Sulle tracce della Medusa. L’ASSUNZIONE DI MEFISTOFELE. Audio/Radiospazio

mefistofele cielo montaggio 2 stretto corna lungheUn altro “Poemetto drammatico” di Arturo Graf (v. post del 22 maggio) realizzato da Radiospazio – è una miniserie, come i lettori avranno intuito. Una precisazione quasi superflua ma non si sa mai: “Assunzione” indica qui “salita al cielo”, un evento che nella dottrina cattolica è riservato, per quanto ricordo, a due soli personaggi, Gesù Cristo e la Madonna, certamente non a Mefistofele, che invece Graf rappresenta provocatoriamente alle porte del Paradiso. Il dialogo fra Dio e il Diavolo, di straordinaria (in quanto ambigua) ironia, ricorda quello di due vecchi, stanchi coniugi che, dopo averne fatte – ed essersene dette – di tutti i colori, decidono che non possono fare a meno uno dell’altro.

http://www.spreaker.com/user/7367339/a-graf-lassunzione-di-mefistofele

Dopo il 2 giugno 2014 questo audio potrà essere rimosso dal sito di Spreaker. Chi desiderasse ascoltarlo dopo questa data potrà farne richiesta al blog di Radiospazio.

Quelle schiave degli anni ’50. AUDIO

C_0_articolo_426460_listatakes_itemTake_1_immaginetakeA prima vista, l’audiodocumentario può assomigliare a quegli animali che sono riusciti a sopravvivere per molti milioni di anni, come il celacanto, un pescione a grandi scaglie che, non essendo commestibile, viene pescato solo per sbaglio e che anche per questa ragione, credo, ha potuto stabilire questo straordinario record di durata. Anche l’audiodocumentario se ne sta oggi per conto suo dopo aver vissuto una decorosa esistenza nei vivai della radio pubblica fino agli anni ’50, ma per inabissarsi senza rimedio con la nascita della televisione. Per svariati decenni, l’audiodocumentario ha nuotato in acque tanto buie e profonde da far pensare che fosse estinto – anzi, in realtà nessuno ci faceva caso: tranne i casi di parenti e amici, sono rari i casi in cui ci viene certificata una scomparsa; le cose e le persone svaniscono, per lo più, senza che ce ne accorgiamo. Invece l’audiodocumentario non se n’era andato, l’ha fatto riemergere Audiodoc, la prima associazione italiana di autori e autrici indipendenti di documentari (http://www.audiodoc.it/).
Vorrei proporvene uno di Lea Nocera e Daria D’Antonio, La fine delle case chiuse. Un racconto dell’Italia degli anni ’50, un documento e attuale in un’epoca in cui la Lega ripropone la riapertura dei casini.
http://www.audiodoc.it/documentario.php?id_doc=198&lang=1

 

 

L’evidenza di Sua Eminenza. “Il pipistrello” all’Auditorium Cottolengo

l'evidenza di sua eminenzaIn queste due ultime stagioni, intorno a Radiospazio si è creato un piccolo nucleo di pubblico: tanto affezionato quanto selezionato, verrebbe da dire, anche se per la verità nei sogni inconfessati di ogni teatrante c’è una grande platea che trabocca di spettatori – e anche se non sono affezionati e selezionati, pazienza.
Domenica 18 maggio, quando abbiamo replicato Il pipistrello all’Auditorium del Cottolengo, abbiamo incontrato un pubblico nuovo e a noi sconosciuto. Dopo un solo spettacolo non si può parlare di affezione ma l’empatia che circolava era forte. E salutare, direi. Per quanti non hanno visto lo spettacolo e leggono questo blog, ricordo che nella nostra riscrittura scenica Il pipistrello è un gioco di meta-meta teatro; nasce da un breve racconto di Pirandello che narra di una compagnia di comici alle prese con una modesta commediola di maniera. Durante le prove, un dispettoso pipistrello terrorizza le attrici e naturalmente non manca di farlo anche al debutto. La primattrice perde i sensi ma il suo svenimento infiamma il pubblico, annoiato fino a quel momento dalla banalità della commedia. Il fiasco annunciato si trasforma in successo. Di qui il dilemma: come si può riprodurre nelle repliche successive la fortuita combinazione pipistrello/svenimento (autentico) dell’attrice? Evidentemente non è possibile perché il conflitto fra verità e finzione è insanabile, dice Pirandello, che scrive questo suo racconto nel 1920, l’anno prima di Sei personaggi in cerca d’autore, cioè del testo in cui la sua riflessione sul teatro raggiunge il livello più alto e complesso. Su questo racconto abbiamo inoltre costruito una vicenda para-pirandelliana inventando un personaggio femminile, la Signora Fu, che ricalca in chiave ironica la Signora Frola di Così è se vi pare. Insomma, nello spettacolo circolano una serie di “meta” e di “para” che non finisce più perché combinandosi gli uni con gli altri tendono a proliferare indefinitamente. Mi dicevo, poco prima dell’inizio, che incontrare un pubblico nuovo con uno spettacolo in cui abbondano i piani di lettura e i riferimenti interni poteva riservare delle incognite. Ma, come recita uno del “Proverbi” di De Musset, “Impossibile tutto prevedere”, e qualche volta le incognite sono piacevoli, come quelle dell’altra sera. Da improvvisato cronista dello spettacolo, ne propongo due momenti esemplari. Il primo riguarda il passaggio da un prologo improvvisato che introduce all’azione scenica vera e propria: a luci di sala accese, due attori sfogliano un giornale cercando notizie sullo spettacolo che stanno provando; quando le chiacchiere, volutamente sciatte, sono terminate e sul palcoscenico si sono accesi i riflettori, si è levato un deciso “Oooh!” dal pubblico. Che era un sonoro “finalmente si recita”: non si poteva sottolineare meglio il passaggio dalla banalità del non-teatro alla pregnanza della rappresentazione. Il secondo passaggio riguarda l’entrata entrata in scena nei panni (scalcagnatissimi) di un vescovo: la compagnia (quella meta-teatrale) non aveva mezzi, questo lo si era capito, ma l’orrore di quel costume acquistato in rete per 16 euro, combinato col cipiglio indispettito dell’attore che doveva indossarlo, ha scatenato una risata che saliva e scendeva le scalinate dei “meta” e dei “para” con splendida agilità per affermare, anche senza enunciarla criticamente, la supremazia dell’evidenza scenica.

Una visione: Radiospazio taxi

taxi e radio piccolaIeri mattina, piccolo trasloco dal teatro Astra. Umile attrezzeria: un bicchierino, una bottiglia, un cestino con qualche fiore finto, una torcia elettrica ma qualche elemento un po’ più teatrale, come un tavolino ammiccante a un impossibile settecento e tre sgabelli grigi che con certe rifrazioni di luce e visti da molto lontano avrebbero potuto far parte dell’allestimento di un Goldoni in abiti moderni prodotto da uno Stabile di provincia poco dopo la scomparsa di Strehler.

Ci siamo serviti di un taxi-furgone.
Il tassista era eclettico ed estroverso, la militanza nel traffico non l’aveva appannato, anzi sembrava che ogni semaforo lo ritemprasse. Da uomo sagace, deduttivo e amante delle arti, s’interessò subito alle vicende della nostra formazione e quando seppe che si trattava di Radiospazio teatro la sua immediata simpatia nei nostri confronti si tramutò in amore, anzi in affinità elettiva. Amava e aveva sempre amato la radio, in particolare i radiodrammi. Nell’entusiasmo rievocò un’antica serie di Ellery Queen che io dovetti fingere di ricordare.
Ora, è straordinario il numero di persone che si professano devote ai radiodrammi e non parlo solo degli ascoltatori più attempati (la nostalgia, il dopo guerra, l’infanzia…): il tassista era giovane, sulla quarantina quindi deve aver ascoltato i gialli di Ellery Queen prima delle elementari. L’amore, l’entusiasmo per i radiodrammi non conosce età, il suo ricordo permane anche nei cuori di chi non l’ha conosciuto (una notorietà di natura straordinaria, quasi soprannaturale); fra i miei studenti è diventato addirittura trendy nonostante riescano ad ascoltarne solo pochi frammenti durante il corso.
Non sono in grado di spiegare questo fenomeno: forse il radiodramma, ormai tramontato e a suo tempo sepolto dalla rai sotto una colata di calce, suscita, per via della sua natura liquida,  impalpabile, un senso di solidale protezione come un tempo avvenne per gli indiani d’America costretti nelle riserve. Forse è irresistibile il profumo rétro che emana dal suo nome vecchiotto, un odorino di cui sono impregnate le soffitte e gli anni Quaranta così come lo erano quelle austere giurie che premiavano gli “autori drammatici” con statuette vittoriose montate su basi di marmo dalle venature funeree a ricordare che anche la gloria radiofonica è destinata a finire, come tutte, là sotto.
Ma la mente del tassista non aveva spazio per questi pensieri, al contrario galoppava verso il futuro, un futuro prossimo, a patto che lo si volesse costruire, nel quale sui taxi si trasmettono per i passeggeri radiodrammi di varia durata, a seconda del percorso. Fra le auto imbottigliate nelle ore di punta si sarebbero incrociate le trame e le voci degli attori formando un reticolo di narrazioni, di porte che scricchiolano e di musiche, di passi nella notte e di tamburi sommessi che sostengono le grida delle vittime, un radiodramma frammentario e inscatolato in ogni singolo taxi ma nello stesso tempo globale.
Una visione: Radiospazio taxi.

 

 

Paolo Poli.Teatro Carignano. Aquiloni.

paolo-poli-giovane-237457Nell’ “Intervista impossibile” con l’uomo di Neanderthal (scritta da Calvino per radio due nel 1974) il nostro progenitore polemizzava con l’azzimato giornalista che lo intervistava: “Ma cosa dici? Ma cosa parli? Non c’eri mica te! Io c’ero”. Probabilmente non è un merito “esserci stato”, cioè essere vecchi, così come non lo è, al contrario, essere giovani. Ma Paolo Poli, curiosamente, dava l’idea di esserci sempre stato anche da giovane, come un minerale fino a quel momento sconosciuto che il caso fa rinvenire a un gruppo di boy scout durante una passeggiata in montagna. A me è capitato di vedere i primi suoi spettacoli che risalgono alla fine degli anni Cinquanta nei quali egli era il mattatore ma che nascevano da una brillantissima idea di Aldo Trionfo. Insieme a Lele Luzzati, il grande regista genovese aveva dato vita a un’agile formazione teatrale, “La borsa di Arlecchino”. La formula era semplice e nuova: la prima parte era dedicata a un bouquet di poesie messe in musica (da Palazzeschi, a Penna ai classici della letteratura italiana), la seconda proponeva autori che in quegli anni erano del tutto sconosciuti o riservati a un’élite: Ionesco, Adamov, Beckett, Brecht, Genet, De Obaldia. Paolo Poli passava dal Tasso (memorabile un combattimento Clorinda/Tancredi insieme a Claudia Lawrence con cavalli e spade di cartapesta) alla prigione di Sorveglianza speciale con lo scafandro del grande attore che contrariamente al luogo comune non è un camaleonte, non ha bisogno di trasformarsi, gli basta solo esserci, anzi, nel caso di Poli, continuare ad esserci.

 

Il magma di Kataplixi.

anna montalentiCapita ogni tanto l’occasione di misurare all’improvviso i cambiamenti che, giorno dopo giorno (nel nostro caso, spettacolo dopo spettacolo), sono avvenuti sotto i tuoi occhi senza che tu te ne accorgessi. Naturalmente la colpa è tua, dovevi seguire con più attenzione le innumerevoli produzioni teatrali che nascono ogni giorno e intorno ai quali si creano altrettanti nuclei di pubblico o forse di piccole comunità. L’occasione mi è stata fornita da uno spettacolo di Kataplixi teatro, rappresentato al Fringe Festival di Torino, ai Murazzi sul Po, Anch’io ho avuto un’infanzia di merda eppure non mi lamento, ispirato a testi di Rodrigo Garcia. Lo spettacolo propone una serie di frammenti enunciati in prima persona ai quali gli attori (Francesco Gargiulo, Anna Montalenti, Alba Porto, Rebecca Rossetti) prestano corpo e voce. Col procedere dello spettacolo si delinea un Io polimorfo che ovviamente, per via della mimesi teatrale, non può essere ricondotto all’autore. Chi parla, dunque? Non direi i “personaggi”: la fluidità del montaggio scenico richiama l’immagine di un magma in cui gli elementi sono fusi, più che quella di una galleria nella quale si alternano soggetti e situazioni diverse (la struttura del cabaret, per intenderci); la Voce si rivela nelle sue svariate incarnazioni ma abita in un altrove non conosciuto a meno che non lo si voglia identificare con lo stesso spazio scenico. Questa difficoltà di trovare un referente è uno dei motivi d’interesse dello spettacolo. Ma vorrei tornare al cambiamento cui accennavo, che riguarda il rapporto fra il monologo e il racconto. Non è il caso di entrare in una questione delicata che comporterebbe troppi distinguo; m’interessa piuttosto l’atteggiamento degli attori di fronte ai materiali verbali che affrontano: fino alla prima metà dello scorso secolo (almeno) i monologhi costituivano una specie di sottogenere teatrale, emergevano dal grande repertorio classico come le ciliegie dallo strato di panna della torta, e come prelibatezze venivano proposte dai grandi attori durante le “Serate d’onore” (stucchevoli, alla lunga, perché della torta si finisce per sentire la mancanza). Col diffondersi del “Teatro del racconto”, la recitazione e la narrazione (intese come atti che contraddistinguono due domini fino ad ora distinti) si sono notevolmente ravvicinate e spesso tendono a sovrapporsi. Mentre assistevo allo spettacolo, il fenomeno mi sembrava rilevante ma mi rendevo conto che probabilmente non appariva tale agli attori i quali, per ragioni anagrafiche, si muovono con assoluta disinvoltura in questa regione ibrida nata dalla contaminazione mimesi/diegesi. Il che è senza dubbio un cambiamento.

Cantieri 2. Il trasloco

Burgtheater-PhotoTerminata una stagione teatrale, s’incomincia a traslocare nella prossima. Essa è molto lontana ma poiché viviamo in un Paese assai organizzato che non lascia nulla al caso bisogna programmarla con molto anticipo: nessun imprevisto deve minacciare il perfetto funzionamento della macchina teatro. Dunque si fanno i bagagli cercando di metterci dentro idee nuove – ma si finisce per infilarne anche qualcuna usata ma ancora in buono stato, nel caso che il Committente non voglia rischiare troppo.
Questo è il trasloco del famoso regista Claus Peymann al prestigioso Burgtheater, così come lo rappresenta Thomas Bernhardt in uno dei suoi dramoletti.

Peymann          Disfaccia le valigie, signorina Schneider
tiri fuori tutto quello che c’è dentro.
Segretaria        Guardi, un paio di attori sono soffocati
mentre due drammaturghi sono ammuffiti.
Peymann          Non possiamo farci niente, signorina Schneider,
il teatro è un processo letale.
Segretaria         Guardi questo drammaturgo
sembra che abbia la testa mezzo congelata.
Peymann           Non importa
penso che potrà servirci lo stesso.
Più tardi lo scongeli lentamente.
Segretaria         Gli attori sono tutti essiccati.
Peymann           Non importa
li rimetterò in piedi.
Segretaria          Fuori aspettano alcuni attori del Burghteater
Peymann           Ah sì, adesso dobbiamo dare loro un lavoro
non so ancora quale.
Probabilmente li ficco tutti dentro una grande messinscena di Shakespeare.
Sono come le prugne secche
che devono essere messe nell’acqua.

Thomas Bernhard, Claus Peymann lascia Bochum trasferendosi a Vienna come direttore del Burghteater. Ubulibri

 

 

Cantieri aperti.1

Schermata 2014-06-03 alle 19.17.54Ahimè, povero Yorick!…
Quest’uomo io l’ho conosciuto, Orazio,
un giovanotto d’arguzia infinita
e d’una fantasia impareggiabile.
Mi portò molte volte a cavalluccio…
Ed ora – quale orrore! – mi fa stomaco…
Ecco, vedi, qui erano le labbra
che gli ho baciato non so quante volte…
E dove sono adesso i tuoi sberleffi,
le burle, le capriole, le canzoni,
                                                                                                 i folgoranti sprazzi d’allegria
                                                                                                 che facevan scoppiare dalle risa
                                                                                                 le tavolate?… Chi si fa più beffa
                                                                                    ora del tuo sogghigno, con questa tua smorfia?

 Amleto, Atto V, Scena I

Bisogna pensare alla prossima stagione, ora, entro pochi giorni, anzi bisogna decidere, che è cosa molto più difficile. I pensieri, numerosi, troppi, sono mesi che si affacciano ma adesso, al momento buono, si sono fusi dando vita a un unico essere polimorfo, mutevole e contradditorio. I vecchi attori pensavano la loro vita come un cammino che attraversava un repertorio, dicevano: “Mi piacerebbe fare un Amleto prima di morire”. Una volta un’attrice mi confessò che sognava una Maria Stuarda. Le feci osservare che sarebbe stato necessario soffiar via quel sottile strato di polvere che si era depositato su questo grande classico ma della polvere non le importava niente, non l’aveva mica letto: per lei sarebbe stata una vera consolazione se avesse potuto interpretare, prima di morire, un personaggio condannato alla pena capitale. Credo fosse una specie di viatico. È difficile, oggi, fare scelte così istintive, anche se forse sarebbe saggio. Per fortuna c’è ancora qualche giorno prima della scadenza.

 

Occhi di tonno. Scarabocchio 1.

Dal magazzino delle immagini prendono forma nuovi racconti, rapidi schizzi o scarabocchi, come Francesco Ghisi ha voluto intitolare questa sua istantanea sullo spettacolo ancora fresco. Nel lavoro di Radiospazio teatro le scritture e le riscritture tendono a susseguirsi in un processo generativo: dal racconto al teatro, dalla scena al video: in forma di frammento, per ora.

La menzogna della parola/la “verità” dell’oggetto

munchausenAncora su Mario Ricci – spero che i lettori del blog non siano troppo sconcertati dallo spazio che dedico a un personaggio tanto sconosciuto da ingenerare il sospetto che sia immaginario: un blog è un filo che si dipana e forse il suo senso è proprio quello di scoprire passo dopo passo dove porta, sempre che si abbia la voglia e la pazienza di seguirlo.
Di Ricci, straordinario regista-drammaturgo degli anni Sessanta, ho sempre ricordato il Moby Dick col suo mare che sul teatrino (di pochi metri) non c’era ma che si generava nella mente dello spettatore grazie agli attori teste-di-pesce-e alla grande barchetta di carta, così come il romanzo (la Letteratura) trovava la sua realizzazione scenica grazie a una voce che ne proponeva alcuni brandelli – uso questo termine per analogia con l’immagine “brandelli di vele”, come se la narrazione di Melville fosse stata distrutta da una tempesta marina cui fossero scampati solo alcuni lacerti sfilacciati.
Il mare immaginato, il romanzo riproposto per frammenti con la complicità di una luce azzurrina, creavano l’illusione del sogno – non di un sogno, ma l’illusione di sognare, di poterlo fare, e per di più in un teatro-scatola nel quale eravamo racchiusi tutti insieme, pubblico e attori.
Non rimandava al sogno, invece, un altro spettacolo di Ricci, Il barone di Münchausen. Sulla scena spoglia agivano piccole macchine sceniche gratuite e giocattolini meccanici, di quelli caricati a chiavetta che, girando insensatamente su se stessi, producono una spirale ipnotica fine a se stessa e, al tempo stesso, una sorta di malinconia per la mancanza di un mondo del quale appaiono immotivatamente privi – forse la dimensione di un’infanzia che non si riesce più a ricordare.
Il Barone non c’era, lo sostituivano quegli atti scenici che facevano le veci delle sue improbabili bugie e che producevano un’eloquenza diversa da quella della parola. Non ho mai studiato Raspe ma credo che scrivendo le sue impossibili imprese volesse rivendicare alla fantasia il diritto di mentire o forse, più arditamente, creare un universo nel quale l’individuo (e quindi anche il narratore) potesse sottrarsi ai lacci della logica, della coerenza, della verosimiglianza. Giorgio Manganelli, in Letteratura come menzogna ci ricorda che “L’opera letteraria è un artificio, un artefatto di incerta e ironicamente fatale destinazione”; ossia, una “pseudoteologia”, dove “tutto è esatto, e tutto è mentito”; nel Münchausen di Ricci questa fertile doppiezza scompariva  e lasciava il posto alla presunta verità degli oggetti scenici, avvolti d’ironia ma anche di malinconia (le due sono cugine e spesso vanno a braccetto).

Ricordo ancora il breve scritto di Franco Cordelli su Ricci:
http://archiviostorico.corriere.it/2010/novembre/28/Addio_Mario_Ricci_regista_del_co_9_101128078.shtml

 

Occhi di tonno. Dopo.

10151831_10152354880628514_5734498353189763234_nEcco che cosa resta
di tutta la magia della fiera:
quella trombettina,
di latta azzurra e verde,
che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi;
c’è la banda d’oro rumoroso,
la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.
Come, nel sgocciolare della gronda,
c’è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;

nell’umido cerino d’una lucciola
che si sfa su una foglia di brughiera,
tutta la meraviglia della primavera.

Se cercate questi versi di Corrado Govoni in rete scoprirete che qualcuno ne parla come di una “poesiola” semplice semplice e tra le più antologizzate della nostra letteratura, come se fosse un demerito: è un giudizio critico (?) che non riesce nemmeno a essere snob. A me sembra difficile trovare un’altra sintesi così perfetta del dopo, del prima e di un nuovo dopo.

Occhi di tonno. Un percorso circolare. Teatro Astra 29 aprile

cerchio rossoQueste righe non intendono essere una nota di regia (un termine che oggi, per svariate ragioni, non mi corrisponde) ma un piccolo dénouement al termine della stagione di Radiospazio al Teatro Astra.
Nei due precedenti spettacoli (Il ritorno di Casanova e Il pipistrello) la mia funzione è stata quella di drammaturgo, un ruolo che non è molto chiaro nella nostra cultura e nella nostra pratica teatrale: meglio rifarsi ai tedeschi i quali di solito inquadrano le cose più meticolosamente di noi. Il termine tedesco Dramaturg sta a indicare un consulente letterario o teatrale che affianca il lavoro di una compagnia, un regista o comunque il responsabile di un allestimento (a dire il vero, pur nella lucida impaginazione tedesca, le mansioni del Dramaturg, come si vede, sono abbastanza varie). Comunque in Germania si opera una netta distinzione fra il Dramaturg e il Dramatiker, cioè colui che scrive i testi drammaturgici. Talvolta le due funzioni sono svolte da una stessa persona, e questo, appunto, è accaduto nel mio caso: sia per Il ritorno di Casanova che per Il Pipistrellosono decisamente andato oltre, dal  momento che ho operato due vere e proprie riscritture dei testi originali, non soltanto convertendo in dialogo ciò che era racconto ma anche inserendo nuclei drammatici nuovi ed estranei all’opera originaria: ad esempio, nel Pipistrello, la registrazione radiofonica della commedia di Faustino Perres “L’ombra del passato” prima delle prove nell’Arena Italia o addirittura l’introduzione di un nuovo personaggio, la Signora Fu, la cui natura meta-pirandelliana o post-pirandelliana gettava un’ombra lugubre e parodistica sulla commedia.
Questa troppo lunga, e tuttavia ancora molto parziale, confessione riguardo alle riscritture passate mi è sembrata, chissà perché, doverosa nei confronti del nostro pubblico prima che inizi il terzo spettacolo della trilogia di Radiospazio al Teatro Astra, Occhi di tonno del quale, per dirla alla tedesca, sono Dramatiker, cioè autore in proprio e non per interposta persona come negli spettacoli precedenti.
La prima stesura del testo risale a molti anni fa, l’ultima è terminata da qualche giorno, durante le prove. In tutto questo tempo la mia idea di teatro-racconto si è profondamente modificata, credo soprattutto per l’intensa attività di Radiospazio di questi anni; spettacolo dopo spettacolo, le funzioni di attore-narratore e di attore-attore sono diventate via via sempre meno distinguibili fino a sovrapporsi, quasi determinando una sorta di Io scenico polimorfo che agisce e narra nello stesso tempo. Non è certo mio compito addentrarmi in un’analisi critica di questo modello drammaturgico, mi piace invece ricordare che esso è nato dalla pratica scenica, dal lavoro con gli attori e dal rapporto col pubblico che, seguendoci con un’assiduità davvero confortante, ha condiviso tutte le tappe di questo nostro percorso con il quale, nell’ultimo spettacolo della trilogia, si chiude, per così dire, il cerchio ritornando all’impianto scenico dal quale eravamo partiti: l’attore-narratore alle prese col microfono e col tessuto della colonna sonora. La scommessa è che questo ritorno riproponga una forma solo apparentemente simile a quella di partenza e che, come avviene a colui che ha compiuto un lungo viaggio, porti a casa i frutti e i doni della sua esperienza.

 

Occhi di tonno. Teatro Astra 29 aprile. Breve nota a margine

Occhi di tonno. Teatro Astra 29 aprile. Breve nota a margine

Ultimi giorni di prova. In alcuni passaggi l’aggressività indotta dagli occhi del tonno giunge al parossismo. Dietro di esso si riesce a intravedere un certo sorriso di cui non si legge bene la natura.

Occhi di tonno. Ricognizione 4. Fra le onde del kitsch. Teatro Astra 29 aprile

Da quando Visconti utilizzò il famoso “Adagietto” in Morte a Venezia, su Mahler si proiettano le ombre del kitsch le quali diventano sempre più impalpabili, e di conseguenza più insidiose, quando il discorso s’innalza alle regioni del Sublime come nel caso di questo movie cult di lungo corso; nel finale, il professor Aschenbach, seduto su una sdraio con capelli e i baffi tinti in un patetico tentativo di mascherarsi da giovane, muore contemplando l’agognata e impossibile figuretta dell’adolescente Tadzio inquadrato in mezzo controluce mentre l’”Adagietto” lavora gli animi induriti degli spettatori e li frolla sino a farli diventare una pasta morbidina, pronta per essere fecondata dalle immagini. È un lavoro di squadra perfetto, quello che svolgono la musica e le immagini in Morte a Venezia e forse il sospetto di kitsch nasce proprio da una simile perfezione che produce una sorta di eccesso di buon gusto.
Questo film di Visconti mi è tornato in mente durante il montaggio musicale di Occhi di tonno quando il mio pensiero è andato alla “Marcia funebre” della prima sinfonia in re maggiore di Mahler. Si trattava di sonorizzare una situazione scenica piuttosto lugubre, ambientata nei sotterranei di massima sicurezza dell’imprenditore Broz che si commuove (?) davanti alle foto di una casalinga uccisa (come al solito, mi scuso di non poter dire di più sulla trama). In un primo momento ho pensato, appunto, all’effetto ridondanza che avrebbe potuto produrre l’abbinamento “Marcia funebre”/fotografie di casalinga uccisa ma mi sono ben presto tranquillizzato quando mi sono reso conto che nel mare del kitsch e nella ridondanza lo spettacolo ci stava nuotando fin dall’inizio.

 

Occhi di tonno. Ricognizione 3. Broz

uomo-invisibile

Teatro Astra, 29 aprile

L’uomo per il momento non ha un volto ed è un bene perché le congetture sono il terreno migliore su cui lavorare. Di lui, presentandolo, si dice: “Broz. Non è un rigurgito, è un imprenditore mediatico che ha rubacchiato otto reti televisive più quattro congelate dal Tribunale Europeo.” Ora, non è proprio il caso di servirsi di questo indizio per strangolare quelle delicate creature che sono le congetture per giungere a una conclusione univoca e affrettata: Broz possiede un certo numero di reti televisive, ha una visione, per così dire, molto basica dei rapporti umani (sesso compreso) ma bisogna resistere alle facili analogie altrimenti si rischia di perdere di vista una questione molto più importante: che rapporto hanno i maleodoranti occhi del tonno con l’impresa mediatica?