Upside Down. Tua mamma si è fatta qualche altra storia e dopo si è data una regolata e per un po’ ha provato con Ian Thorogood. Questo poi è rimasto strozzato da un cravattone mentre era in custodia della polizia. Le cose non stavano andando male fra tua mamma e Frank Purdom. Ma dopo Nick Odgers è uscito, per una settimana circa, ma abbastanza da fargli le scarpe a Frank Purdom, e tua mamma è tornata alla vecchia musica. Keith Room si è comportato benissimo con lei fino a quando non gliene hanno dati dodici, e dopo lei ha fatto strabuzzare gli occhi andando a vivere con Thelonius Curtly. E quando l’hanno accoppato anche a quello lei ha fatto una caduta di stile, han pensato in tanti, ed è andata a vivere con Lon Chang You. Però a quel punto beveva, e anche peggio. A essere sincerissimo del tutto con te, la sua reputazione iniziava a patirne.

Martin Amis, Cane giallo, Einaudi, Traduzione Massimo Bocchiola

Le scimmie di mare, 19ª puntata

Capitolo II
Che potrebbe essere l’ultimo.

Ciò che lei dice non è che un sogno, tanto spaventoso quanto impossibile. Villiers de l’Isle-Adam, L’Eva futura

Uomini bianchi si aggiravano per il Paese in piccole formazioni di tre o quattro elementi. Piantavano lunghi termometri nel terreno per rilevare la temperatura del sottosuolo, il suo grado di acidità e chissà cos’altro. Sigillati in tute refrattarie, si immergevano nei rigagnoli e riempivano bottigliette di acque torbide. Per lo più scuotevano la testa e allargavano le braccia per dire: «Ma come si fa?». Fino a che non interveniva a brutto muso un uomo ugualmente bianco ma più grande di due taglie: «Cosa scuotete la testa… cosa allargate le braccia?… Pensate a trascrivere i numeri esatti e basta!»
Sugli uomini bianchi, gli abitanti del paese non si pronunciavano, erano ancora tramortiti dal mistero del mare inscatolato nella Grande Arena di cui sapevano solo l’esistenza. I più svegli avevano notato che sulle tute degli uomini bianchi spiccavano due arcane lettere d’oro, SM.
–  … Sua Maestà…?
–  Mmm…–  Suore della Misericordia…?–  Targa automobilistica di Myslowice…?–  E dove sarebbe?–  Dalle parti della Polonia, credo …–  Vedi? Non lo sai neanche tu.–  … Singolare Maschile…?–  … Stato Maggiore…? Dovette intervenire la maestra:–  Società per l’allestimento dei Mari
–  Ah, ecco!, fecero i più svegli, e smisero di interrogarsi.

Dopo gli uomini dentro le tute, vennero i furgoni bianchi. Arrivavano sempre col buio, a passo d’uomo, alimentati da un’energia misteriosa. I pochi nottambuli un po’ bevuti si trovavano davanti uno di quei musi candidi che li fissava coi fari spalancati e che subito scivolava via lasciando appena intravedere le sue lettere d’oro sulle fiancate, SM. Qualcuno più scoppiato degli altri pretendeva che si trattasse di un’apparizione e la inseguiva brancolando tra i fumi:
– Fermati, puttana d’una troia!… Se ti lasci prendere giuro che mi converto!…
Ma l’apparizione non era mica scema, accelerava e imboc- cava il viale della Grande Arena mentre l’inseguitore inciampava nei suoi propositi di redenzione e andava a scorticarsi sull’asfalto.

Sono io, e non sono io. Mi ritroverai e di nuovo mi perderai.
Marcel Schwob, Il libro di Monelle

Scena: esterno giorno, poco prima dell’alba. Totale della Grande Arena. Ponteggi e gru.
Una quarantina di operai sta montando un’insegna smisurata che fra poco illuminerà a giorno alcuni chilometri quadrati di territorio. Ma il Paese ancora non lo sa e dorme il suo sonno senza idee.
Stacco: il bordo dell’Arena. La Signora osserva l’acqua. È inquieta. Percorre a piccoli passi lo stesso metro quadrato di piastrelle avanti e indietro.
Bob, giacca verdemare, pantaloni blu, è a disposizione. LA SIGNORA: – … Un’idea geniale. Complimenti!
BOB: – Quale?
LA SIGNORA : – La sua! Come le è venuto in mente di far montare l’insegna luminosa proprio oggi, nel momento più delicato!
BOB: – Volevo solo guadagnare tempo.
LA SIGNORA: – Lei sarebbe capace di dare appuntamento all’idraulico la prima notte di nozze.
(In pubblico ostentano il lei: la conferma che sono davvero amanti).
Stacco: un operaio a cavalcioni di un traliccio si apre una birra.

L’OPERAIO: –Auch auf dem höchsten Thron sitzt mab auf dem eigenen Hintern!
Ilarità del collettivo.
LA SIGNORA: – Cos’hanno da berciare a questo modo?! BOB: – Non saprei, sono tedeschi. Una squadra molto specializzata. Credo che Hintern voglia dire culo.
LA SIGNORA: – Lei è un incosciente, Bob. Questa gazzarra può essere deleteria per le creature, lo capisce?
Stacco: il bordo dell’Arena. Seduti a un tavolino, i professori Chen Yan Yan, docente della Zeijang Ocean University, e Bhim Kapoor, ricercatore presso l’inStem di Bangalore. La dottoressa Amira Hosseini, dottoranda all’Università di Teheran, prende appunti.
Stacco: la Signora al tavolino degli scienziati.
I dialoghi sono coperti da una colonna musicale (Shostakovic, Quartetto n. 8 in Do minore, Op. 110, Allegretto).
La Signora gesticola, indica gli operai, il cielo, l’acqua, il mondo. Si torce le mani.
KAPOOR: – Nessun pericolo, gli elementi esterni non pos- sono influire sull’esperimento.
LA SIGNORA: – Ha detto esperimento? Vuol dire che potrebbe non riuscire? Sappiamo come vanno a finire gli esperimenti.
CHEN: – Ma no, ma no… Lo chiamiamo così perché gli individui che nasceranno sono pezzi unici, tutti diversi uno dall’altro. Non è fantastico? D’altra parte, se ci pensa, ogni vita assomiglia molto a un esperimento.
LA SIGNORA: – (senza entusiasmo) Beh, sì, è abbastanza fantastico.
Con la spensieratezza di una bimba, Amira ha immerso le mani nell’acqua e le muove dolcemente avanti e indietro.
KAPOOR: – Cosa combina, dottoranda Hosseini!?
AMIRA: – Scusi professore, non ho resistito alla tentazione di toccarle. Senta, sono di una morbidezza soprannaturale.
Breve consulto fra i due scienziati:
KAPOOR: – Ma questa, chi ce l’ha mandata?
CHEN: – È l’allieva prediletta di Rahmani, quella di turno. KAPOOR: – Rahmani sarà anche un luminare ma esagera…
Ormai ha ottant’anni… è una malattia! Non gli sono bastati quattro processi. Con questa ragazza, capace che se ne becca un altro.
CHEN: – Beh, per una così mi farei processare anch’io. KAPOOR: – Professore…!
La dottoranda Hosseini sorride statuaria. La camicetta a grandi pavoni bagnati le modella il busto persiano.
Nei professori Kapoor e Chen si accendono due immagini simultanee: per il primo, Amira è la reincarnazione di Anahita, la dea iraniana delle fertilità; per il secondo, la ragazza dello spot Chanel Rouge Coco Flash. L’immagine di Kapoor è la più pertinente: sulle palme aperte della giovane divinità pulsano dodici minuscole forme ovoidali, cuoricini smarriti:
LE FORME OVOIDALI: – Ma non si doveva nascere più tardi?
KAPOOR: – È impazzita dottoressa? Le rimetta subito in acqua!
AMIRA: – Sì professore.
CHEN: – Ormai è inutile. A contatto con l’epidermide umana, sia pure quella della dottoressa Hosseini, si devitalizzano.
LA SIGNORA: – Lo sapevo, me lo sentivo!
KAPOOR: – Non è affatto grave, signora. Ce ne sono molte altre, per così dire.
CHEN: – Molte?…, moltissime altre… moltissimissime! I DUE PROFESSORI: – Hihihihihi!
CHEN: – … Sempre che la dottoressa Hosseini non le ripeschi una per una.
I DUE PROFESSORI: – Hihihihihi!
LA SIGNORA: – Questa ilarità non mi sembra per niente scientifica.
KAPOOR: – Ha ragione. È un riso nervoso, lo stress dell’attesa
LA SIGNORA: – A chi lo dice! Dovremo aspettare ancora molto?
CHEN: – Hihihihihi!
KAPOOR: – Si contenga, professor Chen! (alla Signora) Più o meno una trentina di ore. Non sono molte, se pensa alla complessa fusione degli organismi che si stanno formando.
LA SIGNORA: – Quante saranno le uova?
KAPOOR: – A parte che non si tratta propriamente di uova, è impossibile calcolarlo. Alcuni trilioni, direi.
LA SIGNORA: – Trilioni. Affascinante. In questo momento, mentre parliamo, sotto la calma apparente dell’acqua…
AMIRA: – Eh sì! Quei trilioni si stanno dando un gran daffare, può scommetterci. È tutto un godi-godi cellulare che nemmeno se l’immagina,.
KAPOOR: – (Precisando) Sono microrganismi liofilizzati.
AMIRA: – Non ha importanza… Dicevo: in questo momento tutti quei liofilizzati si annusano, si toccano, si strofinano, si slinguano, ingroppano il primo che capita e sotto a chi tocca. Non so ancora come funziona il trombamento perché sono solo a metà della tesi.
Kapoor prende in disparte il collega. La telecamera li segue.
KAPOOR: – Bisogna rispedire la ragazza a Teheran. È urgente.
CHEN: – Come la prenderà il professor Rahmani?
KAPOOR: – La prenda come vuole, dovrà farsene una ragione. Questa, come apre bocca, ci sputtana.
CHEN: – Non drammatizziamo, è soltanto un po’ giovane. Vede come se la intende bene con la Signora? Sono diventate amiche.
KAPOOR: – Intanto me la tolga di mezzo. Ne riparliamo domani.
– Stop! Mezz’ora di pausa!

Kevin Romanek si annoia. È arrivato tre giorni fa con una troupe della AT&T per documentare l’evento e non è successo ancora niente. Solo chiacchiere di scienziati che saranno tutte tagliate in montaggio. Per il resto, acqua e sonno. Un’immensa piscina di acqua addormentata.
Romanek ripensa agli ultimi due video che si è autofinan- ziato (come i precedenti): un matrimonio zombie e un gruppo di ragazze che giocavano al voo-doo in un negozio di animali.
Un critico indipendente voleva segnalarli per gli Awards ma gli avevano riso in faccia. Seimila dollari sputtanati. Quasi gli ultimi. Qui, per cinque giorni di lavoro gliene sganciano ventimila più le spese. È una bella paccata di soldi ma anche una gigantesca presa per il culo di tutto il suo lavoro consacrato alla ricerca più crudele. La sua compagna Gwenda era stata molto felice di quell’ingaggio – per il bene di lui, naturalmente. «Lo vedi anche tu, Kevin, se ti fai passare le scalmane sperimen- tali è tutta un’altra vita.» Al ritorno, l’avrebbe lasciata. Era più di un anno che ci pensava.
– Potete smontare, per oggi non giriamo più!

Se le regioni si fondessero le une con le altre senza alcuna demarcazione, cosa che resta da dimostrare, è possibile che tante volte io sia uscito dalla mia, credendo sempre di esservi ancora dentro.
Samuel Beckett, Molloy

Ma in questo Paese non ci sono i dintorni?
Incontravo solo quartieri nuovi, uno dopo l’altro. Interminabilmente. Si riproducevano da soli sotto i miei passi. Erano confortevoli, mica angosciosi, quartierini freschi di giornata. Piccoli hotel prestige, zimmer, motel, bed&breakfast. Tutti sorridenti anche se appena un po’ tesi, come chi sta aspettando da ore, forse da giorni o settimane.
Una dozzina di operai si arrampicavano lungo scale tele- scopiche e tendevano cavi d’acciaio per montare uno striscione pubblicitario. I pochi passanti non ci facevano caso. Forse sapevano già. Anch’io temevo di sapere già, per questo volevo mettere il maggior spazio possibile fra me, la Grande Arena e quei quartieri vuoti che presto sarebbero stato invasi non sapevo da chi. Il Vuoto attira, è inevitabile, così come, sciocca- mente, anche il Pieno.
Finalmente montato e dispiegato, lo striscione lanciò il suo grido rosso carminio:

SEA-MONKYES (STADIUM)

Lungo il viale, altre squadre di operai sincronizzati avevano montato nuovi striscioni, uno ogni cinquanta metri:

WONDERFUL WORLD OF AMAZING SEA-MONKEYS!

Possiede il bambino, come noi, la credenza in un mondo reale, e la distingue dalle diverse finzioni del suo gioco e della sua immaginazione?
Jean Piaget, La rappresentazione del mondo nel fanciullo

Lo sbarco delle Scimmie di mare in versione americana punto 2 era ormai imminente. Il Nuovo le aveva ribattezzate Sea Monkies per spacciarle ancora sul mercato – un trucco dozzinale che aumentava il mio sgomento di fronte a uno spettro, un fantasma infantile che diventava corpo,
che un giorno avrebbe suonato alla mia porta: «Sorpresa!»,
che io avrei finto un impegno urgente senza riuscire a togliermelo di dosso,
che mi sarei messo a correre tentando di seminarlo,
che mi sarei rifugiato in un bar, ingenuamente,
che avrei trovato lo spettro già seduto al tavolino prima di me,
che avrebbe ordinato un’aranciata San Pellegrino amara
che un tempo mi piaceva tanto,
che mi avrebbe guardato con languore (niente è più ripugnante di uno spettro che fa il sensuale),
che l’aranciata amara avrebbe contenuto un filtro tipo quello dello stupro,
che mi sarei ritrovato su un grande pagliericcio, nudo, incosciente e abusato da una ridda di creature cosparse di antennine e pinne dorsali,
che, una volta saziati, i mostricini si sarebbero seduti per terra, in circolo, tutti seri come gli attori di Grotowski prima della prova aspettando un mio cenno,
che un dio beffardo si era divertito a realizzare il desiderio di una compagnia teatrale tutta mia, ma con molti decenni di ritardo,
che me l’aveva creata proprio su misura, orripilante come la volevo allora – i bambini sono attratti dal Disgustoso, lo si sa,
che saremmo stati una cosa sola, io e le Scimmie di mare punto 2,
che sarei stato ricordato come un povero addestratore di pulci o qualcosa di simile.

Guardai l’orologio. Se i calcoli del professor Kapoor erano esatti, le creature si erano già formate. Forse in quell’istante le prime antennine stavano spuntando dall’acqua, poi sarebbero emersi i peduncoli, le pinne, i corpi lunghi e piatti. Forse nella nuova versione gli avevano fatto i seni. Forse la Signora aveva preparato un buffet. Sicuro, un grande buffet per cento, duecento invitati, cornice indispensabile per un’occasione come questa – mica avrebbe passato la serata a mangiare tramezzini in compagnia di Bob e delle Scimmie. Sicuramente la Signora voleva che io partecipassi, anzi era proprio indispensabile. Dovevo assistere al suo trionfo. Nel quale avrebbe ritagliato una fettina per me: La Signora (presentandomi a un direttore di teatro vestito da maestro di tennis) : – Pensi che la prima idea di un teatro delle Sea Monkies era venuta a lui.
IL DIRETTORE DI TEATRO: – Ah, ecco. E poi…?
LA SIGNORA: – E poi niente, ha lasciato perdere. Ma parliamo di tanti, tantissimi anni fa. Era troppo in anticipo sui tempi.
IL DIRETTORE DI TEATRO: – Sapesse come mi stanno sui coglioni quelli che sono in anticipo sui tempi!
(No, il direttore non sarebbe stato così volgare, avrebbe semplicemente ripetuto «Ah, ecco.»)
Mentre mi stavo rappresentando l’inaugurazione alla quale tentavo di sfuggire, comparvero piccole comitive di turisti fra i quali spuntava qualche divisa azzurra, gli steward del Sea Monkyes Stadium. Certamente mi stavano cercando. Mi vedevo già sollevato per le ascelle da un paio di quei ragazzoni che mi issavano su un’auto dalla targa truccata per poi scaricarmi nel pieno della festa come un discolo evaso dal collegio.
Mi venne in soccorso l’Ombra che incominciava a calare sulle case e sulle colonne dei turisti con i quali cercavo di confondermi. A intervalli regolari eravamo illuminati da due luci intermittenti, una bianca e una rossa, che indirizzavano verso il Sea Monkyes Stadium una folla sempre più fitta. Altoparlanti improvvisati diffondevano una voce a singhiozzo che annunciava, per quel che si riusciva a capire, uno spettacolo epocale e totale. Il serpentone dei corpi si era compattato al punto che ormai ci si doveva fermare ogni due passi, ma a tutti sembrava normale procedere così, con i piedi a strascico e gli occhi ipnotizzati dalle luci bicolori.

Uno, due… suggeriva la grande insegna.
… Tre e quattro… rispondevano le scarpe dei processionanti.

Dovevo sottrarmi a quella morsa. La moltitudine si faceva sempre più densa, eravamo a un passo dalla fusione totale; in breve, sarei stato completamente inghiottito da quel corpo mistico che mi avrebbe riportato, un passetto dopo l’altro, al Sea Monkyes Stadium.
Quando un racconto finisce in un cul de sac, ci si aspetta che il Narratore risolva la situazione con un’invenzione ingegnosa. Questo non è sempre possibile per svariate e a volte buone ragioni. Nel nostro caso il Narratore si è pericolosamente confuso con i suoi personaggi ed è finito in una mischia dalla quale rischia di essere stritolato.
In una situazione così scomoda non è facile farsi venire un’idea passabile, infatti quella a cui ricorse il Narratore fu modesta – d’altra parte, diciamolo, anche il Destino, che secondo me è molto sopravvalutato, ha spesso delle trovate banali, eppure tutti si mostrano sorpresi e cadono in ginocchio folgorati.
Per evadere dal muro umano in cui era imprigionato, il Narratore decise di giocare la carta del Gatto del Museo – non pensava che un giorno gli sarebbe ancora tornato utile, quindi lo aveva abbandonato insieme a tanti altri personaggi di cui non ricordava più nemmeno il nome.
Ecco dunque che Il Gatto, catapultato nel racconto senza preavviso e senza un perché, si ritrova in una selva di scarpe, di stivaletti, di sandali, di piedi callosi. È un tipo che di solito sa controllarsi, ma qui vogliono essere pestoni e calci più o meno volontari che finiranno per schiacciarlo come una rana. Per quanto filosofo e ormai di mezza età, in quell’anonimo Felis Catus si risveglia la bestia che dorme in lui da sei milioni di anni, il Felis Silvestris – non la versione libica, incline ai rapporti con gli umani, bensì quella europea, un piccoletto che in quanto a ferocia se la giocava con il Thyloacoleo carnifex, secondo i paleontologi.
Come la mietitrebbia sfugge al controllo dell’operatore e impazza per il campo decapitando le spighe a casaccio poi, sempre mulinando le sue lame, irrompe in paese e recide tutti quelli che incontra, compresi i fedeli in processione con la statua del Patrono, così il Gatto affetta, lacera, amputa, strazia e infine disperde la folla degli inebetiti che si trascinano verso il Sea Monkyes Stadium.
Quando il Narratore ebbe riletto la carneficina appena terminata, gli venne qualche dubbio. Non era un po’ debole? Forse avrebbe dovuto calcare di più la mano, creare un grande, orrido affresco ricco di dettagli forti, per esempio gli artigli e le zanne del Felis Silvestris primordiale mentre aggredivano visi, polpacci, occhi, parti molli, guance innocenti di bambini che le mani sanguinanti delle madri tentavano di proteggere. Ma al Narratore non gli andava di riscrivere, per pigrizia e anche perché lo splatter non era nelle sue corde. Guardò Il Gatto satollo. Si leccava le zampe e il muso come un pensionato dopo una mangiata di pesce alla bocciofila. Anche volendo, sarebbe stato impossibile ripetere la scena; dentro quel corpo abbandonato al torpore del dopopranzo il sanguinario Felis Silvestris aveva ripreso il suo sonno. Non si sarebbe risvegliato prima di qualche altro milione di anni.


Da dove venivano? Dal posto più vicino. Dove andavano? Sappiamo forse dove stiamo andando?
Denis Diderot, Jacques il fatalista e il suo padrone

Il Gatto mi seguiva. Di solito lo fanno i gatti sfrattati o quelli che sperano di migliorare il loro tenore di vita. Gli basta un’occhiata per valutare chi hanno di fronte; se è abbiente, se è single, se è affittuario o proprietario, se è iperattivo o sedentario. Hanno i loro parametri, vanno a colpo sicuro.
Invece il Gatto, che non aveva capito niente, seguiva la persona sbagliata. Era escluso che io tornassi all’Holiday Inn per finire in pasto alla Signora, ai direttori di teatro, ai registi specializzati in Monkie’s Dramaturgy, ai laboratori per aspiranti Scimmie di mare, così com’era difficile che potessi affittare un bilocale appartato in cui farmi dimenticare. Quanto al ritorno, neanche pensarlo; il Paese era diventato irriconoscibile, chissà quale nome gli avevano dato, e se non sai nemmeno da dove parti mancano anche i minimi presupposti del viaggio.
Dunque andavamo, io e il Gatto, così, tanto per andare, e l’andare era un declinare facile che mi sarei goduto volentieri da solo.
Ogni tanto facevo un tentativo per togliermelo dai piedi:
– Mi dia retta, è una stupidaggine, io e lei non abbiamo nulla a che spartire. Se crede all’unione di due solitudini o cose simili vada su un sito di incontri e mi lasci perdere.
Gli stratagemmi del Gatto per non rispondere erano penosi, come quelli di chi parla tenendo il cellulare spento; fingeva di esaminare un sasso qualunque con la faccia del geologo che studia un meteorite misterioso, oppure si avvitava con un balzo nell’aria per catturare farfalle inesistenti.
A mano a mano che scendevamo lungo il declivio, i bead and breakfast e le strutture alberghiere si diradavano. Anche il paesaggio perdeva gradualmente i pezzi, come se il disegnatore, stanco di miniare arbusti e alberelli, avesse incominciato tirar via. Scendevamo fra piccoli scarabocchi rotondi che rimpicciolivano a ogni nostro passo, finché ci ritrovammo su una distesa di ciottoli levigati disegnati di fresco.

(Continua)

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18 puntataª https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23655

Philip Roth, La lametta nuova (frammento)

Ci ho pensato bene. I miei figli hanno finito gli studi. La mia casa è pagata. Sono coperto con la Blue Cross e la Major Medical. Ho una Ford del ’56. Ieri ho ricevuto un assegno di quarantacinque dollari in diritti d’autore dal Brasile, soldi piovuti dal cielo. Buttala via, mi sono detto, e fatti la barba con una lametta nuova. Poi ho pensato: no, con questa lametta posso farmi la barba almeno un’altra volta, forse anche due. Perché essere sciuponi? Ma poi ho fatto un’altra riflessione: Ho sette libri negli scaffali dei tascabili, ho editori in venti paesi, sulla casa c’è un tetto di tegole nuove, in cantina c’è una caldaia nuova e silenziosa, nel bagnetto di Hope c’è un impianto nuovo di zecca. Le fatture sono tutte pagate e, ciò che piú conta, in banca ci sono dei soldi avanzati che fruttano un interesse del tre per cento, per la vecchiaia. Al diavolo, ho pensato, basta con queste riflessioni… E ho messo nel rasoio una lametta nuova. E guardate come mi sono massacrato. Mi sono quasi tagliato un orecchio.

Philip Roth, Lo scrittore fantasma, Einaudi, Traduzione di Vincenzo Mantovani

Martin Amis, Equivoci (frammento)

C’è un postino vedovo che ha lavorato tutta la vita in una piccola città. Una cittadina con un clima pessimo. La pensione è vicina. Una notte il postino rimane alzato fino a tardi. Per scrivere un commosso addio alla comunità. Qualcosa come: «Ho fatto il mio dovere con il ghiaccio e con la pioggia, con il temporale e con il sole, sotto i tuoni e sotto l’arcobaleno…» Se lo fa stampare. E il penultimo giorno di servizio ne mette una copia in tutte le cassette della posta del suo giro. La mattina dopo è fredda e ventosa. Ma la reazione alla sua lettera è calda e cordiale. Qui gli offrono una tazza di caffè, là una fetta di torta appena sfornata. Il postino respinge con un gesto le modeste mance che gli vengono offerte. Stringe qualche mano, passa alla casa successiva. Un po’ deluso, forse, che nessuno sia stato commosso dalla… dalla qualità della sua dedica. Dalla sua poesia, Mike. Ultima tappa del suo giro è la casa di un avvocato di Hollywood in pensione e della moglie diciannovenne. Prima faceva la guardarobiera. Fantastica. Tutta curve. Con due occhioni cosí. Il postino suona alla porta e gli apre la ragazza. – Lei è il signore che ha scritto quella lettera? Dove parla del tuono e del sole? La prego, entri. In sala da pranzo c’è un tavolo che geme sotto il peso di cibi e vini costosissimi. La ragazza gli dice che il marito è appena partito per andare a giocare a golf in Florida. Gli chiede se ha voglia di fermarsi a pranzo. Dopo il caffè e i liquori lo conduce per mano sul tappeto di pelliccia bianca davanti al caminetto acceso. Fanno all’amore per tre ore. Nella luce ambrata. Il postino è sbalordito dall’intensità e dalla forza di questa esperienza. Che sia stata quella lettera poetica a conquistare la giovane donna? Che siano stati gli arcobaleni? Pensa che, come minimo, la ragazza sarà sua per sempre. Si riveste, ancora stordito. Indossando una vestaglia trasparente, lei lo accompagna alla porta. Poi prende la borsa dal tavolino dell’ingresso. Gli porge un biglietto da cinque dollari. E lui: – Perché? Scusa ma non capisco. E lei: – Ieri mattina, a colazione, ho letto la tua lettera ad alta voce a mio marito. Dove parli del ghiaccio e della pioggia e dei lampi. E gli ho chiesto: «Che cosa devo fare se passa questo tizio?» E mio marito ha risposto: «Ma fatti fottere, dàgli cinque dollari». Il pranzo è stato un’idea mia.”

Martin Amis, Il treno della notte, Einaudi, Traduzione Gaspare Bona