Le figurine di Radiospazio. Single del XVIII secolo

Io risposi che una donna, finché stava sola, era pari ad un uomo nella sua capacità politica, perché aveva il pieno possesso di quanto era suo, e l’intera direzione delle proprie azioni; che non era sorvegliata da nessuno, non avendo da render conto a chicchessia e non essendo soggetta ad anima viva. E recitai questi due versi di…: “Oh, è piacevole essere liberi; la più dolce amante è la libertà”. Aggiunsi, che qualunque fosse la donna la quale, avendo un patrimonio, lo desse via per divenire la schiava di un grand’uomo, cotesta donna era una sciocca, e non era buona ad altro che a far l’accattona. Essere mia opinione che qualunque donna fosse adatta ad amministrare e godersi il suo patrimonio, senza bisogno di un uomo, così come poteva fare un uomo senza una donna; che, se avesse in mente di divertirsi, poteva pagarsi il lusso di mantenere un uomo, come un uomo fa con un’amante; che, finché era sola, rimaneva padrona di sé; ma se dava via cotesto potere, meritava di diventare la più miserabile creatura del mondo.

Daniel Defoe, L’amante fortunata ovvero Lady Roxana, Sansoni

David Foster Wallace, Generazioni (frammento)

American novelist David Foster Wallace (1962 – 2008), New York City, 2005. (Photo by Janette Beckman/Getty Images)

– Nonno?
– Joseph? Entra.
– Posso entrare?
– Entra. Siediti.
– Come ti senti?
– Bene, bene. Bene.
– Sono innamorato di te.
– Come sei arrivato fin qui, figliolo? Non c’è scuola oggi? Che giorno è?
– Sono innamorato di te, nonno.
– Innamorato di me?
– Sì.
– In che senso?
– Nel senso che sono innamorato di te, nonno. Voglio stare solo con te. Con te e basta.
– Che cavolo significa che sei innamorato di me?
– Io…
– Cos’è, uno scherzo?
– No, nonno.
– Ma insomma, Joe, anch’io ti voglio bene. Io e tua nonna siamo sempre andati molto fieri di te. Anche noi vogliamo stare con te. Vedrai, non appena esco di qui…
– Io non sto parlando di questo, nonno. Sono innamorato di te. Penso soltanto a te. La tua immagine vive e si muove dentro di me. Antepongo i tuoi interessi ai miei. La tua presenza agisce sul mio sistema nervoso, vivo nell’attesa che tu mi tocchi. Voglio stare con te. Sempre.
– Sono sposato. Sono sposato con tua nonna.
– Sì.
– Siamo dello stesso sesso.
– Questo è certo.
– Che giorno è, Joe? Come sei arrivato fin qui?
– …
– Sono vecchio, ragazzo mio. Sono malato. Ho soltanto mezzo colon. La faccia mi pende dal cranio. Dal sapore che ho in bocca capisco che l’alito mi puzza di uova marce.
– Aspetti marginali. È te che amo.
– Ne hai parlato con tuo padre?

–Non l’ho detto a nessuno. L’ho portato dentro di me. Da solo. Ho pensato che dovevo prima parlarne con te.
– Capisco.
– Bene.
– …
– Che classe fai, a scuola, Joseph? La quinta elementare?
– La prima media.
– La prima media.
– Sì.
– E sei innamorato di me.
– Sì.
– Credo di non sapere proprio cosa dire. Non so nemmeno che giorno della settimana è. Come potrei sapere cosa dire?
– Non dire nulla, nonno. Resta lì seduto. Così. È perfetto.
– Tuo padre ti ha mai raccontato che, quando studiava medicina, uno dei suoi compagni di corso si era innamorato di un cadavere?
– No.
– Quel tizio, a sentire tuo padre, si era innamorato perdutamente di un cadavere. L’aveva rubato dal reparto dell’università di medicina dove tenevano i cadaveri. Lo portava sempre con sé, ovunque andasse. Perfino in pubblico, a teatro.
– Qui la cosa è completamente diversa, nonno.
– Tuo padre dice che quel tizio gli raccontava di essere perdutamente innamorato del cadavere. Raccontava a tuo padre che per lui andava benissimo che il cadavere fosse sempre tranquillo e passivo, perché il cadavere era gentile, portatile, e sempre disponibile.
– Qui la cosa è diversa, nonno. Non c’è paragone.
– Ora che ci penso tuo padre dice che hanno dovuto rinchiuderlo da qualche parte, quel tizio. Diceva di non poter vivere senza il suo cadavere.
– …
– Non mi fissare così, figliolo, fa’ il favore.

David Foster Wallace, Altra matematic, “Questa è l’acqua”, Einaudi,
Traduzione Giovanna Granato

Le figurine di Radiospazio. Il Desiderio

“Signore, disse il saggio, tu sei il primo a lamentare infelicità nella valle felice. Spero di convincerti che i tuoi lamenti non hanno alcun fondamento reale. Tu sei qui nel pieno possesso di tutto ciò che l’imperatore d’Abissinia può concedere; qui non è né fatica da sopportare né pericolo da temere, pure qui è tutto ciò che fatica e pericolo possono procurare o comprare. Guardati intorno e dimmi quale delle tue necessità non può essere soddisfatta: se non desideri nulla, in qual modo sei infelice?”. “Nel nulla desiderare, disse il principe, o nel non sapere quel che desidero, è la causa del mio lamento; s’io avessi una riconosciuta necessità, avrei un certo desiderio; tale desiderio spronerebbe ad impegno, quindi non mi lamenterei di vedere il sole muoversi così lentamente verso la montagna che sorge a occidente, né mi lagnerei quando, al nascere del giorno, il sonno non mi nasconderà più a me stesso. Ogniqualvolta vedo capretti e agnelli rincorrersi l’un l’altro, immagino che sarei felice se avessi qualcosa da inseguire. Ma, possedendo tutto ciò che io posso desiderare, trovo giornate ed ore esattamente uguali l’una all’altra, eccetto che l’ultima è assai più noiosa di quella che l’ha preceduta.

Samuel Johnson, Rasselas principe d’Abissinia, EPM

Natura inquieta. CARLO EMILIO GADDA, I PASSERI

Nell’universo linguistico di Gadda, questa favola mi sembra una tessera chepassero piccolo racchiude un concentrato di poetica. Si apre con un’immagine ieratica e leziosa, quella di un improbabile monsignor Taopapagòpuli arcivescovo di Laodicea (Lele Luzzati ne avrebbe fatto uno splendido pupazzo per la scena), racconsolato dallo spettacolo dei passeri che si addormentano nell’imminenza del tramonto. Raggiunto il climax linguistico, la macchina da presa, con uno stacco brusco, s’infila tra le foglie dell’albero dove i pensieri edificanti del porporato trovano una sorprendente smentita quando scopriamo (noi, non l’eminenza ignara) che quegli innocenti esserini sono in realtà una comunità di energumeni più trucidi di quelli che infestano le curve sud degli stadi. Entrate in questa ridda di dialetti che altercano, è un microscopico spaccato dell’Italia e dei suoi sgangherati abitanti.

Il passero, venuta la sera, appiccò lite a’ compagni da eleggere ognuno la su’ fronda, e ‘l rametto, ove posar potessi. Un pigolio furibondo, per tanto, fumava fuori dall’olmo: ch’era linguacciuto da mille lingue a dire per mille voci una sol rabbia.
Da un’aperta finestra dell’episcopio com’ebbe udito quel diavolìo, mosignor Basilio
imagesTaopapagòpuli arcivescovo di Laodicea se ne piacque assaissimo: e dacché scriveva l’omelìa, gli venne ancor da scrivere: «Insino a’ minimi augellini, con el vanir de’ raggi, da sera, ei rendono grazie all’Onnipotente, e implorando con le loro flebili voci il Suo celeste riparo contro la paurosa notte sopravvenente, richinano il capetto sotto l’ala, e beati e puri s’addormono»
Ma i glottologi del miscredente Ottocento sostengono che quel così rabbioso e irriverente schiamazzo che vapora fuor da ogni fronda dell’olmo non è se non:
– di sò, al mi barbazzàgn, fatt bèin in là…
– ditt con me?
–  propri con te, la mia fazzòta da cul!
– mo fatt in là te, caragna d’un stoppid…

– t’avei da vgnir premma, non siamo mica all’opera qui.
– sto toco de porseo…
– va a remengo te e i to morti…

– quel beco de to pare…
– e po’ taja, se no al mak el grogn, … tel digh me…, a te stiand la faza…
– levate ‘a ‘lloco, magnapane a tradimento!…
– né, Tettì, un fa o’ bruttone…
– puozze sculà

– ‘sta suzzimma, ‘e tutte  ‘e suzzimme!
– piane fforte  ‘e loffie!
– a tte te puzza ‘u campà!
– lèati, porco, ‘e cc’ero prima io…

– … sciu’  ‘a faccia tua…
– chiàveco!…
– sfacimme!
– recchio’, te ne metti scuorno o no!

– è ‘ttrasuta donn’Alfunsina!
– e cc’ero io, maledetta befana, costassù costì l’è la mi casa!

E altre finezze del trobàr cortese.

Carlo Emilio GaddaIl primo libro delle favole, Garzanti

Le figurine di Radiospazio. La speranza

Mentre arrancava (perché rollava come una nave in mare) e guardava torvo (perché i suoi occhi non si fissavano mai su qualcosa direttamente, ma con uno sguardo obliquo che deprecava lo scherno e la rabbia del mondo – aveva poco cervello, lo sapeva), mentre si aggrappava alla ringhiera e si issava su per le scale e rollava di stanza in stanza, cantava. Lucidando lo specchio della lunga specchiera e guardando di sbieco la sua figura dondolante, dalle labbra venne un suono – qualcosa che forse vent’anni prima, sulla scena, era anche stato allegro, un motivetto canticchiato e ballato, ma che ora, venendo da una donna senza denti, con la cuffia in testa, che faceva le pulizie, era privo di significato, era come la voce della stupidità, del ridicolo, della caparbietà stessa, calpestata ma sempre risorgente, tanto che mentre la donna arrancava, spolverando, strusciando, sembrava dire come era una lunga pena e un lungo dolore, come era alzarsi al mattino e andare a letto la sera, mettere fuori le cose e riporle nuovamente. Non era né facile né comodo quel mondo che conosceva da quasi settant’anni. Era tutta curva, per la stanchezza. Per quanto, si chiese, inginocchiandosi sotto il letto con le ossa che scricchiolavano, per spolverare bene le assi, per quanto sarebbe durata? ma si rialzò di nuovo in piedi tentennando, si tirò su, e di nuovo con quello sguardo obliquo che scivolava via e rifuggiva anche il proprio volto, e i propri dolori, si rialzò e si guardò allo specchio con la bocca aperta, sorridendosi senza scopo, e riprese il solito dondolio, tirando su stuoie, riordinando tazze e piatti, guardando di traverso nello specchio, come se, dopo tutto, avesse le sue consolazioni, come se in realtà al suo lamento si intrecciasse un’incorreggibile speranza.

Virginia Woolf, Gita al faro, Feltrinelli

Il video della domenica. Vugar Efendi, Film Meets Art. Quando il cinema cita la pittura

https://www.artribune.com/television/2016/03/quando-il-cinema-cita-la-pittura-un-video-svela-i-prestiti-piu-famosi/

Narrativa. Amalia Guglielminetti, La rivincita del maschio (1921). Frammento

Ugo di Sant’Agabio si mordeva convulsamente un labbro, picchiava le dia nervose sul tavolino e cercava frattanto un mezzo strategico che gli permettesse di avvicinare senza offesa la bella sconosciuta.
Questa doveva essere di natura generosa, perché non lo lasciò cercare a lungo. Trasse dalla borsetta un piccolo astuccio d’oro, o di finto oro, ne tolse una sigaretta, la introdusse pel vertice in un bocchino d’ambra, o di finta ambra, e se lo portò alle labbra, volgendo intorno un’occhiata circolare e interrogativa ad informarsi se non esistesse nelle vicinanze un cameriere o un altro compiacente personaggio munito del fuoco necessario a concederle la voluttà del fumo.
Il personaggio era già stato tacitamente designato e Ugo fu pronto ad alzarsi e precipitarsi verso di lei, tutto sorridente e premuroso, frugandosi in tasca. Quando le fu vicino fece scattare la molla dell’accendisigaro e con un trepidante “Permetta, signorina” comunicò a quella sigaretta, attraverso una fiammella azzurra, una scintilla del suo fuoco interiore.
La signorina aspirò due boccate di fumo, disperse la nuvoletta bianca con un colpo della mano, poi gli volse con un luminoso sorriso d’occhi e di denti mormorando: “Grazie”.
Ugo di Sant’Agabio, benché italiano e ligure, aveva una nella testa da inglese moderno, bionda, lucida, liscia, una di quelle schiette figure fiovanili segnate di freschezza e di signorilità, ma leggermente inespressive, che gli sport d’oltre Manica hanno oggidì diffuso anche fra noi.
Nondimeno l’anima e i nervi latini gli vibravano nella voce calda, nei gesti pronti, nelle iridi sempre fosforescenti di trattenute domane e di mute investigazioni.
Ella gli porse l’astuccio aperto, ma Ugo lo chiuse con delicatezza e ne considerò il fregio leggero.
“Grazie. Non fumo. Ma trovo che la sigaretta stia molto bene fra le sue labbra. È un piccolo vizio che le invidio.”
“Ha ragione. I miei sono assai più gravi e più pericolosi.”
“Ad esempio?”
“Amo il giuoco e vado pazzo per le donne belle.”
“E perché rimanete qui ad annoiarvi in questo caffè deserto?”
“Non è deserto, poiché ci siete voi.”
Ella rise.
“Suppongo che non sarete qui per me, poiché ignoravate la mia esistenza nel mondo, come io ignoravo la vostra.”
“Difatti aspettavo i miei compagni di poker, ma vi giuro che avrei lasciato la partita più interessante, giuoco più travolgente per guardarvi e per seguirvi”.
“Dove?”
“Ovunque vi piaccia. C’è qualche cosa di oscuro e d’immateriale, come un fluido, come una fatalità che m’attira da mezz’ora verso di voi e che mi tiene da dieci minuti legato a voi. Non so chi né cosa siate, e non m’importa di saperlo Siete la donna che in questo momento completa la mia personalità, agita la mia vitalità e che esiste soltanto per piacermi.” Ella crollava il capo con un sorriso d’ilarità incredula e sarcastica che a tratti le balzava lieve dalle spalle.
“Dunque, questa sera io esisto soltanto per piacervi.” Ripeté divertita, “ e non vi importa di sapere chi né cosa io sia.”
“Le donne possono sempre mantenere l’incognito, specialmente se sono graziose, come voi siete. Ciò che conta maggiormente in una donna non è quello ch’essa fa, ma quello ch’essa rappresenta nel mondo,  ma. La sua apparenza esteriore, la sua linea, il suo sguardo, la sua grazia, tutti quegli attributi femminili che costituiscono il fascino. Due begli occhi e una fila di denti candidi valgono assai più d’un titolo accademico, d’una corona comitale, o d’una indiscussa celebrità.”
“In tal caso ci piacciono anche le donne stupide.”
“Sono quelle che amo di più. Mi sembra di adorare il vero idolo di carne, coperto di sete, d’oro e di gemme, ma insulso e inutile, come dev’essere sempre la divinità.”
“Vi avverto che io non appartengo a questa categoria.”

Amalia Guglielminetti, La rivincita del maschio, 8tto Edizioni

In ricordo di Paolo Brunati, tre anni dopo

Bisognava andarselo a cercare, il Brunati, mica si proponeva, tanto meno si promuoveva. Non “frequentava”, come si suol dire. O meglio, frequentava ambienti molto diversi da quelli in cui si coltivano relazioni e ci si compiace della comune appartenenza alla Società Letteraria. I suoi spazi erano le montagne, il mare e l’aria, nella quale un tempo aveva volato a bordo degli alianti. Scrittore-camminatore, sulla scia di un’alta tradizione, i taccuini erano i compagni con i quali si intratteneva durante le soste. Ne ha riempiti moltissimi, riserveranno delle sorprese all’editore che vorrà avventurarsi nella loro lettura: Colloqui con il pesce sapiente, che Miraggi editori ha provvidenzialmente pubblicato poco prima che Brunati se ne andasse possono essere un primo passo nell’esplorazione di un autore che ha vissuto per tanti anni nella Scrittura. La coltivava ogni giorno, intrattenendo con essa un rapporto scettico e spesso beffardo, ma necessario. Il giorno dell’uscita del libro, nel pieno della malattia che lo ha portato via, mi aveva confidato: “Mi piace questa mia metamorfosi cartacea”. “Come sei brunatiano”, gli avevo risposto. I suoi lettori sanno che cosa intendevo dire.

Sull’eterna giovinezza dei morti


Un morto si deve dire che non è più o bisogna dire che è ancora?
Io propendo per la seconda ipotesi, che sia ancora, Però un morto dura molto meno di un vivo per certe reazioni chimiche che gli si innescano dentro.
Ho letto che i morti, quasi immediatamente dopo morti, incominciano ad autodigerirsi, partendo, com’è giusto, dallo stomaco. Non vedono l’ora di mangiarsi, di andare a tavola. A causa di questo pasto la vita del morto dura molto meno di quella del vivo che si consuma invece all’esterno e può durare, quella umana, persino più di un secolo.
La vita dei morti invece di andare avanti arretra fino a ridursi all’osso. E quasi contemporaneamente, nei vivi, si ossifica il ricordo di loro (il ricordo è la parte impalpabile dei morti che rimane nei vivi, una sorta di loro anima terrena. C’è niente di più terreno dell’anima). Il morto diventa indolore e pulito. Non fosse per la quarantena in cui lo si tiene, rigorosamente separato dai vivi, lo si potrebbe dare in mano anche a un bambino, ci si potrebbe giocare o tenerlo come portafortuna, come soprammobile.
È insomma evidente che la morte non può cogliere che nel pieno della vita, di cui è un’improvvisa e rivoluzionaria trasformazione.
Ma è con le donne che la giovinezza dei morti appare in tutto il suo fulgore.
Credo abbia a che fare con la fisiologia del ricordo, dove le immagini ricordate rimangono fisse, e con il tabù ancestrale dell’incesto, ma  che una donna possa morir vecchia mi pare contro natura quanto un rapporto sessuale con una novantenne.
Le ragazze con cui ho giaciuto son morte? da anziane signore, da mogli e madri esemplari, da care nonnine?
La Morte sceglie soltanto donne giovani e leggiadre, e vecchie e laide lascia altrui.

Da Colloqui col pesce sapiente, Miraggi editori

Le figurine di Radiospazio. Il mistero

Pietà è saper trattare col mistero. Per questo il suo linguaggio e i suoi modi hanno ripugnato tanto l’uomo moderno che si è lanciato freneticamente, a trattare solo con le cose chiare e distinte. Cartesio assegnò come qualità alle idee la “chiarezza” e la “distinzione.” Nulla da obiettare. Ma rimane un immenso territorio che c’avvolge e abbraccia che ci respinge sommergendoci a volte nell’angoscia o nella disperazione, e che non è né chiaro, né distinto. E lì sta; dobbiamo farci i conti in ogni istante. È semplicemente la nostra propria vita. Il mistero non si trova fuori; sta dentro ognuno di noi, ci circonda e ci avvolge. In lui viviamo e ci muoviamo. La guida per non perderci in lui è la Pietà.

Marìa Zambrano,. Frammenti sull’amore, Mimesis

Il video della domenica. Matthew A. Cherry, Hair Love. Candidato all’Oscar nella categoria Best Animated Short Film

https://www.artribune.com/television/2020/01/video-hair-love-corto-animato-oscar/

Narrativa. Roy Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene (framment0)

Ogni donna scimmia vuole una caverna, anche minima, con un tetto sopra la testa, solida roccia alle spalle e un’apertura stretta che si possa presidiare a difesa dei cuccioli con qualche probabilità di successo. Si può anche chiuderla con un albero sradicato, e dentro, in alto, ricavare una nicchia dove nascondere il neonato o tenere le provviste. Ma tutte queste cose le sanno anche gli animali, gli orsi come i leoni e le tigri dai denti a sciabola, sicché le caverne non bastano mai. Ben poche sfuggono all’occupazione di questa o quella famiglia di senza tetto d’ogni specie; e nessuno accetta di coabitare, salvo qualche serpente. Abbiamo scoperto che se è un grosso felino a occupare una caverna, di regola bisogna lasciargliela; o cedergliela facendo rapidamente fagotto se per caso ci abitavi tu ma la voleva lui. Ciò non impedisce alle donne di continuare a lamentarsi. Figurarsi! Erano capaci di andare avanti per ore. Metà della loro conversazione riguardava le caverne: le deliziose grotte che un tempo avevano avuto… finché il loro maschio aveva consentito a un grosso orso di scacciarli brutalmente; magnifiche caverne spaziose e asciutte nella provincia vicina, che si potevano avere, se appena si rispettava l’opinione di una donna, semplicemente sloggiando quei quattro leoni spelacchiati poche miglia più in là (dove, ad ogni modo, c’erano altre caverne vuote, e molte di più); caverne ideali che si potevano scoprire, libere da leoni, pur di prendersi la briga di andarle a cercare, anziché starsene sempre lì con la scusa di affilare selci; e invece, ecco l’invivibile e fatiscente spelonca che avevano… indegna di tale nome, mera tettoia, rientranza del pendìo che ci piove anche dentro, e senti che brutta tosse ha il bambino…

Roy Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, Adelphi, Traduzione di Carlo Brera

Le figurine di Radiospazio. Bocche immaginifiche

SALOMÈ (a Giovanni Battista) È della tua bocca che mi sono innamorata, Giovanni. La tua bocca è come una striscia scarlatta su una torre d avorio. È come una melagrana tagliata da un coltello d’avorio. I fiori di melograno che fioriscono nei giardini di Tiro e sono più rossi delle rose, non sono così rossi. Le grida rosse delle trombe che annunciano l’arrivo dei re e spaventano il nemico, non sono così rosse. La tua bocca è più rossa dei piedi di chi pesta l’uva nei tini. È più rossa dei piedi delle colombe che vivono nei templi nutrite dai sacerdoti. È più rossa dei piedi di colui che toma da una foresta dove ha ucciso un leone e ha visto tigri dorate. La tua bocca è come un ramo di corallo che i pescatori hanno trovato al crepuscolo del mare e che riservano ai re!… È come il cinabro che i Moabiti trovano nelle miniere di Moab e che i re si tengono per sé. È come l’arco del re dei Persiani che è dipinto col vermiglione e ha comi di corallo. Non c’è nulla al mondo rosso come la tua bocca… lasciami baciare la tua bocca.
GIOVANNI Mai! Figlia di Babilonia! Figlia di Sodoma!
SALOMÈ Bacerò la tua bocca, Giovanni. Bacerò la tua bocca.

Oscar Wilde,. Salomè, Feltrinelli, Traduzione Gaia Servadio e Raul Montanari

Il video della domenica. Avanguardie

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