Racconto. Jane Martin, La majorette

Ho cominciato che avevo sei anni. La mamma segò il manico di una scopa, zio Carbo gli spalmò sopra una vernice d’argento, e io andai in cantina e cominciai a far volteggiare quel legno. Ho conosciuto il successo e la tragedia. Papà dice che mi ha messo energia nell’anima e acciaio nel cuore. Ho avuto la mano sinistra schiacciata da un cavallo, e anche se sono ritornata a far volteggiare il bastone, non ho più potuto farlo al massimo livello.
La gente crede che se fai volteggiare il bastone, se pratichi il twirling, sei uno sciocco. È un pregiudizio degli ignoranti. Una volta stavo esibendomi con quei bastoni infuocati in una gara notturna e all’improvviso vedo questo tizio che esce dalle tribune. Stavo esibendomi con tre bastoni e lui oltrepassa i giudici e viene verso di me: aveva in testa una fascia fermacapelli blu con le perline, riesco ancora a vederla. Arriva dritto su e quando mi volto di fronte dopo una giravolta, lui mi sputa in faccia. È stata l’unica volta in cui ho lasciato cadere il bastone. Li ho lasciati cadere tutti e tre davanti a sessantamila persone, e lui ha sorriso, e ha detto questa cosa che non ripeterò. È stato come venire violentata. Dimostra che la bellezza ispira l’odio, e che chi odia la bellezza è Satana in persona.
Non hai mai fatto twirling, vero? Riesco a capirlo dalle mani. Non puoi immaginare che cosa significa vedere quel bastone lì che volteggia in aria. Non puoi capirlo: i bastoni lasciano delle tracce, incidono l’aria, e se sei abile, se ce l’hai nelle mani, puoi avvicinarti al cielo.
Vuoi provare? Senti. Lascerò qui per te il mio bastone d’argento. Lo lascerò qui come se lo avessi dimenticato. E quando la gente uscirà tu puoi aspettare e raccoglierlo, può essere tuo, può diventare il tuo fardello. È la cruna dell’ago. Lo lascio qui per te.

Jane Martin, La majorette, “Narratori di poche parole”, Guanda, Traduzione Luigi Schenoni

Lidia Terzirani, Riprendiamo in mano don Milani (Pangea)

“Non c’erano le vacanze, non si finiva mai di imparare: “Non c’era ricreazione. Non era vacanza nemmeno la domenica. Nessuno di noi se ne dava gran pensiero perché il lavoro è peggio”. Certo qualche “professorone” studioso di pedagogia potrebbe non essere d’accordo, ma Lucio che aveva trentasei mucche da curare diceva: “La scuola sarà sempre meglio della merda”. Una frase inequivocabile, si può obiettare. Senza troppi giri di parole. Leggo: “Questa frase va scolpita sulla porta delle vostre scuole. Milioni di ragazzi contadini son pronti a sottoscriverla. Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi. Noi contadini non ci avete interrogati”. E uno sguardo alle ragazze: “Delle bambine di paese non ne venne neanche una. Forse era la difficoltà della strada. Forse la mentalità dei genitori. Credono che una donna possa vivere anche con un cervello di gallina. I maschi non le chiedono d’essere intelligente. È razzismo anche questo”.

Leggi l’intero articolo:   https://www.pangea.news/don-milani-linda-terziroli/

Le figurine di Radiospazio. Lettori difficili

– Le confesso, amica mia, che durante l’infanzia ho giocato pochissimo. I giochi di allora mi annoiavano come i piaceri d’oggi. Intendo dire i piaceri come qualità , i divertimenti che si pretendono tali.
– Allora, il teatro?
– Mai e poi mai. Mi fa dormire.
– E il cinema?
– Mi esaspera. È falso tramite il vero…
– Va bene. I viaggi?
– Mi stancano. L’obbligo di vedere!… Oh, i musei!
– La lettura?
– I romanzi li trovo insopportabili… Crede che un uomo che fa da vent’anni il mio mestiere possa leggere un romanzo?
Non faccio altro che attraversare esistenze, storie…
– E… la poesia?
– Me ne guardo bene.
– Capisco. Non insisto. Lei è di una gentilezza squisita.
– E aggiungo: la poesia la trovo dove non la si trova, e non la trovo dove la si trova.

Paul Valéry, L’idea fissa

Il video della domenica. Fondation Beyeler, Che cos’è l’arte?

https://www.artribune.com/television/2021/06/video-che-cos-e-larte-fondation-beyeler/

Quand’è che un oggetto diventa arte? Nessuno è in grado di produrre delle linee guida o definizioni precise. Non esiste nessuna autorità in grado di determinare, una volta per tutte, cos’è l’arte. L’unica cosa che sappiamo è che l’arte ha sempre a che fare con l’apprezzamento: le opere d’arte vengono lodate, amate o criticate aspramente”. Inizia con queste parole What is Art?, il nuovo video prodotto dalla Fondation Beyeler in collaborazione con UBS. Una breve ma efficace animazione che affronta la domanda più difficile di tutte – cos’è l’arte – prendendo spunto da un libro che la Fondazione stessa ha pubblicato nel 2012 dal titolo “What is Art? 27 Questions 27 Answers” in cui esperti e critici rispondono alle domande sull’arte poste da un gruppo di adolescenti.

Narrativa. Aldo Palazzeschi, La gallina

La notte non era finita. Mi aggiravo per il giardino e guardavo ancora i fiori uno per uno. Adesso facevano gli indifferenti, si fingevano intirizziti dal fresco improvviso che aveva preso a soffiare nel buio. In quel museo vegetale delle cere c’era tuttavia qualcosa che si muoveva dietro una siepe di bosso. Una gallina.
Sola. Ma ancor più inconsueta e bizzarra mi sembrò la presenza di un uomo, anch’egli dietro la siepe. Ne scorgevo la metà superiore: il busto e la testa, che era adornata da un cappello di paglia. Era evidentemente un giardiniere.
In quel momento riuscii a penetrare nei pensieri del giardiniere.
“La Massaia t’ingrassa, t’ingrassa… e non appena le sembrerà d’averti pasciuta abbastanza non si dimenticherà di pascersi di te. Fra le sue nocche legnose dovrai far coccodè l’ultima volta. E se ti risparmierà per un’ora sola, sarà, dopo averti tastato scaltra, per farti cacare un uovo di vantaggio e rimarrai quell’ora, ultima della vita, a pigiar nel covaccio; e uscendone alla fine col tafanario escoriato, e correndole incontro sfiancata dal troppo pigiare, per ricevere il giusto premio della tua fatica, protenderai il collo ignaro verso la megera che allora ti darà quanto ti aspetta: crrr… Poi, ciondoloni al suo braccio, nell’altra mano seco andrà  pesando e valutando l’uovo che facesti prima di morire, e le parrà piccino senza dubbio, storcerà naso e bocca al tuo ricordo, in una smorfia di rampogna e di disprezzo.
Domani, dopo averti cucinata, a suo talento, spremendo dalle tue carni un buon sugo o un buon brodo, farà scricchiolare le tue ossicine tenere fra i suoi dentoni gialli da cavalla e — puoi starne certa — si lamenterà che le tue carni non erano abbastanza morbide e saporite per il suo esigentissimo palato, e si rimprovererà nel fondo dell’anima d’averti troppo bene trattata e per tanto tempo e con scarso profitto. Non valeva la pena di usarti questo magnifico trattamento, e cercherà il tuo deretano sfibrato nel quotidiano travaglio, lo serberà per ultimo: «Questo è un boccone ghiotto» dirà la vecchia lupa avvicinandosi alle labbra di cartapecora il tuo culetto morbido «È un boccone da preti, questo!». E sopra, come esequie, vi tracannerà un buon bicchiere di vino, schioccando la lingua con gusto, soddisfatta e contenta, rasciugandosi col dorso della mano i baffi rossi agli angoli della bocca: «Con la buona grazia del Signore anche per oggi è fatta», esclamerà.”

Aldo Palazzeschi, La gallina, “Opere complete”, Mondadori

Da oggi in libreria. Alberto Gozzi, Le scimmie di mare, Transeuropa Edizioni. (Frammento)

disponibile in forma cartacea anche sulle piattaforme AMAZON e IBS

Una notte, mentre leggevo illegalmente un giornaletto, incontrai le Scimmie di mare.
Il riquadro pubblicitario occupava mezza pagina, era stampato in un bianco e nero approssimativo ma l’insieme dava l’idea di un technicolor fra l’esotico e la fantascienza. Lo accompagnava un coupon con le istruzioni per l’acquisto in contrassegno.

Entrate nel meraviglioso mondo delle
SCIMMIE DI MARE
Una vasca di felicità!
Il miracolo della vita istantanea. Aggiungete dell’acqua, è tutto!

In un secondo le stupefacenti
SCIMMIE DI MARE
nasceranno dalle minuscole uova
sotto i vostri occhi!

Allevare le
SCIMMIE DI MARE
è così facile che anche un bambino di sei anni può farlo.
POSSONO ESSERE AMMAESTRATE!
Sempre attivissimi e allegri, questi animaletti scherzano e
giocano tra loro continuamente. Possono suonare il violino,
recitare, danzare ed eseguire ogni altro esercizio che vorrete
insegnar loro!
SORPRENDERETE TUTTI I VOSTRI AMICI!

Quasi tutte le scimmie erano femmine. Dietro i loro corpi in primo piano comparivano alcuni esseri indefiniti che si tenevano aggrappati alle rocce emergenti dalle acque; sembravano preoccupati di ricadere giù negli abissi marini dove forse giacevano le loro identità tormentate.
Le scimmie femmine erano molto più donne che scimmie, ma incarnate entro corpi magrolini disegnati alla buona; pochi fianchi e niente seni, che l’illustratore aveva sostituito con scarabocchi vaghi come degli omissis. Invece per i visi si era impegnato e il risultato era brillante – quelle bocche hollywoodiane e quegli occhi che sembravano sbattere le palpebre come le insegne intermittenti dei casinò; poi, per rendere il quadro più marino, aveva dotato le sue creature di pinne, dorsali in alcune, caudali in altre, e impreziosito le loro teste con qualche piccola antenna simile a quelle delle chiocciole, circondata da pulviscoli di bollicine.
Circolava molta musica implicita in quel disegno male inchiostrato.
Le musiche implicite sono pericolose, creano l’illusione di un’orchestrina invisibile che suona soltanto per te. È il vecchio trucco dell’intimità. Il momento unico. La nostra canzone. Sembra condivisione, ma è contagio. Infatti, proprio per il contagio della musica implicita, gli sguardi delle scimmie di mare (che diventavano sempre più simili a delle ragazze) incominciarono a puntarsi su di me. Si proponevano. (Per gli attori è normale ma ancora non lo sapevo). Ero lusingato e imbarazzato come di fronte a un dono sorprendente che nasconde la magagna. (Una donna bellissima e di forme perfette ha perso la testa per te ma, poniamo, le mancano gli alluci – un turbamento momentaneo è comprensibile).
Tuttavia la tentazione era forte: quelle creature, compreso il loro codazzo di esseri indefiniti, potevano diventare di mia proprietà esclusiva. Bastava compilare il coupon.
La mia compagnia. Le mie attrici. Le avrei viste nascere mentre rompevano le piccole uova. In pochi secondi si sarebbero sviluppate e formate sotto i miei occhi come le fanciulle delle tre melarance – che però, una volta sbucciate, erano già pronte, senza pinne né antenne, con i seni e tutto.

Il video della domenica. La leggenda di Rodolfo Valentino. 3′

https://www.google.com/search?q=rodolfo+valentino&rlz=1C5GCEM_en&sxsrf=AJOqlzUqPIzRJpTLvQ3_RDXRU0Omx6hOBQ:1677340014413&source=lnms&tbm=vid&sa=X&ved=2ahUKEwi9lua9grH9AhWPbPEDHeQBD-IQ_AUoAnoECAEQBA&biw=1678&bih=858&dpr=1.1#fpstate=ive&vld=cid:570f1d18,vid:HkLZ39pYLm4

Grace Paley, Vivere (racconto integrale)

Due settimane prima di Natale Ellen mi chiamò e mi disse: «Faith, sto morendo». Quella settimana stavo morendo anch’io. Dopo averle parlato mi sentii peggio. Lasciai soli i bambini e corsi giù all’angolo per bermi una cosa al volo tra creature vive. Ma Julie’s e tutti gli altri bar erano pieni di uomini e donne che buttavano giù un whisky caldo e se ne andavano in fretta a far l’amore. La gente ha bisogno di farsi forza prima degli atti della vita. Allora mi feci un rosso californiano qualunque a casa e pensai – perché no – che ovunque ti giri c’è qualcuno che grida datemi la libertà o io vi darò la morte. Ci sono vicini pieni di buonsenso, proprietari di cose, timorati di chiesa, che si mettono le mani sulle orecchie al fischio di una sirena per impedire che le ripercussioni gli danneggino gli organi interni. Bisogna essere strabici per amare, e ciechi per mettersi a guardare fuori dalla finestra la propria via fredda come il ghiaccio. Io stavo morendo davvero. Sanguinavo. Il dottore aveva detto: «Non puoi sanguinare per sempre. O finisci il sangue o smetti. Nessuno sanguina per sempre». E invece sembrava che io avrei sanguinato per sempre. Quando Ellen mi chiamò per dirmi che stava morendo, le dissi limpidamente: «Ti prego! Anch’io sto morendo, Ellen». Allora lei disse: «Oh, Faithy, non lo sapevo». E proseguì: «Faith, come facciamo? Coi bambini. Chi ci baderà? Ho troppa paura a pensarci». Avevo paura anch’io, ma volevo solo che i bambini stessero fuori dal bagno. Non mi preoccupavo per loro. Mi preoccupavo per me. Erano chiassosi. Tornavano a casa da scuola troppo presto. Facevano un macello assurdo. «Mi restano un paio di mesi al massimo», riprese Ellen. «Dice il dottore che non ha mai visto nessuno con così poca voglia di vivere. Pensa che non ho voglia di vivere. Invece io ce l’ho, Faithy, ce l’ho. È solo che ho paura». Io riuscivo a stento a togliermi dalla testa quel sangue. La fretta con cui voleva andarsene da me mi drenava il rosso da sotto le palpebre e la scottatura dalle guance. Mi saliva tutto dai piedi gelati per trovare l’uscita più rapida. «La vita non è poi ’sto granché, Ellen», dissi. «Abbiamo avuto solo giornate da schifo e uomini da schifo e niente soldi e sempre al verde e scarafaggi e niente da fare la domenica se non portare i bambini a Central Park e remare su quel laghetto lurido. Che c’è di tanto bello, Ellen? Dov’è ’sta gran perdita? Vivi un altro paio d’anni. Vedrai i bambini e tutto questo schifo di posto, tutti i buchi in questo groviera di mondo inceneriti dall’onda di calore delle bombe atomiche…» «Voglio vedere tutto», disse Ellen. Io sentii un grosso grumo che faceva la sua vertiginosa uscita. «Non posso parlare», dissi. «Sto svenendo». Verso la stagione dell’agrifoglio cominciai ad asciugarmi. Mia sorella si prese i bambini per un po’ così io potevo stare a casa tranquilla a fabbricare emoglobina, globuli rossi eccetera senza interruzioni. A Capodanno ero in forma così smagliante che per poco non mi faccio rimettere incinta. I miei maschietti tornarono a casa. Erano alti e bellissimi. Tre settimane dopo Natale Ellen morì. Al suo funerale, in quella bella chiesetta sulla Bowery, suo figlio si prese un minuto di pausa dal pianto per dirmi: «Non preoccuparti, Faith, la mamma si è accertata di tutto. Mi ha sistemato dal posto di lavoro. È venuto quel signore a dirmelo». «Ah. Ma non è meglio che ti adotto comunque?», domandai, chiedendomi, se lui avesse detto sì, dove avrei trovato i soldi, la stanza, altri dieci minuti di buonanotti. Era un po’ più grandicello dei miei figli. Presto avrebbe avuto bisogno di una buona enciclopedia e di un piccolo chimico. «Ascolta, Billy, dimmi la verità: che faccio, ti adotto?» Lui smise del tutto di piangere. «Ma dai, grazie. Comunque no. Ho uno zio a Springfield. Vado da lui. Andrà tutto bene. È in campagna. Ci sono anche dei cugini». «Bene», dissi io, sollevata. «Ti voglio tanto bene, Billy. Sei meraviglioso. Ellen è senz’altro fierissima di te». Lui fece un passo indietro e disse: «Non è più niente di nessuno, Faith». Poi se ne andò a Springfield. Non credo che lo rivedrò mai. Spesso però avrei voglia di parlare con Ellen, insieme alla quale, tutto sommato, in questi anni privati e spaventosi ho fatto un milione di cose. Abbiamo portato i bambini su ogni stramaledetto sasso di Central Park. La domenica di Pasqua appiccicavamo colombe bianche su manifesti azzurri e pregavamo sull’Ottava Strada per la pace. Poi eravamo stanche e urlavamo coi bambini. Erano ancora piccoli. Per ridere ci siamo spillate le loro tutine da sci alle gonne e in un furore di schiavitù abbiamo marciato ogni sabato per settimane sui ponti che collegano Manhattan al resto del mondo. Abbiamo condiviso appartamenti, lavori e stalloni spocchiosi. E poi, due settimane prima dell’ultimo Natale, stavamo morendo.

Grace Paley, Vivere, in “Tutti i racconti”, BIGSUR

Le figurine di Radiospazio. Nuove istituzioni

– Ragioniamo con calma. Vi perdonerò ogni cosa, a condizione che decidiate di tornare. Una coppia, come voi, è indispensabile al paese. Vi propongo di diventare con effetto immediato una Coppia di Amanti Statali.
– Mi rifiuto!

Slawomir Mrozek. Il tacchino, Einaudi

Il video della domenica. Francesca Fini, L’Ippopoetessa

https://www.raicultura.it/arte/articoli/2019/10/L-ippopoetessa-di-Francesca-Fini-d1a21889-02d6-4e16-a499-18b47cba03fc.html

È la storia, in animazione sperimentale in 3D, di Amy Lowell, poetessa americana dell’Ottocento ed esponente prima e guida poi del movimento imagista fondato da Ezra Pound. Artista donna in un mondo di uomini, la Lowell arrivò a vincere un premio Pulitzer, anche se solo oggi si sta cominciando a riscoprirla dopo un lungo periodo di oblio. Non scese mai a compromessi ma pagò per questo un prezzo assai alto, visto che il titolo del film riprende proprio il soprannome della donna: non bella, in sovrappeso, così la chiamavano nella cerchia di scrittori che frequentava, tutti abbastanza indifferenti o maschilisti.

Georg Groddeck, La voce e l’inconscio

Nell’adulto hanno richiamato la mia attenzione alcune peculiarità della voce. Essa è, nelle stesse persone, ora profonda, ora acuta, ora forte, ora sommessa. Se si presta attenzione a queste variazioni che possono fornire elementi molto utili per la cura dei malati, si capisce che l’inconscio si esprime simbolicamente in esse; che, ad esempio, il tono usuale diventa più acuto perché chi parla è diventato improvvisamente bambino, mentre un tono più profondo, in chi stava parlando con voce acuta, sta a indicare la sua trasformazione in uomo forte. Ma per non venir frainteso, devo ricordare che per l’inconscio non esistono differenze di età, per lo meno non nello stesso senso in cui queste esistono per la coscienza. Nell’affievolirsi della voce, soprattutto in una momentanea raucedine, è simbolizzato il mistero, mentre è vero che il rafforzarsi della parola è noto da sempre come strumento della volontà di convincere. In modo altrettanto indicativo il fatto di arrestarsi nel mezzo di una frase viene simbolicamente usato dall’inconscio come espressione di insicurezza e scrupoli nascosti, congiunti al desiderio struggente di un aiuto, di una spinta – cosa che trova la sua dimostrazione in ogni ora di scuola e in ogni conversazione.

Geotg Groddeck, Il linguaggio dell’Es, Adelphi

Il sorriso della Destra. Pasolini alla berlina (La Tascabile)

Tra le sale del Palazzo delle Esposizioni a Roma, dov’è in corso la mostra Pier Paolo Pasolini. TUTTO È SANTO. Il corpo poetico (fino al 26\2\2023), scartando di lato, oltre una tenda, si trova una sorpresa. È uno spazio in penombra, allestito con un divanetto e un televisore. È il salottino italiano di un tempo. Dopo una giornata di lavoro, in fabbrica o in ufficio, è qui che la famiglia si raccoglieva e trascorreva le brevi sere degli anni Sessanta e Settanta. Questo spazio rappresenta la prima di tre occasioni che nel percorso della mostra rievocano la centralità del televisore nelle case degli italiani, fino a condurci di fronte allo scontro tra Pasolini e il Festival di Sanremo. Vale però la pena di dire che cosa trasmette l’apparecchio esposto. Si tratta di un brano di Scanzonatissimo, film del 1963. Siamo nella sezione della mostra intitolata “Dileggio. Il linguaggio dei padri”. Elio Pandolfi, Alighiero Noschese e Antonella Steni irridono Pier Paolo Pasolini. Ne mettono in ridicolo tanto l’orientamento sessuale, quanto l’ossessione per il popolo e le borgate.

Dopo aver accennato qualche passo di twist, il trio canta sulle arie di una sarcastica marcetta: “Sempre Alfio l’asseconda\pure se è dell’altra sponda\e l’incontro del terzetto è ambientato dentro al letto\lì c’è Alfio, la sua amante e pure il vino spumeggiante\e Turiddu preoccupato per il vino tracannato”. Fuori dal salottino, una grande parete riporta l’impressionante elenco delle trentaquattro denunce subite da Pasolini nell’arco di venticinque anni. Sotto il vetro di una teca è dispiegato un variopinto e allucinante repertorio giornalistico di articoli, vignette, barzellette, invettive e menzogne ordite contro Pasolini dalla stampa di destra (prevalentemente dai settimanali Lo specchio e Il Borghese). Viene da chiedersi: come avrà fatto questo essere umano a sopportare il peso di tanta pressione, e multiple aggressioni, e nel frattempo a scrivere romanzi, poesie, articoli, film?

Leggi l’intero articolo: https: //www.iltascabile.com/letterature/pasolini-contro-sanremo/

Le figurine di Radiospazio. Lucciole

– Non so che cosa devo fare, lo capisci? Ho sempre dovuto fare qualcosa. Adesso non so più. Il mistero di essere io in mezzo a tutto questo… è finito.
– Non c’è nulla che guardato da vicino e senza amore continui a dar luce; per esempio, lucciole: se ne acchiappi una, è soltanto un salsicciotto grigio e opaco! Ma saperlo lì ti dà una sensazione molto più diabolica che sdilinquirsi a chiamarle le lanternette di Dio!

Robert Musil, I fanatici, Einaudi