Poesia. Laura Liberale, Unità stratigrafiche (Le parole e le cose)

Laura Liberale è una figura di studiosa-poeta molto complessa: dottore di ricerca in Studi indologici e specializzata in tanatologia, Liberale ha insegnato culture e filosofie dell’India e tenuto corsi di alta formazione per i professionisti della cura che accompagnano i pazienti terminali. 

a volte i morti gettano biglie colorate nei cortili dell’infanzia
nessuna uguale all’altra, piovono giù senza colpire
quando qualcuno passa

i morti potrebbero crivellarci
ma si limitano, parmenidei, ad associarsi
alla perfezione di minute sfere

nottetempo ha fatto a pezzi
il cippo a bordo strada per il padre
a meno di due metri dal punto esatto dello schianto

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http://www.leparoleelecose.it/?p=40087

La serial killer delle donne.bonculture.com

Una serial killer delle donne. No, non è la protagonista di un film e tantomeno l’eroina di un romanzo, ma una donna realmente vissuta nel XVIII secolo. Era italiana e il suo nome era Giulia Tofana. Fu colei che inventò quella passata alla storia come acqua tofana, un liquido velenoso ampiamente usato nel Seicento, lo stesso che un secolo più tardi secondo Mozart qualcuno stava utilizzando per avvelenarlo.

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Le figurine di Radiospazio. Identità variabili

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Ho un’alunna che cambia continuamente nome. Non me ne stupisco. Ho avuto allievi che ogni mattina, a lezione incominciata, entravano dalla finestra invece che dalla porta. Ho fronteggiato crisi epilettiche, crisi mistiche, crisi di panico, crisi puberali, crisi d’astinenza.
«Zanni Ornella», dico. È l’ultima in ordine alfabetico. Silenzio.
«Come ti chiami oggi?», le chiedo. Mi risponde l’amica di Zanni, Storano Samantha: «Se te lo dice, finisce che la chiami.»
«No, non la chiamo. Mi serve solo per vedere se c’è.»
Zanni e Storano si consultano. Vedo che Zanni dice: no no e no. Intanto il resto della classe si annoia per quel rito quotidiano. Lo ammetto: mi annoio anch’io. Zanni va per le lunghe, avverto pulsioni criminali. Ma invecchiando, sono diventato insofferente con gli adulti e più paziente con i ragazzi. Ormai so che niente cambierà.
«Questo nome, Zanni!»
«Forse te lo dice più tardi.»
Allora organizzo una messinscena dell’allegria. Lo faccio sempre, prima di dare inizio alla lezione. Li faccio ridere a crepapelle. Per un po’ sono il loro buffone. Mi piacciono quando ridono: hanno denti ancora sani, risate limpide; sembrano d’animo buono e destinati alla felicità.
Poi dico bruscamente: «Basta!»
È un segnale che non ammette discussioni. Loro si ricompongono, prendono il quaderno degli appunti, si preparano ad annotare. Io faccio la voce grave e mi estraggo dal petto carestie, pesti, catastrofi, regole locali, regole universali, errori probabili, errori in agguato, errori ortografici, errori.
«Zanni, questo nome!» È la prima volta non sono riuscito a farmi dire il suo nome.
Intanto la campanella sta trillando la fine dell’ora. Mi rialzo, chiedo con dolcezza: «Come ti chiami oggi?»
Storano, la sua amica, mi dice: «Non si sa. Non l’ha detto nemmeno a me.»

altre figurine:

Perle di bruttezza
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/07/06/le-figurine-di-radiospazio-giovanni-testori-la-gilda-del-mac-mahon/
Nasi misteriosi
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=16691&action=edit
Rock Star
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=16640&action=edit
Deputati/Vita privata
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=16549&action=edit
Oggetti caduti dal cielo
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=16559&action=edit
Nonne guardone
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/08/07/le-figurine-di-radiospazio-nonne-guardone/

Edgar Lee Masters, Quella cosa umoristica che è la vita

Sonia la Russa

Io, nata a Weimar
da madre francese
e da padre tedesco, professore molto dotto,
rimasta orfana a quattordici anni,
divenni ballerina, nota sotto il nome di Sonia la Russa,
sempre su e giú per i boulevards di Parigi,
amante dapprima di parecchi duchi e conti,
e piú tardi di artisti poveri e di poeti.
A quarant’anni, passée, visitai New York
e incontrai sul bastimento il vecchio Patrick Hummer
rubicondo e vigoroso, benché sui sessanta,
che ritornava dall’aver venduto un carico
di bestiame in Germania, ad Amburgo.
Egli mi portò a Spoon River e qui vivemmo insieme
per vent’anni – la gente credeva che fossimo sposati!
Questa quercia vicino a me è la dimora preferita
di gazze azzurre che ciarlano, ciarlano tutto il giorno.
E perché no? Persino la mia polvere ride
pensando a quella cosa umoristica che è la vita.

Edgar Lee Masters,. Antologia di Spoon River

Le figurine di Radiospazio. Vagabondi e poliziotti

Se all’improvviso il vagabondo dovesse scomparire dagli Stati Uniti, per molte famiglie sarebbe una vera rovina. Il vagabondaggio mette migliaia di uomini in condizione di guadagnarsi onestamente la vita e di educare i figli allevandoli industriosi e nel timor di Dio. Io lo so. Un tempo mio padre era poliziotto e dava la caccia ai vagabondi per guadagnarsi la vita. La società lo pagava un tanto per ogni testa di vagabondo che riusciva ad acciuffare, e credo che anche per lui vigessero le tasse di pedaggio. Mezzi e risorse erano sempre un urgente problema nella nostra famiglia e la quantità di pietanza che si metteva in tavola, il paio di scarpe nuove, le passeggiate giornaliere o i libri di testo per la scuola dipendevano dalla fortuna di mio padre in questa caccia. Ebbene, ricordo l’ansietà repressa con la quale m’informavo, ogni mattina, sul risultato della notte di fatica trascorsa: quanti vagabondi avesse portato dentro e il compenso che ne avrebbe avuto.

Jack London, La strada

Il video della domenica. Straordinaria prova di Leonard Bernstein, Stravinski, La sagra della primavera

sahttps://www.youtube.com/watch?v=XgGdiskqA68&t=1399s

Vanna Marchi è stata l’emblema del potere perverso e ipnotico della tv, che oggi subiamo dai social (The Vision)

“È il 10 gennaio 1990 quando nel prime time di Rai 1 va in onda la prima puntata de I promessi sposi, uno sceneggiato diretto e interpretato da Anna Marchesini, Massimo Lopez e Tullio Solenghi come parodia dei precedenti adattamenti televisivi dell’omonimo romanzo di Alessandro Manzoni. Nella quinta puntata, quando a Milano scoppia la peste e nel Lazzaretto si assiste a morti cruente, ecco che fa la sua comparsa Wanna Marchi: “Ma quanto sono brutti i vostri mariti quando tornano dal Lazzaretto, pieni di pustole e puzzate pure, signori uomini […] Io ho inventato un prodotto importantissimo, una cremina bellissima, meravigliosa, oleosa, profumata, anzi profumatina”, esordisce Marchi mentre cerca di vendere agli appestati una soluzione miracolosa, che oltre ai bubboni avrebbe guarito anche l’acne. “

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Narrativa. Raffaele Donnarumma, La vita nascosta (frammento). Le parole e le cose

Niente mi fa paura come il sesso. Se conosco qualcuno che mi piace, l’istinto a sedurlo si ferma proprio quando sembra che possa succedere qualcosa. Allora, lascio all’altro l’iniziativa, perché mettersi nella condizione della vittima conferma la paura, ma almeno non mi rende più responsabile; oppure, lascio perdere, mi dico che mi sono sbagliato, non succederà niente, e scappo.
L’unico modo per scappare davvero, però, è buttarsi in quello che chiamano sesso occasionale e che di occasionale non ha nulla, visto che è progettato con i calcoli ostinati della volontà. Le occasioni si trovano: il sesso occasionale va cercato, premeditato, costruito. Proprio per questo permette di tenere a bada la paura: prevedere il sesso, prevenirlo, serve a non farsi sorprendere dal nemico e tenerlo sempre nel mirino, pronti a sparare. Non importa se la cosa ti sfugge di mano: quello che importa è che comunque il sesso cada almeno sotto l’illusione del tuo controllo, e che uno si possa dire: sono stato io a volerlo.

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Le figurine di Radiospazio. Perle di bruttezza

Lei, più che brutta, era senza carattere e senza fisionomia, come se non esistesse.
Tante volte avrebbe voluto essere una di quelle su cui la lingua dei vicini esplodeva con più violenza: “È una di quelle che stassera dorme con questo e domani con quello…” “Ma intanto,”si diceva, “lei dorme con qualcuno che per schifo che faccia è pur sempre un uomo!”. Una, anche se non lo è del tutto, diventa brutta a furia di starsene lì; in quel modo, sola e non guardata da nessuno: perché la donna (se era vero quel che aveva letto sul Sogno) è come certe perle che acquistan bellezza a esser guardate. Figuriamoci lei che di bellezza per conto proprio non ne aveva in nessun grado!

Narrativa. Georges Perec, L’inesauribile superficie del mondo

les deux magots

Esercitazioni.
Osservare la strada, di tanto in tanto, magari con una cura un po’ sistematica.
Applicarsi. Fare tutto con calma. Annotare il luogo: i tavolini di un caffè vicino all’incrocio Bac-Saint-Germain l’ora: le sette di sera la data : 15 maggio 1973 il tempo: bello stabile Annotare quello che si vede. Quello che succede di notevole. Sappiamo vedere quello che è notevole? C’è qualcosa che ci colpisce? Niente ci colpisce. Non sappiamo vedere.
Bisogna procedere più lentamente, quasi stupidamente. Sforzarsi di scrivere cose prive d’interesse, quelle più ovvie, più comuni, più scialbe.
La strada: cercare di descrivere la strada, di cosa è fatta, a cosa serve. La gente nelle strade. Le macchine. Che tipo di macchine? I palazzi: notare che sono piuttosto confortevoli, piuttosto ricchi; distinguere i palazzi d’abitazione dagli edifici pubblici. I negozi. Cosa si vende nei negozi? Non ci sono negozi d’alimentari. Ah, sì, c’è una panetteria. Chiedersi dove la gente del quartiere fa la spesa. I bar. Quanti bar ci sono? Uno, due, tre, quattro. Perché aver scelto questo? Perché lo si conosce, perché è al sole, perché è un bar-tabacchi. Gli altri negozi: antiquari, abbigliamento, Hi-Fi, ecc. Non dire, non scrivere «ecc.». Sforzarsi di esaurire l’argomento, anche se sembra grottesco, o futile, o stupido. Non si è ancora guardato nulla, si è solo scoperto quanto era già stato scoperto da tempo.
Costringersi a vedere più piattamente.
Percepire un ritmo: il passaggio delle macchine: le macchine arrivano a gruppi perché, più su o più giù nella strada, sono state fermate da qualche semaforo.
Contare le macchine.
Guardare le targhe delle macchine. Distinguere le macchine immatricolate a Parigi dalle altre. Notare l’assenza di taxi, mentre, per l’appunto, sembra che parecchie persone ne stanno aspettando uno.
Bellezza delle donne. Vanno di moda i tacchi troppo alti.
Decifrare un pezzo di città, dedurne le evidenze: l’ossessione della proprietà, per esempio. Descrivere il numero di operazioni a cui attende il conducente di un’automobile quando posteggia al solo scopo di andare a comprare cento grammi di gelatine di frutta: – posteggiare mediante un certo numero di manovre – spegnere il motore – togliere la chiave, mettendo così in azione un primo dispositivo antifurto – estrarsi dal veicolo – tirar su il finestrino della portiera anteriore sinistra – chiuderla a chiave.
Decifrare un pezzo di città. La gente nelle strade: da dove vengono? Dove vanno? Chi sono?
Gente che ha fretta. Gente lenta. Pacchetti. Gente prudente che ha preso l’impermeabile. Cani: sono gli unici animali visibili. Si potrebbe scorgere un gatto che sta infilandosi sotto una macchina, ma la cosa non avviene.
Non succede niente, insomma.
Il tempo passa. Bere una birra. Aspettare.

 Georges Perec, Specie di spazi, Bollati Boringhieri, Traduzione Roberta Delbono

Le figurine di Radiospazio. Il perturbante

Lei: – Edoardo, che c’è? Edoardo!
Lui: – È lui.
Lei: – Lui chi?
Lui: – Il diavolo se lo porti — è lui, eccolo là, al cancello.
Lei: – Fammi vedere. Oh, è quello che vende i fiammiferi.
Lui: – È là di nuovo.
Lei: – Ma ci sta sempre, là. Che noia ti dà?
Lui: – Ma che fa?
Lei: – Cosa vuoi che faccia? Vende i fiammiferi.
Lui: – Sono due mesi che è là, su quelle quattro pietre; te ne rendi conto? Due mesi. Non son potuto uscire dal cancello. Mi faceva tanto piacere camminare sull’erba, aprire il cancello, andarmene nel prato… E ora non posso più farlo.

Harold Pinter, Un leggero malessere,Einaudi, Traduzione E. Nissim

Narrativa. Grace Paley, Madre

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 La letteratura non nasce da ciò che sappiamo, ma da ciò che non sappiamo. Ciò che ci incuriosisce. Che ci ossessiona. Che vogliamo conoscere.” Grace Paley, grande scrittrice di poche opere, è incuriosita dal mondo delle donne (“La cosa sensazionale è che non le conoscevo, non sapevo chi fossero”): la sua esplorazione dell’universo femminile è lucida, asciutta e un po’ crudele.

Un giorno stavo ascoltando la radio. Trasmettevano una canzone qualsiasi che me ne ricordava un’altra: «Oh, desidero ardentemente veder mia madre sulla soglia». Per Dio! dissi, la capisco questa canzone. Spesso ho desiderato ardentemente vedere mia madre sulla soglia. Effettivamente stava di frequente nei vani di svariate porte a guardarmi. Un giorno stava esattamente in questo modo sulla soglia di casa, l’oscurità del corridoio dietro di lei. Era Capodanno. Disse con tono triste: Se torni a casa alle quattro del mattino quando hai diciassette anni, a che ora tornerai quando ne avrai venti? Fece questa domanda senza sarcasmo o meschinità. Aveva iniziato i suoi inquieti preparativi per la morte. Non ci sarebbe stata, pensava, quando avrei avuto vent’anni. Così si interrogava.
Un’altra volta stava sulla soglia di camera mia. Avevo appena pubblicato un manifesto politico attaccando la posizione della famiglia nell’Unione Sovietica. Disse: Va a dormire, per amor di Dio, stupida sciocca, tu e le tue idee comuniste. Li abbiamo già visti, tuo padre ed io, nel 1905. Avevamo già immaginato tutto.Sulla porta di cucina disse: Non finisci mai di mangiare. Ti aggiri senza senso. Che ne sarà di te?
Poi mia madre morì.
Naturalmente per il resto della vita ho desiderato ardentemente di vederla, non solo sulle soglie, ma in un altro gran numero di posti – in sala da pranzo con le zie, alla finestra che guarda su e giù l’isolato, in giardino fra le zinnie e le tagete, in soggiorno con mio padre.
Stavano seduti su comode poltrone di cuoio. Ascoltavano Mozart. Si guardarono sorpresi. Sembrò loro di essere appena arrivati con la nave. Di aver appena imparato le prime parole inglesi. Sembrò loro che lui avesse appena superato un esame col suo professore americano di anatomia, Sembrò loro che lei avesse appena lasciato il negozio per la cucina.
Vorrei poterla vedere sulla soglia del soggiorno. Stette là per un attimo. Poi si sedette accanto a lui. Avevano un giradischi costoso. Ascoltavano Bach. Lei gli disse: Parla un pochino con me. Non parliamo più come una volta.
Sono stanco, disse lui. Non lo vedi? Oggi ho visitato forse trenta persone. Tutte malate, tutte che parlano parlano parlano. Ascolta la musica, disse lui. Una volta eri molto intonata. Sono stanco, disse lui.
Poi mia madre morì.

Grace Paley, Madre, “Narratori di poche parole”, Guanda,
traduzione Luigi Schenoni