Virginia Woolf, Un’incorreggibile speranza (frammento)

Mentre arrancava (perché rollava come una nave in mare) e guardava torvo (perché i suoi occhi non si fissavano mai su qualcosa direttamente, ma con uno sguardo obliquo che deprecava lo scherno e la rabbia del mondo – aveva poco cervello, lo sapeva), metre si aggrappava alla ringhiera e si issava su per le scale e rollava di stanza in stanza, cantava. Lucidando lo specchio della lunga specchiera e guardando di sbieco la sua figura dondolante, dalle labbra venne un suono – qualcosa che forse vent’anni prima, sulla scena, era anche stato allegro, un motivetto canticchiato e ballato, ma che ora, venendo da una donna senza denti, con la cuffia in testa, che faceva le pulizie, era privo di significato, era come la voce della stupidità, del ridicolo, della caparbietà stessa, calpestata ma sempre risorgente, tanto che mentre la donna arrancava, spolverando, strusciando, sembrava dire come era una lunga pena e un lungo dolore, come era alzarsi al mattino e andare a letto la sera, mettere fuori le cose e riporle nuovamente. Non era né facile né comodo quel mondo che conosceva da quasi settant’anni. Era tutta curva, per la stanchezza. Per quanto, si chiese, inginocchiandosi sotto il letto con le ossa che scricchiolavano, per spolverare bene le assi, per quanto sarebbe durata? ma si rialzò di nuovo in piedi tentennando, si tirò su, e di nuovo con quello sguardo obliquo che scivolava via e rifuggiva anche il proprio volto, e i propri dolori, si rialzò e si guardò allo specchio con la bocca aperta, sorridendosi senza scopo, e riprese il solito dondolio, tirando su stuoie, riordinando tazze e piatti, guardando di traverso nello specchio, come se, dopo tutto, avesse le sue consolazioni, come se in realtà al suo lamento si intrecciasse un’incorreggibile speranza.

Virginia Woolf, Gita al faro, Mondadori

Le figurine di Radiospazio. La luce fantasma

Come ci sei finito qui? In un teatro.
Eh. Non so bene.
Forse c’entra il fatto che un teatro non può mai essere al buio. Cosa che pochi sanno.
Un teatro non può mai essere al buio?
No. La vedi quella luce alle tue spalle? Sí? È sempre accesa. Indipendentemente da tutto. Sai come si chiama?
No.
Si chiama luce fantasma.
E cos’è, ce n’è una in ogni teatro?
Sí. Una in ogni teatro. Ed è sempre accesa.
Giorno e notte? Giorno e notte. Sí. Non c’è scampo. No. Anni di vagabondaggi catturati nel ricordo di un istante. E come forse avrai notato un teatro vuoto è vuoto di tutto. È una metafora del mondo abbandonato che fu.

Cormac Mccarthy, Il passeggero, Einaudi, Traduzione Maurizia Balmelli

Le scimmie di mare feuilleton. 2ª puntata

I bambini devono avere le loro marionette, le loro commedie.
Goethe, La vocazione teatrale di Wilhelm Meister

Come quello di Wilhelm Meister, anche il mio apprendistato teatrale si era svolto fra le mura domestiche, ma con una variante: al posto delle marionette recitavano, senza fili, le amiche di mia madre.
Il palcoscenico era il salotto, all’ora del tè. Non avevo mai visto uno spettacolo e mi sembrava logico che il teatro fosse quello; la finzione si rivelava nelle toilette delle signore che io passavo in rassegna una per una come fossero le divise di una truppa variopinta e bislacca convocata, il mercoledì, per il mio intrattenimento. Quei personaggi così fisici e profumati trasumanavano quando si riflettevano dentro una grande specchiera dorata che stava sopra il divano; un paio di secoli avevano corroso il fondo argentato creando delle chiazze nerastre nelle quali le signore annegavano e riapparivano in un gioco del cuccù versione adulta.Da quelle nuvole spuntavano come uno squillo araldico i cappelli.
Gli uccelli appollaiati sulla testa della signora Chistoni richiamavano il suo volo dinoccolato nell’alta società che attraversava con distacco; come per tutte le autentiche dame di Parma, il suo riferimento era Maria Luigia e figuriamoci se si lasciava impressionare dalle argenterie che i milanesi e i bolognesi esponevano ancora fresche di Sidol. Con quel suo naso lungo aristocratico li beccava tutti, i parvenu. Non era malevola, anzi aveva un décollété largo, accogliente, le piaceva solo divertirsi un po’, e rideva ancora quando scappava via per un nuovo impegno, contornata dallo svolazzo dei suoi uccelli devoti.
Due possenti ganasce mordevano il cappello color piombo della signora Sommaruga con tanta forza che il viso della penitente esprimeva sofferenza anche quando tentava di sorridere.
«Oramai non se ne accorge neanche più, ci è abituata» derubricavano le più ciniche: «Anche a casa sua è tutto un dolore.»
Secondo alcune, la Sommaruga era una sventurata. A causa del marito. Secondo altre, una cretina. Ne era la prova vivente lo stesso marito, giudicato da tutte non sposabile. È vero che lei l’aveva conosciuto quando era ancora una giovane sciocchina e lui già un notaio, ma anche la vergine più ottusa avrebbe intuito, sotto quella grisaglia consunta e in quegli occhi scoloriti, la crudeltà dell’avaro e la foia del pervertito.
Quattro figli le aveva fatto fare, a cui imponeva di raccattare tutti i rifiuti metallici che trovavano per la città, molle rotte, viti arrugginite, tubi di scappamento a brandelli, barattoli sventrati. A turno, prima di cena, i ragazzi dovevano mostrare al padre il bottino, un pezzo dopo l’altro, lì sulla tovaglia. Come una sordida gazza, il notaio esaminava ogni reperto, incurante della morchia e dei microbi, e tutto riponeva, tutto catalogava
«Ogni cosa può tornare utile in caso di catastrofe. Non si può mai sapere.»
Era il suo pensiero fisso. Qualcuna commentava che la catastrofe era già avvenuta quando la Sommaruga si era messa un uomo simile in camera da letto – «Con quelle mani…» – e tutte rabbrividivano mentre immaginavano le unghie del corvide sul corpo femminile.
Lo scarafaggio di velluto nero ancorato da due clip metalliche sul cranio fragile della Giovanna Accorsi, vedova di una guerra ancora fresca, ricordava le bande degli scarafaggi, vivi e pazzi che di notte si disperdevano in preda al terrore nella nostra vecchia cucina quando accendevamo la luce. Era un terrore contagioso a cui reagivamo menando colpi di scopa isterici nel mucchio. Quasi tutti a vuoto, ma qualche tenebrionide più emotivo degli altri veniva sempre a suicidarsi sotto le punte della saggina; spiaccicato per metà, tentava di trascinarsi al riparo di un mobile, e allora fuorusciva dal suo corpo una striscia lattiginosa, una sorprendente anima candida imprigionata in quella corazza nera da nazista. Poiché erano stati proprio i nazisti (in combutta coi repubblichini) a trucidare il marito Accorsi, mi chiedevo perché sua moglie se ne andasse in giro con quel fregio funereo sulla testa: era un memento, come le piccole lapidi che spuntavano in quegli anni agli angoli delle strade con i nomi dei partigiani caduti? O non era invece, quello scarafaggio di velluto, un potente segno scenico che riscattava la signora dalla sua triste biografia trasformandola in un personaggio teatrale senza passato, finalmente libero di galoppare in una nuova drammaturgia dell’assurdo?
Questa seconda ipotesi mi piaceva, così ai miei occhi l’Accorsi dimise panni della vedova e diventò la Dama col bagarozzo in testa. (Non si sa come, qualche batterio surrealista era venuto a contaminare il tessuto compatto del neorealismo familiare).
Seduto su una piccola poltrona della mia misura, ero l’unico spettatore di quelle rappresentazioni pomeridiane nelle quali cercavo di cogliere una trama. Ma era impossibile collegare tutti gli argomenti che si accavallavano. I morti, le malefatte dei primari, la Società dei concerti, la guerra, il naso di De Gasperi, gli sfollati, lo scià di Persia, la guerra, l’alluvione del Polesine, i sontuosi buffet dei congressi di medicina a Torino, la guerra, il burro, l’ex-Federale che passeggiava sotto i portici lustro come un gatto soriano, i gelati di Palermo, la guerra, il pericolo rosso, i gelati di Torino, l’immondo delatore fascista Franz Pagliani, le corse notturne nel ventre delle cantine durante i bombarda- menti, la guerra, la Nuova Fiera di Milano, la guerra, la cortina di ferro, il pane bianco, i topi, il paciugo di gelato alla ligure, la guerra.
Infine mi convinsi che in quegli spettacoli di signore non riuscivo a trovare una trama qualsiasi, come nei piccoli romanzi che avevo incominciato a leggere, per la buona ragione che essa non esisteva.

                   Il nascosto di cui parliamo non è quello del segreto o del mistero, ma il nascosto di quello che continuamente si esibisce.
François Jullien, Il saggio è senza idee

Quella conclusione mi tranquillizzò; potevo starmene seduto e seguire lo spettacolo senza impegnarmi troppo. Qualche anno più tardi avrei scoperto che le passerelle finali del varietà funzionavano più o meno allo stesso modo. Sfilavano tutti, le ballerine, il cantante, la soubrette, il capocomico… Sfilavano e basta, dovevano soltanto mostrarsi così com’erano, perfetti e compiuti nel loro sorriso da passerella. Quel girotondo di corpi rammendati e ripittati chissà quante volte era sostenuto da una musichetta che suonava: “Siamo tutti mezzi morti/ proprio questo il nostro bello.” Quando il pubblico si surriscaldava, il serpentone dei variopinti e delle discinte incominciava a correre come un trenino elettrico che ripete all’infinito il suo anello.
Invece, nel teatro del salotto le signore stavano ferme: la dinamica scenica era alimentata dalle battute – quelle battute di cui non capivi se erano le stesse che ritornavano in sequenze sempre diverse oppure se erano sempre diverse ma recitate in modo da sembrare tutte uguali. Questa oscillazione tra l’uguale e il disuguale generava in me un torpore ipnotico, un desiderio inappagato che, ancora non lo sapevo, è il motorino della Conversazione – un mulinello morbido, di superficie, sul quale è facile galleggiare, basta fare il morto e lasciare che siano le frasi a girarti intorno. Ma mentre ti rilassi in quell’acquetta tiepida senti un rumore che risale dal basso. Sono i racconti. Se ne stanno giù sul fondo, una matassa inquieta che si deforma e si strazia, perché ciascuno vorrebbe svincolarsi dagli altri, risalire in superficie e decantarsi anche solo per qualche minuto.
Nei dialoghi delle signore affioravano numerosi tentacoli di racconto, ma erano apparizioni troppo fugaci da cui era impossibile ricavare un plot.
«… Allora io gli ho detto che dovevamo assolutamente parlare, noi due. Passeggiavamo avanti e indietro sulla banchina vicino ai vagoni letto. Aveva tutto il tempo per dirmelo, invece ha preferito darmi una pugnalata al cuore, e via.»
Fine. Niente prima e niente dopo. Anche quello scampolo narrativo della signora Bonfanti sarebbe finito con gli altri spezzoni di storie inutilizzabili; ne avevo raccolti molti, ma tutti insieme non facevano un racconto, impossibile combinarli, non si prendevano proprio. Stavano bene così, ciascuno soddisfatto della sua incompiutezza, come certi cani a cui hanno tagliato la coda da piccoli: mica si sentono menomati, fanno le feste come i cani interi e agitano tutti contenti quel mozzicone malinconico che certifica il loro pedigree.
Non saprei dire quanto tempo trascorsi, spettatore solitario, nella platea di quel Teatro della Conversazione. Ricordo però quando alla fascinazione subentrò l’insofferenza.
Le signore delle repliche pomeridiane mi sembravano troppo estroverse. Recitavano i loro ruoli come quelle piratesse di palcoscenico che macinano i copioni – tutti i copioni di tutte le epoche – con una disinvoltura aggressiva, la stessa con cui nella vita di tutti i giorni entrano in un negozio di scarpe, fanno disperare la commessa ed escono senza aver comprato niente.
Avrei voluto sabotare quella naturalezza, imbavagliarle strette e farle tacere per qualche minuto. Calcare quei loro cappelli fino agli occhi, strangolarle con le loro lunghe collane fantasia (due o tre giri intorno al collo e sarebbero diventate meno disinvolte, oh sì!). Afferrarle per i capelli e gridare: «Adesso basta scherzare, si prova seriamente. Ricominciamo dalla prima battuta!». Oppure, al contrario, sedurle e piegarle (anche se non sapevo come). Piegarle e plasmarle. Le fissavo con un brutto cipiglio, ma quelle tiravano dritto, ciascuna sul suo binario.
A volte, qualcuna si accorgeva che la guardavo e faceva una fermata fuori programma: «Il piccolo sta per addormentarsi. Le nostre chiacchiere devono annoiarlo a morte» e mi passava un cioccolatino sulle labbra avanti e indietro come lo stick di un rossetto, finché non le socchiudevo.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112

Le scimmie di mare feuilleton. 1ª puntata

Prima parte

Capitolo primo
Nel quale si deve ritornare indietro per segnare un punto d’inizio.

Riguardo alla trama trovo del tutto inutile la vita reale. La vita reale sembra non avere trame. E poiché una trama è desiderabile e quasi necessaria, ho questo cruccio ulteriore contro la vita.
Ivy Compton Burnett, Tè e Tao

Quasi tutto era andato. Una decina di righe potevano bastare per ricomporre ciò che era rimasto. Di parole ne erano avanzate poche. Ciascuna se ne stava per i fatti suoi, quando si incontravano non si salutavano neanche più.
Scendevo sempre meno volentieri nel magazzino delle parole; ogni volta dovevo constatare che ne mancavano sempre di nuove, anche se non ero in grado di dire quali, così prendevo uno sgabello e mi sedevo a guardare gli scaffali cercando di ricostruire i vuoti. Ma quasi subito mi distraevo e invece di fare l’inventario pensavo a quando, molti anni prima, ero stato il titolare di un’impresina individuale che produceva parole per il teatro. Funzionava. A quell’epoca c’erano altri piccoli produttori come me e tutti più o meno tiravano avanti, anche perché allora il processo di lavorazione delle parole era più semplice – più disinvolto, direi, come quegli anni che procedevano al trotto.
Le parole per il teatro si generavano e si combinavano grazie a una forza interna sulla quale non stavamo tanto a indagare, bastava scrivere qualche nome sulla pagina: Finkel, Annabelle e Livermore, per esempio. Chi erano? L’autore non perdeva tempo a chiederselo; circolava la convinzione euforica che i nomi contenessero già tutto; la nostra macchina drammatica era sempre accesa e per avviarla bastava una battuta qualsiasi:
Finkel: – Purtroppo il nostro incontro sarà molto breve. (guarda l’ora) Praticamente sto per ripartire.
Il resto della scena si sarebbe sviluppato da sé, come nella vita, della quale molti pretendevano che il teatro fosse lo specchio.
Io opponevo una resistenza silenziosa. Vista la mia età prematura il concetto di vita mi sembrava vago e inutile; pensavo che semmai si sarebbe precisato molto più avanti, quasi verso la fine, quando non avrei più saputo cosa farmene – devo dire che ancora oggi non mi sembra un chiarimento così necessario. Invece tutti gli altri produttori di parole per la scena ne erano avidi. Di vita e di trame. Le trame della vita. Che non finiva mai di stupirli, sostenevano. I più ingegnosi costruivano sottotrame tortuose, cunicoli che diventavano sempre più bui e nei quali quegli stessi ingegneri finivano per smarrirsi come talpe analfabete.
Qualche drammaturgo forzuto aggrediva le vite con lo scalpello e ne ricavava dei blocchi rudimentali. «Ormai m’interessano soltanto le tranche de vie», diceva con una certa aria snob. Ma sempre di vite si trattava anche se sulla scena viaggiavano scombinate, un pezzo di qua e uno di là – e comunque l’autore si preoccupava sempre di rimetterle sui binari per lo scioglimento finale che il pubblico aspettava sbirciando l’orologio.
Su questo appuntamento obbligato c’era poco da fare i furbi: niente finale, niente applausi, che erano la stagnola dorata delle nostre spagnolesche bottiglie.
Le vite che i miei colleghi drammaturghi scrivevano per il teatro erano quelle di operai in lotta, preti in crisi d’identità, minatori imprigionati nel buio della terra, prostitute indomite, partigiani con il mitra ancora tiepido, borghesi a caccia di lolite proletarie che allora venivano chiamate ragazze perché di Nabokov non si sapeva ancora niente.
Quasi tutte queste povere vite riuscivano a trovare una qualche forma di esistenza; raramente sul palcoscenico, più spesso per voce degli stessi autori che leggevano i loro copioni teatrali riuniti nelle salette più interne delle osterie cittadine. Alla nausea nervosa, tipica delle competizioni, si aggiungeva un piccolo malessere; forse era un embrione di pietà solidale, perché un autore che accetta di recitare la sua operina dattiloscritta davanti a una decina di altri autori è una creatura smarrita e disposta a qualunque bassezza.
Mezzi falsetti di maschi ancora incompleti supplivano alla mancanza di voci femminili. Qualche didascalia tentava di aggiungere profondità alle battute (“Impallidisce improvvisamente”. Come può un attore sbiancare a comando? Non ce lo si chiedeva. La didascalia aggiungeva un che di letterario alla pièce, e tanto bastava).
E l’imbarazzo prima di incominciare: «Devo leggere il nome del personaggio prima di ogni battuta oppure si capisce dall’intonazione?»
E la calce francescana delle piccole osterie si rifletteva su quelle vite dattiloscritte alle quali tentavamo di dare voce.
E dopo quelle performance sembrava che il Teatro fosse sempre più lontano (in città ce n’era solo uno accessibile, gli altri erano in mano alla reazionaria borghesia). Quell’unico teatro del nostro desiderio era tenuto prigioniero nel corpo di un palazzo rosso ottocento del centro città, ben protetto dalle barriere dei burocrati giù nell’atrio:
«Ma questo spettacolo ha qualche attinenza alla classe operaia?»
Gli spettacoli che avevano attinenza venivano dotati di una scenografia molto sobria: tavoli e sedie che sembravano proprio veri, un paravento – giusto per non mostrare gli attori e le attrici in mutande – a volte un catino con treppiede nel quale il protagonista si lavava la faccia dopo una giornata di lavoro e di lotta – e l’acqua (autentica) si mescolava alle lacrime (teatrali) che l’attore virilmente si asciugava.
Gli spettacoli che non avevano attinenza (alla classe operaia) erano catalogati come sperimentali. I burocrati li guardavano con sospetto perché temevano le reazioni dei lavoratori:
«… Sai, bisogna andarci piano… Un povero cristo si rompe la schiena tutto il giorno, rientra in fretta, esce di casa con la moglie, va a teatro e si trova davanti a una cosa del genere…».
Di conseguenza, niente scenografia.
«Già vi diamo la sala per due sere, al resto dovete pensarci voi.»
Refrattario com’ero a mettere in scena trame e vite, i miei copioni finivano d’ufficio fra quelli sperimentali. Insomma, ero stato arruolato senza aver firmato il cartellino, così mi davo da fare per onorare la divisa. Scrivevo operine dai titoli improbabili, come X corpus, o Tutto rosso. I personaggi erano del tutto casuali. Entravano in scena e subito incominciavano a raccontarsi. Non gliene importava niente dei racconti degli altri, toccava allo spettatore ricomporre quei frammenti narrativi, non erano certo fatti miei.
Il Partito Comunista, che qualche volta assisteva seduto in fondo alla sala, taceva. Forse elaborava. Anche gli altri spettatori rimanevano in silenzio ma elaboravano poco, direi, più che altro sospiravano. Brave persone, erano rassegnati ai tempi nuovi, speravano solo che sarebbero passati presto.
Alcuni si sentivano in dovere di venire a salutare dopo lo spettacolo, frastornati, loro e io, come dopo un evento ingombrante e irreparabile – un lutto, ad esempio, ma di un parente lontano che fa un’improvvisata dopo vent’anni e muore stecchito sul divano lasciandoci quel suo corpo fuori luogo da sistemare.

Essere d’avanguardia è conoscere ciò che è morto; essere di retroguardia è amarlo ancora.
Roland Barthes, Risposte

Delle mie scorribande nelle regioni del teatro ero chiamato ogni tanto a rendere conto. Quando il mio maestro Luciano Anceschi veniva a vedere uno spettacolo, il mattino seguente mi convocava per telefono. Mentre lo accompagnavo all’Università poneva domande molto elementari, sorprendenti in un uomo così immerso nella complessità:
«…Ma questo tuo lavoro, in che cosa sarebbe sperimentale?»
Era coerente alla scuola fenomenologica, praticava la sospensione del giudizio e aspettava che parlassi io. Il teatro gli interessava poco, credo che lo considerasse qualcosa di simile a una scampagnata della Letteratura.
Alcuni anni dopo, in ufficetto soffocato dal luglio romano, Giuseppe Bartolucci, critico, teorico e architettore del Nuovo, sospirava:
«Sto lavorando a una mappa teatrale degli anni Settanta… Praticamente avrei finito. Otto mesi di lavoro… ascendenze, contiguità, affinità… Leo e Perla… Ricci… Quartucci, Vasilicò… Li ho sistemati tutti, ma te non so proprio dove metterti, sai?»
Ero imbarazzato. Davvero. Mi dispiaceva turbare una cosmogonia così ben organizzata; tutti quei pianeti avrebbero viaggiato tranquilli nella loro orbita se non fossero inciampati in quel corpo estraneo che ero io – molto estraneo, come una lavatrice o un aspirapolvere proiettati nella galassia dell’avanguardia da un dio distratto: mi aveva fatto dono del dialogo (un po’ sghembo, quindi sperimentale), ma si era dimenticato la teatralità. Di quella proprio non c’era traccia.
“Che cos’è la teatralità? È il teatro meno il testo” – su questo punto, Roland Barthes era chiaro. Di conseguenza io ero fottuto; nei miei copioni c’era soltanto un va e vieni di gente che parlava, anzi che diceva dei testi scritti; naturalmente avevano anche un corpo, ma per me era un accessorio secondario così come le scene e i costumi.
Se mi otturavano il rubinetto delle parole, tanto valeva che chiudessi subito bottega.

(Continua)

Miguel Piñero, Viottolo del tramonto (frammento)

Attrice        Stamattina sono stata a cinque audizioni. Prova un po’ a contarle! Cinque! È da quando mi sono alzata che corro da un’agenzia                   all’altra… E l’unica cosa che mi son sentita rispondere è stato il solito: «Non stia a telefonarci, la richiamiamo noi».
Attore         Però, scusa, ma con un nome come Zulma Samson… Voglio dire… cosa puoi aspettarti?
Attrice        Non c’entra niente il nome! È l’età, sono gli anni…
Attore         Ehi, no, non fare così… Smettila di piangere. Se qualcuno entra,              cosa pensa? Su, dài, smetti…
Attrice        Gli anni, capisci? Sono gli anni… Ero così bella, un tempo, non ci            credereste a vedermi così, adesso…
Attore         Ma sei ancora bella… Hai ancora un sacco di grinta dentro…
Attrice        Piantala, Joe! Lo so bene le cose come stanno… Non posso più                 sfuggire allo specchio. Il mio momento magico è svanito. È svanito e non ho fatto nemmeno a tempo a guardare l’orologio del successo! Per me è passata l’ora della vita. E adesso posso anche guardare la verità in faccia. Posso affrontare anche tutte le rughe senza trucco. Lo so bene che sono finita. Ma cosa posso farci? Quello dello spettacolo è l’unico mondo che conosco. E non ho alcuna intenzione di finire in qualche pidocchiosa casa di riposo per attori anziani. Conosco solo il teatro, ed è stato bellissimo…  ho badato sempre a me stessa da sola. E adesso anche per me è venuta la marea calante…
Attore         Zulma, sei uno strazio.
Attrice        Lo so.
Attore         E come conti di tirare avanti?
Attrice        Mi troverò un lavoro fisso.
Attore         Per esempio?
Attrice        Qui.
Attore         Nel mio locale?
Attrice        Sì. Credo di essere stata sufficientemente chiara, no?
Attore         Lo so che sei stata chiara. E lo so che pensi di esser stata chiara… Volevo solo esser sicuro che eri chiara circa l’esser stata chiara sul voler lavorare qui…
Attrice        Scusa, ma dov’è il problema?… Io ti vado bene, no?
Attore         D’accordo, Zulma, va nel retro e mettiti addosso qualcosa… per              non ungerti i vestiti.

Miguel Piñero, Mezzanotte al Greasy Spoon, in “Nuovo teatro d’America”,
Serra e Riva

Enrico Terrinoni, La pagina nasce dal silenzio (Il Tascabile).

Se parliamo o se scriviamo, altro non facciamo se non citare, citare sempre, citare inesorabilmente. Citare i vivi e i morti. Anche senza parlare, senza scrivere, li citiamo di continuo. Alla fine dei nostri giorni sarà il silenzio a condurci al riposo, e quel silenzio è la parola non detta più detta di sempre. E se “il resto è silenzio” come dice Amleto, questo accade, forse, perché ogni giorno viviamo un giorno in meno. Ma il silenzio non appartiene soltanto alla morte. Vive con noi quando dormiamo, ad esempio. E dormire è quasi come morire, insegna di nuovo Amleto; ma, aggiunge, nel silenzio della morte, i sogni, con la loro assenza, ci daranno pace.

Dormiamo, sogniamo: sogniamo sogni che ci consentono di vedere al buio, come anche di parlare silenziosi. Di reagire, insomma, a stimoli che non sono esterni. Viviamo vite di morte nella notte, e nel giorno talvolta ci silenziamo per inazione. Quando, invece, siamo “in azione”, riusciamo solo a reprimere quel nostro prezioso esser muti: muti di fronte all’ombra e al tempo.

La memoria è una sorta di scrittura interna, e in questa luce, oscuramente, siamo tutti scrittori silenziosi. Lo è anche chi non ha lo straccio di una penna in mano. Celiamo sempre, non riveliamo mai, neanche quando crediamo d’esser sinceri. E se le nostre storie poi le riveliamo, in realtà – l’ho detto spesso – noi le ri-veliamo, ossia le dotiamo di nuovi veli per nuovi occhi. Ogni storia, ogni opera d’arte non è che la reincarnazione in forma differente di una narrazione passata, ed è per questo, probabilmente, che davvero non sappiamo non riprodurre forme sempre ri-velate di quel che un tempo fu prodotto da altre menti prima di divenire nostro.

Leggi l’intero articolo: https://www.iltascabile.com/letterature/pagina-nasce-silenzio/

Romanticismo sui tetti. E.T.A. HOFFMANN, IL GATTO MURR

gatti con luci contrasto

Che un gatto scriva un’autobiografia non è tanto straordinario, soprattutto se si tratta di un gatto studente in belle lettere; la cosa incomincia a farsi complicata quando E.T.A Hoffmann, grande romantico autore letterario del gatto scrittore, inventa un marchingegno narrativo in virtù del quale il gatto Murr, per scrivere di sé, usa pagine strappate dalla biografia di un musicista; ne nasce un ingorgo di personalità che s’intrecciano e si sovrappongono. Senza addentrarci nel complesso, polifonico intreccio ricordiamo solo che il gatto Murr è molto simile ai nostri felini di casa, ma con in più qualche inevitabile tratto dello stesso Hoffmann, innamorato, visionario e soprattutto in vena di autoironia.

Da un abbaino lì presso uscì, lieve e silenziosa, una creatura incantevole oh, potessi dipingerla!… – Era tutta vestita di bianco soltanto una cuffietta nera sulla fronte graziosa e quattro calzini neri nelle delicate gambette. Una dolce luminosità le splendeva nei begli occhi verdi come l’erba, le morbide movenze delle orecchie appuntite esprimevano virtù e intelligenza, il modo di ondulare la coda rivelava una grazia suprema, una delicata sensibilità femminile.
La soave piccina parve non vedermi fissò il sole batté le palpebre e sternutì. Quello sternuto mi fece fremere fin nel profondo: il cuore si mise a battere fino a scoppiare il sangue a ribollire tumultuoso nelle vene e nei polsi. L’ineffabile, dolorosa, sconvolgente delizia proruppe infine nel Miao! lungamente represso. La piccina si volse di scatto mi vide gli occhi le si riempirono di sgomento e di infantile pudore. Zampe invisibili mi trascinarono irresistibilmente verso di lei ma, mentre spiccavo un balzo per ghermirla, rapida come il pensiero, la bella disparve dietro un comignolo. Disperato e furente corsi su e giù per il tetto, chiamandola con lamentosissima voce. Tutto inutile lei non riapparve più. Ah, povero me!… – Il cibo mi disgustava, le scienze mi nauseavano, non avevo più voglia di leggere né di scrivere.
Il giorno seguente, dopo averla cercata ancora dovunque sui tetti, in solaio, in cantina, in ogni angolo della casa rientrai sconsolato. Non pensavo che a lei alla mia piccina e perfino il pesce arrosto portomi dal maestro pareva fissarmi, dal piatto, con gli occhi di lei. – Cielo! – esclamai. Pazzo di gioia. – Sei tu?… La tanto attesa creatura dei miei sogni?…Cielo, cielo!… – e divorai il pesce in un boccone. Già un po’ più tranquillo, decisi di chiarire, come si conveniva a un giovane erudito, la vera natura del mio sentimento e, benché con grande fatica, mi immersi nello studio del “De arte amandi” di Ovidio – Ma nessuno dei sintomi ivi descritti ai adattava al mio caso. Tutt’a un tratto ricordai d’aver letto in una commedia che i contrassegni caratteristici di un innamorato sarebbero l’indifferenza a tutto e la barba incolta. Mi guardai nello specchio… Cielo!… Avevo la barba incolta… Cielo!… Mi sentivo indifferente a tutto!
La certezza di essere innamorato mi diede un po’ di conforto. Decisi di mangiare, bere, rifocillarmi e quindi di rimettermi a cercare l’oggetto dell’amor mio. Un dolce presentimento mi disse che l’avrei ritrovata davanti alla porta di casa scesi e la trovai per davvero! O vista!… Sconvolgente delizia, ineffabile trasporto d’amore!… – Mimì, così si chiamava la cara piccina, sedeva garbatamente sulle zampe posteriori e si faceva bella passandosi e ripassandosi lo zampino anteriore sulle guance e le orecchie. Con quale indescrivibile grazia compiva sotto i miei occhi quella doverosa funzione di pulizia e di eleganza! Non le occorrevano artificiosi espedienti di toilette per ravvivare i fascini naturali. Mi avvicinai con maggior prudenza e modestia della prima volta e le sedetti accanto. Essa non fuggì mi scrutò con occhio indagatore e quindi abbassò lo sguardo. – Divina! – le sussurrai. – Vuoi essere mia?…– Sfacciato! – rispose lei tutta confusa. – Chi sei?… Mi conosci forse?… Se sei un gatto onesto e sincero come sono io, giurami che mi ami veramente. – Oh! – esclamai estasiato. – Per la sacra luna e le stelle, e i pianeti che stanotte splenderanno in cielo se sarà sereno ti giuro che t’amo! – Anch’io, – bisbigliò la piccina, volgendo, soave e ritrosa, il capo verso di me.
Stavo per azzamparla con passione, quando due gatti giganteschi mi furono addosso con un balzo ringhiando come demoni. Mi morsero, mi graffiarono e, per soprammercato, mi rotolarono nel rigagnolo, dove un fiotto di risciacquatura mi travolse. Appena riuscii a sgusciare di sotto gli artigli di quelle bestiacce assassine e irriguardose del mio rango mi precipitai su per la scala strillando terrorizzato.

E.T.A. HoffmannConsiderazioni filosofiche del gatto Murr, Formaggini
Traduzione di Rosina Pisaneschi

Le figurine di Radiospazio. Il candidato prima del comizio

ATTORE  (nervoso, schiarendosi la voce)  … Allora, vediamo, non perdiamo la calma… Se paragonassi l’anarchia a un ser­pente? E il potere a un vampiro? Sì, ma non basta, ci vuole qualche frase ad ef­fetto. Parole che trascinano: “Chiudere l’età delle rivoluzioni. Camarille! Diritti imprescindibili. Virtualmente.” Eccetera.  Adesso però calmiamoci. Un po’ d’ordine. Gli elettori saranno qui tra poco. La sede è tirata a lucido… i posti d’onore attribuiti… Il Presidente qui, ai lati i due segretari. Io in mezzo. Qui  il bicchiere con l’ac­qua… ho già una sete terribile, ancor prima di incomin­ciare… (beve) … Calma, ho detto. Il Presidente mi è amico…ci pensa lui ad aprire la seduta: “C’è qualcuno che vuol fare domande al nostro candidato?” Uno degli elet­tori alza il braccio…Vuol fare una domanda-traboc­chetto, glielo leggo in faccia. Io mantengo un’aria tranquilla e af­fondo la mano nel gilet. Maledizione, la paura mi afferra qui all’epigastro… (beve)  Andiamo, niente debolezze. Un uomo ne vale un altro, e io ne valgo molti. E poi, se sono candidato ci sarà  pure una ragione, no?

Le figurine di Radiospazio. Teste artificiali

TESTE ARTIFICIALI! Un articolo che viene affermandosi con sorprendente rapidità presso il pubblico più esigente. La testa artificiale, da applicarsi sulla naturale, offre i seguenti van­taggi:
Protezione da pioggia, vento, sole, e da tutti gli altri agenti che comunemente sono di molestia alla testa naturale impedendo lo svolgimento della funzione speculativa che le è propria.
Potenziamento delle comuni facoltà sensorie: con orecchie arti­ficiali l’udito è assai più acuto che con le naturali; del pari la vi­sta raggiunge la portata di un buon binocolo, ed analogamente risultano l’olfatto e il gusto. Le facoltà sensorie possono altresì essere a volontà regolate: portandosi in posizione B l’apposita levetta si potrà inoltre sospenderne del tutto l’azione, ciò che consente un’altra efficienza della vita spirituale. Stanzette soli­tarie, chiostri, eremitaggi, foreste, e consimili accorgimenti ri­sultano in tal modo superflui: l’isolamento è ottenibile anche in mezzo alla folla più chiassosa.
La testa artificiale viene fornita su misura; essa è di agevole applicazione e d’uso semplicissimo. Non abbisognandole alcuna protezione particolare (capelli, parrucche, ecc.), la sua superfi­cie resta disponibile come spazio pubblicitario. Potrete affit­tarla a importanti ditte e ammortizzerete in tal modo il pur modesto costo dell’apparecchio.

Christian Morgenstern, Inserzioni su un giornale del 2407, “Umoristi del ‘900, Garzanti, Traduzione di G. Cusatelli

Flannery O’ Connor, Enoch e il gorilla (frammento)

All’interno del furgone c’era un voce registrata che borbottava sotto la pioggia
“Ecco Gonga, gente: Gonga il gigante, divo di Hollywood! Stringete la mano a Gonga, gente!”
La portiera del furgone si aprì e ne scese un uomo. Passarono altri due minuti, poi apparve il gorilla, con l’impermeabile fino al mento. Intorno al collo aveva una catena di ferro. L’uomo la afferrò, trascinò giù l’animale, e i due si rifugiarono sotto il tendone a grandi balzi. Dietro il vetro della biglietteria c’era una donna dall’aria materna, che stava preparando i biglietti d’ingresso gratuiti per primi dieci coraggiosi che si sarebbero fatti avanti a stringere la mano del gorilla. Il gorilla ignorò completamente i bambini e seguì l’uomo fin sopra a una piccola piattaforma. L’animale salì, si girò verso i bambini e cominciò a ringhiare. L’uomo si rivolse al pubblico.
“Chi è il primo? Avanti, su, chi è il primo. Un biglietto gratuito al primo che si farà avanti.”
Prima di Enoch c’erano solo due bambini. Il primo strinse la mano al gorilla e si fece da parte. Il cuore di Enoch batteva violentemente. Il bambino davanti a lui finì e si fece da parte, lasciandolo a fronteggiare la scimmia, che gli  prese la mano con gesto automatico.
Era la prima mano che veniva tesa a Enoch da quando era arrivato in città. Era morbida e calda.
Per un secondo rimase semplicemente là, fermo, con quella mano nella sua. Poi cominciò a balbettare: “Mi chiamo Enoch Emery. Ho frequentato la Rodemill Boys’ Bible. Lavoro allo zoo comunale. Ho visto due tuoi film. Ho solo diciotto anni, ma lavoro già per il comune…”
Il divo del cinema si chinò leggermente in avanti e i suoi occhi cambiarono espressione: un brutto paio di occhi umani si avvicinò a Enoch e lo guardò di traverso da dietro quelli di celluloide, mentre da sotto il vestito da scimmia proveniva una voce bassa e roca: “Ma va’ all’inferno!”
La mano si ritrasse bruscamente.

Flannery O’ Connor, Enoch e il gorilla, Bompiani, traduzione di M. Caramella

Le figurine di Radiospazio. Il messaggero

Le mogli vengono picchiate dai mariti; la polizia uccide neri e latino-americani; i vecchi frugano nei bidoni della spazzatura o mangiano cibo per cani: la vergogna impera, regna. Ci sono teenager neri che non avranno mai un lavoro sino alla fine dei loro giorni, non perché siano pigri ma perché non c’è lavoro; e anche perché i ragazzi dei ghetti non hanno capacità particolari da vendere. Bambini e bambine scappano, approdano ai marciapiedi di New York o di Hollywood; si prostituiscono e finiscono squartati. Se in voi nasce l’impulso di massacrare i messaggeri spartani che corrono a riferire l’esito della battaglia, la verità delle Termopili, massacrateli pure. Io sono uno di quei messaggeri e vi comunico ciò che, molto probabilmente, non volete sentire.

Philip K.Dick, La trasmigrazione di Timothy Archer,
Feltrinelli, Traduzione Vittorio Curtoni

Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche (frammento)

  • Ascoltatemi… io non posso fare a meno di tornare qui, domani notte; sono un sognatore; è così poca la mia vita reale e vivo così di rado momenti come questo, che non posso fare ameno di riviverli nei miei sogni. Io sognerò di voi tutta la notte. Ritornerò qui domani, esattamente qui, in questo stesso punto, esattamente a quest’ora, e sarò felice ricordando quanto è avvenuto oggi…
  •  Va bene, forse tornerò anch’io qui domani, alle dieci.  Io devo trovarmi qui, ma non crediate che vi abbia dato appuntamento, io devo trovarmi qui per motivi miei… Però vorrei vedervi… per dirvi due parole. Non mi giudicherete male, vero? Non penserete che do appuntamenti con troppa facilità? … Prima  facciamo soltanto prima un patto…
  •    Un patto? Parlate, dite, sono d’accordo su qualunque cosa, sono disposto a tutto.
  • Siate buono, siate gentile, non innamoratevi di me… Questo è impossibile, ve lo assicuro. Per un’amicizia sono disponibile, eccovi la mia mano… ma innamorarsi no, ve ne prego!
  • Lo giuro!
  • Basta, non giurate, so bene che siete pronto ad accendervi come la polvere pirica. Buona notte, e ricordate che mi sono messa nelle vostre mani. Appena vi ho visto mi è subito balenata l’idea di confidarmi con voi…
  • Ma in nome di Dio, di che cosa?
  • A domani notte. Lasciamo che questo rimanga per ora un segreto. Sarà meglio per voi, somiglierà, almeno alla lontana, a un romanzo. Arrivederci. A domani.
  • A domani.

Le figurine di Radiospazio. Il tiranno interiore

I tiranni più crudeli, i nostri nemici peggiori sono dentro di noi, e se pochi uomini sono liberi di fuori, uomo non c’è che dentro di sé si possa dire veramente libero. Sebbene uomo dicente e uomo scrivente per elezione e professione, Nivasio Dolcemare è forse colui nel quale la sproporzione tra cose dette e cose non dette è maggiore. Riuscirà egli un giorno ad abbattere questo vigilantissimo, questo insonne tiranno interno che finora gli ha vietato e tuttavia gli vieta di dire tutto quello che egli ha da dire? Nescimus. Questo uomo intanto va guardato come si guarda la porta chiusa sul tesoro di una cattedrale, come si guarda lo sportello blindato serrato sul sotterraneo della banca più ricca di accumulato oro. E qual meraviglia se un giorno Nivasio Dolcemare dovesse abbattere il suo tiranno interno, a veder sciamare dalla bocca di lui tutto quello che egli ha pensato, ha formulato in parole ma detto non ha! Egli stesso considera il mondo, gli uomini, le cose per quello soprattutto che mondo, uomini e cose non hanno detto, non hanno fatto, non hanno manifestato ma tuttavia si tengono in corpo e forse morranno portandosi quei tesori nella tomba; ed è per questo che mondo, uomini, cose appaiono a lui in maniera così diversa e tanto più ricca; è per questo che tanto più curioso egli è e tanto più sollazzato dagli spettacoli che egli solo vede; è per questo che egli conosce e capisce gli altri nel loro esterno e nel loro intimo, mentre gli altri né conoscono lui né lo capiscono.