Cantieri aperti.1

Schermata 2014-06-03 alle 19.17.54Ahimè, povero Yorick!…
Quest’uomo io l’ho conosciuto, Orazio,
un giovanotto d’arguzia infinita
e d’una fantasia impareggiabile.
Mi portò molte volte a cavalluccio…
Ed ora – quale orrore! – mi fa stomaco…
Ecco, vedi, qui erano le labbra
che gli ho baciato non so quante volte…
E dove sono adesso i tuoi sberleffi,
le burle, le capriole, le canzoni,
                                                                                                 i folgoranti sprazzi d’allegria
                                                                                                 che facevan scoppiare dalle risa
                                                                                                 le tavolate?… Chi si fa più beffa
                                                                                    ora del tuo sogghigno, con questa tua smorfia?

 Amleto, Atto V, Scena I

Bisogna pensare alla prossima stagione, ora, entro pochi giorni, anzi bisogna decidere, che è cosa molto più difficile. I pensieri, numerosi, troppi, sono mesi che si affacciano ma adesso, al momento buono, si sono fusi dando vita a un unico essere polimorfo, mutevole e contradditorio. I vecchi attori pensavano la loro vita come un cammino che attraversava un repertorio, dicevano: “Mi piacerebbe fare un Amleto prima di morire”. Una volta un’attrice mi confessò che sognava una Maria Stuarda. Le feci osservare che sarebbe stato necessario soffiar via quel sottile strato di polvere che si era depositato su questo grande classico ma della polvere non le importava niente, non l’aveva mica letto: per lei sarebbe stata una vera consolazione se avesse potuto interpretare, prima di morire, un personaggio condannato alla pena capitale. Credo fosse una specie di viatico. È difficile, oggi, fare scelte così istintive, anche se forse sarebbe saggio. Per fortuna c’è ancora qualche giorno prima della scadenza.

 

Occhi di tonno. Scarabocchio 1.

Dal magazzino delle immagini prendono forma nuovi racconti, rapidi schizzi o scarabocchi, come Francesco Ghisi ha voluto intitolare questa sua istantanea sullo spettacolo ancora fresco. Nel lavoro di Radiospazio teatro le scritture e le riscritture tendono a susseguirsi in un processo generativo: dal racconto al teatro, dalla scena al video: in forma di frammento, per ora.

La menzogna della parola/la “verità” dell’oggetto

munchausenAncora su Mario Ricci – spero che i lettori del blog non siano troppo sconcertati dallo spazio che dedico a un personaggio tanto sconosciuto da ingenerare il sospetto che sia immaginario: un blog è un filo che si dipana e forse il suo senso è proprio quello di scoprire passo dopo passo dove porta, sempre che si abbia la voglia e la pazienza di seguirlo.
Di Ricci, straordinario regista-drammaturgo degli anni Sessanta, ho sempre ricordato il Moby Dick col suo mare che sul teatrino (di pochi metri) non c’era ma che si generava nella mente dello spettatore grazie agli attori teste-di-pesce-e alla grande barchetta di carta, così come il romanzo (la Letteratura) trovava la sua realizzazione scenica grazie a una voce che ne proponeva alcuni brandelli – uso questo termine per analogia con l’immagine “brandelli di vele”, come se la narrazione di Melville fosse stata distrutta da una tempesta marina cui fossero scampati solo alcuni lacerti sfilacciati.
Il mare immaginato, il romanzo riproposto per frammenti con la complicità di una luce azzurrina, creavano l’illusione del sogno – non di un sogno, ma l’illusione di sognare, di poterlo fare, e per di più in un teatro-scatola nel quale eravamo racchiusi tutti insieme, pubblico e attori.
Non rimandava al sogno, invece, un altro spettacolo di Ricci, Il barone di Münchausen. Sulla scena spoglia agivano piccole macchine sceniche gratuite e giocattolini meccanici, di quelli caricati a chiavetta che, girando insensatamente su se stessi, producono una spirale ipnotica fine a se stessa e, al tempo stesso, una sorta di malinconia per la mancanza di un mondo del quale appaiono immotivatamente privi – forse la dimensione di un’infanzia che non si riesce più a ricordare.
Il Barone non c’era, lo sostituivano quegli atti scenici che facevano le veci delle sue improbabili bugie e che producevano un’eloquenza diversa da quella della parola. Non ho mai studiato Raspe ma credo che scrivendo le sue impossibili imprese volesse rivendicare alla fantasia il diritto di mentire o forse, più arditamente, creare un universo nel quale l’individuo (e quindi anche il narratore) potesse sottrarsi ai lacci della logica, della coerenza, della verosimiglianza. Giorgio Manganelli, in Letteratura come menzogna ci ricorda che “L’opera letteraria è un artificio, un artefatto di incerta e ironicamente fatale destinazione”; ossia, una “pseudoteologia”, dove “tutto è esatto, e tutto è mentito”; nel Münchausen di Ricci questa fertile doppiezza scompariva  e lasciava il posto alla presunta verità degli oggetti scenici, avvolti d’ironia ma anche di malinconia (le due sono cugine e spesso vanno a braccetto).

Ricordo ancora il breve scritto di Franco Cordelli su Ricci:
http://archiviostorico.corriere.it/2010/novembre/28/Addio_Mario_Ricci_regista_del_co_9_101128078.shtml

 

Mario Ricci. Il mare immaginato

 

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È impossibile raccontare uno spettacolo, e l’impresa appare del tutto  assurda quando, confidando nella memoria, si pretenderebbe di ricostruirne uno che risale a più di quarant’anni fa. Quello che ho in mente, o meglio ciò che ne resta, filtrato da una lente sempre più opaca, è il Moby Dick di Mario Ricci, un regista-drammaturgo il cui nome non dice nulla a molti, perché il teatro è quanto mai volatile e perché, come ricorda Franco Cordelli, “Negli anni Sessanta non c’era chi filma tutto ciò che accade in scena”. Fra le messe in scena che ricordo di Ricci, James Joyce, I viaggi di Gulliver, Il Barone di Münchausen all’origine di quel teatro c’era dunque la letteratura, ma durante il viaggio dal libro al palcoscenico la scrittura originaria si faceva sempre più rarefatta e svaniva in un’impalpabile dissolvenza dalla quale affiorava solamente il ricordo che l’opera aveva impresso in Ricci lettore – come quando, vecchio ma anche solamente adulto, ritorni a un libro che avevi molto amato e, riaprendolo, non riconosci più il testo, o meglio: esso ti appare nella doppiezza del sogno, come quello e non quello – anzi decisamente non quello perché in tutti questi anni, ne hai fatto dentro di te una lenta e radicale riscrittura. Ricci era il più estroso esponente del “teatro d’immagine”, un genere (se lo si può definire così) verso il quale nutrivo qualche giovanile pregiudizio data la mia propensione, anche un po’ ossessiva, per il dialogo e per quella scrittura letteraria che mi porto ancora addosso. Ho molto lavorato sulla riscrittura teatrale ma nel senso opposto a quello di Mario Ricci: io sostituivo parole, lui le toglieva. Era inevitabile che tanta diversità finisse per trasformare il pregiudizio in fascino – lo stesso fascino che sarebbe scattato in un poeta barocco che avesse avuto occasione di leggere un haiku.
In questi giorni mi è tornata in mente la grazia di quel Moby Dick: gli attori indossavano teste di pesci danzanti su un piccolo palcoscenico; il Pequod di Achab era una barchetta di carta di giornale, come quelle che fanno i bambini, ma di due metri; di tanto in tanto una voce emanava qualche frammento del romanzo. Tutto qui. Un niente difficile da realizzare perché bisogna passare per la cruna del togliere. Mi verrebbe voglia di provarci, ma dovrei trovare uno scalpello molto resistente perché le incrostazioni della parola sono tante e dure come il basalto.
Di Mario Ricci, come dicevo, non è rimasto molto. Consiglio di leggere quanto ne ha scritto Franco Cordelli: http://archiviostorico.corriere.it/2010/novembre/28/Addio_Mario_Ricci_regista_del_co_9_101128078.shtml

 

Occhi di tonno. 29 aprile. Sala prove Astra

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Queste righe non intendono essere una nota di regia (un termine che oggi, per svariate ragioni, non mi corrisponde) ma un piccolo dénouement al termine della stagione di Radiospazio al Teatro Astra.
Nei due precedenti spettacoli (Il ritorno di Casanova e Il pipistrello) la mia funzione è stata quella di drammaturgo, un ruolo che non è molto chiaro nella nostra cultura e nella nostra pratica teatrale: meglio rifarsi ai tedeschi i quali di solito inquadrano le cose più meticolosamente di noi. Il termine tedesco Dramaturg sta a indicare un consulente letterario o teatrale che affianca il lavoro di una compagnia, un regista o comunque il responsabile di un allestimento (a dire il vero, pur nella lucida impaginazione tedesca, le mansioni del Dramaturg, come si vede, sono abbastanza varie). Comunque in Germania si opera una netta distinzione fra il Dramaturg e il Dramatiker, cioè colui che scrive i testi drammaturgici. Talvolta le due funzioni sono svolte da una stessa persona, e questo, appunto, è accaduto nel mio caso: sia per Il ritorno di Casanova che per Il Pipistrellosono decisamente andato oltre, dal  momento che ho operato due vere e proprie riscritture dei testi originali, non soltanto convertendo in dialogo ciò che era racconto ma anche inserendo nuclei drammatici nuovi ed estranei all’opera originaria: ad esempio, nel Pipistrello, la registrazione radiofonica della commedia di Faustino Perres “L’ombra del passato” prima delle prove nell’Arena Italia o addirittura l’introduzione di un nuovo personaggio, la Signora Fu, la cui natura meta-pirandelliana o post-pirandelliana gettava un’ombra lugubre e parodistica sulla commedia.
Questa troppo lunga, e tuttavia ancora molto parziale, confessione riguardo alle riscritture passate mi è sembrata, chissà perché, doverosa nei confronti del nostro pubblico prima che inizi il terzo spettacolo della trilogia di Radiospazio al Teatro Astra, Occhi di tonno del quale, per dirla alla tedesca, sono Dramatiker, cioè autore in proprio e non per interposta persona come negli spettacoli precedenti.
La prima stesura del testo risale a molti anni fa, l’ultima è terminata da qualche giorno, durante le prove. In tutto questo tempo la mia idea di teatro-racconto si è profondamente modificata, credo soprattutto per l’intensa attività di Radiospazio di questi anni; spettacolo dopo spettacolo, le funzioni di attore-narratore e di attore-attore sono diventate via via sempre meno distinguibili fino a sovrapporsi, quasi determinando una sorta di Io scenico polimorfo che agisce e narra nello stesso tempo. Non è certo mio compito addentrarmi in un’analisi critica di questo modello drammaturgico, mi piace invece ricordare che esso è nato dalla pratica scenica, dal lavoro con gli attori e dal rapporto col pubblico che, seguendoci con un’assiduità davvero confortante, ha condiviso tutte le tappe di questo nostro percorso con il quale, nell’ultimo spettacolo della trilogia, si chiude, per così dire, il cerchio ritornando all’impianto scenico dal quale eravamo partiti: l’attore-narratore alle prese col microfono e col tessuto della colonna sonora. La scommessa è che questo ritorno riproponga una forma solo apparentemente simile a quella di partenza e che, come avviene a colui che ha compiuto un lungo viaggio, porti a casa i frutti e i doni della sua esperienza. A.G.

Occhi di tonno. Dopo.

10151831_10152354880628514_5734498353189763234_nEcco che cosa resta
di tutta la magia della fiera:
quella trombettina,
di latta azzurra e verde,
che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi;
c’è la banda d’oro rumoroso,
la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.
Come, nel sgocciolare della gronda,
c’è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;

nell’umido cerino d’una lucciola
che si sfa su una foglia di brughiera,
tutta la meraviglia della primavera.

Se cercate questi versi di Corrado Govoni in rete scoprirete che qualcuno ne parla come di una “poesiola” semplice semplice e tra le più antologizzate della nostra letteratura, come se fosse un demerito: è un giudizio critico (?) che non riesce nemmeno a essere snob. A me sembra difficile trovare un’altra sintesi così perfetta del dopo, del prima e di un nuovo dopo.

Occhi di tonno. Questa sera.

big-eyeStraordinaria scoperta di uno scienziato giapponese: una sostanza contenuta negli occhi del tonno potenzia enormemente l’intelligenza umana. Un tycoon senza scrupoli, forte di molte di reti televisive, invade il pianeta con pillole d’occhi di tonno. Successo straripante ma l’abuso del prodotto provoca un’aggressività che porta all’omicidio. Chi fermerà il delitto di massa? E perché fermarlo?

gli attori: Roberto Accornero, Francesco Benedetto, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Luisa Ziliotto

voce speaker tv: Yoko Fujimoto

l’équipe: Claudia Conte, Francesco Ghisi, Enrico  De Santis, Lavinia Giammarruco.

disegno luci: Mariangela Durante

 

Occhi di tonno. Un percorso circolare. Teatro Astra 29 aprile

cerchio rossoQueste righe non intendono essere una nota di regia (un termine che oggi, per svariate ragioni, non mi corrisponde) ma un piccolo dénouement al termine della stagione di Radiospazio al Teatro Astra.
Nei due precedenti spettacoli (Il ritorno di Casanova e Il pipistrello) la mia funzione è stata quella di drammaturgo, un ruolo che non è molto chiaro nella nostra cultura e nella nostra pratica teatrale: meglio rifarsi ai tedeschi i quali di solito inquadrano le cose più meticolosamente di noi. Il termine tedesco Dramaturg sta a indicare un consulente letterario o teatrale che affianca il lavoro di una compagnia, un regista o comunque il responsabile di un allestimento (a dire il vero, pur nella lucida impaginazione tedesca, le mansioni del Dramaturg, come si vede, sono abbastanza varie). Comunque in Germania si opera una netta distinzione fra il Dramaturg e il Dramatiker, cioè colui che scrive i testi drammaturgici. Talvolta le due funzioni sono svolte da una stessa persona, e questo, appunto, è accaduto nel mio caso: sia per Il ritorno di Casanova che per Il Pipistrellosono decisamente andato oltre, dal  momento che ho operato due vere e proprie riscritture dei testi originali, non soltanto convertendo in dialogo ciò che era racconto ma anche inserendo nuclei drammatici nuovi ed estranei all’opera originaria: ad esempio, nel Pipistrello, la registrazione radiofonica della commedia di Faustino Perres “L’ombra del passato” prima delle prove nell’Arena Italia o addirittura l’introduzione di un nuovo personaggio, la Signora Fu, la cui natura meta-pirandelliana o post-pirandelliana gettava un’ombra lugubre e parodistica sulla commedia.
Questa troppo lunga, e tuttavia ancora molto parziale, confessione riguardo alle riscritture passate mi è sembrata, chissà perché, doverosa nei confronti del nostro pubblico prima che inizi il terzo spettacolo della trilogia di Radiospazio al Teatro Astra, Occhi di tonno del quale, per dirla alla tedesca, sono Dramatiker, cioè autore in proprio e non per interposta persona come negli spettacoli precedenti.
La prima stesura del testo risale a molti anni fa, l’ultima è terminata da qualche giorno, durante le prove. In tutto questo tempo la mia idea di teatro-racconto si è profondamente modificata, credo soprattutto per l’intensa attività di Radiospazio di questi anni; spettacolo dopo spettacolo, le funzioni di attore-narratore e di attore-attore sono diventate via via sempre meno distinguibili fino a sovrapporsi, quasi determinando una sorta di Io scenico polimorfo che agisce e narra nello stesso tempo. Non è certo mio compito addentrarmi in un’analisi critica di questo modello drammaturgico, mi piace invece ricordare che esso è nato dalla pratica scenica, dal lavoro con gli attori e dal rapporto col pubblico che, seguendoci con un’assiduità davvero confortante, ha condiviso tutte le tappe di questo nostro percorso con il quale, nell’ultimo spettacolo della trilogia, si chiude, per così dire, il cerchio ritornando all’impianto scenico dal quale eravamo partiti: l’attore-narratore alle prese col microfono e col tessuto della colonna sonora. La scommessa è che questo ritorno riproponga una forma solo apparentemente simile a quella di partenza e che, come avviene a colui che ha compiuto un lungo viaggio, porti a casa i frutti e i doni della sua esperienza.

 

Occhi di tonno. Teatro Astra 29 aprile. Breve nota a margine

Occhi di tonno. Teatro Astra 29 aprile. Breve nota a margine

Ultimi giorni di prova. In alcuni passaggi l’aggressività indotta dagli occhi del tonno giunge al parossismo. Dietro di esso si riesce a intravedere un certo sorriso di cui non si legge bene la natura.

Occhi di tonno. Ricognizione 4. Fra le onde del kitsch. Teatro Astra 29 aprile

Da quando Visconti utilizzò il famoso “Adagietto” in Morte a Venezia, su Mahler si proiettano le ombre del kitsch le quali diventano sempre più impalpabili, e di conseguenza più insidiose, quando il discorso s’innalza alle regioni del Sublime come nel caso di questo movie cult di lungo corso; nel finale, il professor Aschenbach, seduto su una sdraio con capelli e i baffi tinti in un patetico tentativo di mascherarsi da giovane, muore contemplando l’agognata e impossibile figuretta dell’adolescente Tadzio inquadrato in mezzo controluce mentre l’”Adagietto” lavora gli animi induriti degli spettatori e li frolla sino a farli diventare una pasta morbidina, pronta per essere fecondata dalle immagini. È un lavoro di squadra perfetto, quello che svolgono la musica e le immagini in Morte a Venezia e forse il sospetto di kitsch nasce proprio da una simile perfezione che produce una sorta di eccesso di buon gusto.
Questo film di Visconti mi è tornato in mente durante il montaggio musicale di Occhi di tonno quando il mio pensiero è andato alla “Marcia funebre” della prima sinfonia in re maggiore di Mahler. Si trattava di sonorizzare una situazione scenica piuttosto lugubre, ambientata nei sotterranei di massima sicurezza dell’imprenditore Broz che si commuove (?) davanti alle foto di una casalinga uccisa (come al solito, mi scuso di non poter dire di più sulla trama). In un primo momento ho pensato, appunto, all’effetto ridondanza che avrebbe potuto produrre l’abbinamento “Marcia funebre”/fotografie di casalinga uccisa ma mi sono ben presto tranquillizzato quando mi sono reso conto che nel mare del kitsch e nella ridondanza lo spettacolo ci stava nuotando fin dall’inizio.

 

Occhi di tonno. Ricognizione 3. Broz

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Teatro Astra, 29 aprile

L’uomo per il momento non ha un volto ed è un bene perché le congetture sono il terreno migliore su cui lavorare. Di lui, presentandolo, si dice: “Broz. Non è un rigurgito, è un imprenditore mediatico che ha rubacchiato otto reti televisive più quattro congelate dal Tribunale Europeo.” Ora, non è proprio il caso di servirsi di questo indizio per strangolare quelle delicate creature che sono le congetture per giungere a una conclusione univoca e affrettata: Broz possiede un certo numero di reti televisive, ha una visione, per così dire, molto basica dei rapporti umani (sesso compreso) ma bisogna resistere alle facili analogie altrimenti si rischia di perdere di vista una questione molto più importante: che rapporto hanno i maleodoranti occhi del tonno con l’impresa mediatica?

Occhi di tonno. Ricognizione 2. La vecchia Europa

In questo spettacolo il filo dell’azione attraversa gli scenari più disparati. Tutto era iniziato in uno squallido bicamere di Kyoto (non abbiamo detto molto riguardo al fatto, ma Occhi di tonno non è privo di suspense quindi non possiamo svelare troppo); qualche minuto più tardi ci ritroviamo nel cuore della vecchia Europa, diciamo dalle parti di Coblenza. Secondo la sintassi di Radiospazio le scene sono ridotte al minimo, quindi niente diapositive con fiume Reno e macchie di alberi verdescureggianti né tanto meno fondali dipinti a mano con la Rocca di Loreley sullo sfondo. Al posto di queste invasive soluzioni sceniche, una musica: che non è poco. Sarebbe inutile annoiare il lettore ripercorrendo tutte le perplessità che hanno accompagnato la scelta del brano che doveva rappresentare il cuore della vecchia Europa, ve lo proponiamo direttamente, in anteprima, dalla Budapest Klezmer Band.

Occhi di tonno. Il profumo del manga.

manga coltello insanguinato piccolo

Teatro Astra, 29 aprile

Non li ho mai frequentati, anzi li conosco solo di vista, ma in questi giorni di lavoro su Occhi di tonno mi sono venuti in mente i manga. Osamu Tezuka, uno dei padri storici dei manga, affermò che le sue prime tavole erano state ispirate dai grandi occhi del Bambi disneyano (un film che, tutti lo ricordano, trova il suo climax nella straziante morte di mamma cerva). I personaggi dei manga, con i loro occhioni, i loro nasini, le loro bocchine, sono tutti bambini ma i loro autori li proiettano con la massima naturalezza nei generi più disparati, dalla fantascienza al porno. Il contrasto fra le angeliche creature e i pervertiti, gli stupratori, i mostri spaziali, i robot assassini con i quali si combinano e si scontrano è palese, e diviene dirompente quando i piccoli (?) protagonisti si rivelano capaci di reagire con spaventosa violenza ai loro nemici; il sangue scorre, si pratica la più disinvolta macelleria ma la prima infanzia continua ad aleggiare su questo panorama orrifico come una nube d’infanzia implicita, indeformabile. Occhi di tonno, credo, presenta un contrasto analogo: si uccide, anche trucemente, ma gli assassini vivono in un altrove che è molto lontano dai loro gesti.

Occhi di tonno. Aspettando.

 

Teatro Astra 29 aprile

attore sfuminoQuesto non è un racconto: so che qualcuno potrebbe pensarlo vedendomi al microfono – che in questa inquadratura è troppo invasivo, avevo raccomandato di non riprendermi frontalmente. Per non parlare poi del copione a cui farò ricorso durante lo spettacolo. Ma non lo è (un racconto, intendo), anche se mi sentirete dire, per esempio: “Il fiume Reno scivola via depresso, dopo aver bagnato Stolzenfels, Rheinstein e Sooneck”. Lo so, stampate sulla pagina, queste parole hanno la tipica faccia da racconto precotto, sul genere di “La marchesa uscì alle cinque” e di tutte le altre innumerevoli frasi della stessa famiglia. Ma (dovrei proprio riuscire a eliminare qualche ma) provate a immaginare tutte le forme sulle quali un attore può modellare uno straccetto letterario come questo, alle risonanze che la sua voce può trasmettere al monotono cigolio di una polverosa carrozza narrativa per trasformarlo in una dinamica azione verbale. E ci saranno tante altre voci, insieme alla mia, sul palcoscenico di Occhi di tonno, voci e personaggi che si affacciano un attimo per svanire  e riapparire trasmutate in un continua girandola delle identità. Quella che all’origine era la voce del racconto si frantuma in una molteplicità di voci dalle quali nasce la rappresentazione. Così dovrebbe essere, io credo.