Quando una democrazia è debole ricorre ai simboli che unificano: simboli spossessati di qualsiasi rapporto con la realtà e funzionali alla rappresentazione di una comunità ideale. Servono, questi simboli, a eliminare i conflitti e favorire l’armonia: che è fittizia, naturalmente, perché una società moderna, democratica e funzionante si dovrebbe fondare sulla differenza anziché sull’omologazione, tranne nei casi in cui l’uniformità venga costruita a forza, com’è avvenuto storicamente, ahinoi, con i regimi totalitari. Nel caso italiano il simbolo unificante per eccellenza è Dante, cui è stato ora dedicato un giorno memoriale, il Dantedì, che si è celebrato il 25 marzo con grande clamore di iniziative, pagine giornalistiche, invenzioni figurative, riedizioni, letture e video: basta aprire i siti dei principali quotidiani italiani per trovare interviste ai discendenti di Dante, viaggi nell’Italia di Dante, sproloqui sul padre della patria e il padre della lingua, inviti alla coerenza e all’impegno, ecc. ecc.
– È terribile quello che lei dice; secondo lei non esiste tra gli esseri umani quel sentimento che generalmente si chiama amore e che dura non soltanto mesi o anni, ma anche tutta la vita?” – No, questo è impossibile,” replicò l’altro, “così com’è impossibile che in un carro di piselli due piselli preventivamente contrassegnati rimangano sempre l’uno accanto all’altro.
Fra le tante ricette dell’umorismo, quella “in nero” è una delle più delicate perché richiede una mano leggera e un’immaginazione trasgressiva capace di svincolarsi dalla logica corrente. István Örkény, narratore e drammaturgo ungherese morto nel 1979, ha coltivato un umorismo crudelmente soft che contagia le situazioni più comuni della vita quotidiana. In questo fulmineo racconto due sposi in luna di miele precipitano in una situazione surreale che lascia trasparire un sorriso beffardo sull’istituzione del matrimonio.
Le settimane della luna di miele erano belle e piene d’amore. Un pomeriggio però, verso le sei e mezza, rimasero appiccicati alla carta moschicida che pendeva dal lampadario. Che stupido caso! LUI Mi ami, angelo mio? LEI Tanto. LUI E allora vieni qui. LEI Subito, ma c’è qualcosa che mi si è appiccicato ai tacchi. LUI Cosa te ne importa, getta via la scarpe! LEI Vuol dire che anche oggi staremo di nuovo in casa. E all’Accademia di Musica c’è una serata dedicata a Cajkovskij. LUI Me ne frego di Cajkovskij. LEI Preferiresti andare a teatro? LUI Per carità! Ma, di’ un po’, non ti sembra che stiamo ondeggiando? LEI Non farci caso, guarda cosa danno all’Opera. LUI Dov’è il giornale? LEI Sul tavolo della cucina. LUI Non posso muovermi, perché anche a me mi si è appiccicato qualcosa alle scarpe. LEI Mi pare che diano il Ballo in maschera . LUI Adesso non riesco più a liberare neanche le mani. LEI Certo che ti piace proprio lamentarti. Andrà a finire che staremo di nuovo a casa. LUI Che cos’è tutta questa agitazione? LEI Sto provando a tirarmi fuori da tutta questa roba vischiosa. LUI Non far sciocchezze, rischiamo di cadere giù. LEI Ma tu ti rassegni proprio a tutto? E sì che mi sono innamorata di te perché eri un tipo tanto intraprendente e dicevi di amare la musica. LUI Ho un bell’adorare la musica, se non posso muovere né mani né piedi. LEI Come se fossi il primo che è rimasto invischiato in qualcosa! LUI Sto dentro questa colla fino al ventre! LEI Con tutte le tue ciance mancano venti minuti alle sette. All’Opera possiamo arrivarci solo in taxi. LUI Ma tu non capisci proprio niente della realtà della vita! LEI Avevamo detto che il nostro matrimonio non sarebbe stato come gli altri. Che noi avremmo sempre avuto qualcosa da dirci, non saremmo diventati antipatici, non avremmo litigato, non ci saremmo mai separati. LUI Ormai mi arriva alla bocca! LEI Sii gentile, prendi il telefono e chiama un taxi.
Istvàn Orkeny, Viaggio di nozze sulla carta moschicida “Novelle da un minuto”, E/O. traduzione Gianpiero Cavaglià
Quando una democrazia è debole ricorre ai simboli che unificano: simboli spossessati di qualsiasi rapporto con la realtà e funzionali alla rappresentazione di una comunità ideale. Servono, questi simboli, a eliminare i conflitti e favorire l’armonia: che è fittizia, naturalmente, perché una società moderna, democratica e funzionante si dovrebbe fondare sulla differenza anziché sull’omologazione, tranne nei casi in cui l’uniformità venga costruita a forza, com’è avvenuto storicamente, ahinoi, con i regimi totalitari. Nel caso italiano il simbolo unificante per eccellenza è Dante, cui è stato ora dedicato un giorno memoriale, il Dantedì, che si è celebrato il 25 marzo con grande clamore di iniziative, pagine giornalistiche, invenzioni figurative, riedizioni, letture e video: basta aprire i siti dei principali quotidiani italiani per trovare interviste ai discendenti di Dante, viaggi nell’Italia di Dante, sproloqui sul padre della patria e il padre della lingua, inviti alla coerenza e all’impegno, ecc. ecc.
L’italiano è una lingua bellissima, un’opera d’arte realizzata in secoli di scrittura, prima ancora che di parola, come le meraviglie della nostra pittura, scultura, architettura e, appunto, letteratura. Essa è armonica nella sua complessità semplice: il suo sistema verbale, e in genere grammaticale, è tanto grande da poter abbracciare tutti i modi e i tempi, fino ai più impalpabili, del pensiero e del sentimento; il suo vocabolario è così ricco da poter spendere espressioni per ogni emozione e concetto, anche i più intangibili; la sua fonologia, cioè i suoi suoni, è così melodiosa, con tutte quelle vocali, da far danzare ogni ragionamento e sensazione, fino a rendere raffinati ed eleganti anche quelli più grossolani.
TRADUZIONE L’ultimo brano, “Il poeta parla”, questo è il titolo che Schumann stesso ha aggiunto a questa pagina immortale, dovrebbe essere trasposto in una dimensione di sogno, più intima, no?… Non solo la bella sonorità, la decantazione espressiva della frase, ma un sentimento più sognatore. La verità è che bisogna sognare questo brano, non eseguirlo. Mi permette di prendere il suo posto? … Qui non bisogna legare le due frasi, sono due elementi diversi della stessa condizione musicale… E qui, come una specie d’interrogazione… e qui di nuovo un’altra… teneramente… interrogare l’avvenire… E da questo momento bisogna che s’inscriva semplicemente non nella musica ma, come proveniente dal genio, nell’immortalità… E lasciar svanire le sonorità che devono sparire, spegnersi… Lasciarle semplicemente… in presenza di un sogno che prosegue.
Molti, moltissimi anni fa il Caso mi fece assistere a un’esibizione dal vivo del grande Alfred Cortot. Riporto questo fatto personale perché ha ormai il valore di una testimonianza storica: era il 1952 e credo che tutti coloro che hanno assistito a un concerto del maestro oggi siano abbondantemente morti; io sono sopravvissuto solo perché a quell’epoca ero un bambino. Scena: l’austera sala del conservatorio di Bologna, pubblico delle grandi occasioni. Nonostante la mia tenera età, avevo già ascoltato grandi esecutori ma Cortot era diverso da tutti. Immaginate un vecchio (quello che vedete nella fotografia) semicieco che sale i gradini del palco sorretto da un commesso e quindi abbandonato, varato come un vascello in un mare incerto. Il maestro raggiunse il pianoforte seguendo una striscia di gesso appositamente tracciata. Fu una grande entrata teatrale. E la teatralità crebbe quando quando Cortot, che fino a quel momento aveva puntato il suo profilo sullo Stenway gran coda, si girò di faccia al pubblico per ringraziare sobriamente con un cenno del capo. Quel volto incartapecorito e incorniciato da due bandeau grigi era truccato. Una riga sottile color minio disegnava le labbra disidratate dal tempo; le palpebre erano ombrettate di un azzurro ingenuo che trasformava la pieghe senili in un plissé civettuolo, da fanciulla al suo primo ballo. In programma c’era il Carnaval , l’opera pianistica nella quale Schumann mette in scena un turbine di maschere musicali, da quelle della commedia dell’arte a quelle, ineffabili, dell’anima. Un video è una labile traccia, ma credo che in questi due minuti di lezione il maestro riesca a socchiudere per qualche istante la porta che mette in comunicazione l’interpretazione col sogno.
La Befana, cara vecchietta, va all’antica, senza fretta. Non prende mica l’aeroplano per volare dal monte al piano, si fida soltanto, la cara vecchina della sua scopa di saggina:bef è così che poi succede che la Befana… non si vede! Ha fatto tardi fra i nuvoloni, e molti restano senza doni! Io quasi, nel mio buon cuore, vorrei regalarle un micromotore, perché arrivi dappertutto col tempo bello o col tempo brutto… Un po’ di progresso e di velocità per dare a tutti la felicità!
Gettato sul lastrico, Lewinston si trovò a sguazzare nella più infima melma, e questa lo travolse, lo ingoiò nelle tenebre; una panchina dei giardini pubblici diventò la sua casa, e la «coda per il pane» il suo mezzo principale di sussistenza. L’attesa, nella notte piovosa, pareva interminabile a quegli uomini taciti e affamati. Finalmente la fila si ruppe, diventò una folla informe. Lewinston, cogli altri, si fece sotto e poté leggere il cartello: «Considerando che il prezzo del grano è salito a due dollari allo staio, non ci saranno più distribuzioni di pane da questo forno, salvo ulteriore avviso»
Frank Norris, Uomini e grano. Bompiani. Trad. Piero Gadda Conti
«Interpretare una donna sul punto di oltrepassare i limiti che ha sempre osservato è stata una sfida incredibilmente stimolante», dice Emma Thompson su Il piacere è tutto mio
Il film è un’esplorazione del piacere e della vergogna, nonché un ritratto del lavoro di operatore sessuale come di una professione assistenziale.
In alto mare Pantagruele scrutò intorno e disse: – Sentite ? Mi par di udire delle voci, eppure non vedo nessuno… Il pilota gli rispose: – È normale, signore, siamo al confine col mar Glaciale, dove ci fu una grande battaglia. In quell’occasione le parole e le grida gelarono nell’aria. Adesso, passato l’inverno, tutti quei rumori si sciolgono. Ci gettò sul ponte alcune manate di parole… Piccanti, sanguinanti, orrifiche, le quali, fondendosi insieme, sentivamo hen hen; ticche, torcia, lorcia; frr frr , bu, bu, on, on, on; goth e magoth … Credete che ci divertimmo davvero.
François Rabelais, Pantagruele, Enaudi, trad. Mario Bonfantini