Interno 900. Appunti per uno spettacolo in costruzione – 2. Il teatro d’arredamento e i tarli

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Aggiornamento della bacheca. L’interno incomincia a delinearsi sommariamente. https://padlet.com/alber_gozzi/o3audxefwcsv

 

Martedì 14 giugno, un aperitivo e la storia di MARIA D’BERLÒC

Questi e molti altri personaggi potrete ascoltare da
Eleni Molos
Martedì 14 giugno
all’aperitivo con Ida Bassignano

Libreria Binaria Book, via Sestriere 34, Torino
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Maria d’Berlòc

Una sera d’inverno che andava a prendere la razione di latte alla fattoria di mare Giuàna, ed era già buio, quel buio che ingoia il profilo conosciuto delle cose, qualcuno l’aveva tirata dentro le stalle tenendole la mano chiusa sulla bocca perché non potesse gridare. Lei era come morta, le avevano sbattuto la testa contro la mangiatoia, forse era svenuta. Quando si era ripresa era sola e sentiva male in tutto il corpo, soprattutto in mezzo alle gambe.

Güstu ciòt

Un omino, dalla testa grossa, gobbo e con le gambe quasi incrociate, che cammina dondolando e spostando a fatica il peso da un’anca all’altra: questi muta l’espressione della faccia schiacciata e rugosa, tesa in un largo sorriso, quasi una smorfia, e diventa di colpo maligno, minacciando con il suo bastone corto e nodoso la bam-bina che corre via urlando.«Güstu ciòt! Güstu ciòt» esplodono gli uomini e gli offrono da bere con l’aria di difendere un loro diritto contro le donne, che, invece, con le facce scure, hanno già cominciato a insultare lo storpio e a cercare di cacciarlo via.

Lola

No: si può andare dai Pès, i contadini che abitano alle spalle del muretto di recinzione degli orti, si può giocare con i cani da pastore e i gatti rachitici dentro il loro cortile, ma a Berlòc non si va. «È lontano» dice vagamente la nonna.
Dopo vari tentativi il tabù si è impresso nella coscienza di Lola: Berlòc resta un luogo indistinto: un bosco, una casa, un mistero, il cui pensiero dà un po’ di malessere: «C’è gente cattiva laggiù» si è lasciata sfuggire una volta la nonna.
E per Lola da allora a Berlòc c’è la casa delle masche.

Carmen la bella

Così, quando Ernesto tornò davvero, Carmen precipitò nelle sue braccia e il percorso biologico si compì fino in fondo: lei rimase incinta. Combattuta tra il sentimento di sfida e la vergogna, fu presentata alla famiglia di lui, in vista delle nozze riparatrici. Della gravidanza non si parlò mai, ma il senso di colpa rimase per sempre annidato al fondo della coscienza di Carmen.

Con Ida Bassignano, Cristina Bracchi e Alberto Gozzi

Il video della domenica. VITA DA FORMICHE

Sarebbe troppo facile approfittare di questo video amatoriale per improvvisare un apologo che, in quanto troppo trasparente, risulterebbe barboso e moraleggiante. Forse qualcuno ne apprezzerà gli impliciti riferimenti allo zen, altri, più pragmaticamente, alla propria ansia quotidiana e alla propria capacità di affrontare le situazioni.

Capita, a volte, che un libro… IDA BASSIGNANO, MARIA D’BERLÒC

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Capita, a volte, che un libro veda la luce un po’ tardi, come certi bimbetti non pianificati che vengono a mettere sottosopra una casa tranquilla, assestata nel tempo e magari anche priva di una stanza attrezzata in cui comprimere tutta quella infantile invadenza. Questo è accaduto a una cara amica, Ida Bassignano, che dopo molti anni passati fra teatro e radio (con qualche distrazione televisiva) ha tirato fuori questo piccolo romanzo che col teatro non ha apparentemente a che fare. Dico apparentemente perché nel lavoro di Ida (di regia e di scrittura) il racconto c’entra invece molto; le sue drammaturgie e le sue messe in scena tendono a una narrazione che sviluppa una galleria di figure femminili disegnate con una leggerezza attenta e anche un po’ beffarda, collage di donne che ricordano attrici lontane, parenti sbiadite, ipertrofiche signore di una certa (a volte presunta) buona società verso la quale Ida ha un rapporto di attrazione/repulsione molto fertile. Qui, in questo romanzo, quella sua attenzione prende sottobraccio la memoria e le due imboccano in buona armonia la strada della scrittura sulla pagina anziché quella della scrittura scenica. Quando Ida mi accennò a questa impresa, me ne stupii: per una sorta di orgoglio altezzoso e un po’ snobistico di categoria, mi è cara l’idea che un drammaturgo si astenga dal mescolarsi alla turba indifferenziata di chi scrive romanzi, e che come l’ascetico e aristocratico scudiero di Lazzarillo de Tormes debba delibare con un certo sdegno, giorno per giorno, la sua faticosa condizione. Oggi devo dire che, a parte i miei sussiegosi pregiudizi, Ida ha fatto bene a scrivere questo libro e l’editore Iacobelli a pubblicarlo.
Ve ne proponiamo un piccolo frammento, ma sull’argomento torneremo presto, prima del 14 giugno, in occasione della presentazione del libro a Torino, alla quale siete fin d’ora invitati.

La portina verde.
Bruchi. Mai più visti così. Bruchi sgargianti, verde o azzurro intenso, con i peduncoli gialli o rosso fuoco.
‘Gatte pelose’ striscianti su un ramo come un pezzo di pelliccia nera che si muove.
Oleandri rosa e bianchi nei mastelli di legno, che la nonna d’inverno fa trasportare in cantina dai contadini più robusti.
I fiori carnosi e inebrianti della vecchia magnolia e le ortensie azzurre e rosa vicino al fosso (la bialèra).
Le lunghe siepi di bosso verde scuro, sagomate a muretto e a pagoda, limiti tra i giardini e gli orti.
Gatti, gatte, gattini, che saltellano, si strusciano o dormono nelle aiuole di portulache arancioni, o dentro le siepi, su un incrocio di rami, o sulla panchina di pietra calda di sole… e i cani, che li annusano o li cacciano, legati a corda lunga sotto il pino.

E la finestra dipinta sulla facciata, con le persiane verde stinto chiuse, a nascondere sicuramente una stanza segreta.

E la cucina con la stufa economica sempre accesa, dove tutti vivono d’inverno, e la sala da pranzo che odora di muffa, coi ritratti di famiglia; il pianoforte scordato; lo stanzino foderato di librerie coi libri proibiti; il salotto con la boiserie sulla parti basse delle volte affrescate, dove asciuga il grano rovesciato a terra in montagne d’oro vecchio….
Questo è il mondo di Carola, chiamata Lola.

Ida Bassignano, Maria d’Berlòc, Iacobelli editore

 

Interno 900. Appunti per uno spettacolo in costruzione – 1

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Incominciano i lavori per uno nuovo spettacolo, non si sa quanto probabile né quanto programmabile.  https://padlet.com/alber_gozzi/o3audxefwcsv

 

Il video della domenica. JACOB FREY, THE PRESENT SHORT FILM. 4′

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click scrittaE’ una storiellina, ma costruita con una certa abilità, che si manifesta in almeno due colpi di scena. Pur non conoscendo il curriculum dell’autore, si può dire comunque che ha fatto buon uso dei manuali di sceneggiatura americani, a volte ingiustamente vituperati.

XXIX Salone Internazionale del libro di Torino. Per qualche grado di euforia in meno

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Nonostante  la pioggia, le nuvole dell’euforia s’infilano sulle scie dei taxi e dei mezzi pubblici che portano al Lingotto. Finalmente si legge. Sotto il patrocinio degli enti, sotto lo sguardo dei docenti di ogni grado, il bouquet del libro si decanta e si spande. I media sparano dirette, i bambini compitano – quelli in età prescolare ritagliano e pasticciano con le dita più eccitate che mai (è la spontaneità da Salone); i liceali muovono i primi passi sui sentieri della critica, gli universitari girano fra gli stand con in tasca il romanzo dattiloscritto dell’anno prima (non se ne può scrivere uno ogni anno). Le tipografie hanno appena sfornato le citazioni da esporre come bandiere (“Un uomo che legge ne vale due”. Valentino Bompiani). Le postazioni sgranchiscono i tentacoli in previsione delle prede (“E’ appena giunto alla nostra postazione Maurizio Corona!”). Tutto gira. Il 17 maggio sapremo quanto velocemente avrà girato, quanti visitatori si saranno accalcati. E qualcuno, commentando i lusinghieri risultati, concluderà con una certa fierezza: “Da domattina, al lavoro per la XXX edizione del Salone!”.
Invece noi, prima del vortice, ci fermiamo su una pagina di Maurice Blanchot, un antieuforizzante molto efficace.

Nei quaderni di viaggio degli scrittori, non è strano trovare confessioni del genere: «Tutti i giorni questa angoscia al momento di scrivere», e quando Lomazzo ci parla dello sgomento che coglieva Leonardo quando si accingeva a dipingere, questo lo capiamo, intuiamo che potremmo capirlo.
Ma uno che ci confidasse: «Sempre ansioso al momento di leggere», un altro che non potesse leggere se non in rari momenti privilegiati, oppure quello che trascorresse un’esistenza fra i tormenti, rinunciando a vivere, a lavorare e alle gioie del mondo per aprirsi un cammino verso rari istanti di lettura, certo gli troveremmo un posto accanto a quella paziente di Pierre Janet che non leggeva volentieri perché, diceva, «Un libro che si legge diventa sporco».
La musica, la pittura son mondi nei quali penetra solo chi ne possiede la chiave. Questa chiave sarebbe il «dono», questo dono sarebbe l’incantamento e la comprensione di un certo gusto. L’amatore di musica, l’amatore di quadri sono personaggi che indossano palesemente le loro preferenze come un male delizioso che li isola e del quale sono fieri. Gli altri riconoscono modestamente di non avere orecchio.
Leggere non richiede alcun dono e fa giustizia di questo ricorso a un privilegio naturale. Autore, lettore, nessuno ne è dotato, e chi se ne sente dotato, sente soprattutto di non esserlo, si sente infinitamente disarmato, privo di questo potere che gli viene attribuito, e come essere «artista» è ignorare che esiste già un’arte, ignorare che c’è già un mondo, leggere, vedere e capire l’opera d’arte esige più ignoranza che sapere, esige un sapere che investe un’immensa ignoranza, e un dono che non è stato in precedenza donato, che bisogna ricevere ogni volta, acquisirlo e perderlo, nell’oblio di se stessi.

Maurice Blanchot, Lo spazio letterario, “Leggere”

Il video della domenica. GRANT WOOLARD. A Classical Music Mashup. QUELLE 33 TESTOLINE CHE SUONANO E BALLANO SU E GIU’ PER LE SCALE

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 Per molti, il mondo della musica che viene definita classica appare come una caverna gigantesca nella quale i temi musicali si rincorrono e si sovrappongono in una specie di boato fluviale in cui si riconosce per un attimo una melodia che si è ascoltata una volta ma della quale è impossibile ricostruire l’autore. Il giovane Grant Woolard si è divertito a mixare (ma forse lui preferirebbe “mashuppare”) cinquantasette notissime melodie di trentatré autori rivestendole col suono di una pianoletta senza pretese, e tanto per non generare frustrazioni nell’ascoltatore, identifica i musicisti che si affacciano sul pentagramma con nome e relativa testolina. Il video ricorda, anche per via del colore, delle arachidi – e in effetti le si sgranocchia con piacere, come di fronte a una giostrina domenicale.

Quanto denaro/quanto sapere? Edoardo Lombardi Vallauri, MENTALITÀ AZIENDALE TARDIVA

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“Non c’è niente da fare, qui ci vuole un manager.” In questa affermazione risuona lo stupido ricatto della modernità che noi abbiamo troppe volte subito (quasi sempre, confessiamolo) – perché occorre avere una forte autoimmagine per sottrarsi a questo genere di ricatti . Nonostante il manager sia di casa in tv e svolazzi nelle conversazioni, nonostante sia oggetto di ammirazione (semiproletaria) o di esecrazione (semiradical), nonostante qualche nostro amico o amica abbia un marito o una moglie manager (più pregiata, la versione femminile), i tratti di questa figura ci sono sempre apparsi inafferrabili, come quelli di certi personaggi – per lo più ambigui – che Chester Gould disegnava con una sigaretta fra le labbra per appannarne il volto con le volute di un fumo criminaleggiante. Naturalmente il manager si guarda bene dal fumare: è al suo interno che si condensano i vapori di varie, disparate competenze dalle quali ci sentiamo esclusi; l’istinto ci dice che questo nostro ignorare è tendenzialmente provvidenziale, come la diffidenza dell’animale verso le bacche velenose, ma si tratta di un sentimento impalpabile e soprattutto ineffabile: infatti stiamo zitti e lo subiamo come uno dei tanti mali del secolo. Il bell’articolo di Edoardo Lombardi Vallauri pubblicato su “Le parole e le cose” ambienta il manager in un habitat che fino a qualche decennio fa sarebbe apparso a tutti sorprendente, ma nel quale il nuovo arrivato sembra trovarsi benissimo, l’Università.

Per oggi

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Per oggi lo lasciamo così, pronto. Pronto e basta. Dice: “Una vacanza?”. “No, è proprio un’attesa. La curiosità di vedere se entra qualcuno. Per abitudine, o anche per sbaglio”. Dice: “Non credo, anche i più affezionati vengono se vedono in vetrina un po’ di sostanza. Un bel post, una bella immagine e un titolo allettante.” Dico: “Non mi faccia parlare.”

Ancora a proposito del Bardo. Maria Dolores Pesce, APATIA E VIOLENZA DI UN GENERALE SHAKESPEARIANO

foto coppiaNelle foto di Tommaso Le Pera: a sinistra, Eros Pagni; a destra, Raf Vallone (suo fratello Marco Andronico), Pagni, Almerica Schiavo (sua figlia Lavinia), Luca Zingaretti (Lucio, un altro suo figlio)

Se l'”After Shakespeare” del TPE da domenica si riposa un poco, proseguono i contributi shakespeariani. Eccone uno di Maria Dolores Pesce, che volentieri pubblichiamo. Si riferisce al “Tito Andronico” per la regia di Peter Stein, Stabile di Genova 1989/1990

È un doppio ritorno quello che riconduce il generale romano Tito Andronico dalla vittoriosa guerra sui barbari Goti all’Urbe. Un ritorno fisico dalle selvagge foreste del Nord alla civilissima città centro di un immenso impero. Ma è anche un ritorno interiore e psicologico dal comando di un esercito imperiale, dal ruolo pubblico cioè, alla famiglia.
Nella tragedia shakespeariana omonima, dalle fonti incerte e storicamente scarsamente attestate, si realizza dunque un viaggio in cui si sovrappongono e si mescolano epoche e storie personali in una sorta di pendolo drammaturgico, magistralmente sostenuto dalla scrittura del bardo, tra arcaico e moderno. Antenati e discendenti, in un ripetuto e ineludibile servaggio del sangue, chiedono sacrifici e reciproche vendette (quella di Tito sui figli di Tamora, la selvaggia e bellissima regina dei Goti, e quella, uguale e contraria, di quest’ultima sui figli dell’Andronico), chiedono violenza e morte. La legge e la politica chiedono gerarchie e strutture che da quel servaggio si devono riscattare. Ecco dunque che, paradossalmente, quella violenza è esercitata con distacco, quasi fosse un dovere civico e quel sangue che scorre senza freni in scena e nella storia può essere contemplato e sopportato nella apatia. Apatia che, in Shakespeare, è distacco stoico e non l’indolenza che nel moderno sentire si è sovrapposta, per debolezza, a quel primo forte significato.

 

“After Shakespeare”, la maratona a metà percorso

imageLe luci led e il sontuoso lampadario che troneggia al centro del salone, ma che figurerebbe benissimo in un teatro ottocentesco all’italiana; le poltrone quasi virtuali delle platea, in un plexiglas che finge di non esserci, segno di un Moderno che avvolge maliziosamente la Tradizione, e al centro un palcoscenico strutturato intorno a una pedana di legno prezioso che nessun teatro impiegherebbe (chi sarebbe così matto da usare quelle assai pregiate per martoriarle con i chiodi?). La prima tranche della Maratona “After Shakespeare” si è snodata lungo l’asse Antico/Moderno, così com’era prevedibile, e ci sembra che l’agrodolce abbia funzionato. In scena, le pièce di Nicola Fano (“La signora Shakespeare”), Lia Tomatis (“Il sogno di Bottom”) e Donatella Musso (“Lady M”).
Questa sera, a iniziare dalle 19, la seconda tranche: “Puck e l’Allodola” (Alberto Gozzi), “Salvate Desdemona”) (Lidia Ravera), “A Losing Suit” (Sergio Pierattini).

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Shakespeare in salone. Questa sera (e domani sera) al Circolo dei lettori

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