Paolo Poli.Teatro Carignano. Aquiloni.

paolo-poli-giovane-237457Nell’ “Intervista impossibile” con l’uomo di Neanderthal (scritta da Calvino per radio due nel 1974) il nostro progenitore polemizzava con l’azzimato giornalista che lo intervistava: “Ma cosa dici? Ma cosa parli? Non c’eri mica te! Io c’ero”. Probabilmente non è un merito “esserci stato”, cioè essere vecchi, così come non lo è, al contrario, essere giovani. Ma Paolo Poli, curiosamente, dava l’idea di esserci sempre stato anche da giovane, come un minerale fino a quel momento sconosciuto che il caso fa rinvenire a un gruppo di boy scout durante una passeggiata in montagna. A me è capitato di vedere i primi suoi spettacoli che risalgono alla fine degli anni Cinquanta nei quali egli era il mattatore ma che nascevano da una brillantissima idea di Aldo Trionfo. Insieme a Lele Luzzati, il grande regista genovese aveva dato vita a un’agile formazione teatrale, “La borsa di Arlecchino”. La formula era semplice e nuova: la prima parte era dedicata a un bouquet di poesie messe in musica (da Palazzeschi, a Penna ai classici della letteratura italiana), la seconda proponeva autori che in quegli anni erano del tutto sconosciuti o riservati a un’élite: Ionesco, Adamov, Beckett, Brecht, Genet, De Obaldia. Paolo Poli passava dal Tasso (memorabile un combattimento Clorinda/Tancredi insieme a Claudia Lawrence con cavalli e spade di cartapesta) alla prigione di Sorveglianza speciale con lo scafandro del grande attore che contrariamente al luogo comune non è un camaleonte, non ha bisogno di trasformarsi, gli basta solo esserci, anzi, nel caso di Poli, continuare ad esserci.

 

Il magma di Kataplixi.

anna montalentiCapita ogni tanto l’occasione di misurare all’improvviso i cambiamenti che, giorno dopo giorno (nel nostro caso, spettacolo dopo spettacolo), sono avvenuti sotto i tuoi occhi senza che tu te ne accorgessi. Naturalmente la colpa è tua, dovevi seguire con più attenzione le innumerevoli produzioni teatrali che nascono ogni giorno e intorno ai quali si creano altrettanti nuclei di pubblico o forse di piccole comunità. L’occasione mi è stata fornita da uno spettacolo di Kataplixi teatro, rappresentato al Fringe Festival di Torino, ai Murazzi sul Po, Anch’io ho avuto un’infanzia di merda eppure non mi lamento, ispirato a testi di Rodrigo Garcia. Lo spettacolo propone una serie di frammenti enunciati in prima persona ai quali gli attori (Francesco Gargiulo, Anna Montalenti, Alba Porto, Rebecca Rossetti) prestano corpo e voce. Col procedere dello spettacolo si delinea un Io polimorfo che ovviamente, per via della mimesi teatrale, non può essere ricondotto all’autore. Chi parla, dunque? Non direi i “personaggi”: la fluidità del montaggio scenico richiama l’immagine di un magma in cui gli elementi sono fusi, più che quella di una galleria nella quale si alternano soggetti e situazioni diverse (la struttura del cabaret, per intenderci); la Voce si rivela nelle sue svariate incarnazioni ma abita in un altrove non conosciuto a meno che non lo si voglia identificare con lo stesso spazio scenico. Questa difficoltà di trovare un referente è uno dei motivi d’interesse dello spettacolo. Ma vorrei tornare al cambiamento cui accennavo, che riguarda il rapporto fra il monologo e il racconto. Non è il caso di entrare in una questione delicata che comporterebbe troppi distinguo; m’interessa piuttosto l’atteggiamento degli attori di fronte ai materiali verbali che affrontano: fino alla prima metà dello scorso secolo (almeno) i monologhi costituivano una specie di sottogenere teatrale, emergevano dal grande repertorio classico come le ciliegie dallo strato di panna della torta, e come prelibatezze venivano proposte dai grandi attori durante le “Serate d’onore” (stucchevoli, alla lunga, perché della torta si finisce per sentire la mancanza). Col diffondersi del “Teatro del racconto”, la recitazione e la narrazione (intese come atti che contraddistinguono due domini fino ad ora distinti) si sono notevolmente ravvicinate e spesso tendono a sovrapporsi. Mentre assistevo allo spettacolo, il fenomeno mi sembrava rilevante ma mi rendevo conto che probabilmente non appariva tale agli attori i quali, per ragioni anagrafiche, si muovono con assoluta disinvoltura in questa regione ibrida nata dalla contaminazione mimesi/diegesi. Il che è senza dubbio un cambiamento.

Cantieri 2. Il trasloco

Burgtheater-PhotoTerminata una stagione teatrale, s’incomincia a traslocare nella prossima. Essa è molto lontana ma poiché viviamo in un Paese assai organizzato che non lascia nulla al caso bisogna programmarla con molto anticipo: nessun imprevisto deve minacciare il perfetto funzionamento della macchina teatro. Dunque si fanno i bagagli cercando di metterci dentro idee nuove – ma si finisce per infilarne anche qualcuna usata ma ancora in buono stato, nel caso che il Committente non voglia rischiare troppo.
Questo è il trasloco del famoso regista Claus Peymann al prestigioso Burgtheater, così come lo rappresenta Thomas Bernhardt in uno dei suoi dramoletti.

Peymann          Disfaccia le valigie, signorina Schneider
tiri fuori tutto quello che c’è dentro.
Segretaria        Guardi, un paio di attori sono soffocati
mentre due drammaturghi sono ammuffiti.
Peymann          Non possiamo farci niente, signorina Schneider,
il teatro è un processo letale.
Segretaria         Guardi questo drammaturgo
sembra che abbia la testa mezzo congelata.
Peymann           Non importa
penso che potrà servirci lo stesso.
Più tardi lo scongeli lentamente.
Segretaria         Gli attori sono tutti essiccati.
Peymann           Non importa
li rimetterò in piedi.
Segretaria          Fuori aspettano alcuni attori del Burghteater
Peymann           Ah sì, adesso dobbiamo dare loro un lavoro
non so ancora quale.
Probabilmente li ficco tutti dentro una grande messinscena di Shakespeare.
Sono come le prugne secche
che devono essere messe nell’acqua.

Thomas Bernhard, Claus Peymann lascia Bochum trasferendosi a Vienna come direttore del Burghteater. Ubulibri

 

 

Occhi di tonno. Scarica il copione (SIAE).

jpeg frontespizio grande copione occhi blogPer chi ha visto lo spettacolo e, non si sa perché, desideri ripercorrerlo; per chi non lo ha visto e desideri farsene un’idea – tenendo conto che un copione è solo il fantasma di uno spettacolo.

Alberto Gozzi. Occhi di tonno

Cantieri aperti.1

Schermata 2014-06-03 alle 19.17.54Ahimè, povero Yorick!…
Quest’uomo io l’ho conosciuto, Orazio,
un giovanotto d’arguzia infinita
e d’una fantasia impareggiabile.
Mi portò molte volte a cavalluccio…
Ed ora – quale orrore! – mi fa stomaco…
Ecco, vedi, qui erano le labbra
che gli ho baciato non so quante volte…
E dove sono adesso i tuoi sberleffi,
le burle, le capriole, le canzoni,
                                                                                                 i folgoranti sprazzi d’allegria
                                                                                                 che facevan scoppiare dalle risa
                                                                                                 le tavolate?… Chi si fa più beffa
                                                                                    ora del tuo sogghigno, con questa tua smorfia?

 Amleto, Atto V, Scena I

Bisogna pensare alla prossima stagione, ora, entro pochi giorni, anzi bisogna decidere, che è cosa molto più difficile. I pensieri, numerosi, troppi, sono mesi che si affacciano ma adesso, al momento buono, si sono fusi dando vita a un unico essere polimorfo, mutevole e contradditorio. I vecchi attori pensavano la loro vita come un cammino che attraversava un repertorio, dicevano: “Mi piacerebbe fare un Amleto prima di morire”. Una volta un’attrice mi confessò che sognava una Maria Stuarda. Le feci osservare che sarebbe stato necessario soffiar via quel sottile strato di polvere che si era depositato su questo grande classico ma della polvere non le importava niente, non l’aveva mica letto: per lei sarebbe stata una vera consolazione se avesse potuto interpretare, prima di morire, un personaggio condannato alla pena capitale. Credo fosse una specie di viatico. È difficile, oggi, fare scelte così istintive, anche se forse sarebbe saggio. Per fortuna c’è ancora qualche giorno prima della scadenza.

 

Occhi di tonno. Scarabocchio 1.

Dal magazzino delle immagini prendono forma nuovi racconti, rapidi schizzi o scarabocchi, come Francesco Ghisi ha voluto intitolare questa sua istantanea sullo spettacolo ancora fresco. Nel lavoro di Radiospazio teatro le scritture e le riscritture tendono a susseguirsi in un processo generativo: dal racconto al teatro, dalla scena al video: in forma di frammento, per ora.

La menzogna della parola/la “verità” dell’oggetto

munchausenAncora su Mario Ricci – spero che i lettori del blog non siano troppo sconcertati dallo spazio che dedico a un personaggio tanto sconosciuto da ingenerare il sospetto che sia immaginario: un blog è un filo che si dipana e forse il suo senso è proprio quello di scoprire passo dopo passo dove porta, sempre che si abbia la voglia e la pazienza di seguirlo.
Di Ricci, straordinario regista-drammaturgo degli anni Sessanta, ho sempre ricordato il Moby Dick col suo mare che sul teatrino (di pochi metri) non c’era ma che si generava nella mente dello spettatore grazie agli attori teste-di-pesce-e alla grande barchetta di carta, così come il romanzo (la Letteratura) trovava la sua realizzazione scenica grazie a una voce che ne proponeva alcuni brandelli – uso questo termine per analogia con l’immagine “brandelli di vele”, come se la narrazione di Melville fosse stata distrutta da una tempesta marina cui fossero scampati solo alcuni lacerti sfilacciati.
Il mare immaginato, il romanzo riproposto per frammenti con la complicità di una luce azzurrina, creavano l’illusione del sogno – non di un sogno, ma l’illusione di sognare, di poterlo fare, e per di più in un teatro-scatola nel quale eravamo racchiusi tutti insieme, pubblico e attori.
Non rimandava al sogno, invece, un altro spettacolo di Ricci, Il barone di Münchausen. Sulla scena spoglia agivano piccole macchine sceniche gratuite e giocattolini meccanici, di quelli caricati a chiavetta che, girando insensatamente su se stessi, producono una spirale ipnotica fine a se stessa e, al tempo stesso, una sorta di malinconia per la mancanza di un mondo del quale appaiono immotivatamente privi – forse la dimensione di un’infanzia che non si riesce più a ricordare.
Il Barone non c’era, lo sostituivano quegli atti scenici che facevano le veci delle sue improbabili bugie e che producevano un’eloquenza diversa da quella della parola. Non ho mai studiato Raspe ma credo che scrivendo le sue impossibili imprese volesse rivendicare alla fantasia il diritto di mentire o forse, più arditamente, creare un universo nel quale l’individuo (e quindi anche il narratore) potesse sottrarsi ai lacci della logica, della coerenza, della verosimiglianza. Giorgio Manganelli, in Letteratura come menzogna ci ricorda che “L’opera letteraria è un artificio, un artefatto di incerta e ironicamente fatale destinazione”; ossia, una “pseudoteologia”, dove “tutto è esatto, e tutto è mentito”; nel Münchausen di Ricci questa fertile doppiezza scompariva  e lasciava il posto alla presunta verità degli oggetti scenici, avvolti d’ironia ma anche di malinconia (le due sono cugine e spesso vanno a braccetto).

Ricordo ancora il breve scritto di Franco Cordelli su Ricci:
http://archiviostorico.corriere.it/2010/novembre/28/Addio_Mario_Ricci_regista_del_co_9_101128078.shtml

 

Mario Ricci. Il mare immaginato

 

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È impossibile raccontare uno spettacolo, e l’impresa appare del tutto  assurda quando, confidando nella memoria, si pretenderebbe di ricostruirne uno che risale a più di quarant’anni fa. Quello che ho in mente, o meglio ciò che ne resta, filtrato da una lente sempre più opaca, è il Moby Dick di Mario Ricci, un regista-drammaturgo il cui nome non dice nulla a molti, perché il teatro è quanto mai volatile e perché, come ricorda Franco Cordelli, “Negli anni Sessanta non c’era chi filma tutto ciò che accade in scena”. Fra le messe in scena che ricordo di Ricci, James Joyce, I viaggi di Gulliver, Il Barone di Münchausen all’origine di quel teatro c’era dunque la letteratura, ma durante il viaggio dal libro al palcoscenico la scrittura originaria si faceva sempre più rarefatta e svaniva in un’impalpabile dissolvenza dalla quale affiorava solamente il ricordo che l’opera aveva impresso in Ricci lettore – come quando, vecchio ma anche solamente adulto, ritorni a un libro che avevi molto amato e, riaprendolo, non riconosci più il testo, o meglio: esso ti appare nella doppiezza del sogno, come quello e non quello – anzi decisamente non quello perché in tutti questi anni, ne hai fatto dentro di te una lenta e radicale riscrittura. Ricci era il più estroso esponente del “teatro d’immagine”, un genere (se lo si può definire così) verso il quale nutrivo qualche giovanile pregiudizio data la mia propensione, anche un po’ ossessiva, per il dialogo e per quella scrittura letteraria che mi porto ancora addosso. Ho molto lavorato sulla riscrittura teatrale ma nel senso opposto a quello di Mario Ricci: io sostituivo parole, lui le toglieva. Era inevitabile che tanta diversità finisse per trasformare il pregiudizio in fascino – lo stesso fascino che sarebbe scattato in un poeta barocco che avesse avuto occasione di leggere un haiku.
In questi giorni mi è tornata in mente la grazia di quel Moby Dick: gli attori indossavano teste di pesci danzanti su un piccolo palcoscenico; il Pequod di Achab era una barchetta di carta di giornale, come quelle che fanno i bambini, ma di due metri; di tanto in tanto una voce emanava qualche frammento del romanzo. Tutto qui. Un niente difficile da realizzare perché bisogna passare per la cruna del togliere. Mi verrebbe voglia di provarci, ma dovrei trovare uno scalpello molto resistente perché le incrostazioni della parola sono tante e dure come il basalto.
Di Mario Ricci, come dicevo, non è rimasto molto. Consiglio di leggere quanto ne ha scritto Franco Cordelli: http://archiviostorico.corriere.it/2010/novembre/28/Addio_Mario_Ricci_regista_del_co_9_101128078.shtml

 

Occhi di tonno. 29 aprile. Sala prove Astra

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Queste righe non intendono essere una nota di regia (un termine che oggi, per svariate ragioni, non mi corrisponde) ma un piccolo dénouement al termine della stagione di Radiospazio al Teatro Astra.
Nei due precedenti spettacoli (Il ritorno di Casanova e Il pipistrello) la mia funzione è stata quella di drammaturgo, un ruolo che non è molto chiaro nella nostra cultura e nella nostra pratica teatrale: meglio rifarsi ai tedeschi i quali di solito inquadrano le cose più meticolosamente di noi. Il termine tedesco Dramaturg sta a indicare un consulente letterario o teatrale che affianca il lavoro di una compagnia, un regista o comunque il responsabile di un allestimento (a dire il vero, pur nella lucida impaginazione tedesca, le mansioni del Dramaturg, come si vede, sono abbastanza varie). Comunque in Germania si opera una netta distinzione fra il Dramaturg e il Dramatiker, cioè colui che scrive i testi drammaturgici. Talvolta le due funzioni sono svolte da una stessa persona, e questo, appunto, è accaduto nel mio caso: sia per Il ritorno di Casanova che per Il Pipistrellosono decisamente andato oltre, dal  momento che ho operato due vere e proprie riscritture dei testi originali, non soltanto convertendo in dialogo ciò che era racconto ma anche inserendo nuclei drammatici nuovi ed estranei all’opera originaria: ad esempio, nel Pipistrello, la registrazione radiofonica della commedia di Faustino Perres “L’ombra del passato” prima delle prove nell’Arena Italia o addirittura l’introduzione di un nuovo personaggio, la Signora Fu, la cui natura meta-pirandelliana o post-pirandelliana gettava un’ombra lugubre e parodistica sulla commedia.
Questa troppo lunga, e tuttavia ancora molto parziale, confessione riguardo alle riscritture passate mi è sembrata, chissà perché, doverosa nei confronti del nostro pubblico prima che inizi il terzo spettacolo della trilogia di Radiospazio al Teatro Astra, Occhi di tonno del quale, per dirla alla tedesca, sono Dramatiker, cioè autore in proprio e non per interposta persona come negli spettacoli precedenti.
La prima stesura del testo risale a molti anni fa, l’ultima è terminata da qualche giorno, durante le prove. In tutto questo tempo la mia idea di teatro-racconto si è profondamente modificata, credo soprattutto per l’intensa attività di Radiospazio di questi anni; spettacolo dopo spettacolo, le funzioni di attore-narratore e di attore-attore sono diventate via via sempre meno distinguibili fino a sovrapporsi, quasi determinando una sorta di Io scenico polimorfo che agisce e narra nello stesso tempo. Non è certo mio compito addentrarmi in un’analisi critica di questo modello drammaturgico, mi piace invece ricordare che esso è nato dalla pratica scenica, dal lavoro con gli attori e dal rapporto col pubblico che, seguendoci con un’assiduità davvero confortante, ha condiviso tutte le tappe di questo nostro percorso con il quale, nell’ultimo spettacolo della trilogia, si chiude, per così dire, il cerchio ritornando all’impianto scenico dal quale eravamo partiti: l’attore-narratore alle prese col microfono e col tessuto della colonna sonora. La scommessa è che questo ritorno riproponga una forma solo apparentemente simile a quella di partenza e che, come avviene a colui che ha compiuto un lungo viaggio, porti a casa i frutti e i doni della sua esperienza. A.G.

Occhi di tonno. Dopo.

10151831_10152354880628514_5734498353189763234_nEcco che cosa resta
di tutta la magia della fiera:
quella trombettina,
di latta azzurra e verde,
che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi;
c’è la banda d’oro rumoroso,
la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.
Come, nel sgocciolare della gronda,
c’è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;

nell’umido cerino d’una lucciola
che si sfa su una foglia di brughiera,
tutta la meraviglia della primavera.

Se cercate questi versi di Corrado Govoni in rete scoprirete che qualcuno ne parla come di una “poesiola” semplice semplice e tra le più antologizzate della nostra letteratura, come se fosse un demerito: è un giudizio critico (?) che non riesce nemmeno a essere snob. A me sembra difficile trovare un’altra sintesi così perfetta del dopo, del prima e di un nuovo dopo.

Occhi di tonno. Questa sera.

big-eyeStraordinaria scoperta di uno scienziato giapponese: una sostanza contenuta negli occhi del tonno potenzia enormemente l’intelligenza umana. Un tycoon senza scrupoli, forte di molte di reti televisive, invade il pianeta con pillole d’occhi di tonno. Successo straripante ma l’abuso del prodotto provoca un’aggressività che porta all’omicidio. Chi fermerà il delitto di massa? E perché fermarlo?

gli attori: Roberto Accornero, Francesco Benedetto, Andrea Fazzari, Eleni Molos, Luisa Ziliotto

voce speaker tv: Yoko Fujimoto

l’équipe: Claudia Conte, Francesco Ghisi, Enrico  De Santis, Lavinia Giammarruco.

disegno luci: Mariangela Durante

 

Occhi di tonno. Un percorso circolare. Teatro Astra 29 aprile

cerchio rossoQueste righe non intendono essere una nota di regia (un termine che oggi, per svariate ragioni, non mi corrisponde) ma un piccolo dénouement al termine della stagione di Radiospazio al Teatro Astra.
Nei due precedenti spettacoli (Il ritorno di Casanova e Il pipistrello) la mia funzione è stata quella di drammaturgo, un ruolo che non è molto chiaro nella nostra cultura e nella nostra pratica teatrale: meglio rifarsi ai tedeschi i quali di solito inquadrano le cose più meticolosamente di noi. Il termine tedesco Dramaturg sta a indicare un consulente letterario o teatrale che affianca il lavoro di una compagnia, un regista o comunque il responsabile di un allestimento (a dire il vero, pur nella lucida impaginazione tedesca, le mansioni del Dramaturg, come si vede, sono abbastanza varie). Comunque in Germania si opera una netta distinzione fra il Dramaturg e il Dramatiker, cioè colui che scrive i testi drammaturgici. Talvolta le due funzioni sono svolte da una stessa persona, e questo, appunto, è accaduto nel mio caso: sia per Il ritorno di Casanova che per Il Pipistrellosono decisamente andato oltre, dal  momento che ho operato due vere e proprie riscritture dei testi originali, non soltanto convertendo in dialogo ciò che era racconto ma anche inserendo nuclei drammatici nuovi ed estranei all’opera originaria: ad esempio, nel Pipistrello, la registrazione radiofonica della commedia di Faustino Perres “L’ombra del passato” prima delle prove nell’Arena Italia o addirittura l’introduzione di un nuovo personaggio, la Signora Fu, la cui natura meta-pirandelliana o post-pirandelliana gettava un’ombra lugubre e parodistica sulla commedia.
Questa troppo lunga, e tuttavia ancora molto parziale, confessione riguardo alle riscritture passate mi è sembrata, chissà perché, doverosa nei confronti del nostro pubblico prima che inizi il terzo spettacolo della trilogia di Radiospazio al Teatro Astra, Occhi di tonno del quale, per dirla alla tedesca, sono Dramatiker, cioè autore in proprio e non per interposta persona come negli spettacoli precedenti.
La prima stesura del testo risale a molti anni fa, l’ultima è terminata da qualche giorno, durante le prove. In tutto questo tempo la mia idea di teatro-racconto si è profondamente modificata, credo soprattutto per l’intensa attività di Radiospazio di questi anni; spettacolo dopo spettacolo, le funzioni di attore-narratore e di attore-attore sono diventate via via sempre meno distinguibili fino a sovrapporsi, quasi determinando una sorta di Io scenico polimorfo che agisce e narra nello stesso tempo. Non è certo mio compito addentrarmi in un’analisi critica di questo modello drammaturgico, mi piace invece ricordare che esso è nato dalla pratica scenica, dal lavoro con gli attori e dal rapporto col pubblico che, seguendoci con un’assiduità davvero confortante, ha condiviso tutte le tappe di questo nostro percorso con il quale, nell’ultimo spettacolo della trilogia, si chiude, per così dire, il cerchio ritornando all’impianto scenico dal quale eravamo partiti: l’attore-narratore alle prese col microfono e col tessuto della colonna sonora. La scommessa è che questo ritorno riproponga una forma solo apparentemente simile a quella di partenza e che, come avviene a colui che ha compiuto un lungo viaggio, porti a casa i frutti e i doni della sua esperienza.

 

Occhi di tonno. Teatro Astra 29 aprile. Breve nota a margine

Occhi di tonno. Teatro Astra 29 aprile. Breve nota a margine

Ultimi giorni di prova. In alcuni passaggi l’aggressività indotta dagli occhi del tonno giunge al parossismo. Dietro di esso si riesce a intravedere un certo sorriso di cui non si legge bene la natura.