
http://www.leparoleelecose.it/?p=22737#more-22737
“Non c’è niente da fare, qui ci vuole un manager.” In questa affermazione risuona lo stupido ricatto della modernità che noi abbiamo troppe volte subito (quasi sempre, confessiamolo) – perché occorre avere una forte autoimmagine per sottrarsi a questo genere di ricatti . Nonostante il manager sia di casa in tv e svolazzi nelle conversazioni, nonostante sia oggetto di ammirazione (semiproletaria) o di esecrazione (semiradical), nonostante qualche nostro amico o amica abbia un marito o una moglie manager (più pregiata, la versione femminile), i tratti di questa figura ci sono sempre apparsi inafferrabili, come quelli di certi personaggi – per lo più ambigui – che Chester Gould disegnava con una sigaretta fra le labbra per appannarne il volto con le volute di un fumo criminaleggiante. Naturalmente il manager si guarda bene dal fumare: è al suo interno che si condensano i vapori di varie, disparate competenze dalle quali ci sentiamo esclusi; l’istinto ci dice che questo nostro ignorare è tendenzialmente provvidenziale, come la diffidenza dell’animale verso le bacche velenose, ma si tratta di un sentimento impalpabile e soprattutto ineffabile: infatti stiamo zitti e lo subiamo come uno dei tanti mali del secolo. Il bell’articolo di Edoardo Lombardi Vallauri pubblicato su “Le parole e le cose” ambienta il manager in un habitat che fino a qualche decennio fa sarebbe apparso a tutti sorprendente, ma nel quale il nuovo arrivato sembra trovarsi benissimo, l’Università.