Per il momento non diciamo ancora niente se non che abbiamo fatto il possibile per allestire un nostro piccolo cartellone all’interno della stagione del Teatro Astra. Il 26 giugno, se vorrete, ne saprete di più.
Ultimi ragionamenti sul programma per la prossima stagione teatrale, fra qualche giorno i giochi saranno tutti, e ufficialmente, chiusi – per le compagnie piccole sul formato di Radiospazio, intendo, perché quelle istituzionali hanno già provveduto da tempo, com’è logico.
Provveduto e annunciato. E l’annuncio è grandioso. Lo Stabile torinese, in particolare, mette in campo alcune formazioni perentorie: Shakespeare/ Battiston, Shakespeare/ Cecchi, Shakespeare/Placido, Shakespeare/Gassman, Cristina Comencini/Cristina Comencini, Pirandello/Lavia, Pirandello/Orsini, Don Giovannni/Timi, La Parola/Peppe e Toni Servillo, Cyrano/Ferrini. Eccetera.
Irresistibili e pop. Forse pop in quanto irresistibili – oh, la permeabilità (umana, umanissima) del pubblico a cospetto dell’Irresistibile!
“Di fronte a uno schieramento tanto imponente”, dice, “Bisogna che i piccoli si attrezzino per la concorrenza”. (Lo so che si dovrebbe mettere sempre il soggetto ma in questo caso non ha importanza, è la voce del Mercato o se vogliamo della Saggezza). Mi diverte l’idea che Radiospazio debba fronteggiare questa Armada con i suoi spettacoli fatti di nulla (a parte le bravure, gli ingegni, le tenacie), è un paradosso tonificante. Dunque anche noi faremo il nostro piccolo, grande spettacolo pop – con relativo annuncio, il 25 giugno.
Secondo quanto riporta la Repubblica in data 3 giugno 2014, vanno all’asta le foto di Yosuke Yamahata, il reporter militare che per primo giunse sul luogo del bombardamento di Nagaski. Queste fotografie sono consegnate alla storia ma anche alla letteratura grazie a Philippe Forest che nel suo romanzo Sarinagara le trasforma in alta narrazione.
Su alcuni frammenti di Sarinagara Radiospazio ha lavorato in un paio di occasioni sperimentando lo spessore della parola forestiana anche sul palcoscenico.
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/01/25/philippe-forest-43-secondi-sarinagara/
Una madre allatta il suo bambino: una donna molto giovane nello splendore della recente maternità, il torace che spicca bianco tra i lembi scostati dell’abito, un seno scoperto cui è attaccata la bocca del bambino. Entrambi sembrano essere stati colpiti molto leggermente: sulla guancia sinistra della donna, sul suo splendido volto, si apre semplicemente il fiore rosso di una ferita e se il bambino pare essere ferito più seriamente al cranio, sulla pelle ha però solo tracce di bruciature superficiali; succhia, con così tanta energia concentrata che lo si direbbe ostinatamente attaccato alla vita, preservato insieme a sua madre nel cuore stesso della catastrofe, vivo nell’occhio sinistro del ciclone, risparmiato, intento a riprendere le forze necessarie per una seconda esistenza che ricomincia tra le rovine.
Yamahata conosce il suo mestiere. Sa che non deve lasciarsi scappare l’occasione di quella fotografia. L’immagine è già pronta. Deve solo riprenderla. Dice tutto. è l’unica immagine accettabile del disastro. In effetti, rimarrà la più famosa. L’aria malinconica, quasi smarrita della giovane donna, lo sguardo nel vuoto, esprime un dolore senza limiti, immenso al punto da contenere in sé una miseria grande come l’universo. Ma il suo gesto immemorabile di dare il seno, l’abbandono fiducioso del bambino tra le sue braccia, l’incomprensibile impressione di forza che scaturisce dai due corpi teneramente stretti uno all’altro, la loro integra e singolare bellezza, dicono più forte ancora il desiderio testardo di sopravvivere.
(Philippe Forest, Sarinagara, Alet Edizioni, traduzione di Gabriella Bosco)
Ieri mattina, piccolo trasloco dal teatro Astra. Umile attrezzeria: un bicchierino, una bottiglia, un cestino con qualche fiore finto, una torcia elettrica ma qualche elemento un po’ più teatrale, come un tavolino ammiccante a un impossibile settecento e tre sgabelli grigi che con certe rifrazioni di luce e visti da molto lontano avrebbero potuto far parte dell’allestimento di un Goldoni in abiti moderni prodotto da uno Stabile di provincia poco dopo la scomparsa di Strehler.
Ci siamo serviti di un taxi-furgone.
Il tassista era eclettico ed estroverso, la militanza nel traffico non l’aveva appannato, anzi sembrava che ogni semaforo lo ritemprasse. Da uomo sagace, deduttivo e amante delle arti, s’interessò subito alle vicende della nostra formazione e quando seppe che si trattava di Radiospazio teatro la sua immediata simpatia nei nostri confronti si tramutò in amore, anzi in affinità elettiva. Amava e aveva sempre amato la radio, in particolare i radiodrammi. Nell’entusiasmo rievocò un’antica serie di Ellery Queen che io dovetti fingere di ricordare.
Ora, è straordinario il numero di persone che si professano devote ai radiodrammi e non parlo solo degli ascoltatori più attempati (la nostalgia, il dopo guerra, l’infanzia…): il tassista era giovane, sulla quarantina quindi deve aver ascoltato i gialli di Ellery Queen prima delle elementari. L’amore, l’entusiasmo per i radiodrammi non conosce età, il suo ricordo permane anche nei cuori di chi non l’ha conosciuto (una notorietà di natura straordinaria, quasi soprannaturale); fra i miei studenti è diventato addirittura trendy nonostante riescano ad ascoltarne solo pochi frammenti durante il corso.
Non sono in grado di spiegare questo fenomeno: forse il radiodramma, ormai tramontato e a suo tempo sepolto dalla rai sotto una colata di calce, suscita, per via della sua natura liquida, impalpabile, un senso di solidale protezione come un tempo avvenne per gli indiani d’America costretti nelle riserve. Forse è irresistibile il profumo rétro che emana dal suo nome vecchiotto, un odorino di cui sono impregnate le soffitte e gli anni Quaranta così come lo erano quelle austere giurie che premiavano gli “autori drammatici” con statuette vittoriose montate su basi di marmo dalle venature funeree a ricordare che anche la gloria radiofonica è destinata a finire, come tutte, là sotto.
Ma la mente del tassista non aveva spazio per questi pensieri, al contrario galoppava verso il futuro, un futuro prossimo, a patto che lo si volesse costruire, nel quale sui taxi si trasmettono per i passeggeri radiodrammi di varia durata, a seconda del percorso. Fra le auto imbottigliate nelle ore di punta si sarebbero incrociate le trame e le voci degli attori formando un reticolo di narrazioni, di porte che scricchiolano e di musiche, di passi nella notte e di tamburi sommessi che sostengono le grida delle vittime, un radiodramma frammentario e inscatolato in ogni singolo taxi ma nello stesso tempo globale.
Una visione: Radiospazio taxi.
Nel 1765, Voltaire scriveva questo piccolo pamphlet contro l’intolleranza e la libera circolazione delle idee. Il suo obiettivo erano gli ambienti più oscurantisti della cultura francese. Per non incorrere nella censura, Voltaire crea un Oriente del tutto immaginario usandolo come una sorta di sponda contro la quale far rimbalzare il suo paradossale sarcasmo – una tecnica straniante, quella di scegliere un luogo tanto lontano da apparire improbabile, che il nostro autore aveva già messo in atto nel suo Micromegas (ambientato inizialmente su Sirio), ne La principessa di Babilonia e in altri racconti filosofici. Ora, per un corto circuito della storia, si produce un trasferimento di senso dalla Francia del XVIII secolo alla Nigeria: l’Oriente di Voltaire diventa meno fantastico e assume i connotati di una sconcertante realtà. Forse qualche teatrante ne potrebbe trarre lo spunto per uno spettacolo.
Voltaire, Sul terribile pericolo della lettura
Noi, Joussuf-Chéribi, per grazia di Dio muftì del Santo Impero ottomano, luce delle luci, eletto fra gli eletti, a tutti i fedeli che vedranno queste parole, idiozia e benedizione.
Visto che Said-Effendi, ambasciatore presso la Sublime Porta di un piccolo Stato chiamato Frankrom, collocato fra la Spagna e l’Italia, ha introdotto fra noi la pericolosa pratica della stampa, dopo aver consultato a proposito di questa novità i nostri venerabili fratelli cadì e imam della città imperiale di Stambul, e soprattutto i fachiri, conosciuti per il loro zelo contro lo spirito, è sembrata una buona cosa a Maometto e a noi condannare, proscrivere nonché bollare con anatema la suddetta infernale invenzione della stampa, e ciò per le ragioni che andiamo ad esprimere:
Per queste ragioni, per l’edificazione dei fedeli e per il bene delle loro anime, noi li diffidiamo dal leggere alcun libro sotto pena della dannazione eterna. E per evitare che essi cedano alla tentazione diabolica di istruirsi, noi vietiamo ai padri e alle madri d’insegnare a leggere ai loro bambini. E per prevenire eventuali infrazioni a questo nostro editto, noi li diffidiamo espressamente dal pensare sotto la pena della dannazione pocanzi espressa; ingiungiamo a tutti i veri credenti di denunciare alle istituzioni chiunque abbia espresso quattro frasi di senso compiuto. Ordiniamo che in tutte le conversazioni ci si serva di termini che non significano nulla, secondo l’usanza della Sublime Porta. E per impedire che qualche pensiero si insinui di contrabbando nella sacra città imperiale, coinvolgiamo in particolare il primo medico di sua Altezza il quale, avendo già ucciso quattro augusti personaggi della famiglia ottomana, ha più di ogni altro l’interesse a prevenire l’infiltrazione di ogni specie di conoscenza nel paese; gli diamo il potere, con questo scritto, di selezionare ogni idea che si presenti, espressa per iscritto o a voce, alle porte della città, e di portare la suddetta idea, mani e piedi legati, al nostro cospetto così che possiamo infliggerle il castigo che ci piacerà.
Emesso dal nostro palazzo della stupidità, il giorno 7 della luna di Muharem, anno 1143 dell’Egira.
Terminata una stagione teatrale, s’incomincia a traslocare nella prossima. Essa è molto lontana ma poiché viviamo in un Paese assai organizzato che non lascia nulla al caso bisogna programmarla con molto anticipo: nessun imprevisto deve minacciare il perfetto funzionamento della macchina teatro. Dunque si fanno i bagagli cercando di metterci dentro idee nuove – ma si finisce per infilarne anche qualcuna usata ma ancora in buono stato, nel caso che il Committente non voglia rischiare troppo.
Questo è il trasloco del famoso regista Claus Peymann al prestigioso Burgtheater, così come lo rappresenta Thomas Bernhardt in uno dei suoi dramoletti.
Peymann Disfaccia le valigie, signorina Schneider
tiri fuori tutto quello che c’è dentro.
Segretaria Guardi, un paio di attori sono soffocati
mentre due drammaturghi sono ammuffiti.
Peymann Non possiamo farci niente, signorina Schneider,
il teatro è un processo letale.
Segretaria Guardi questo drammaturgo
sembra che abbia la testa mezzo congelata.
Peymann Non importa
penso che potrà servirci lo stesso.
Più tardi lo scongeli lentamente.
Segretaria Gli attori sono tutti essiccati.
Peymann Non importa
li rimetterò in piedi.
Segretaria Fuori aspettano alcuni attori del Burghteater
Peymann Ah sì, adesso dobbiamo dare loro un lavoro
non so ancora quale.
Probabilmente li ficco tutti dentro una grande messinscena di Shakespeare.
Sono come le prugne secche
che devono essere messe nell’acqua.
Thomas Bernhard, Claus Peymann lascia Bochum trasferendosi a Vienna come direttore del Burghteater. Ubulibri
Ahimè, povero Yorick!…
Quest’uomo io l’ho conosciuto, Orazio,
un giovanotto d’arguzia infinita
e d’una fantasia impareggiabile.
Mi portò molte volte a cavalluccio…
Ed ora – quale orrore! – mi fa stomaco…
Ecco, vedi, qui erano le labbra
che gli ho baciato non so quante volte…
E dove sono adesso i tuoi sberleffi,
le burle, le capriole, le canzoni,
i folgoranti sprazzi d’allegria
che facevan scoppiare dalle risa
le tavolate?… Chi si fa più beffa
ora del tuo sogghigno, con questa tua smorfia?
Amleto, Atto V, Scena I
Bisogna pensare alla prossima stagione, ora, entro pochi giorni, anzi bisogna decidere, che è cosa molto più difficile. I pensieri, numerosi, troppi, sono mesi che si affacciano ma adesso, al momento buono, si sono fusi dando vita a un unico essere polimorfo, mutevole e contradditorio. I vecchi attori pensavano la loro vita come un cammino che attraversava un repertorio, dicevano: “Mi piacerebbe fare un Amleto prima di morire”. Una volta un’attrice mi confessò che sognava una Maria Stuarda. Le feci osservare che sarebbe stato necessario soffiar via quel sottile strato di polvere che si era depositato su questo grande classico ma della polvere non le importava niente, non l’aveva mica letto: per lei sarebbe stata una vera consolazione se avesse potuto interpretare, prima di morire, un personaggio condannato alla pena capitale. Credo fosse una specie di viatico. È difficile, oggi, fare scelte così istintive, anche se forse sarebbe saggio. Per fortuna c’è ancora qualche giorno prima della scadenza.
Ancora su Mario Ricci – spero che i lettori del blog non siano troppo sconcertati dallo spazio che dedico a un personaggio tanto sconosciuto da ingenerare il sospetto che sia immaginario: un blog è un filo che si dipana e forse il suo senso è proprio quello di scoprire passo dopo passo dove porta, sempre che si abbia la voglia e la pazienza di seguirlo.
Di Ricci, straordinario regista-drammaturgo degli anni Sessanta, ho sempre ricordato il Moby Dick col suo mare che sul teatrino (di pochi metri) non c’era ma che si generava nella mente dello spettatore grazie agli attori teste-di-pesce-e alla grande barchetta di carta, così come il romanzo (la Letteratura) trovava la sua realizzazione scenica grazie a una voce che ne proponeva alcuni brandelli – uso questo termine per analogia con l’immagine “brandelli di vele”, come se la narrazione di Melville fosse stata distrutta da una tempesta marina cui fossero scampati solo alcuni lacerti sfilacciati.
Il mare immaginato, il romanzo riproposto per frammenti con la complicità di una luce azzurrina, creavano l’illusione del sogno – non di un sogno, ma l’illusione di sognare, di poterlo fare, e per di più in un teatro-scatola nel quale eravamo racchiusi tutti insieme, pubblico e attori.
Non rimandava al sogno, invece, un altro spettacolo di Ricci, Il barone di Münchausen. Sulla scena spoglia agivano piccole macchine sceniche gratuite e giocattolini meccanici, di quelli caricati a chiavetta che, girando insensatamente su se stessi, producono una spirale ipnotica fine a se stessa e, al tempo stesso, una sorta di malinconia per la mancanza di un mondo del quale appaiono immotivatamente privi – forse la dimensione di un’infanzia che non si riesce più a ricordare.
Il Barone non c’era, lo sostituivano quegli atti scenici che facevano le veci delle sue improbabili bugie e che producevano un’eloquenza diversa da quella della parola. Non ho mai studiato Raspe ma credo che scrivendo le sue impossibili imprese volesse rivendicare alla fantasia il diritto di mentire o forse, più arditamente, creare un universo nel quale l’individuo (e quindi anche il narratore) potesse sottrarsi ai lacci della logica, della coerenza, della verosimiglianza. Giorgio Manganelli, in Letteratura come menzogna ci ricorda che “L’opera letteraria è un artificio, un artefatto di incerta e ironicamente fatale destinazione”; ossia, una “pseudoteologia”, dove “tutto è esatto, e tutto è mentito”; nel Münchausen di Ricci questa fertile doppiezza scompariva e lasciava il posto alla presunta verità degli oggetti scenici, avvolti d’ironia ma anche di malinconia (le due sono cugine e spesso vanno a braccetto).
Ricordo ancora il breve scritto di Franco Cordelli su Ricci:
http://archiviostorico.corriere.it/2010/novembre/28/Addio_Mario_Ricci_regista_del_co_9_101128078.shtml
È impossibile raccontare uno spettacolo, e l’impresa appare del tutto assurda quando, confidando nella memoria, si pretenderebbe di ricostruirne uno che risale a più di quarant’anni fa. Quello che ho in mente, o meglio ciò che ne resta, filtrato da una lente sempre più opaca, è il Moby Dick di Mario Ricci, un regista-drammaturgo il cui nome non dice nulla a molti, perché il teatro è quanto mai volatile e perché, come ricorda Franco Cordelli, “Negli anni Sessanta non c’era chi filma tutto ciò che accade in scena”. Fra le messe in scena che ricordo di Ricci, James Joyce, I viaggi di Gulliver, Il Barone di Münchausen — all’origine di quel teatro c’era dunque la letteratura, ma durante il viaggio dal libro al palcoscenico la scrittura originaria si faceva sempre più rarefatta e svaniva in un’impalpabile dissolvenza dalla quale affiorava solamente il ricordo che l’opera aveva impresso in Ricci lettore – come quando, vecchio ma anche solamente adulto, ritorni a un libro che avevi molto amato e, riaprendolo, non riconosci più il testo, o meglio: esso ti appare nella doppiezza del sogno, come quello e non quello – anzi decisamente non quello perché in tutti questi anni, ne hai fatto dentro di te una lenta e radicale riscrittura. Ricci era il più estroso esponente del “teatro d’immagine”, un genere (se lo si può definire così) verso il quale nutrivo qualche giovanile pregiudizio data la mia propensione, anche un po’ ossessiva, per il dialogo e per quella scrittura letteraria che mi porto ancora addosso. Ho molto lavorato sulla riscrittura teatrale ma nel senso opposto a quello di Mario Ricci: io sostituivo parole, lui le toglieva. Era inevitabile che tanta diversità finisse per trasformare il pregiudizio in fascino – lo stesso fascino che sarebbe scattato in un poeta barocco che avesse avuto occasione di leggere un haiku.
In questi giorni mi è tornata in mente la grazia di quel Moby Dick: gli attori indossavano teste di pesci danzanti su un piccolo palcoscenico; il Pequod di Achab era una barchetta di carta di giornale, come quelle che fanno i bambini, ma di due metri; di tanto in tanto una voce emanava qualche frammento del romanzo. Tutto qui. Un niente difficile da realizzare perché bisogna passare per la cruna del togliere. Mi verrebbe voglia di provarci, ma dovrei trovare uno scalpello molto resistente perché le incrostazioni della parola sono tante e dure come il basalto.
Di Mario Ricci, come dicevo, non è rimasto molto. Consiglio di leggere quanto ne ha scritto Franco Cordelli: http://archiviostorico.corriere.it/2010/novembre/28/Addio_Mario_Ricci_regista_del_co_9_101128078.shtml
Straordinaria scoperta di uno scienziato giapponese: una sostanza contenuta negli occhi del tonno potenzia enormemente l’intelligenza umana. Un tycoon senza scrupoli, forte di molte di reti televisive, invade il pianeta con pillole d’occhi di tonno. Successo straripante ma l’abuso del prodotto provoca un’aggressività che porta all’omicidio. Chi fermerà il delitto di massa? E perché fermarlo?
gli attori: Roberto Accornero, Francesco Benedetto, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Luisa Ziliotto
voce speaker tv: Yoko Fujimoto
l’équipe: Claudia Conte, Francesco Ghisi, Enrico De Santis, Lavinia Giammarruco.
disegno luci: Mariangela Durante
Queste righe non intendono essere una nota di regia (un termine che oggi, per svariate ragioni, non mi corrisponde) ma un piccolo dénouement al termine della stagione di Radiospazio al Teatro Astra.
Nei due precedenti spettacoli (Il ritorno di Casanova e Il pipistrello) la mia funzione è stata quella di drammaturgo, un ruolo che non è molto chiaro nella nostra cultura e nella nostra pratica teatrale: meglio rifarsi ai tedeschi i quali di solito inquadrano le cose più meticolosamente di noi. Il termine tedesco Dramaturg sta a indicare un consulente letterario o teatrale che affianca il lavoro di una compagnia, un regista o comunque il responsabile di un allestimento (a dire il vero, pur nella lucida impaginazione tedesca, le mansioni del Dramaturg, come si vede, sono abbastanza varie). Comunque in Germania si opera una netta distinzione fra il Dramaturg e il Dramatiker, cioè colui che scrive i testi drammaturgici. Talvolta le due funzioni sono svolte da una stessa persona, e questo, appunto, è accaduto nel mio caso: sia per Il ritorno di Casanova che per Il Pipistrellosono decisamente andato oltre, dal momento che ho operato due vere e proprie riscritture dei testi originali, non soltanto convertendo in dialogo ciò che era racconto ma anche inserendo nuclei drammatici nuovi ed estranei all’opera originaria: ad esempio, nel Pipistrello, la registrazione radiofonica della commedia di Faustino Perres “L’ombra del passato” prima delle prove nell’Arena Italia o addirittura l’introduzione di un nuovo personaggio, la Signora Fu, la cui natura meta-pirandelliana o post-pirandelliana gettava un’ombra lugubre e parodistica sulla commedia.
Questa troppo lunga, e tuttavia ancora molto parziale, confessione riguardo alle riscritture passate mi è sembrata, chissà perché, doverosa nei confronti del nostro pubblico prima che inizi il terzo spettacolo della trilogia di Radiospazio al Teatro Astra, Occhi di tonno del quale, per dirla alla tedesca, sono Dramatiker, cioè autore in proprio e non per interposta persona come negli spettacoli precedenti.
La prima stesura del testo risale a molti anni fa, l’ultima è terminata da qualche giorno, durante le prove. In tutto questo tempo la mia idea di teatro-racconto si è profondamente modificata, credo soprattutto per l’intensa attività di Radiospazio di questi anni; spettacolo dopo spettacolo, le funzioni di attore-narratore e di attore-attore sono diventate via via sempre meno distinguibili fino a sovrapporsi, quasi determinando una sorta di Io scenico polimorfo che agisce e narra nello stesso tempo. Non è certo mio compito addentrarmi in un’analisi critica di questo modello drammaturgico, mi piace invece ricordare che esso è nato dalla pratica scenica, dal lavoro con gli attori e dal rapporto col pubblico che, seguendoci con un’assiduità davvero confortante, ha condiviso tutte le tappe di questo nostro percorso con il quale, nell’ultimo spettacolo della trilogia, si chiude, per così dire, il cerchio ritornando all’impianto scenico dal quale eravamo partiti: l’attore-narratore alle prese col microfono e col tessuto della colonna sonora. La scommessa è che questo ritorno riproponga una forma solo apparentemente simile a quella di partenza e che, come avviene a colui che ha compiuto un lungo viaggio, porti a casa i frutti e i doni della sua esperienza.
Chi fermerà il delitto di massa? E perché fermarlo?
Teatro Astra 29 aprile. Spettacoli ore 19 e 21.30
Da quando Visconti utilizzò il famoso “Adagietto” in Morte a Venezia, su Mahler si proiettano le ombre del kitsch le quali diventano sempre più impalpabili, e di conseguenza più insidiose, quando il discorso s’innalza alle regioni del Sublime come nel caso di questo movie cult di lungo corso; nel finale, il professor Aschenbach, seduto su una sdraio con capelli e i baffi tinti in un patetico tentativo di mascherarsi da giovane, muore contemplando l’agognata e impossibile figuretta dell’adolescente Tadzio inquadrato in mezzo controluce mentre l’”Adagietto” lavora gli animi induriti degli spettatori e li frolla sino a farli diventare una pasta morbidina, pronta per essere fecondata dalle immagini. È un lavoro di squadra perfetto, quello che svolgono la musica e le immagini in Morte a Venezia e forse il sospetto di kitsch nasce proprio da una simile perfezione che produce una sorta di eccesso di buon gusto.
Questo film di Visconti mi è tornato in mente durante il montaggio musicale di Occhi di tonno quando il mio pensiero è andato alla “Marcia funebre” della prima sinfonia in re maggiore di Mahler. Si trattava di sonorizzare una situazione scenica piuttosto lugubre, ambientata nei sotterranei di massima sicurezza dell’imprenditore Broz che si commuove (?) davanti alle foto di una casalinga uccisa (come al solito, mi scuso di non poter dire di più sulla trama). In un primo momento ho pensato, appunto, all’effetto ridondanza che avrebbe potuto produrre l’abbinamento “Marcia funebre”/fotografie di casalinga uccisa ma mi sono ben presto tranquillizzato quando mi sono reso conto che nel mare del kitsch e nella ridondanza lo spettacolo ci stava nuotando fin dall’inizio.