Narrativa, Selma Lagerlof, Il libro di Natale (frammento)

C’è una tradizione a Marbacka, che quando si va a dormire la Vigilia di Natale si ha il permesso di avvicinare un tavolino al letto metterci sopra una candela r poi leggere finché si vuole. Questa è la più grande di tutte le gioie di Natale. Non c’è niente di più bello che starsene lì sdraiati con un bel libro avuto in regalo, in libro nuovo che non si è ancora mai visto e che nessun altro in casa conosce, e sapere che si può leggere pagina dopo pagina finché si riesce a stare svegli. Ma cosa di fa la notte di natale se non si sono ricevuti libri?
“Che libro hai ricevuto?” chiede Daniel allungandosi verso di mel
Lo apro e resto lì a fissare il frontespizio a bocca aperta.
Non capisco una parole.
“Fammi vedere”, dice, e legge:
Nouveaux contes de fées pour les petits enfants par Madame la Comtesse de Ségur”. Daniel chiude il libro e me lo restituisce.
“È un libro di fiabe in francese”, commenta, “Avrai di che divertirti.”
Ho preso lezioni di francese da Aline Laurell per sei mesi, ma sfogliando le pagine del libro in francese mi rendo conto che non capisco niente.
Ricevere un libro in francese. Quasi peggio che non riceverne neanche uno.
Faccio fatica a trattenere le lacrime. Ma per fortuna mi cade l’occhio su una delle figure. La più incantevole principessina del ondo viaggia un una carrozza tirata da due struzzi e, a cavalli di uno dei due struzzi, c’è un paggetto in alta livrea con lo stemma ricamato e le piume sul cappello. La principessina ha le maniche a sbuffo e una sontuosa gorgiera. Gli struzzi hanno in testa alti pennacchi e le redini sono ornate di grosse catene d’oro. Non si può immaginare niente di più bello.
Man mano che sfoglio, trovo un vero e proprio tesoro di illustrazioni, altere principesse, re maestosi, nobili cavalieri, fate raggianti, orribili streghe, meravigliosi castelli fatati. No, non è un libro per cui piangere, anche se  in francese.
Per tutta la notte di Natale me ne sto sdraiata a guardare le figure, soprattutto la prima, con gli struzzi. Mi basta quella per passarci ore.

Selma Lagerlof, Il libro di Natale, Iperborea

Le figurine di Radiospazio. La difesa del contribuente

Mi hanno querelata! Benissimo; lei conosce la mia norma inderogabile: combattere l’avversario fino all’ultimo sangue, qualsiasi cosa costi. Porti la causa fino alla Camera dei Lord, se occorre. Vede, mio caro, una donna ricca come me non può permettersi proprio nulla. Io devo lottare per difendere dal primo all’ultimo soldo che posseggo. Mendicanti, ricattatori, scrocconi, enti benefici, benemeriti al valore civile, cause politiche, leghe, istituzioni d’ogni genere possibile e immaginabile si lambiccano il cervello dalla mattina alla sera per cercar di farmi morire dissanguata. Basta che molli per un attimo, che ceda un centesimo perché a capo d’un mese io sia sul lastrico. Tutti gli anni verso cinque sterline per la Difesa del Contribuente, ma niente più: neanche un soldo di più. Lei deve sempre attenersi alle istruzioni ricevute; prevenire ogni azione, bloccare ogni richiesta di risarcimento con una controrichiesta dieci volte superiore. Non ho altro modo per poter scrivere a piene lettere sul cielo: “Indietro, borsaioli!”

Il video della domenica. Eige Ernst, Guernica (silenzioso)

https://www.ubu.com/film/helge_guernica.html

Una “fantasia d’immagine” ispirata alla pittura di Picasso. .

Alla fine della seconda guerra mondiale, artisti e documentaristi furono coinvolti nel cinema sperimentale. Lo stato danese ha sovvenzionato film sperimentali negli anni 1947-50, il che ha dato ulteriore forza al movimento. Questa antologia contiene tredici opere principali del film sperimentale danese. L’obiettivo principale è sugli anni di importanza internazionale intorno al 1950.

Laura Pugno, Melusina (Le parole e le cose)

Così ora è da sola, Alice, e può esplorare Nostra Signora della Foresta, Santuario, la ragione per cui è arrivata fino a lì, per cui ha compiuto, pensa, quello strano viaggio. Emma le ha scritto, ha suscitato la sua curiosità. Non dubita, non ha mai dubitato Alice, che Emma stesse eseguendo le ultime volontà di Marie-Ange, dichiarate o meno che fossero. Dall’altro lato rispetto alla grande cucina e alle camere comuni si apre una stanza ancora più grande e più nuda delle altre, con vista sulle onde del mare azzurrissimo, battuto incessantemente dal sole, un letto – poco più che sacchi tenuti insieme da lenzuola, pieni di qualcosa che forse sono piume, forse alghe, o un misto delle due cose – enorme, addossato a una parete, una cassapanca e un lettino di legno. Dev’essere qui che sua madre, Agnès, dormiva da bambina. Quell’infanzia, pensa Alice, non ha avuto niente in comune con la sua, con gli appartamenti in affitto o le residenze universitarie, i college di mezza Europa, le lingue continuamente cambiate, l’Accademia di tutti i Paesi come una comunità, i convegni in tutte le stagioni, le estati lunghe e dai cieli sempre più alti, sempre più al Nord. Quell’infanzia è stata vissuta in un altro tempo, direbbe quasi un altro mondo.
Perché mai Marie-Ange avrà scelto proprio quel luogo per fondare la sua, di comunità, la sua comune – per gli abitanti di Stellamarina, la sua setta o strana religione? Il cognome, certo, poteva tradire un’origine italiana, ma chissà di dove, e da quelle parti i Daras non hanno proprietà. Vagabondaggi, forse, incontri, amori o amicizie di quella giovinezza furibonda, e ancora dopo, molto dopo. Perché sono qui, si chiede Alice, sfiorando con le dita la coperta su quel lettino minuscolo, la stoffa che porta ancora l’incavo del corpo di sua madre bambina, o di chissà chi.

Leggi il resto dell’articolo:https://www.leparoleelecose.it/?p=45702

Julio Cortázar, Del sentimento del non esserci del tutto

Per tante cose sarò sempre come un bambino, ma uno di quei bambini che fin dall’inizio portano dentro di sé l’adulto, in maniera che quando il mostriciattolo diventa adulto davvero succede che a sua volta questo porta dentro di sé il bambino, e nel mezzo del cammin1 si verifica una coesistenza raramente pacifica fra almeno due aperture sul mondo. Tutto ciò può essere inteso in senso metaforico ma comunque è indice di un temperamento che non ha rinunciato alla visione puerile come prezzo della visione adulta, e questa giustapposizione che crea il poeta e forse il criminale, e anche il cronopio e l’umorista (questioni di dosaggi diversi, di tronche e di sdrucciole, di scelte: ora gioco, ora uccido) si manifesta nel sentimento di non esserci del tutto in nessuna delle strutture, delle tele che tesse la vita e in cui siamo al tempo stesso ragno e mosca. Molti miei scritti vanno catalogati sotto il segno dell’eccentricità, visto che fra vivere e scrivere non ho mai ammesso una netta differenza; se, vivendo, riesco a dissimulare una partecipazione parziale alla mia circostanza, non posso invece negarla in quello che scrivo dato che scrivo proprio perché non ci sono o perché ci sono a metà. Scrivo per difetto, per dislocazione; e siccome scrivo da un interstizio, non faccio che invitare gli altri a cercare i propri e a guardare, attraverso questi, il giardino in cui gli alberi hanno frutti che ovviamente sono pietre preziose. Il mostriciattolo non demorde.

Julio Cortázar,. Il sentimento della letteratura, SUR

Le figurine di Radiospazio. Finali improvvisi

«Guardate il cielo, Nasten’ka, guardate! Domani sarà una giornata stupenda; che cielo azzurro, che luna! Guardate: ecco, adesso quella nuvola gialla la coprirà, guardate, guardate!… No, le è passata accanto. Guardate dunque, guardate!…»
Ma Nasten’ka non guardava la nuvola, ella se ne stava ferma, in silenzio, come inchiodata al suolo; un momento dopo cominciò con una sorta di timidezza a stringersi forte a me. La sua mano cominciò a tremare nella mia mano; la guardai… Ella si appoggiò a me ancora più forte.
In quell’istante passò accanto a noi un giovane. Egli a un tratto si fermò, ci guardò fissamente e poi fece di nuovo alcuni passi. Il mio cuore tremò… «Nasten’ka», dissi sottovoce, «chi è, Nasten’ka?»
«È lui!» mi rispose lei in un bisbiglio, stringendosi ancora di più a me trepidando… Io mi reggevo a stento sulle gambe.
«Nasten’ka! Nasten’ka! Sei tu!» risuonò una voce dietro a noi e in quello stesso istante il giovane fece alcuni passi verso di noi…
Mio Dio, come gridò! Come sussultò! Come si strappò dalle mie braccia e gli volò incontro!… Io ero lì fermo e li guardavo come colpito a morte. Ma appena ella gli ebbe dato la mano, appena si fu gettata tra le sue braccia, improvvisamente di nuovo si voltò verso di me, in un lampo mi fu accanto e, prima che riuscissi a raccapezzarmi, mi gettò entrambe le braccia al collo e mi baciò forte e con ardore. Poi, senza dire una parola, si lanciò di nuovo verso di lui, lo prese per le mani e lo trascinò con sé.
Io rimasi lì a lungo a guardarli… Finalmente entrambi sparirono alla mia vista.

Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche , Garzanti classici

Il video della domenica. Steve Cutts, A Brief Disagreement

https://www.artribune.com/television/2022/10/video-corto-animato-guerra-steve-cutts/

Il video descrive in poco più di tre minuti la storia dell’umanità come un’infinita guerra tra uomini, o meglio, ominidi, che se le danno di santa ragione per i motivi più futili. Partendo dalla preistoria, il film attraversa le epoche: cambiano le armi, più evolute e sofisticate, ma restano i protagonisti, burberi scimmioni incapaci di parlare e trovare un accordo a parole, ieri come oggi.

Patrizia Cavalli ha fatto convivere nei suoi versi ragione e tenerezza, è per questo che la amiamo (The Vision)

Cavalli è stata tra le voci poetiche del Novecento a dare spazio in poesia al quotidiano, al prosastico, alle piccole cose significanti, quelle piccole epifanie che lentamente emergono dai gesti comuni e arricchiscono di senso la parabola della nostra vita, che sempre sono e sempre si ripeteranno, sempre uguali a se stesse, ma sempre uniche di una loro specificità, sancita da un luogo, da un tempo, da una disposizione del nostro sentire il mondo, quasi come sonnambuli o medium, anche quando vorremmo annullare la soggettività del nostro sguardo, forse per trovare pace. “Pigre divinità e pigra sorte / cosa non faccio per incoraggiarvi, / quante occasioni con fatica vi offro / solo perché possiate rivelarvi! / a voi mi espongo e faccio vuoto il campo / e non per me, non è nel mio interesse, / solo per farvi esistere mi rendo / facile visibile bersaglio”.

Leggi l’intero articolo https://thevision.com/cultura/patrizia-cavalli/

Narrativa. Aldo Palazzeschi, Quelle… (Racconto)

Un temporale di violenza inaudita s’era formato rapidissimo e dal mare in movimento di tromba aveva investito il litorale oscurandone l’aria, intorbidandola di polvere e di sabbia.
Preceduti dall’architetto in capo, i maestri costruttori erano usciti di sottoterra, e con aria di eccezionale gravità valutavano in un primo sguardo l’entità del disastro e la sotterranea città devastata dove le vittime si contavano a migliaia. L’aspetto dell’architetto in capo circondato dai fidi maestri era di una glaciale, funebre tristezza. Si guardavano intorno senza decidersi a rompere un silenzio di cupa rassegnazione, del tutto religiosa.
È bene sapere che le formiche non conoscono la gioia spensierata che ad altri animali è concessa, l’esercizio del ridere non sanno che sia, un sorrisetto ironico produrrebbe nel loro mondo un’insanabile ferita, e una risata squillante risuonerebbe come la più sconcia bestemmia. Due attività conoscono le formiche che regolano la loro vita: il lavoro e l’obbedienza.
Senza un attimo d’incertezza l’architetto in capo prese a impartire ordini per iniziare nel minor tempo possibile la ricostruzione della città devastata.
– Bianca!
– Rosetta!
– Delfina!
– Stella!
– Dora!
– Gemma!
– Celeste!
– Fiorella!
– Alba!
– Pellegrina!
– Urania!
– Palmira!
– Kikì
– Ninetta!
Mentre chiamava a sé le sue operaie, l’architetto in capo sentì provenire dalle fronde di un albero lì accanto un intrecciarsi di grida vivacissime
– Hai sentito che roba?
– Hai avuto paura?
– Credevo di morire, stai zitta, non respiravo più. M’ero aggrappata al ramo stretta stretta, lui mi diceva: «Stringimi sai, stringimi forte altrimenti sei perduta». Lo stringevo da strozzarlo.
– Ci avevi preso gusto, di’ la verità.
– Capirai, in certi casi non si guarda più nulla.
– Io ero entrata proprio dentro le foglie. Vuoi che te lo dica? Quando ho capito che non sarei caduta ero tutta contenta: che altalena!
– Taci che ho perso tutti i miei rubini.
– Io non ho ancora contato i miei zaffiri, sono trentadue, capirete… come si fa?
– Mentre nel basso, fra i tronchi della giovane foresta viveva la sotterranea città delle formiche, sulle cime dei pini vivevano le farfalle in piena luce e libertà. Fu in un attimo di silenzio che quelle indiavolate ciarliere poterono rendersi conto come là sotto si parlasse di rovine… di feriti… di funerali imminenti… Le farfalle vennero assalite da un riso convulso. Ridevano a crepapelle. Si sbellicavano tutte insieme dalle risa, in un crescendo che produceva una sinfonia.
– Hai sentito?
– Gli è rovinato ogni bene.
– Gli è rovinata ogni cosa.
– Non ti posso descrivere fino a che punto sono contenta.
– Sono morte a migliaia.
– Fossero morte fino all’ultima!
– Si fosse perso il seme di quella razza maledetta!
– Stai fresca, fra quindici giorni sono più di prima.
Al crescente schiamazzo, immerse nelle loro preoccupazioni gravissime, le formiche
socchiudevano gli occhi, stringevano le labbra, abbassavano la testa.
Hanno ragione quelli che le infilano vive in uno spillo.
Da epoca preistorica s’era perpetuata fra le due specie una convivenza assurda, nella quale ogni giorno si allontanava la possibilità di un’intesa. Le formiche, quando volevano indicare le soprastanti di casa, dicevano soltanto una parolina: «quelle…». Dopo di che tacevano, facendo conto che non ci fossero. E il più bello si è che per designar loro, dicevan «quelle…» anche le altre, ma loro sempre vi aggiungevano una parolina. Alle farfalle pareva troppa la distanza fra loro e le brutte vicine.
– Che colpa ne abbiamo se il Signore ci ha fatto belle e loro brutte da far paura?
– Che schifo.
– Si può dare una sagoma più ridicola?
– Dall’alba al tramonto non fanno che trafficare per portar roba a casa.
– E tutti quei chicchi appartengono a loro? Quali diritti hanno sopra di essi?
– È roba rubata. Sono ladre.
– A me, quando ho fame, tutti i fiori spalancano le braccia.
– E a me? Mi danno il cuore e l’anima: «vieni anche da me, bella, e a me non m‘hai visto? Non ti piaccio? Ti faccio paura? Sentirai come son buono. Vieni, tesoro mio, son tutto zucchero».
Quella mattina l’architetto in capo delle formiche, dato il suo stato d’animo eccezionale, e le preoccupazioni che si agitavano nella sua mente, prima di scendere dopo aver detto «quelle…», vi aggiunse anche lui una parolina incomprensibile, che soltanto chi gli era accanto poté udire: «quelle…»

Aldo Palazzeschi, “Tutte le novelle”, Mondadori

Le figurine di Radiospazio. Biblioteche mute

A volte guarda la sua biblioteca e non ci trova niente, tutti quei libri parlano soltanto della sua noia: sono una lunga frase ininterrotta che incomincia in alto a sinistra e finisce in basso a destra, nella quale si parla solo della sua noia, una frase che non risparmia nessun dettaglio, il menu della sua noia, una dissertazione interminabile e piatta che si propone di fare il punto sulla sua noia – un’enciclopedia in mille volumi il cui unico articolo parla della sua noia – una summa della sua noia.
Allora Crab ha la tentazione di fracassarsi la testa contro il muro.

Éric Chevillard, Un fantôme, éditions de Minuit

Scholastique Mukasonga, L’iniziazione

L’iniziazione. La paura. La vergogna. Per Modesta, era successo in classe. Aveva sentito un liquido caldo colare giù per gambe e quando si era alzata le compagne della fila dietro avevano visto una grande macchia rossastra che si allargava sui suoi vestiti, un filo di sangue scendere per la sua gamba, gocciolare sul pavimento. « Signora! » aveva gridato una compagna indicando Modesta. La professoressa aveva visto il sangue per terra. «Presto, aveva detto, immacolata, portala da suor Gerda.» Modesta seguì Immacolata, piangeva tutte le lacrime del suo corpo. « Non piangere, diceva Immacolata, è così per tutte le ragazze. O credevi che a te non succedesse? Adesso sei una vera donna. Avrai dei bambini » Immacolata bussò alla porta di suor Gerda. «Ecco, disse suor Gerda, è Modesta, non l’aspettavo così presto. Allora, sei diventata una donnina. Vedrai quanti dolori per questa faccenda; è Dio che l’ha voluto a causa del peccato di Eva, la porta del diavolo, di nostra madre e di tutte noi. Le donne sono fatte per soffrire. Modesta è un bel nome per una donna per una cristiana, e d’ora in poi ogni mese questo sangue ti farà ricordare che non sei che una donna, e se tu ti credi troppo bella, il sangue continuerà a ricordartelo sempre: sei solamente una donna.»

Scholastique Mukasonga, Notre Dame du Nil, Gallimard

Sofia Torre, Cattive abitudini. Il Tascabile

Viviamo nell’epoca del benessere instagrammabile e del sorriso a tutti i costi, un’eterna Pressure to Party, come quel pezzo di Julia Jacklin: Pressure to feel fine after the fact/Out on the dance floor with my body back. Devi sorridere, ammiccare ed emanare vibrazioni positive, altrimenti sei devianza, non alimenti la produttività karmica che ti circonda e, in un certo senso, stai peccando. Guastare la festa agli altri con la propria infelicità – anzi, con la propria non felicità: l’infelicità presuppone sempre un certo coefficiente di malessere, mentre io cerco l’autenticità – è come rifiutarsi di partecipare al processo democratico, come disertare una guerra o lavorare poco e male.
Se non vuoi essere felice stai deviando. Eppure anche essere devianza ha i suoi lati buoni. Come suggerisce Durkheim, persino in una società di santi sono necessari i peccatori per rinforzare le norme che mantengono coesa e funzionale la collettività: abbiamo bisogno di modelli che ci insegnino cosa dobbiamo fare, ma è altrettanto importante avere un’idea chiara di cosa ci verrà rimproverato: quando siamo bambini il broncio è considerato il capriccio per definizione, mentre essere allegri e propositivi invece è performativo e indicativo di una certa capacità sociale ed emotiva. 

Leggi l’intero articolo: https://www.iltascabile.com/letterature/cattive-abitudini/

Il video della domenica. Mastroianni, il divo timido. Rai cultura

https://www.raicultura.it/cinema/articoli/2019/02/Il-divo-timido-db0add53-e619-4a5e-a3a7-d8f7ca2ddcdd.html

Io latin lover? Una cosa da impazzire di stupidità e poi mi involgarisce… Ma li avete visti i miei film? A 72 anni ancora scrivono latin lover. E che sono un fenomeno da baraccone?