Jerome David Salinger, I pescibanana (frammento)

Il giovanotto si alzò in piedi e guardò l’oceano:

– Sybil, lo sai cosa faremo adesso? Cercheremo di acchiappare un pescebanana.

– Un cosa?

– Un pescebanana. Immagino che ne avrai visti parecchi, ai tuoi bei tempi.

– No.

–No? Ma si può sapere dove vivi?

Si spinsero avanti finché l’acqua giunse alla vita di Sybil.

– Resti coi capelli così, senza cuffia, senza niente?

– Non lasciarmi andare. Tienimi forte, adesso.

– Non preoccuparti, tu devi solo tenere gli occhi aperti per il caso che passi qualche pescebanana.  Questo è un giorno ideale per i pescibanana.

– Non ne vedo neanche uno.

– È comprensibile. Hanno delle abitudini molto singolari. Lo sai cosa fanno?

–No.

– Nuotano dentro una grotta dove c’è un mucchio di banane. Sembrano dei pesci qualunque, ma una volta entrati si com­portano come dei maialini. So da fonte sicura di certi pesci­banana che, dopo essersi infilati in una grotta bananifera, sono arrivati a mangiarsi la bellezza di 78 banane. Naturalmente dopo una scorpacciata simile sono così grassi che non possono più venir fuori dalla grotta. Non passano dalla porta.

– E poi cosa fanno?

– Ecco, mi rincresce molto dovertelo dire, Sybil.

– Perché?

– Ecco… gli viene la bananite. È una malattia terribile.

– Ne ho visto uno!

– Cosa?

– Un pescebanana.

– Santo cielo, no! Aveva delle banane in bocca?

– Sì, sei.

– Beh, adesso si torna.

Il giovanotto spinse il materassino verso la spiaggia finché Sybil poté scendere. Poi lo tirò fuori dall’acqua e lo portò a riva.
– Ciao, – disse Sybil, e corse senza rimpianto in direzione dell’albergo.

Jerome David Salinger, Un giorno ideale per i pescibanana, Einaudi

Le figurine di Radiospazio. Il silenzio degli dei

Gli Dei muoiono anche solo a stare tra noi, ha detto René Char. E invero da gran tempo non stanno più tra noi. Quando udirono il grido della voce meridiana «Il grande Pan è morto!», fuggirono via e si allontanarono per sempre. Forse si rifugiarono proprio là ove suppose che stessero Epicuro: negli intramundia, negli intervalli di vuoto e di silenzio dell’essere, dove trapassano ignari di vicende e di afflizioni, sereni e incorruttibili: figure eterne del non essere.
Cominciò allora «la notte del mondo», diceva Hölderlin. Tutti i nostri gesti, che un tempo erano sacri, perché appunto li abitavano silenziosamente gli Dei fornendone il modello, divennero profani. Cominciò quella «prosaica» vicenda «umana, troppo umana» che assegniamo solitamente alla «storia», di contro al mito senza tempo del passato.

Carlo Sini, Il gioco del silenzio, Mimesis

Il video della domenica. Martha Graham e la nascita della danza moderna

https://www.artribune.com/television/2022/05/video-martha-graham-e-la-nascita-della-danza-moderna/

All’età di 16 anni, dopo aver assistito all’assolo Radha di Ruth St. DenisMartha Graham capì che la danza sarebbe stata la sua vita, il suo futuro, tanto da praticarla fino alla veneranda età di 96 anni, seppur lontana dalle scene. Nata l’11 maggio del 1894 a Pittsburgh, la Graham è da tutti considerata la fondatrice della danza moderna, come spiega il video a lei dedicato da OVO.

Dino Buzzati, In soffitta (racconto)

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Questa è una vecchia, vecchissima fotografia della seconda classe del Collegio Cesarini. E queste siamo noi, le ragazze di tanti anni fa. L’ho trovata per caso in fondo a un cassetto. Le mie serate sono tanto vuote che non posso fare altro. Rovistare. Nei cassetti e nel passato. Ci sono anch’io, in primo piano, con le treccine. E queste sono le mie compagne. Credevo di averle perdute per sempre e invece eccole qua, tra le mie mani. Non possono fuggire.

«Tu, lassù, la prima a sinistra… tu sei Ada, dimmi, perché sorridi?»
— Non saprei, signora. Tutti sorridono quando ci si fa la fotografia.
«Cosa ne sai, tu? Sentiamo te, Rosetta: mi vuoi spiegare perché adesso sorridi?»
— Io?… Oh, è così buffo farsi fotografare… Mi viene da ridere… perché… siamo qui tutte in posa…
«E tu, Robertina? Anche a te pare così buffo?»
— Non so… ho sentito dire che nelle fotografie bisogna sorridere sempre…
«Sorridete tutte per poco, a quanto pare… E tu, Palometta?
— Io non sorrido, signora. Ho la bocca fatta così, e mi vengono fuori i denti, ma la mamma dice che sono carina lo stesso…
«Allora, coraggio, bambine, non mi avete ancora riconosciuta? Sapete chi sono?»
— La nuova direttrice?
«Macché direttrice! Sono una di voi. La Luisa, e mi ricordo di tutte, ad una ad una. Lo sapete quante di voi sono ancora vive oggi?… Qualcuna lo vuol sapere? … Nessuna? Allora ve lo dirò io: di trentotto che eravamo, siamo rimaste in quattro.»
— Luisa, senti, io ti ho regalato una borsettina di cuoio, ti ricordi? Dimmelo almeno a me: io sono ancora viva?
«Sicuro che mi ricordo, cara Maddalena… La borsettina! Ma poi, a diciotto anni, hai anche cercato di soffiarmi il fidanzato, vero?… Proprio per questo voglio accontentarti; sì, tu sei morta, da un bel pezzo morta e sepolta.»
— Da un pezzo? E perché da un pezzo?
«Sono più di quarant’anni, se lo vuoi sapere, che sono stata ai tuoi funerali. E non erano niente di speciale, te lo giuro. Difterite. »
— Signora, basta! Perché è venuta a dirci queste cattiverie?
«Adesso hai paura, Graziella… Però andavi a fare la spia alla maestra! Allora proprio tu devi sapere…»
— No, no, signora Luisa, la prego!
«Sì, invece. Così impari a fare la spia: a ventisei anni sei morta. Cameriera presso una certa famiglia Melloni…  Eri l’amante di uno dei ragazzi… Morta di tifo all’ospedale, come un cane. Sorridi ancora?»        
— Andiamocene via … Corriamo a chiuderci in camerata!
«Andare via? Ma se non potete muovervi neanche di un millimetro! Siete fotografate. E adesso, una per una, vi istruirò sulle disgrazie che vi capiteranno, vi dirò di che cosa siete morte… Sarà divertente. Abbiamo riso tanto, insieme. Bastava un niente… E adesso, invece… Sola, al freddo, in questa soffitta maledetta, povera, ignobile a vedersi, ecco la Luisa!… E non ho sonno, e la notte è lunga, e nessuno verrà a trovarmi… Lasciate che mi consoli raccontandovi come siete morte!»

Dino Buzzati, In soffitta, “Sessanta racconti”, Mondadori

Le figurine di Radiospazio. Finali deprimenti

– Bisogna riconoscere che Napoleone era qualcuno, disse Paul.
– Fare tutta quella storia per morire a Sant’Elena, bisogna essere coglioni, disse Giulia.

Raymond Queneau, Les dimanches de la vie, Folio

Il video della domenica. Che cosa è l’arte?

https://www.artribune.com/television/2021/06/video-che-cos-e-larte-fondation-beyeler/

Quand’è che un oggetto diventa arte? Nessuno è in grado di produrre delle linee guida o definizioni precise. Non esiste nessuna autorità in grado di determinare, una volta per tutte, cos’è l’arte. L’unica cosa che sappiamo è che l’arte ha sempre a che fare con l’apprezzamento: le opere d’arte vengono lodate, amate o criticate aspramente”. Inizia con queste parole What is Art?, il nuovo video prodotto dalla Fondation Beyeler in collaborazione con UBS. Una breve ma efficace animazione che affronta la domanda più difficile di tutte – cos’è l’arte – prendendo spunto da un libro che la Fondazione stessa ha pubblicato nel 2012 dal titolo “What is Art? 27 Questions 27 Answers” in cui esperti e critici rispondono alle domande sull’arte poste da un gruppo di adolescenti.

Amy Empel, Litania

Qui succede tutto quello che si può immaginare. E anche quello che non si può immaginare.

         Un ragazzino in triciclo a pedali supera una madre col suo figliolo. «Perché tu non sai andare in triciclo?» dice la madre al figlio. «Quel ragazzo ha meno anni di te! Perché non riesci neanche a entrare ad Harvard?»

         Sotto un lampione un uomo e una donna stanno parlando. L’uomo dice di essere sicuro che la donna gli sparerà ma di non poterci fare nulla, se non chiedersi quale calibro ha scelto.

         Donne che vivono sole col timore degli intrusi chiamano il commissariato per avere consigli. «Tenga i pomelli della porta ben lucidi» raccomanda un agente. «Così, se qualcuno entra in casa sua, troveremo delle impronte nitide».

         Una bella donna, un volto noto, esce accompagnata da un night club. Una ragazza del sud, in visita turistica, dice, «Scusi signora, ma lei non è un’amica di mia madre, giù a Sumner?» «Io sono Elizabeth Taylor» dice la donna «e va a farti fottere.»

         Un uomo stramazza sul marciapiede in preda a quello che sembra un attacco epilettico. Una signora ben vestita si getta con tutto il suo peso contro un segnale di divieto di sosta. Quando riesce a piegarlo fino a terra, ne spinge a forza l’angolo con la scritta “Rimozione forzata” nella bocca contratta dell’uomo. «Così» dice «non si morderà la lingua.»

         Questo è il genere di cose che succedono da queste parti. Sono cose che, dopo un po’, sommandosi, raggiungono un peso che logora le persone. Io mi sto logorando.

Amy Empel, Alle porte del regno animale, Serra e Riva,
Traduzione Ennio  Valentino

25 aprile … e io ero Sandokan

https://www.youtube.com/watch?v=YaLaz1flg7E

… e io ero Sandokan
dal film C’eravamo tanto amati, di Ettore Scola
Musica di Armando Trovajoli

Marciavamo con l’anima in spalla nelle tenebre lassù
Ma la lotta per la nostra libertà il cammino ci illuminerà
Non sapevo qual era il tuo nome, neanche il mio potevo dir
Il tuo nome di battaglia era Philipe ed io ero Sandokan

Eravam tutti pronti a morire, ma della morte noi mai parlavam
Parlavamo del futuro, se il destino ci allontana
Il ricordo di quei giorni sempre uniti ci terrà
Il ricordo che poi venne l’alba e poi qualche cosa di colpo cambiò
Il domani era venuto e la notte era passata
C’era il sole su nel cielo assolto nella libertà

Eravam tutti pronti a morire, ma della morte noi mai parlavam
Parlavamo del futuro, se il destino ci allontana
Il ricordo di quei giorni sempre uniti ci terrà
Il ricordo che poi venne l’alba e poi qualche cosa di colpo cambiò
Il domani era venuto e la notte era passata
C’era il sole su nel cielo assolto nella libertà

Il video della domenica. Il kitsch di Stato: La Venere influencer

https://www.youtube.com/watch?v=EOw57LXR-_M

Anche il testo è interessante, si accende quando una vocetta con le bollicine annuncia: “Eccomi qua, di vista già mi conoscete: mi chiamo Venere.”

Giuseppina Varacalli, Già nel 1964 Eco ci aveva divisi fra “apocalittici” e “integrati” di fronte all’innovazione

Apocalittici e Integrati nacque come una raccolta di saggi e di articoli pubblicati nel 1964, intorno al tema dei moderni strumenti di comunicazione di massa che si stavano facendo strada all’epoca. In realtà, “l’autore [nel suo libro] non pensava di dire nulla di nuovo, bensì di fare il punto su di un dibattito ormai maturo […]”, si legge nell’introduzione al libro. Il testo è la conseguenza di varie passioni di Eco – quella per il fumetto, per la televisione come nuovo strumento di comunicazione che permetteva di avere accesso a diversi contenuti – e degli studi che portava avanti tramite un corso libero all’Università a Torino, “Estetica e Comunicazioni di massa”, che aveva spinto un gruppo di giovani a riunirsi la sera, in un centro sociologico distaccato dal complesso universitario, per parlare delle strutture narrative dei settimanali femminili.

Leggi l’intero articolo: https://thevision.com/cultura/eco-apocalittici-integrati/

Enrico Terrinoni, La pagina nasce dal silenzio (Il Tascabile)

“Se parliamo o se scriviamo, altro non facciamo se non citare, citare sempre, citare inesorabilmente. Citare i vivi e i morti. Anche senza parlare, senza scrivere, li citiamo di continuo. Alla fine dei nostri giorni sarà il silenzio a condurci al riposo, e quel silenzio è la parola non detta più detta di sempre. E se “il resto è silenzio” come dice Amleto, questo accade, forse, perché ogni giorno viviamo un giorno in meno. Ma il silenzio non appartiene soltanto alla morte. Vive con noi quando dormiamo, ad esempio. E dormire è quasi come morire, insegna di nuovo Amleto; ma, aggiunge, nel silenzio della morte, i sogni, con la loro assenza, ci daranno pace.”

Leggi l’intero articolo: https://www.iltascabile.com/letterature/pagina-nasce-silenzio/

Ludovico Casalegno, Turismo di massa e kitsch

Turismo di massa e kitsch sono due parole che vanno facilmente a braccetto. Come è possibile che ogni monumento, ogni panorama, ogni oggetto, se toccati dal turismo di massa vengano istantaneamente trasformati in kitsch? Eppure prima dell’era del turismo i racconti dei viaggiatori non riportavano mai nessun elemento kitsch nelle visite effettuate agli stessi luoghi. Forse dipende dal modo di viaggiare, completamente diverso da quello che intraprendevano i nostri antenati, perché ora contaminato dal “viaggio organizzato”, fonte di ogni aspetto kitsch. I turisti del viaggio organizzato non devono parlare la lingua del posto, non devono necessariamente mangiare i cibi tipici, visiteranno solamente i “posti famosi”, avranno già tutte le risposte in tasca grazie alle guide cartacee o alle guide in carne e ossa. Questo turismo è in grado di rendere standardizzata e trasformata in cliché una gran parte dei riti che rendono un luogo affascinante: pensiamo alle ghirlande a Honolulu o alle gondole sul Canal Grande. Come si può credere che  ci sia ancora qualcosa di realmente tipico negli usi dei Pellerossa americani nelle loro riserve-Casino, o nei balletti folkloristici dei resort  in qualche esotica parte del mondo ? Forse quest’ultima citazione riguardo ai resort turistici merita un approfondimento. Che cosa può esistere di più kitsch di un villaggio posto in qualche esotica meta? Pensiamo all’architettura della sala comune che spesso scimmiotta lo stie locale pur accogliendo le comodità a cui un turista occidentale è abituato (il bar all-inclusive…), oppure alla serata  di cucina tipica  del ristorante che propone, di fianco al piatto originale, la variante occidentalizzata per i palati deboli, o ancora lo spettacolo serale che offre pseudo balletti e musiche del luogo che ospita il villaggio. I villaggi vacanze sono un vero esempio di kitsch. D’altronde, quando il turismo di massa si imbatte in qualche aspetto genuino di una cultura, immediatamente ha il potere di trasformarlo in un vuoto simulacro svuotandolo di ogni originalità, in un sostituto di realtà che, come abbiamo visto, è il fondamento del kitsch. Di per sé la gondola veneziana è ammirabile e interessante, forse unica nel suo genere, ma trasformata in ridicolo quando gli si accosta il termine “wi-fi gratis”  o “we speak russian” e direttamente spedita nel reame del kitsch. D’altronde i siti turistici, ampiamente documentati da guide, web, siti internet di chi vi è già stato, blog, quale sorpresa possono ancora riservare? Nessuna se non in negativo. La sognante Roma ne “La dolce vita” non potrà che apparire, nella realtà, più sporca e trafficata;  Venezia non potrà che essere solo più scomoda e maleodorante rispetto all’ideale di bellezza forzata che le cartoline patinate ci hanno imposto. Certo il meccanismo del turismo di massa non può che dipingere ogni luogo visitato come magico e unico perché risponde alle ferree regole del profitto e del marketing: vendere al meglio un prodotto, in questo caso una esperienza, perché possa essere comprato al miglior prezzo e nella massima quantità. ll kitsch, abbiamo già detto, nasce dal desiderio di piegare l’arte alle regole del business. Qui si cerca di piegare l’arte, la natura, la storia, la culinaria e quant’altro un viaggio può mettere a disposizione alla dura legge del profitto. Il turismo di massa ha la capacità di rendere qualsiasi spettacolo della natura o dell’uomo un evento mediatico, uno pseudo evento. Così il Colosseo non esisterà veramente come opera d’arte se non per apparire su cartoline, siti di operatori turistici, o sotto forma di statuetta e gadget. Il leone della foresta esisterà solo quando il pulmino dei turisti passerà a cercarlo e lo appiattirà in centinaia di fotografie digitali riversate sui social media. Questi pseudo eventi vivranno ed esisteranno solamente per essere registrati su supporti digitali ed essere scaricati su internet. La natura, per la prima volta, può diventare kitsch.

Ludovico Casalegno, Il kitsch: Dai nani da giardino alle dittature, Google books