Blog Radiospazio. I più cliccati di agosto

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L’Aquila. Il fuori e il dentro

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queneau piuma

Un antidoto per le serate di poesia. Raymond Queneau, Una poesia

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scott fitzPiccoli frammenti per lui e lei. Francis Scott Fitzgerald, Taccuini

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Federico Fellini. L’ometto allo specchio. Audio/Radiospazio. durata 4’36”

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Un altro audio del giovane Fellini, che fra il 1939 e il 194o fa una breve ma intensa gavetta radiofonica prima di dedicarsi al cinema. La sua produzione è disimpegnata, veloce, artigianale ma contiene in embrione alcuni elementi della poetica felliniana. In questo “Ometto allo specchio”, per esempio, oltre al realismo magico che circola nella cultura italiana in quegli anni, si rivela un certo interesse per l’introspezione (con qualche compiacimento che poi scomparirà).

Per la lettura e per la scena: Pat Rushin, La velocità della luce

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Piccolo racconto dialogato, con un taglio finale che lascia sospesa la narrazione. Potrebbe essere il tassello di uno spettacolo ancora tutto da costruire montandolo con altri pubblicati in questo blog, perché no? Tempo fa, qualcuno mi ha chiesto perché andassi spargendo questi frammenti; mi piace pensare che fra i lettori ci sia anche un teatrante che va scegliendone alcuni per rimontarli sul filo di un suo personale spettacolo. Forse il senso di un blog ondivago come Radiospazio Teatro può anche essere quello di affidare dei materiali al vent0 della rete immaginando che vadano a ricomporsi da qualche parte e in qualche modo.

ATTORE    Una sera, mentre eravamo a letto a guardare lo show di Johnny Carson, mia moglie mi disse che era finita.
ATTRICE   Voglio divorziare.
ATTORE    Quando?
ATTRICE   Il più presto possibile.
ATTORE    Perché?
ATTRICE   Non resisto più. Mi stai facendo diventare pazza. Non ti amo.
ATTORE    Improvvisamente mi sentii in preda alle vertigini.
ATTRICE   Capisci?
ATTORE    Sei stanca. Dormi un po’. Ne parleremo domani.
Il mattino dopo la radio mi svegliò con con una notizia che cancellò dalla mia mente l’episodio della sera prima. Un comunicato degli scienziati di tutto il mondo annunciava che la velocità della luce stava aumentando: 301.561 chilometri al secondo la sera precedente, più di 304.000 al momento dell’uscita dei giornali.
«E adesso che facciamo? Ce la prendiamo con calma, ci lasciamo prendere dal panico, o che cosa?»
ATTRICE   Non c’è niente da fare. È finita.
ATTORE    La mattina trascorse velocemente, con la televisione che era diventata un caleidoscopio di domande, teorie, spiegazioni.
ATTRICE   Che cosa stai facendo?
ATTORE    Niente. Cerco di prendere questa cosa con calma.
ATTRICE   Come ti senti?
ATTORE    Non è facile. Ti aspetti che le cose continuino come sempre, poi all’improvviso qualche cosa che hai sempre dato per scontato…
ATTRICE   Mi dispiace che sia dovuto succedere. So che è stato un colpo.
ATTORE    Un colpo, sì.
ATTRICE   Non lo faccio semplicemente per capriccio. Voglio che tu lo sappia. Ci pensavo da anni. Ma c’erano i ragazzi… Ho già fatto le valigie. Ho chiamato un taxi. I particolari possiamo sistemarli dopo. Dimmi solo che capisci perché lo faccio.
ATTORE    Le cose intorno erano troppo luminose. Tutto stava andando sempre più veloce. Non riuscivo a pensare, non riuscivo a guardarla.
«Fare cosa?»
Lei mi strinse il braccio. Sentii che singhiozzava, e le diedi un colpetto affettuoso sulla mano.
«Servirebbe a qualcosa parlarne?»

Pat RushinLa velocità della luce
“Narratori di poche parole”, Guanda. traduzione Luigi Schenoni

Piccolo racconto dialogato. Tama Janowitz. Incursione da Tiffany.

 

tiffany nuovoQuesto frammento è ritagliato da un libro di racconti che ha quasi trent’anni, Schiavi di New York. La allora giovanissima autrice, Tama Janowitz, veniva associata a un manipolo di autori di punta come Easton Ellis e McInerney, molto letti anche in Italia. I plot di questi racconti, minimali e aggraziati, hanno, mi pare, qualcosa da dirci ancora oggi.

ATTRICE        Fred aveva un problema: gli piaceva fermare le ragazze per strada e portarle a far spese da Tiffany. Dato che era un musicista disoccupato e che viveva in un alloggio all’ultimo piano senza ascensore né acqua calda, questo gli causava spesso dei guai.
Una volta, mentre mangiava un gelato a Soho, fermò una ragazza.
FRED            Senti, sono un miliardario e mi diverto a portare le ragazze da Tiffany. Ti andrebbe di venire? Potresti prenderti qualcosa di bello – un braccialetto, non so.
ATTRICE     “Okay”, accondiscese la ragazza.
Per quasi un’ora, Fred e la ragazza esaminarono anelli di smeraldi, braccialetti di lapislazzuli e collane di perle. Alla fine lei scelse una cintura di coccodrillo e argento da 3.000 dollari.
FRED              Ottima scelta.
ATTRICE        Mentre la commessa stava preparandogli la ricevuta, Fred cominciò a frugarsi in tasca e nel portafoglio
FRED               Accidenti, ho scordato la carta di credito. Che idiota!
ATTRICE        La ragazza si rabbuiò, ma disse che non importava.
Quella notte, Fred rivisse più volte l’episodio nel ricordo. Gli parve di non essere mai stato più eccitato, più in armonia con l’esistenza, che in quell’ora passata da Tiffany. Fred riuscì a mettere in atto l’innocuo stratagemma ancora qualche volta; alla fine, però, i commessi incominciarono a conoscerlo, e quando uno di loro lo vide entrare con l’ennesima donna, chiamò la polizia. Venne arrestato e interrogato per alcune ore. Tiffany decise di non sporgere denuncia a patto che Fred non mettesse più piede nel negozio.Fred pensò di invitare le donne a comprare qualcosa da Cartier, ma l’entusiasmo originale era svanito, le donne non gli piacevano più tanto, pareva  che persino le sue composizioni musicali avessero perso l’antico vigore.

Tama Janowitz, Schiavi di New York, Bompiani, Traduzione Rossella Bernasconi

Piccoli frammenti per Lui e Lei. FRANCIS SCOTT FITZGERALD. TACCUINI

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Scott Fitzgerald e Zelda nel 1935

Se uno scrittore di culto apre le porte del magazzino nel quale ha accumulato pensieri, rapide note e progetti, non si può declinare l’invito perché la visita riserva spesso delle sorprese. Sergio Perosa, che ha curato l’edizione dei “Taccuini” per Einaudi, scrive che essi “Rispondono all’esigenza fondamentale dello scrittore: avere a disposizione tutto di sé, ogni filo o brandello che possa servirgli, un campionario di potenzialità da custodire anche allo stato embrionale.” Mi sento di aggiungere che in queste pagine si rincorre una miriade di personaggi, di frasi colte al volo e di fotogrammi che non mancano di incuriosire il lettore e, perché no?, il drammaturgo.

LEI        Dicono che hai offeso una delle ragazze.
LUI         Stupidaggini. Le ho detto soltanto che mi piacerebbe morderla sul collo. Vorrei che tutte voi signore aveste un collo unico, così potrei morderlo tutto in una volta sola. Vado matto per i colli delle signore.

* * *

 LEI        Mi prende il panico. Il Natale scorso pensavo di aver messo una croce sopra i ragazzi e poi, una sera, in maggio, l’orchestra continuava a suonare Poor Butterfly  e ce n’erano un sacco già in uniforme ed erano tutti commoventi e romantici come una volta. Cominciai a pensare e se la guerra dura altri cinque o dieci anni e li uccidono tutti? Più aspetto e meno uomini avrò fra cui scegliere – e se aspetto di innamorarmi di nuovo finirò con l’aspettare in eterno.

* * *

LUI         Quando sento la gente vantarsi della sua posizione e del suo status sociale, e tutto il resto, mi stravacco nella poltrona, scoppiando a ridere. Perché si dà il caso che io discenda direttamente da Carlomagno. Che te ne pare?
LEI         Josephine arrossì per lui.

* * *

LEI        Chiamami Topolino.
LUI        Perché?
LEI        Non lo so… era divertente quando mi chiamavi Topolino.

* * *

LEI        Sono arrivata alla conclusione che quest’ufficio non può continuare a ospitarci tutti e due. Uno di noi due deve andarsene: chi sarà?
LUI         Che vuole, signorina Powell, il suo nome è verniciato sulle porte: immagino che sarebbe più semplice se rimanesse lei.

* * *

LUI         Leggono un paio di libri e vedono qualche film perché non hanno nulla di meglio da fare, e poi dicono di essere di una grana più fine di te, e per dimostrarlo prendono il morso tra i denti e galoppano via con un gesto d’addio, quanto un cavallo imbizzarrito.

Francis Scott FitzgeraldTaccuini, Einaudi, traduzione di M. J. Bruccoli

Letture per la prossima stagione. Lagarce

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Le note di regia, i progetti di messa in scena realizzati o solamente immaginati da un maestro contemporaneo. Pensare il teatro come strumento per abitare e scrivere il mondo.

Al centro, c’è la lingua
Come regista, io sono al servizio di ciò che voglio raccontare, di ciò che, secondo me, l’opera racconta. Per raccontarla, mi baso sulla lingua, sulla struttura della pièce. Il soggetto più importante è la lingua. Sono le parole. La storia raccontata non m’interessa molto, inveve il modo in cui è raccontata mi appassiona.

Bisogna difendere la lingua contro l’immagine. Oggi noi viviamo nell’assenza della lingua. Nell’assenza del verbo. Basta ascoltare la pubblicità, leggere i giornali per accorgersene. Non sono contro il lavoro del corpo, mi sembra fondamentale, ma deve essere sostenuto da un discorso. Anche lo spettacolo muto, anche la coreografia più destrutturata devono fondarsi su un discorso altrimenti non hanno alcun valore. La vita più scialba può diventare interessante se esiste una forma che ce la racconti.

Raccontare qualcosa con e per gli altri
Quando chiesero a Beckett perché scrivesse, ha risposto: “Non mi resta altro.” Una volta ho risposto molto seriamente alla stessa domanda: io faccio del teatro per non essere solo. Quando scrivo, sono solo. In questo momento sto preparando La Cagnotte, e sono solo. Le persone che di solitio lavorano con me non sono qui. Forse ho incominciato a fare teatro per questa ragione, per essere in rapporto con gli altri.

Robinson. Agosto

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Il cantiere è aperto. Stiamo ancora elaborando il piano di produzione che non è semplice (riprese in esterni, location, ecc.). Il cast è in via di definizione ma non si chiuderà tanto presto perché lavoriamo anche sui personaggi che a prima vista possono sembrare minori. Per ulteriori informazioni, radiospazio.teatro@gmail.com.

Federico Fellini. Amiamoci così (canzone sceneggiata). durata 3’28”

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fellini.amiamoci così

Le canzoni sceneggiate, le parodie, le parafrasi dei motivetti in voga sono state il sale del varietà radiofonico che affonda le sue radici nei giochi di parole della prima età, spesso e volentieri coprolalici (Qualcuno forse ricorderà la versione infantil-popolare della sigla del Sandokan televisivo degli anni ’70: “Sale e scende la marea/Sandokan ha la diarrea”). Nell’Archivio di Radiospazio c’è una preziosa variazione sul tema di una canzone molto nota di prima della guerra, Amiamoci così, che faceva sognare dattilografe e signorine di buona famiglia. La firma, con intento parodistico e demistificante, Federico Fellini che in gioventù, prima di iniziare la sua avventura cinematografica, svolse una breve e intensa gavetta radiofonica.

Le piccole fatiche quotidiane del cuoco radiofonico

imageLa preparazione di un file sonoro registrato in precedenza, così come lo proponiamo settimanalmente nel nostro Archivio audio, richiede una certa dose di pazienza e di serenità interiore. Teoricamente si tratta solo di estrapolare un pezzo da un tutto (lo spettacolo registrato dal vivo) ma il vivo (di ogni genere, non solo quello radiofonico) recalcitra e riserva sempre qualche sorpresa – le persone viventi, ad esempio, sono meno accomodanti di quelle scomparse, tranne rare e terribili eccezioni. Tornando al nostro registrato, spesso, quasi sempre, il brano che c’interessa è preceduto da un collegamento narrativo che, se aveva un senso nello spettacolo, diventa del tutto fuori luogo nel racconto che proponiamo come autonomo. Dice: “Basta tagliare il collegamento”. Già, ma purtroppo il regista lo aveva mixato con una musica di sottofondo la quale funzionava come collante del brano recitato successivo (quello su cui stiamo lavorando) e tagliarlo a metà sarebbe come propinare all’ascoltatore un impudico moncherino musicale. Dice: “Come la sta facendo lunga!”. Dico io: “Beh, anche preparare un file sonoro già mixato non è tutto questo gran divertimento”. A parte i commenti e le interruzioni, un compromesso lo si trova per forza e si va avanti perché la strada è ancora lunga. Una volta che il “pezzo” è ben tagliato, bisogna ripulirlo dalle nervature e dai filamenti grassi che non a tutti piacciono (a me, sì, ma devo tener conto anche dell’ascoltatore schizzinoso). Fuor di metafora, queste parti sono i silenzi, le pause che l’attore ha sapientemente introdotto sul palcoscenico e che altrettanto sapientemente ha supportato con la sua mimica: mancando quella, l’ascoltatore schizzinoso (o impaziente, o ansioso) patisce quei vuoti e impreca. Si tratta dunque di accorciare tutte le pause, una per una, cercando di rispettare  il ritmo della recitazione – quando è possibile, naturalmente, perché spesso la voce è mixata alla musica e non ci si può far nulla. Poi ci sono altri accorgimenti sui quali preferisco sorvolare visto che sono di natura più delicata. Dice. “Meno male che sorvola, perché tutto questo, a noi frequentatori del blog, che cosa importa?” E’ una buona domanda che io mi sento di formulare a mia volta all’interlocutore immaginario: “Ai frequentatori del blog interessano i file dell’Archivio?”. Lo chiedo perché l’ultimo pubblicato, Gesù in tv, di un autore come Sebastiano Vassalli, ha totalizzato non più di cinque ascolti. Comunque la pubblicazione settimanale dei file continua: per quei cinque, e poi perché il vero fascino di un archivio è costituito dalla ridda dei ragnetti danzanti sulle loro vergini ragnatele, guardiani inconsapevoli di materiali che nessuno intende conoscere.

Sebastiano Vassalli. Gesù in tv. Radiospazio/Audio. durata 5’30”

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Ospiti che tirano torte in faccia al conduttore, annunciatrici che esibiscono il seno, suicidi che compiono il gesto estremo davanti alle telecamere: la galleria degli esibizionismi in tv è lunga e varia. 
Questa volta è Gesù in persona che deve risolvere un'”ospitata” televisiva per la quale non è affatto attrezzato. Lo sguardo del Cristo, che ignora le più elementari regole dei media, consente a Sebastiano Vassalli di costruire un monologo in bilico fra il paradosso e la moralità (fortunatamente, va detto, più sbilanciato verso il primo dei due poli)

 

Piccolo racconto per attrice e (volendo) attore. Somerset Maugham. Ritratto di un’attrice

Hedy_Lamarr-Algiers-38Esiste un repertorio orale, tramandato nei decenni, riguardante la vita quotidiana degli attori (dopo-teatro più o meno tumultuosi, amori capocomicali, tournée disastrose…). E’ un genere minore certamente non disprezzabile ma un po’ ripetitivo, per non dire asfittico. Per uscire da questo orizzonte leggermente angusto, ecco un frammento di Somerset Maugham, un autore recentemente riproposto da Adelphi.

ATTRICE        Era evidente che Charles non capiva. E non c’era da stupirsene. Per venti anni lei era rimasta sorda alle sue insistenze appassionate, ed era naturale che lui avesse lasciato ogni speranza. Julia si rese conto che doveva aiutarlo, e disse con dolcezza: «È tardi. Mostratemi questo nuovo disegno che avete comprato, e poi bisognerà che vada a casa».
Andarono di sopra.
Su una seggiola si vedevano posati con cura il pigiama e la veste da camera.
«Che bella camera da letto intima e allegra!», disse Julia.
Egli staccò dal muro il disegno incorniciato e lo portò dinanzi a lei
ATTORE        Vi piace? È un bel disegno…
ATTRICE        «Bellissimo».
Egli riappese il quadro al suo chiodo.
Quando tornò a voltarsi verso di lei la vide che si era avvicinata al letto e stava là con le mani dietro la schiena, un po’ come una schiava circassa presentata da un Grande Eunuco a un Visir.
«Che meravigliosa serata!» disse con languore. «Mai mi ero sentita vicino a voi come stasera…»
I suoi begli occhi erano pieni di tenerezza e di abbandono, e un sorriso, pure d’abbandono, errava sulle sue labbra.
Ma vide il sorriso di Charles congelarsi. Egli aveva capito.
«Accidenti» pensò. «Non mi vuole. È stato tutto un bluff.»
Per un momento rimase impietrita.
«Accidenti», pensò lui «e ora come faccio a cavarmela? Che figura da idiota».
Non poteva insistere in quella posa… Doveva trovar subito un ripiego.
«Come sono contenta di poter pensare che non abbiamo nulla da rimproverarci. Se avessi tradito mio marito con voi… se fossimo stati amanti… voi vi sareste stancato di me da tanto tempo. Com’erano quei versi di Shelley che dicevate?»
ATTORE        Mai, mai tu puoi baciarla/ Tu non hai la tua felicità, ma il suo amore durerà in eterno.
ATTRICE        Be’, meno male, se l’era cavata.

Somerset Maugham, Ritratto di un’attrice, Mondadori, traduzione Elio Vittorini

Tardieu e la nostra sinfonietta quotidiana

imageI francesi sinfoniettano volentieri. Al caso, sanno anche sinfonizzare molto bene ma per farlo hanno, giustamente, bisogno di un copione in versi e di un palcoscenico. Invece per sinfoniettare va bene anche la prosa, anche quella quotidiana. La battuta più elementare, come “Bonjour, monsieur” con la quale vi accoglie, per esempio la tabaccaia (le femmine sono più portate dei maschi) si sviluppa già come una frase musicale che invita l’interlocutore a proseguire la melodia. Se il cliente è italiano, l’invito cade nel vuoto perché per la musica quotidiana non siamo proprio portati; se l’avventore è un francese, la piccola frase musicale troverà certamente uno sviluppo, se sono due (o più) francesi ne nascerà una graziosa polifonia. Produrre un piccolo concerto sinfoniettico è semplice, basta entrare nella sala della prima colazione di un qualunque albergo francese all’ora di punta, cioè fra le nove e le dieci: se non saremo noi a introdurre il tema, ci penserà comunque qualche cliente, al quale faranno subito seguito altri elementi del piccolo ensemble. Per via dei limiti musicali dei quali dicevo, noi saremo solo spettatori del concertino; il nostro prosastico “Bonjour” di risposta suonerà come il richiamo di un venditore di pop corn che irrompa alla Salle Pleyelle durante un Lied di Schubert. Mancando uno spartito, l’esecuzione non avrà un tempo prestabilito; per parte nostra, noi avremo modo di interrogarci sul significato di quella polifonia vocale che cessa di essere dialogo per trasformarsi in musica. Non è una domanda facile perché se è semplice risalire dal significante “Buongiorno” all’augurio cortese di una buona giornata, è più arduo decodificare il significante musicale (il “Bonjour” sinfoniettico cantato) il quale, pur nella sua apparente semplicità, non è più a portata di mano dell’attacco della “Primavera” di Beethoven, pur così orecchiabile e immediata.

Nella sua “Conversazione sinfonietta”, Tardieu gioca appunto sull’apparente semplicità del significante (“Buondì, signore!”/ “Buondì, signora!”) che nell’esecuzione ritmico/musicale degli attori diventa all’improvviso arcano pur rimanendo riconoscibile – non diversamente dai personaggi del sogno che possono assumere due identità contemporaneamente e che proprio per questo ci inquietano e ci attirano. Per questa e per altre ragioni potrebbe essere interessante ascoltare la “Conversazione sinfonietta”

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Piccolo racconto. Giorgio Manganelli. Incontri.

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 Il “doppio” è uno dei temi con cui si sono misurati i grandi, da Stevenson a Dostoevskij, a Pirandello, a Calvino… A volte, come attirato verso un abisso nel quale andrà inevitabilmente a sprofondare, si cimenta con esso anche qualche drammaturgo desideroso di vertigini. Di solito, questi voli disorientano la platea (“Ma il marito non era quello piccolo coi baffi?” “Sì, ma questo lungagnone è il suo doppio o, se vogliamo, l’anti-marito”. “E la moglie non se ne accorge? C’è una bella differenza fra i due”. “Non lo so, forse è distratta, forse finge di non accorgersene.” E così via, sino alla fine della pièce che manda tutti a casa scontenti).
Giorgio Manganelli, che va annoverato fra i grandi, disegna un doppio di basso respiro, in grisaglia.

Un signore privo di fantasia e amante della buona tavola incontrò per la prima volta se stesso ad una fermata d’autobus. Si riconobbe immedia­tamente, e ne provò solo un blando stupore. Ritenne opportuno non far mostra di essersi riconosciuto, dato che non erano mai stati presentati. L’incontrò la seconda volta lungo una strada affollata, ed una terza davanti a un negozio di abbigliamento  maschile. Ogni volta egli si era esaminato con cura: aveva trovato che il se stesso era dignitoso, elegante, ma gravato da un’aria triste, o almeno pensosa, che non gli riusciva di capire. Fu solo al quinto incontro che si salutarono con un sommesso “Buona sera”. A partire dall’inizio di un qualsiasi inverno, gli incontri divennero frequenti. Era chiaro che egli e se stesso abitavano in quartieri non lontani; che avessero abitudini simili, non era cosa da stupirsene. Ma sempre più egli era convinto che il se stesso avesse un’aria eccessivamente malinconica. Una sera osò rivolgergli la parola, chiedendogli se non avesse qualche cruccio cui egli non parteci­pava, e il se stesso gli confessò di essere innamorato, e senza speranza, di una donna che in ogni caso era indegna del suo amore; per cui, la conquistasse o meno, egli era condannato ad una penosa, intollerabile situazione. Egli fu sconvolto dalla rivelazione, giacché non era innamo­rato di nessuna donna; e tremò al pensiero che si fosse creata una scis­sione così insormon­tabile. Cercò di dissuadere se stesso, ma quegli rispose che né amare né disamare stava in lui. Da quel giorno, egli è caduto in una cupa malin­conia. Passa con se stesso gran parte del suo tempo, e chi li incontra vede due decorosi signori parlare sommesso, ed uno che, il capo im­merso in un’ombra, talora assente, talora nega.

da Centuria , di Giorgio Manganelli, Rizzoli

I venerdì dell’Archivio audio

pubblicità uomo con archivio alto

File audio già pubblicati:


Sebastiano Vassalli, Gesù in tv

Jean Tardieu, Conversazione sinfonietta
Dino Buzzati, Ragazza che precipita
Federico Fellini, Nel regno delle canzonette
Alberto Moravia, Il tacchino di Natale

Arturo Graf, Una sosta dell’Ebreo errante
Arturo Graf, La morte di Fausto
Arturo Graf, L’assunzione di Mefistofele
Arturo Graf, La morte di Don Giovanni

Cercali sul blog di Radiospazio

 

Dino Buzzati. Ragazza che precipita. Radiospazio/Audio. durata 8’17”

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Non toccherebbe a noi dirlo, ma questo è forse il miglior Buzzati che abbiamo realizzato. Per non togliere suspense a chi vorrà ascoltarlo, diciamo solo che il breve racconto realizza sulla pagina un lungo (ma chi può dire quanto?) volo. Quando lo realizzammo in teatro, più d’uno spettatore ci disse che, nonostante gli attori fossero fermi ai microfoni, sul palcoscenico si realizzava l’idea del volo.  Chissà se  l’ascolto di questi otto minuti ricreerà l’illusione. A voi sperimentarlo.