Insoddisfatti del presente ci convinciamo che pensare positivo basti ad avere successo. Non è così. (The Vision)

“Sono la ragazza più fortunata che ci sia. Otterrò tutto ciò che voglio. Tutto andrà per il meglio”. Non si tratta di una serie di citazioni tratte dall’ultimo libro di un sedicente life-coach, ma di un nuovo trend diffuso su TikTok dall’influencer newyorkese Laura Galebe, denominato “Sindrome della ragazza fortunata” (Lucky Girl Syndrome). Presentata alla propria community con un video caricato sul proprio profilo a dicembre 2022 – periodo in cui, tradizionalmente, il bilancio dell’anno passato lascia progressivamente il posto alle speranze, i buoni propositi e le illusioni rivolte a quello in procinto di iniziare –, la Lucky Girl Syndrome rientra fra le cosiddette “tecniche di manifestazione”, un insieme di pratiche “spirituali” per cui rendere espliciti i propri desideri, affidandosi a essi con fiducia e ottimismo, consentirebbe agli individui di modificare la realtà a proprio favore, rendendo la realizzazione delle proprie aspettative quasi automatica.

Leggi l’intero articolo: https://thevision.com/attualita/sindrome-ragazza-fortunata/

Narrativa. Bohumil Hrabal. Discorsi alla mensa aziendale (frammento)

Emánek percorse il corridoio, scese le scale ed entrò nell’automat. Ordinò una granatina e si sedette vicino a una vecchietta di Libeň che conosceva da quando era piccolo. « Allora nonnetta, come va? » « Bene » gli rispose. « Oggi la zuppa è buona. Ma bollente. E tu, Emánek? Lavori ancora alle acciaierie di Kladno? » « Sì, signora, sempre lì. » « E come si mangia di questi tempi lì da voi? » « Be’, alla mensa della fabbrica, vuole dire? » « E dove sennò. Com’è il menù? » « Allora signora, il lunedì c’è la zuppa alla Poldi, il filetto alla Stroganoff, poi i bignè con glassa di cioccolato. Il martedì la zuppa Jzd49 e il polmone alla viennese con i knedlíky50. » « Uhm allora è migliorata. Sai, quando c’ero io queste cose non le servivano. Avevo sette figli da crescere e dovevo pure trovare il tempo per andare a lavare i defunti. » « Questo, signora, non lo sapevo. » « Già. Non c’è molta differenza tra un bambino piccolo e un uomo che muore. A volte se la fanno sotto dalla paura per quello che li aspetta. E il mercoledì che vi danno? » « Lingua di bue con salsa alla polacca. Il giovedì guláš alla Esterhazy e il venerdì un bel caffè bollente e ciambelle. Ma, signora, i morti non le facevano paura? » « Eh ragazzo, io da giovane non avevo paura di niente al mondo. Prendevo l’accetta e uscivo al buio, dove potevano esserci pure i banditi. Ma una volta mi sono spaventata davvero. Fuori dal villaggio era morta una vecchietta che viveva sola, faceva un freddo cane, arrivammo, poggiammo la bara su una panca e l’impiegato, un certo Franta, scostando la coperta mi fa: “Vammi a prendere il martello, ragazza!”. Esco e proprio in quel momento arriva in bicicletta il nostro capo. Io tiro fuori il martello dalla cassetta e d’un tratto vedo il capo schizzare fuori dalla porta gridando: “Si è alzata!”, e fuggire verso il campo… Io stringevo il martello tra le dita, mi dava forza. Entrai e ci rimasi quasi secca dalla paura. Meno male che avevo quel martello in mano! Invece di sabato che c’è? » « Carne macinata con patate e torta di Linz. Ma signora… » « E la zuppa? Emánek, che zuppa? » « Di trippa. Ma mi racconti com’è andata a finire! » « Entro e vedo Franta chino sul letto che spingeva giù le ginocchia della salma, e quella sembrava che provasse ad alzarsi. » « E lei che ha fatto? » « Mi sono solo messa a urlare. E Franta si è girato, ha fatto un balzo, mi ha spinto via dalla porta ed è scomparso in un amen. Ma io avevo in mano il martello che mi dava forza. »

Bohumil Hrabal, Emánek, “La perlina sul fondo”, Racconti, Miraggi

I maschi (Snaporaz)

A volte, osservando i nuovi fenomeni musicali mainstream in Italia, sorge un dubbio: forse ci siamo proiettati indietro nel tempo e non ce ne siamo accorti? Se dal punto di vista musicale questo appare evidente (sia che si recuperi la storia della musica italiana fino quasi a plagiarla, sia che ci si rifaccia al “roccketto” da saggio di fine anno o che si giochi con tendenze all’estero già mangiate e ricacate), lo è ancor più sul piano del costume, che da sempre va a braccetto con le sette note. I nuovi pargoli del music biz che si autoproclamano trasgressivi, fluidi, “genderbenderati”, in realtà ripropongono cose nella nostra penisola sempre esistite, cose di cui certi artisti si sono fatti portavoce senza tanti riflettori addosso. Pensiamo a Ivan Cattaneo, al quale i “compagni” lanciavano oggetti contundenti sul palco per la sua ambiguità, a Renato Zero, regolarmente pestato dai bulli in periferia per i suoi travestimenti, ad Alfredo Cohen, esperto di marchette pederaste nei cinemini, alla Rettore paladina dell’androginia, all’amazzone Giuni Russo, entrambe costrette a tirare fuori le unghie per farsi strada nel mercato. 

Leggi l’intero articolo: https://www.snaporaz.online/i-maschi/

Le figurine di Radiospazio. La morte della domenica

Ecco, suona mezzanotte. La domenica è morta. Fra questa domenica e la prossima dovranno passare centosessantotto ore, a una a una.
Sono passate le centosessantotto ore. Sta finendo un’altra domenica. Che ne ho fatto di queste centosessantotto ore?
Venticinque ore le ho spese a scuola. Altre venticinque le ho spese in lezioni e ripetizioni, e fa cinquanta.
Una sessantina di ore si sono consumate nel sonno.
E le altre cinquantotto?
Una mezza dozzina se ne sono andate nel mangiare; un altro paio se ne sono andate per le piccole azioni, e cinquanta ore le ho consumate nelle abitudini. La mezz’oretta al caffè prima di andare a scuola; l’oretta al caffè dopocena; l’oretta sdraiato dopo le ripetizioni; le rimanenti ore a parlare coi colleghi e col giornalista, fino a consumare centosessantotto ore.
Mi accorgo che la mia vita è tutto un seguito di ore bruciate, di tempo perduto.
Ma che devo fare? mi domando – Che devo fare? – ho domandato a una vecchia collega.
– Che vuole fare? – mi ha risposto, – ormai è di ruolo!
Ecco, suona mezzanotte. La domenica è morta.

Briatore e Pirandello (sic!)

Flavio Briatore, intervistato a Zona Bianca, su Rete4, domenica 29 gennaio, ha esposto il suo pensiero a proposito della formazione che crede sia migliore per il figlio 12enne.
“Mio figlio fa la scuola internazionale a Montecarlo, principalmente in lingua inglese, poi in francese e dopo in italiano. Quest’anno è arrivata una professoressa d’italiano che faceva studiare, nella classe di mio figlio, Pirandello. io l’ho chiamata e le ho detto: ‘Guardi che questi ragazzi qui sono italiani ma l’italiano è la terza lingua’. Adesso sembra che l’abbia capito”, ha detto.

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Narrativa. Lydia Davis, Il calzino

Hoppe

                                    foto di Otto Emil Hoppe

Dopo. Questo racconto di Lydia Davis riguarda il dopo, quando il matrimonio è già stato consumato; senza drammi, perché nel vuoto il dramma  si estingue come la fiamma sotto una campana privata dell’ossigeno. Affiorano, da un presente esangue, frammenti di una nuova vita: la donna con la quale il marito se n’è andato, il figlio che deve trovar posto in un altro ménage parallelo, un libro e, soprattutto, un calzino, reperto apparentemente insignificante di una perduta quotidianità, che diventa, a sorpresa, il vero protagonista di questa piccola storia. 

Adesso mio marito è sposato con un’altra donna, più bassa di me, alta poco più di un metro e mezzo, di costituzione robusta, e naturalmente sembra più alto e magro di prima, e la sua testa sembra più piccola.
L’estate scorsa sono venuti qui per qualche settimana a trovare mio figlio, che è anche il suo. Ci sono stati alcuni momenti di tensione, ma anche qualche bel momento, sebbene non privo di qualche imbarazzo. Mi sono fatta in quattro per loro, soprattutto per il nostro ragazzo. Ho pensato che dovevamo andar tutti d’accordo per amor suo. Vennero diverse volte a trovarmi: usavano il mio telefono e le altre comodità della casa. Risalivano lentamente dalla spiaggia e facevano la doccia, per poi andarsene più tardi, la sera, freschi freschi, con mio figlio in mezzo a loro, mano nella mano.
Quando se ne andavano ero sempre molto stanca. La sera prima della loro partenza mi invitarono a un ristorante vietnamita: ci sarebbe stata anche mia suocera, di passaggio per la città. Un’ora prima dell’appuntamento mio marito mi telefonò pregandomi di guardare se non avevano dimenticato niente durante le loro visite. Trovai un libro, vicino alla porta del garage, e da qualche altra parte uno dei calzini di lui. Prima di andare a cena mio marito aveva portato il libro in casa ma si era infilato il calzino nella tasca posteriore dei pantaloni, e lì rimase per tutta la cena al ristorante, mentre mia suocera, a capotavola, giocava di tanto in tanto con mio figlio, e faceva domande a tutti sulle spezie che potevano trovarsi nel cibo. Poi, quando fummo tutti usciti dal ristorante, mentre stavamo nel parcheggio, mio marito tirò fuori il calzino dalla tasca e lo guardò, chiedendosi come fosse finito lì.
Era una cosa senza importanza, ma in seguito non riuscii a dimenticare quel calzino che affiorava dalla tasca posteriore dei pantaloni, mentre eravamo in un ghetto vietnamita, e nessuno conosceva davvero questa città, ma eravamo tutti lì insieme, ed era strano perché mi sembrò che lui ed io fossimo ancora insieme, lo eravamo stati per tanto tempo, e non potei fare a meno di pensare a tutti gli altri calzini che avevo raccolto, e poi ai suoi piedi in quei calzini, a come la pelle traspariva sul malleolo e sul calcagno dove il tessuto era consumato.
Non riuscii a dimenticarlo, in seguito, anche se quando se ne furono andati trovai qualche altra cosa che avevano lasciato, o piuttosto che sua moglie aveva lasciato nella tasca di una delle mie giacche: un pettine rosso, un rossetto e una boccetta di pillole. Per un po’ questi oggetti rimasero su un ripiano della cucina, e poi su un altro, perché pensavo di mandarglieli, ma continuai a dimenticarmene, finché alla fine li misi in un cassetto per darglieli quando fossero ritornati, perché non sarebbe passato più molto tempo, e solo a pensarci mi sentivo stanca di nuovo.

 Lydia Davis, Il calzino, “Narratori di poche parole”, Guanda. Traduzione Luigi Schenoni.

La vita non è altro che nebbia. Unamuno, hidalgo dello smarrimento (Pangea)

«Noi uomini non siamo soggetti né alle grandi gioie né ai grandi dolori, perché queste gioie e questi dolori ci giungono avvolti in un’immensa nebbia di piccoli eventi. E la vita non è altro che questa nebbia».

«Ho notato spesso che certi personaggi di romanzo assumono per noi un’importanza che non potrebbero mai raggiungere coloro che conosciamo e che sono nostri amici, coloro che parlano con noi e che ci ascoltano nella vita visibile e reale. E questo fa sì che sogni la domanda se la totalità del mondo non sia tutto una serie intrecciata di sogni e romanzi, come scatole dentro scatole più grandi – una dentro l’altra e queste dentro ad altre –, tutto una storia con più storie, come le Mille e una notte, che si snoda falsa nella notte eterna».

Leggi l’intero articolo: https://www.pangea.news/nebbia-unamuno-silvano-calzini/

Trent’anni dopo. Un ritorno in palcoscenico. Luigi Gozzi, Freud e il caso Dora

Freud e il caso di Dora è stato rappresentato per la prima volta il 17 febbraio 1979 al Teatro Due di Parma, con Marinella Manicardi e Gianfranco Furlò, regia spazio scenico films e costumi Luigi Gozzi, composizione spazio scenico Severino Storti Gajani, musiche Gabriele Partisani, elaborazioni fotografiche Paolo Petrosino, realizzazione films Andrea Pavone, produzione Teatro Nuova Edizione/Teatro delle Moline. E’ stato finalista al Premio Mondello di Palermo 1979.

Leggi l’intervista di Maria Dolores Pesce a Luigi Gozzi: http://www.dramma.it/index.php?option=com_content&view=article&id=504:freud-e-il-caso-di-dora-di-luigi-gozzi&catid=52&Itemid=44

«Ritournelles» di Guattari come un’autobiografia poetica (Il manifesto)

Poche sono state in Italia le riflessioni, gli incontri, le riprese del pensiero di Félix Guattari nell’anno appena trascorso, trentennale della morte del filosofo. A fare luce su un aspetto meno famoso della sua complessa, densa attività e della sua scrittura arriva un progetto/mostra di Michele Corleone e Antonia Gozzi appena inauguratosi presso la Galleria Interzone di Roma (via Macerata 46), La caduta della R: uno studio su Ritournelles di Félix Guattari.

Leggi l’intero articolo:https://ilmanifesto.it/ritournelles-di-guattari-come-unautobiografia-poetica

Il video della domenica. Raoul de la Fuente, Ancora un giorno (trailer)

https://iwonderpictures.com/projects/ancora-un-giorno/

Vincitore dell’European Film Awards per il miglior film d’animazione 2018 è tratto dal romanzo omonimo del 1976 del giornalista polacco Ryszard Kapuściński, il film narra le vicende di un reporter impegnato a testimoniare gli eventi della guerra civile angolana1975. Ryszard Kapuscinski, reporter di guerra, convince i suoi superiori di un’agenzia di stampa polacca a mandarlo in Angola, allora in piena guerra civile.

Immagine e finzione

Su molti prodotti alimentari della grande distribuzione campeggia la dicitura “L’immagine ha il solo scopo di presentare il prodotto”. A prima vista essa sembra indicare che l’immagine non serve a nient’altro che a illustrare la realtà “vera”del prodotto contenuto nella confezione, ossia che essa è subordinata alla realtà vera e propria della cosa (fisica, in questo caso). Eppure, è evidente che l’immagine non si limita affatto a rappresentare il prodotto, piuttosto lo raffigura nel senso di figurarlo, di fingerlo: non lo rispecchia, bensì lo effettua nella misura in cui induce all’acquisto, all’immaginazione di un’esperienza gustativa e via discorrendo. Essa in ultima istanza serve proprio a creare una realtà rispetto alla quale si è consapevoli che sarà il prodotto a non corrispondervi. In altre parole, come sa ormai bene ogni acquirente, quella dicitura indica l’opposto di ciò che dovrebbe apparentemente sottolineare: “l’immagine ha il solo scopo di presentare il prodotto” significa proprio che quella che si ha di fronte è una pura immagine con i propri dinamismi e le proprie caratteristiche, ossia che non ci si deve aspettare che essa si limiti a rappresentare il prodotto che pur presenta. Ciò accade non tanto perché esistono ormai tecniche di modifica delle immagini che rendono impossibile distinguere la riproduzione fotografica autentica dalla sua alterazione ottenuta tecnologicamente, quanto piuttosto perché, al contrario, l’immagine esibisce in modo chiaro la propria intima natura, cioè – se così si può dire – rappresenta essenzialmente se stessa, la propria forza e la propria capacità di effettuare: rappresenta la propria realtà, il proprio modo di essere reale, non una qualche altra realtà esterna di cui pure in qualche modo riproduce la visibilità.

Graziano Lingua, Sergio Racca, La cornice simbolica del legame sociale, Mimesis/Morphé

Una carrambata del XVIII secolo

Arrivammo a Chioggia il quarto giorno. Non avevo l’indirizzo dell’abitazione di mia madre, ma non stetti molto tempo in cerca. Madama Goldoni e sua sorella portavano la cresta, erano nella classe dei ricchi e ognuno le conosceva. Pregai il direttore di accompagnarmi fin là; egli accondiscese con buona grazia e ci venne; fece passare l’ambasciata e io restai nell’anticamera. – Signora, egli disse a mia madre, vengo da Rimini, e ho nuove da darvi del vostro signor figlio. – Come sta mio figlio? – Benissimo. – È contento del suo stato? – Signora, non troppo: soffre molto. – Perché? – Per essere lontano dalla sua tenera madre. – Povero ragazzo, vorrei averlo presso di me. – (Ascoltavo tutto, e mi bat- teva il cuore.) – Signora, continuò il comico, gli avevo esibito di condurlo meco. – Perché non l’avete fatto? – Lo avreste voi approvato? – Senza dubbio. – Ma i suoi studi? – I suoi studi? Non ci poteva ritornare? E poi vi son maestri dappertutto. – Lo vedreste voi dunque con piacere? – Col più gran giubilo. – Signora, eccolo. – Apro la porta, entro e mi getto ai piedi di mia madre; ella mi abbraccia, e le lacrime c’impediscono di parlare.

Carlo Goldoni, Memorie per l’istoria della sua vita e del suo teatro

Il video della domenica. Michele Cadei, Mobi

https://www.rai.it/raicinema/video/2013/10/Corto—Mobi—Cortometraggio-ed5e1a8c-6449-4eca-b3f4-47e0b57a14be.html

“Mobi”, regia di Michele Cadei, racconta l’avventura di un giovane che spingendo un blocco di ghiaccio si appresta a compiere finalmente la sua curiosa missione.
“Mobi” è uno dei cinque cortometraggi italiani, realizzati come saggi di diploma degli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia, prodotti con la partecipazione di Rai Cinema e andati in onda sulle reti Rai.

Francis Jammes, Preghiera per poter andare in Paradiso con gli asini

Marc Chagall

         Quando sarà l’ora di venir da Voi, mio Dio, fate
che sia un giorno in cui sui campi in festa il pulviscolo
brilli. Vorrei, come a questo mondo ho fatto,
scegliermi da me la strada, a mio piacere, per andare
in Paradiso, dove brillano le stelle in pieno giorno.
Prenderò il mio bastone e sulla grande strada
incamminato, agli asini, amici miei, dirò: Io sono
Francis Jammes e vado in Paradiso perché
nel paese del Buon Dio l’inferno non c’è.
E ancora poi dirò: Venite, dolci amici del cielo
turchino,
poveri cari animali che con una brusca mossa
d’orecchio
scacciate mosche vili, le api e le percosse…
Fate che vi appaia in mezzo a queste bestie
che io tanto amo perché con dolcezza abbassano
le teste,
e si fermano con i loro piccoli piedi congiunti
in un modo tanto dolce da farvi compassione.
Arriverò seguito dalle loro orecchie a migliaia,
da quelli che portarono i canestri sui fianchi,
da quelli trainanti i carri di saltimbanchi
o carretti splendenti di latta e di pennacchi,
da quelli che portano sul dorso bidoni ammaccati,
dalle asine piene a mo’ di otri, dai passi stentati,
da quelli che indossano piccoli gambali
per via delle piaghe gocciolanti e blu causate
dalle mosche testarde lì attorno raggruppate.
Fate, mio Dio, che assieme a questi asini io venga.
Fate che, in pace, ci conducano gli angeli
verso gonfi ruscelli in cui tremano ciliegie
lisce come la carne che ride di ragazzine,
e fate che, chino sulle vostre acque divine,
in questo paese delle anime, assomigli a quegli asini
che specchieranno la loro povertà umile e dolce
nella limpidezza dell’eterno amore.

Francis Jammes, Preghiera per poter andare in Paradiso con gli asini, “Poesia francese del Novecento”, Bompiani