C’era un bel giro, là sotto, di convenuti da varie regioni: non convocati ma semplicemente arrivati per caso o per passaparola. Il sotto era una cantina romana che sarebbe diventata il Teatro di Via Belsiana, nel cuore elegante di Roma. Gli anni? I primi Sessanta, o il 64 o il 65, chissà. L’assortimento, tenero e prezioso, proponeva registi, attori, pittori, drammaturghi (ma il termine era poco usato a quel tempo), tutti ancora in boccio o quasi; alcuni appassirono presto, altri sono ancora in attesa di fiorire, qualcuno ha compiuto la sua parabola di vita. Facciamo qualche nome, ma sì, altrimenti che razza di racconto sarebbe? I lettori più giovani potranno andare a cercarli in rete. Dunque, Giacomo (Jimmy) Piperno, attore e doppiatore che aveva affittato la cantina insieme a Claudio Camaso (nome d’arte di Claudio Volonté, fratello di Giammaria); Tano Marcellino, brillante regista siciliano; Gianni Macchia, attore brunissimo e bellissimo che sarebbe diventano un’icona porno soft degli anni Settanta (memorabili i suoi film con Anna Moffo, soprano lirico sexy); Vettor Pisani, pittore inquieto e introverso che nel decennio successivo avrebbe realizzato le sue opere più provocatorie. Sul piatto c’era una questione vitale, quella di sempre: che cosa facciamo di questo teatro? Di conseguenza, discussioni e divisioni: sperimentazione vs/ impegno, ricerca vs/ teatro politico, le solite di quegli anni, condite da ingenui tentativi di manovre sotterranee per trovare alleati sulla propria linea, proprio come facevano i grandi. Fin qui, tutto regolare. Ma chi avesse sceso la scala di quella cantina si sarebbe trovato di fronte a uno spettacolo sorprendente: le discussioni della platea erano contrappuntate da uno sbattere ritmato di piedi, anzi direi di scarponi che andavano avanti e indietro sul palcoscenico. Era Carlo Cecchi che al comando di una sua piccola truppa riproduceva le marce allucinate di The brig, la prigione dei marines indisciplinati così come l’aveva rappresentato nel suo spettacolo il Living Theatre. Marciavano con l’imperturbabilità dei monaci zen (“La via non porta da nessuna parte ma non si può fare a meno di percorrerla) e, come si addice ai monaci, tacevano, preferendo l’operosità al dibattito. L’anno seguente, al teatro di Via Belsiana andò in scena, ad opera di Giammaria Volonté e del giovanissimo Cecchi, Il Vicario, lo “scandaloso” dramma di Hochuth sui rapporti fra Pio XII e il Nazismo. Ci fu un’unica replica con un contorno di polizia. Il prefetto vietò lo spettacolo, gli attori resistettero alcuni giorni in teatro ma furono costretti alla resa. Cessarono le discussioni e quel primo nucleo si sciolse. Ma una stagione era incominciata.
Autore: radiospazioteatro
Scriveteci fuori: QUESTO E’ UN TEATRO. Teatro Rossi aperto
‘Voi mi avete contagiato! Quando vi vidi in scena per la prima volta, si scatenò in me la passione per il teatro’. Questa, riporta la Lavrent’eva in ‘Vita vissuta’, fu la risposta di Stanislavsky a Ernesto Rossi, che lo aveva interrogato a proposito della nascita del suo interesse per l’arte scenica. Ernesto Rossi è stato uno studioso e interprete shakespeariano, livornese di nascita e russo d’adozione e a lui, alla fine dell’Ottocento, l’accademia dei Ravvivati ha intitolato un teatro pisano, che dal Settembre 2011 reca il nome di Teatro Rossi Aperto. Insieme ai teatri Verdi, Manzoni e Regio Nuovo, caratterizzati da un palinsesto più ‘classico’, il Rossi è stato, per un periodo compreso tra la fine del ‘700 e i primi del ‘900, uno spazio culturale importante della città, dedicato alle rappresentazioni di avanspettacolo, del varietà, dell’operetta, divenendo successivamente una sala cinematografica e poi confluendo, in epoca fascista, nel demanio statale, fino ad essere improvvisamente chiuso, per motivi di inagibilità, nel 1966, dopo i lavori di ampliamento dell’adiacente Cassa di Risparmio di Pisa, che ne hanno deteriorato alcuni spazi. A causa di questi danni, la Cassa di Risparmio è stata condannata nel 1973 a pagare all’AmministrazioneL. 30.000.000 (più spese processuali). Durante la prima decade degli anni 2000, il teatro è stato sottoposto ad alcuni interventi di manutenzione, ma è stato riutilizzato solo saltuariamente in occasione di performance organizzate dalla Scuola Normale di Pisa o dal Teatro Verdi. A parte questi sporadici episodi, il Rossi in questi anni è rimasto sigillato, fino al 26 settembre 2011, quando ‘un gruppo di studenti e operatori precari della cultura’ hanno deciso di occuparlo e di riaprirlo.
Il Rossi è un bellissimo teatro. Ci sono entrata per caso, arrivata con un’amica da Lucca, e ho assistito ad uno spettacolo che aveva debuttato al Fringe di Roma, dal titolo ‘#Tessuto’, del Collettivo Cascina Barà. La scenografia era realizzata sul momento e in movimento grazie ad una tavoletta grafica, attraverso cui il telo alle spalle dell’attrice protagonista Daniela Scarpari veniva colorato di bianco, rosso e nero e il tratto ne sporcava l’abito chiaro nei momenti di maggior drammaticità. Il palcoscenico è maestoso e gli affreschi che coronano i palchetti che circondano la platea si stanno deteriorando. Fortissimo il contrasto tra quella scenografia, che svaniva e ricompariva d’improvviso, e i disegni settecenteschi, che resistono al tempo, alla noncuranza, che un po’ rinascono sotto le nuove cure. Era Novembre, faceva freddo e l’obolo volontario, che si poteva lasciare prima e dopo lo spettacolo, era destinato a finanziare le attività per la manutenzione degli impianti di riscaldamento. Non so se con la nuova stagione i lavori saranno conclusi, so invece che, fino ad ora, il Rossi ha ospitato una radio web che si chiama Radiocicletta, ormai stabile all’interno di una sala del teatro; che la cantante Nada ha scelto di ambientare all’interno del teatro il video del primo singolo del suo nuovo album; che la programmazione è caratterizzata da mostre a istallazioni, da concerti al cinema – ultimamente proiezioni cinematografiche di pellicole mute, con colonne sonore eseguite dal vivo al pianoforte – ma soprattutto teatro, con tanti artisti nazionali e internazionali che hanno fatto sentire le proprie voci.
I ragazzi del Rossi mi hanno raccontato che la prima cosa che hanno fatto una volta entrati nel teatro è stata quella di aprire tutto: le finestre, le porte, le uscite di sicurezza. Che aprire tutto è stato come spegnere le luci, che c’era lo stesso silenzio di quando sta per iniziare uno spettacolo e si aspetta di vedere cosa accadrà.
‘It’s so magic to enter a theater
and see the lights go off.
I don’t know why
The silence is deep, and the curtain raises.
It’s probably red.
You enter another world.’
David Lynch
Claretta Caroppo
Hollywood de noantri. ENNIO FLAIANO
“Le do trenta secondo per raccontarmi il suo film!”. Così, ne “I Protagonisti”, di Altman, un onnipotente produttore di Hollywood riceve i troppi sceneggiatori e registi postulanti che lo assediano. Il gioco è crudele ma chiaro perché quell’embrione di film ha una chance di vedere la luce, e se ce la fa nasce con tutti i crismi. Più nebbiosa è la condotta dei produttori italiani degli anni ’60 così come li rappresenta Ennio Flaiano. (Quelli di oggi non hanno ancora trovato un autore che li voglia e li sappia raccontare).
Il cinema non è difficile, ma assurdo. Immaginiamo che Manzoni debba scrivere i suoi “Promessi sposi” nelle stesse condizioni in cui lavora un regista. Egli pieno di entusiasmo, espone la storia del suo romanzo: piace, ma con qualche riserva.
— La peste, serve? Non piace al pubblico e denigra l’Italia. La sommossa milanese è utile? Non fa un pochino il gioco dei comunisti? In più, è certamente costosa. Bene l’Innominato, non potrebbe però essere un pirata? Potremmo utilizzare le navi del Corsaro Nero. E Lucia? Non è scialba? Con tutte queste belle ragazze che abbiamo! Ci tiene proprio a Don Rodrigo? Se ci tiene, lasciamolo, ma che sia meno prepotente.
Raggiunto un faticoso accordo, il Manzoni passerà alla stesura del romanzo. Gli annunciano che potrà cominciare l’indomani alle due, sulle rive del lago di Como. Sulla piazza principale di Lecco, il Manzoni trova un tavolo con un calamaio e fogli di carta. Tutt’intorno, i tecnici e una folla di curiosi che si fatica a tenere a bada finché non arriva la polizia e stende i cordoni. Benché innervosito, il Manzoni comincia: «Quel ramo del lago di…» Impossibile scrivere “Como”, mancano le “c”.
— Lasci perdere, dottore, scriva Lomo o Tomo, poi accomoderemo.
E così di seguito, fermandosi ogni tanto. Che si aspetta? La luce non è buona. Poi è la volta dei “bravi” che ritardano. Sopraggiunge invece il produttore, che raccomanda:
— Facciamo presto, caro Manzoni, tanto il pubblico a queste cose non ci bada.
Il Manzoni continua a scrivere, arriva alla meno peggio alla fine del capitolo; è triste perché sa che non potrà riscriverlo, né correggerlo. Il produttore, invece, è entusiasta:— Benissimo! Domani scriveremo il capitolo XX nel castello dell’Innominato. Tutto pronto?
Ennio Flaiano, Diario notturno, Adelphi
Il fascino del pop/e viceversa.
Ultimi ragionamenti sul programma per la prossima stagione teatrale, fra qualche giorno i giochi saranno tutti, e ufficialmente, chiusi – per le compagnie piccole sul formato di Radiospazio, intendo, perché quelle istituzionali hanno già provveduto da tempo, com’è logico.
Provveduto e annunciato. E l’annuncio è grandioso. Lo Stabile torinese, in particolare, mette in campo alcune formazioni perentorie: Shakespeare/ Battiston, Shakespeare/ Cecchi, Shakespeare/Placido, Shakespeare/Gassman, Cristina Comencini/Cristina Comencini, Pirandello/Lavia, Pirandello/Orsini, Don Giovannni/Timi, La Parola/Peppe e Toni Servillo, Cyrano/Ferrini. Eccetera.
Irresistibili e pop. Forse pop in quanto irresistibili – oh, la permeabilità (umana, umanissima) del pubblico a cospetto dell’Irresistibile!
“Di fronte a uno schieramento tanto imponente”, dice, “Bisogna che i piccoli si attrezzino per la concorrenza”. (Lo so che si dovrebbe mettere sempre il soggetto ma in questo caso non ha importanza, è la voce del Mercato o se vogliamo della Saggezza). Mi diverte l’idea che Radiospazio debba fronteggiare questa Armada con i suoi spettacoli fatti di nulla (a parte le bravure, gli ingegni, le tenacie), è un paradosso tonificante. Dunque anche noi faremo il nostro piccolo, grande spettacolo pop – con relativo annuncio, il 25 giugno.
Un misterioso compagno di strada, l’Assurdo di Tardieu
Sul rullo del blog, le parole scivolano via e i post scendono ogni giorno un gradino della scala che conduce a un progressivo, fisiologico oblio. Esistono tuttavia rare eccezioni: qualche post di tanto in tanto si riaffaccia arzillo come quei vecchi che, dopo un sonno postprandiale di tre ore, si svegliano alle cinque di un pomeriggio piovoso e chiedono: “E adesso, cosa si fa di bello?”. Uno di questi post riguarda lo spettacolo di Jean Tardieu, Nostro assurdo quotidiano, che Radiospazio ha messo in scena più di due anni fa in modo piuttosto avventuroso. Non lo hanno visto in molti, quindi viene da chiedersi che cosa spinga i visitatori del blog a clickarlo; mi sembra strano che siano attratti dal nome di Tardieu, un autore non particolarmente frequentato in Italia, soprattutto in questi anni; è più probabile che si tratti della parola “assurdo”, per di più combinata con “quotidiano”, un cocktail che nella sua semplicità strizza l’occhio al cliente più di tante altre sofisticherie del menu. Ne siamo lieti, naturalmente, e ci teniamo questo piccolo, irrisolto mistero (se si potesse sapere come funzionano le cose su un blog, tutto sarebbe più facile). In omaggio al nostro prezioso e involontario collaboratore, vi propongo una breve poesia di Tardieu che ci mostra l’altra faccia dell’autore, quella “non assurda” (anche se, quando si parla di poesia non si può mai affermare nulla di certo).
Verbo e materia
Io ho io non ho
Avevo avuto non ho più
Avrò sempre
Io avevo io non ho più
Non avrò mai più
Se avessi avuto
Avrei ancora.
La voce dello sguardo.
Secondo quanto riporta la Repubblica in data 3 giugno 2014, vanno all’asta le foto di Yosuke Yamahata, il reporter militare che per primo giunse sul luogo del bombardamento di Nagaski. Queste fotografie sono consegnate alla storia ma anche alla letteratura grazie a Philippe Forest che nel suo romanzo Sarinagara le trasforma in alta narrazione.
Su alcuni frammenti di Sarinagara Radiospazio ha lavorato in un paio di occasioni sperimentando lo spessore della parola forestiana anche sul palcoscenico.
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/01/25/philippe-forest-43-secondi-sarinagara/
Una madre allatta il suo bambino: una donna molto giovane nello splendore della recente maternità, il torace che spicca bianco tra i lembi scostati dell’abito, un seno scoperto cui è attaccata la bocca del bambino. Entrambi sembrano essere stati colpiti molto leggermente: sulla guancia sinistra della donna, sul suo splendido volto, si apre semplicemente il fiore rosso di una ferita e se il bambino pare essere ferito più seriamente al cranio, sulla pelle ha però solo tracce di bruciature superficiali; succhia, con così tanta energia concentrata che lo si direbbe ostinatamente attaccato alla vita, preservato insieme a sua madre nel cuore stesso della catastrofe, vivo nell’occhio sinistro del ciclone, risparmiato, intento a riprendere le forze necessarie per una seconda esistenza che ricomincia tra le rovine.
Yamahata conosce il suo mestiere. Sa che non deve lasciarsi scappare l’occasione di quella fotografia. L’immagine è già pronta. Deve solo riprenderla. Dice tutto. è l’unica immagine accettabile del disastro. In effetti, rimarrà la più famosa. L’aria malinconica, quasi smarrita della giovane donna, lo sguardo nel vuoto, esprime un dolore senza limiti, immenso al punto da contenere in sé una miseria grande come l’universo. Ma il suo gesto immemorabile di dare il seno, l’abbandono fiducioso del bambino tra le sue braccia, l’incomprensibile impressione di forza che scaturisce dai due corpi teneramente stretti uno all’altro, la loro integra e singolare bellezza, dicono più forte ancora il desiderio testardo di sopravvivere.
(Philippe Forest, Sarinagara, Alet Edizioni, traduzione di Gabriella Bosco)
Sulle tracce della Medusa. UNA SOSTA DELL’EBREO ERRANTE. Audio/Radiospazio. durata 14′
http://www.spreaker.com/user/7367339/a-graf-una-sosta-dellebreo-errante
Ultimo “Poemetto drammatico” di Graf della nostra serie. Nella breve galleria che abbiamo registrato questo mi pare il meno inventivo, come se il fardello di un mito negativo come quello di Assuero (e il conseguente “rimbalzo” agiografico sulla passione di Cristo) pesasse anche sulla scrittura. Ben altra agilità, anche scenica, Arturo Graf aveva messo in atto, ad esempio, nella “Dannazione di Don Giovanni”.
Dopo questa breve serie, pubblicheremo altri audio di Radiospazio, meno impervi e senza dubbio più fruibili. Ci piaceva, comunque, mettervi a parte di questa nostra inconsueta e impegnativa esperienza.
Sulle tracce della Medusa. LA MORTE DI FAUSTO. Audio/Radiospazio. durata 14′
http://www.spreaker.com/user/7367339/a-graf-la-morte-di-fausto
E’ il penultimo “Poemetto drammatico” della nostra serie. Il vecchio Faust (l’italianizzazione del nome era diffusa nel secondo Ottocento e nel primo Novecento) poco prima di morire si accomiata da Mefistofele, suo eterno ma complementare nemico. Sarebbe forzato cercare in questo gioco degli opposti un’anticipazione sartriana del meccanismo vittima-carnefice, ma di certo nella dinamica drammatica di Graf essa è presente: chi ha ascoltato questa nostra breve serie la ritrova anche nel rapporto fra Dio e Mefistofele, che addirittura viene assunto in cielo per “continuare il gioco” che ha condizionato tutta la loro vita.
Monsieur Evento & Madame Okkupazione
A Ivrea nel 1967 fu promosso il “Convegno per un Nuovo Teatro”. Nel Manifesto, pubblicato nel novembre del 1966 sulla rivista “Sipario”, si affermava che ”ci si possa servire del teatro per insinuare dubbi, per rompere delle prospettive, per togliere delle maschere, per mettere in moto qualche pensiero”: era questa la necessità del teatro in quel mondo in trasformazione, così mutevole, così sollecitato dalle inquietudini del proprio tempo. In un periodo in cui l’antagonismo sociale e politico, la cosiddetta lotta di classe, raggiunse nel nostro Paese i livelli più alti di conflittualità in Europa, il teatro di sperimentazione giocò un ruolo importante e videnascere l’avanguardia più vitale del mondo, così poliedrica e dinamica da creare degli opposti estremismi tra tendenze teatrali poi dissolte in una deriva senza orbita.
(Francesco Bono, Dossier Ivrea 1967 “Mettere in causa il teatro in quanto tale”: alcune note su Ivrea 1967”)
Carmelo Bene, Ronconi, Marco Bellocchio, Carlo Quartucci, Edoardo Fadini e tanto altro teatro italiano misero sul tavolo le loro idee in maniera dura e, specialmente l’ultimo giornoanche un po’ convulsa. Mi ricordo che avrei preferito (con giovanile ingenuità) un confronto fra le poetiche e il far teatro ma i tempi imponevano altro, un discorso globale sul teatro e sulla società, sul pubblico e sulle istituzioni culturali senza dimenticare il testo teatrale, la regia, la figura e ruolo dell’attore, il luogo teatrale. Il “Nuovo teatro” che doveva sorgere, o che stava affiorando si contrapponeva al Teatro ufficiale; posti così, i termini della questione possono sembrare schematici e ingenui, soprattutto oggi che i gruppi teatrali oscillano fra la spontaneità, il rifiuto e il desiderio di omologazione ma in quel 1967 molti sentivano che si annunciava, o che era già iniziata, una nuova stagione. Come sempre accade quando le questioni si radicalizzano, il dibattito finì per svilupparsi fra due concetti che venivano vissuti e proposti come antitetici: un teatro aperto alle istanze della società e un teatro estetizzante (com’è polveroso questo termine!) tutto risolto nei meccanismi del suo linguaggio. Mi sembra che oggi siamo fuori da questa semplicistica impostazione se non altro per la buona ragione che non ci si confronta più su ciò che si va facendo né su ciò che si vorrebbe fare, a volte non lo si pensa neanche fra sé e sé. Terminata la stagione delle post-avanguardie teatrali, è nato un mostriciattolo dai tratti gentili e seducenti, l’Evento, che subito è stato coccolato e accudito dai pubblici amministratori e dai media. Questo esserino è cresciuto molto in fretta, è diventato un gigante tirannico e suadente, capace di imporre le sue regole anche ai più rigidi antagonisti. Poi, in età matura, ha deciso che era ora di trovare una sposa e l’ha trovata nell’Okkupazione, una signora straordinariamente feconda. I due, oggi, vivono la loro stagione beata, circondati dalla loro grande famiglia in espansione. Sono talmente compenetrati l’uno nell’altro che qualcuno li scambia per una persona sola.
per una bella documentazione sul Convegno di Ivrea:
http://www.ateatro.org/mostravoce2.asp?alfabeto=Ivrea
Sulle tracce della Medusa. L’ASSUNZIONE DI MEFISTOFELE. Audio/Radiospazio
Un altro “Poemetto drammatico” di Arturo Graf (v. post del 22 maggio) realizzato da Radiospazio – è una miniserie, come i lettori avranno intuito. Una precisazione quasi superflua ma non si sa mai: “Assunzione” indica qui “salita al cielo”, un evento che nella dottrina cattolica è riservato, per quanto ricordo, a due soli personaggi, Gesù Cristo e la Madonna, certamente non a Mefistofele, che invece Graf rappresenta provocatoriamente alle porte del Paradiso. Il dialogo fra Dio e il Diavolo, di straordinaria (in quanto ambigua) ironia, ricorda quello di due vecchi, stanchi coniugi che, dopo averne fatte – ed essersene dette – di tutti i colori, decidono che non possono fare a meno uno dell’altro.
http://www.spreaker.com/user/7367339/a-graf-lassunzione-di-mefistofele
Dopo il 2 giugno 2014 questo audio potrà essere rimosso dal sito di Spreaker. Chi desiderasse ascoltarlo dopo questa data potrà farne richiesta al blog di Radiospazio.
Sulle tracce della Medusa. LA MORTE DI DON GIOVANNI. Audio/Radiospazio
Fra le tante creature mostruose che ci ha consegnato la mitologia greca, Medusa è una delle più sinistramente “moderne”, a incominciare dall’acconciatura che ridicolizza i tentativi degli Hair Stylist di stupire con creazioni originali: i capelli acconciati a forma di testa di maiale, di nido di uccelli, di vela multicolore (esempi tratti dai cataloghi) sembrano acconciature da collegio femminile se paragonate alla matassa di serpenti (vivi, naturalmente) che si agitano sulla testa della Medusa. Per non parlare poi dell’impatto che la mostruosa creatura ha sugli uomini, che dapprima attrae col suo imperscrutabile potere e che quindi lascia di brutto, anzi letteralmente di pietra, come altrettanti monumenti alla grullaggine maschile.
“Il volto di Medusa” è un convegno che si è svolto a Torino, la scorsa estate, con riferimento ad Arturo Graf, uno scrittore vissuto nella seconda metà del XIX secolo scorso e attivo anche a Torino, che non molti ai nostri giorni ricordano. Di Graf avevo letto non sistematicamente solo qualche produzione in versi e a dir la verità lo avevo dimenticato; mi è tornato in mente solo quando l’organizzatrice del convegno, la professoressa Clara Allasia, ha avuto l’idea di chiamare in causa Radiospazio per realizzare uno spettacolo sonoro sui “Poemetti drammatici” di Graf, che io totalmente ignoravo. Il contesto accademico del convegno e l’immagine approssimativa che avevo dell’autore mi fecero pensare che l’impresa fosse un po’ fuori dalle corde di Radiospazio ma il pregiudizio svanì quando scoprii che nei “Poemetti” i versi erano improntati alla dinamica scenica e che il poeta era anche un ottimo drammaturgo, capace per di più di coltivare l’ironia. Che affiora palesemente nei quattro poemetti che abbiamo realizzato, a incominciare da quello di cui oggi vi proponiamo l’ascolto, La dannazione di Don Giovanni, una divertita riscrittura che colloca l’eterno libertino in un Inferno parodistico e sorprendente: venti minuti di ascolto molto godibile.
http://www.spreaker.com/user/7367339/a-graf-la-dannazione-di-don-giovanni
Dopo il 2 giugno 2014 questo audio potrà essere rimosso dal sito di Spreaker. Chi desiderasse ascoltarlo dopo questa data potrà farne richiesta al blog di Radiospazio.
Quelle schiave degli anni ’50. AUDIO
A prima vista, l’audiodocumentario può assomigliare a quegli animali che sono riusciti a sopravvivere per molti milioni di anni, come il celacanto, un pescione a grandi scaglie che, non essendo commestibile, viene pescato solo per sbaglio e che anche per questa ragione, credo, ha potuto stabilire questo straordinario record di durata. Anche l’audiodocumentario se ne sta oggi per conto suo dopo aver vissuto una decorosa esistenza nei vivai della radio pubblica fino agli anni ’50, ma per inabissarsi senza rimedio con la nascita della televisione. Per svariati decenni, l’audiodocumentario ha nuotato in acque tanto buie e profonde da far pensare che fosse estinto – anzi, in realtà nessuno ci faceva caso: tranne i casi di parenti e amici, sono rari i casi in cui ci viene certificata una scomparsa; le cose e le persone svaniscono, per lo più, senza che ce ne accorgiamo. Invece l’audiodocumentario non se n’era andato, l’ha fatto riemergere Audiodoc, la prima associazione italiana di autori e autrici indipendenti di documentari (http://www.audiodoc.it/).
Vorrei proporvene uno di Lea Nocera e Daria D’Antonio, La fine delle case chiuse. Un racconto dell’Italia degli anni ’50, un documento e attuale in un’epoca in cui la Lega ripropone la riapertura dei casini.
http://www.audiodoc.it/documentario.php?id_doc=198&lang=1
L’evidenza di Sua Eminenza. “Il pipistrello” all’Auditorium Cottolengo
In queste due ultime stagioni, intorno a Radiospazio si è creato un piccolo nucleo di pubblico: tanto affezionato quanto selezionato, verrebbe da dire, anche se per la verità nei sogni inconfessati di ogni teatrante c’è una grande platea che trabocca di spettatori – e anche se non sono affezionati e selezionati, pazienza.
Domenica 18 maggio, quando abbiamo replicato Il pipistrello all’Auditorium del Cottolengo, abbiamo incontrato un pubblico nuovo e a noi sconosciuto. Dopo un solo spettacolo non si può parlare di affezione ma l’empatia che circolava era forte. E salutare, direi. Per quanti non hanno visto lo spettacolo e leggono questo blog, ricordo che nella nostra riscrittura scenica Il pipistrello è un gioco di meta-meta teatro; nasce da un breve racconto di Pirandello che narra di una compagnia di comici alle prese con una modesta commediola di maniera. Durante le prove, un dispettoso pipistrello terrorizza le attrici e naturalmente non manca di farlo anche al debutto. La primattrice perde i sensi ma il suo svenimento infiamma il pubblico, annoiato fino a quel momento dalla banalità della commedia. Il fiasco annunciato si trasforma in successo. Di qui il dilemma: come si può riprodurre nelle repliche successive la fortuita combinazione pipistrello/svenimento (autentico) dell’attrice? Evidentemente non è possibile perché il conflitto fra verità e finzione è insanabile, dice Pirandello, che scrive questo suo racconto nel 1920, l’anno prima di Sei personaggi in cerca d’autore, cioè del testo in cui la sua riflessione sul teatro raggiunge il livello più alto e complesso. Su questo racconto abbiamo inoltre costruito una vicenda para-pirandelliana inventando un personaggio femminile, la Signora Fu, che ricalca in chiave ironica la Signora Frola di Così è se vi pare. Insomma, nello spettacolo circolano una serie di “meta” e di “para” che non finisce più perché combinandosi gli uni con gli altri tendono a proliferare indefinitamente. Mi dicevo, poco prima dell’inizio, che incontrare un pubblico nuovo con uno spettacolo in cui abbondano i piani di lettura e i riferimenti interni poteva riservare delle incognite. Ma, come recita uno del “Proverbi” di De Musset, “Impossibile tutto prevedere”, e qualche volta le incognite sono piacevoli, come quelle dell’altra sera. Da improvvisato cronista dello spettacolo, ne propongo due momenti esemplari. Il primo riguarda il passaggio da un prologo improvvisato che introduce all’azione scenica vera e propria: a luci di sala accese, due attori sfogliano un giornale cercando notizie sullo spettacolo che stanno provando; quando le chiacchiere, volutamente sciatte, sono terminate e sul palcoscenico si sono accesi i riflettori, si è levato un deciso “Oooh!” dal pubblico. Che era un sonoro “finalmente si recita”: non si poteva sottolineare meglio il passaggio dalla banalità del non-teatro alla pregnanza della rappresentazione. Il secondo passaggio riguarda l’entrata entrata in scena nei panni (scalcagnatissimi) di un vescovo: la compagnia (quella meta-teatrale) non aveva mezzi, questo lo si era capito, ma l’orrore di quel costume acquistato in rete per 16 euro, combinato col cipiglio indispettito dell’attore che doveva indossarlo, ha scatenato una risata che saliva e scendeva le scalinate dei “meta” e dei “para” con splendida agilità per affermare, anche senza enunciarla criticamente, la supremazia dell’evidenza scenica.
Una visione: Radiospazio taxi
Ieri mattina, piccolo trasloco dal teatro Astra. Umile attrezzeria: un bicchierino, una bottiglia, un cestino con qualche fiore finto, una torcia elettrica ma qualche elemento un po’ più teatrale, come un tavolino ammiccante a un impossibile settecento e tre sgabelli grigi che con certe rifrazioni di luce e visti da molto lontano avrebbero potuto far parte dell’allestimento di un Goldoni in abiti moderni prodotto da uno Stabile di provincia poco dopo la scomparsa di Strehler.
Ci siamo serviti di un taxi-furgone.
Il tassista era eclettico ed estroverso, la militanza nel traffico non l’aveva appannato, anzi sembrava che ogni semaforo lo ritemprasse. Da uomo sagace, deduttivo e amante delle arti, s’interessò subito alle vicende della nostra formazione e quando seppe che si trattava di Radiospazio teatro la sua immediata simpatia nei nostri confronti si tramutò in amore, anzi in affinità elettiva. Amava e aveva sempre amato la radio, in particolare i radiodrammi. Nell’entusiasmo rievocò un’antica serie di Ellery Queen che io dovetti fingere di ricordare.
Ora, è straordinario il numero di persone che si professano devote ai radiodrammi e non parlo solo degli ascoltatori più attempati (la nostalgia, il dopo guerra, l’infanzia…): il tassista era giovane, sulla quarantina quindi deve aver ascoltato i gialli di Ellery Queen prima delle elementari. L’amore, l’entusiasmo per i radiodrammi non conosce età, il suo ricordo permane anche nei cuori di chi non l’ha conosciuto (una notorietà di natura straordinaria, quasi soprannaturale); fra i miei studenti è diventato addirittura trendy nonostante riescano ad ascoltarne solo pochi frammenti durante il corso.
Non sono in grado di spiegare questo fenomeno: forse il radiodramma, ormai tramontato e a suo tempo sepolto dalla rai sotto una colata di calce, suscita, per via della sua natura liquida, impalpabile, un senso di solidale protezione come un tempo avvenne per gli indiani d’America costretti nelle riserve. Forse è irresistibile il profumo rétro che emana dal suo nome vecchiotto, un odorino di cui sono impregnate le soffitte e gli anni Quaranta così come lo erano quelle austere giurie che premiavano gli “autori drammatici” con statuette vittoriose montate su basi di marmo dalle venature funeree a ricordare che anche la gloria radiofonica è destinata a finire, come tutte, là sotto.
Ma la mente del tassista non aveva spazio per questi pensieri, al contrario galoppava verso il futuro, un futuro prossimo, a patto che lo si volesse costruire, nel quale sui taxi si trasmettono per i passeggeri radiodrammi di varia durata, a seconda del percorso. Fra le auto imbottigliate nelle ore di punta si sarebbero incrociate le trame e le voci degli attori formando un reticolo di narrazioni, di porte che scricchiolano e di musiche, di passi nella notte e di tamburi sommessi che sostengono le grida delle vittime, un radiodramma frammentario e inscatolato in ogni singolo taxi ma nello stesso tempo globale.
Una visione: Radiospazio taxi.
Proposta ai teatranti: un piccolo monologo da Voltaire sui pericoli della lettura
Nel 1765, Voltaire scriveva questo piccolo pamphlet contro l’intolleranza e la libera circolazione delle idee. Il suo obiettivo erano gli ambienti più oscurantisti della cultura francese. Per non incorrere nella censura, Voltaire crea un Oriente del tutto immaginario usandolo come una sorta di sponda contro la quale far rimbalzare il suo paradossale sarcasmo – una tecnica straniante, quella di scegliere un luogo tanto lontano da apparire improbabile, che il nostro autore aveva già messo in atto nel suo Micromegas (ambientato inizialmente su Sirio), ne La principessa di Babilonia e in altri racconti filosofici. Ora, per un corto circuito della storia, si produce un trasferimento di senso dalla Francia del XVIII secolo alla Nigeria: l’Oriente di Voltaire diventa meno fantastico e assume i connotati di una sconcertante realtà. Forse qualche teatrante ne potrebbe trarre lo spunto per uno spettacolo.
Voltaire, Sul terribile pericolo della lettura
Noi, Joussuf-Chéribi, per grazia di Dio muftì del Santo Impero ottomano, luce delle luci, eletto fra gli eletti, a tutti i fedeli che vedranno queste parole, idiozia e benedizione.
Visto che Said-Effendi, ambasciatore presso la Sublime Porta di un piccolo Stato chiamato Frankrom, collocato fra la Spagna e l’Italia, ha introdotto fra noi la pericolosa pratica della stampa, dopo aver consultato a proposito di questa novità i nostri venerabili fratelli cadì e imam della città imperiale di Stambul, e soprattutto i fachiri, conosciuti per il loro zelo contro lo spirito, è sembrata una buona cosa a Maometto e a noi condannare, proscrivere nonché bollare con anatema la suddetta infernale invenzione della stampa, e ciò per le ragioni che andiamo ad esprimere:
- Questa facilità di comunicare il proprio pensiero tende evidentemente a dissipare l’ignoranza, che è la custode e la salvaguardia degli Stati civilizzati.
- Si deve temere che, fra i libri importati dall’Occidente, ve ne siano alcuni sull’agricoltura e sui mezzi per perfezionare la meccanica, le quali opere potrebbero alla lunga, che Dio non voglia, risvegliare l’intraprendenza dei nostri agricoltori e dei nostri manifatturieri, nonché stimolare la loro intraprendenza, aumentare la loro ricchezza, e sollecitare nei loro animi aspirazioni più nobili e una certa sollecitudine per il bene pubblico, sentimenti del tutto inconciliabili con la santa dottrina.
- Di conseguenza i nostri libri di storia sarebbero privi di quelle meravigliose invenzioni che mantengono la nazione nella sua felice stupidità. Questi libri commetterebbero l’imprudente principio di rendere giustizia alle buone e alle cattive azioni e raccomanderebbero la giustizia e l’amore della patria, cosa che è palesemente contraria ai diritti della nostra terra.
- Col tempo, nascerebbero dei miserabili filosofi i quali, col pretesto specioso ma censurabile di illuminare gli uomini e di renderli migliori diffonderebbero delle virtù pericolose, delle quali il popolo deve restare sempre all’oscuro.
- Questi libri eleverebbero il concetto di Dio rivelando che egli è presente in ogni luogo; di conseguenza diminuirebbe il numero dei pellegrini alla Mecca, con grave detrimento delle anime.
- Ne conseguirebbe senza dubbio che, a forza di leggere questi autori occidentali che trattano di malattie contagiose e del modo di prevenirle, ci troveremmo in seria difficoltà a preservare la peste, cosa che sarebbe un grave attentato agli ordini della Provvidenza.
Per queste ragioni, per l’edificazione dei fedeli e per il bene delle loro anime, noi li diffidiamo dal leggere alcun libro sotto pena della dannazione eterna. E per evitare che essi cedano alla tentazione diabolica di istruirsi, noi vietiamo ai padri e alle madri d’insegnare a leggere ai loro bambini. E per prevenire eventuali infrazioni a questo nostro editto, noi li diffidiamo espressamente dal pensare sotto la pena della dannazione pocanzi espressa; ingiungiamo a tutti i veri credenti di denunciare alle istituzioni chiunque abbia espresso quattro frasi di senso compiuto. Ordiniamo che in tutte le conversazioni ci si serva di termini che non significano nulla, secondo l’usanza della Sublime Porta. E per impedire che qualche pensiero si insinui di contrabbando nella sacra città imperiale, coinvolgiamo in particolare il primo medico di sua Altezza il quale, avendo già ucciso quattro augusti personaggi della famiglia ottomana, ha più di ogni altro l’interesse a prevenire l’infiltrazione di ogni specie di conoscenza nel paese; gli diamo il potere, con questo scritto, di selezionare ogni idea che si presenti, espressa per iscritto o a voce, alle porte della città, e di portare la suddetta idea, mani e piedi legati, al nostro cospetto così che possiamo infliggerle il castigo che ci piacerà.
Emesso dal nostro palazzo della stupidità, il giorno 7 della luna di Muharem, anno 1143 dell’Egira.






