La ragazza dell’Eden. MARK TWAIN, IL DIARIO DI EVA

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Il 1906 è un anno importante per la storia del Femminismo europeo, anche se ignorato dai più, ma si sa, non tutti gli eventi hanno la risonanza che meriterebbero: la Finlandia, primo paese del vecchio continente, estende il voto alle donne (che in Italia avrebbero dovuto pazientare fino al 1945). E nel 1906 esce negli Stati Uniti un libretto del già famosissimo Mark Twain, Il diario di Eva. Non è un manifesto politico ma testimonia un’agilità di pensiero impensabile per la nostra cultura del primo Novecento.

Sabato.
Ora ho un giorno di vita. Sono arrivata ieri, e ho la sensazione di essere un Esperimento, sarebbe impossibile, per chiunque, sentirsi un esperimento più di quanto mi senta io.
Ieri pomeriggio, di lontano, ho seguito l’altro Esperimento, volevo capire a che cosa potesse servire. Credo sia un uomo. Verso di lui mi rendo conto di provare una curiosità più forte di quella che provo nei confronti di qualsiasi altro rettile. Ammesso che sia un rettile e io credo lo sia: infatti ha capelli arruffati e occhi azzurri e sembra un rettile. Non ha fianchi; ha una forma affusolata come quella di una carota, per questo penso che sia un rettile, anche se è possibile che sia una questione di struttura.
In un primo momento mi fece paura: tutte le volte che si voltava mi mettevo a correre perché pensavo che mi avrebbe inseguita, poi mi sono resa conto che stava semplicemente cercando di far perdere le proprie tracce. Dal quel momento non ne provai più timore e incominciai a pedinarlo, standogli a circa dieci metri di distanza, e questo fatto lo rendeva nervoso, infelice.
Domenica.
Ho scoperto che il rettile ha gusti volgari e non è neppure gentile. Ieri sera, quando andai a vederlo, stava cercando di acchiappare i pesciolini screziati che giocano nello stagno e fui costretta a tirargli addosso delle zolle di terra per far sì che li lasciasse in pace. È possibile che sia stato progettato per compiere gesti così poco carini? Ne ha proprio l’aria. Una delle zolle lo colpì dietro l’orecchio e il rettile usò la parola. La cosa mi diede un’eccitazione intensa perché era la prima volta che sentivo la parola venire da un essere che non fossi io. Non lo capii, ma le sue mi sembravano parole molto eloquenti.
La domenica della settimana seguente.
Per tutta la settimana non ho fatto che stargli dietro per cercare di fare amicizia. Visto che era timido, è toccato a me occuparmi delle chiacchiere, ma lui non si è risentito. Sembrava gli desse piacere che io fossi lì, ho usato moltissimo il “noi”, assai socializzante, dal momento che l’essere incluso pareva lusingarlo.
Dopo la caduta.
Se ci ripenso, il Paradiso Terrestre mi sembra un sogno. Era bello, più che bello, era un incanto; ed ora l’ho perso, e non lo rivedrò più.
Ho perso il Paradiso Terrestre, ma ho trovato lui e ne sono felice. Mi ama con tutte le sue forze, e io lo amo con tutta l’intensità della mia natura appassionata. Se mi chiedo perché lo amo, scopro di non saperlo. Certi uccelli li amo per il loro canto, ma Adamo non lo amo per come canta – no, proprio no; anzi, più canta e meno riesco ad accettare che lo faccia. Non è per la sua intelligenza che lo amo – no, proprio no. Non è colpa sua se ha l’intelligenza che si ritrova, è stato Dio a fargliela. Avrà avuto i suoi buoni motivi, ne sono certa. Con l’andar del tempo si svilupperà, anche se non tutto d’un colpo, credo; e d’altra parte non c’è fretta – va bene così com’è.

 Mark Twain, Il diario di Eva, Feltrinelli. Traduzione Barbara Lanati.

Inconvenienti degli amori inconfessati. ALPHONSE ALLAIS, POVERA CESARINA!

Gli amori fra cugini sono come quegli orti umili e di piccola pezzatura che non non producono fatturato ma frutti rari e proibiti, da consumare a piccoli morsi, furtivamente, nel silenzio delle penombre domestiche. Su questo ombroso terreno domestico si sviluppa il racconto di Alphose Allais (1854-1905), Povera Cesarina! Di Allais ci siamo occupati nello scorso dicembre quando abbiamo pubblicato la realizzazione radiofonica di un suo racconto, Due e due fanno 5. In quell’occasione ricordavo quanto abbia nuociuto all’autore la fama (meglio sarebbe dire la patente) di umorista. Questo racconto, nonostante il registro ironico, raggiunge il tragico paradossale, forse nel ricordo di una famosa e crudele novella del Boccaccio.

Alcide Paquet viveva solo con una cugina che gli faceva da governante, Cesarina: una zitella sulla trentina, ma così attraente, così fresca! Cesarina lavava i piatti, puliva le scarpe, rammendava le camicie, sempre col sorriso sulle labbra. Perché, mi dispiace dirlo, ma essa amava il cugino. Un amore tanto più furioso quanto più segreto. E Alcide, quel bruto, non si accorgeva di nulla.

Una sera rincasò tutto pimpante.
– Mia piccola Cesarina, ci siamo!
– Che cosa?… Ci siamo, chi?
– Mi sposo.
– Ah!
– Beh, cosa ti prende, adesso?
– Niente… E con chi?
– Indovina.
– Con Alina Leprout, forse?
– No.
– Con Jeanne Beaudon, allora.
– Brava, indovinato!
Quella sera Cesarina non cenò. Alcide –  che bestia, questo Alcide! – continuò a non
accorgersi di niente.
Povera Cesarina!
La vigilia delle nozze, la cucina di Cesarina mandava un delizioso profumino.
– Mia cara Cesarina, tu vuoi proprio lasciarmi dei rimpianti.
– Cosa… vuoi dire?
– È squisita questa carne… Non sembra di vitello… e neppure di maiale… Che cos’è dunque?
– È buono?
– Buono? Ascoltami, piccola mia, ti dico che mai in vita mia ho gustato niente di così squisito.
– È questo che conta.
– Non vuoi dirmi che roba è?
– Ci tieni davvero tanto?
– Ma certo.
– Ebbene…
Cesarina slacciò bruscamente il corsetto, aprì la camicia, e sotto il seno sinistro – una meraviglia di seno sinistro! Alcide poté vedere una ferita aperta e sanguinante. Nel medesimo istante, Cesarina cadeva morta sull’impiantito. Si risollevò solo un attimo per dire:
– È il mio cuore che hai divorato!
– Povera Cesarina!

 Alphonse Allais Povera Cesarina! “Un dramma parigino e altri racconti”
Editori Riuniti, Traduzione E. Rizzi

Il video della domenica. PASOLINI, LA RICOTTA. Orson Welles. 5′

orson welleshttps://www.youtube.com/watch?v=YL1E9tYnyx0

a cura di Francesco Ghisi

Nella campagna romana, una troupe sta girando una molto pasoliniana Passione di Cristo: durante le pause, comparse sottoproletarie  si abbandonano a uno sgangherato twist; serpeggiano la fame e la morte. Al centro, un sofisticato gioco di specchi: Pasolini  crea un  alter ego registico palesemente cinico, altezzoso e crudele (Orson Welles) che tuttavia cita il Pasolini di Poesie in forma di rosa,  “Io sono una forza del Passato./Solo nella tradizione è il mio amore”: esemplare (e un po’ compiaciuta) messa in scena di una contraddizione, ma il compiacimento non è sempre un peccato.

I VOSTRI PREFERITI DI FEBBRAIO

DICKINSONSfiorare, passando, il desiderio. EMILY DICKINSON, LETTERA A OTIS PHILLIPS LORD

 

 

 

argillaLa fantasiosa argilla di Frankenstein. JAN SVANKMAJER, BODY (animazione) 7′  

 

 

GABERPer non parlare solo di satira, l’Invettiva. GABER, IO SE FOSSI DIO.

 

 

parkerIl silenzio corre sul filo. DOROTHY PARKER, UNA TELEFONATA

Le sceneggiate del generale. Una lettera di Napoleone a Joséphine

Metti una sera a cena un generale dalla redingote lisa, una dama un po’ più matura, con più charme che reputazione, ben piazzata in società grazie a nozze ben riuscite e ben concluse. Metti che il generale abbia grandi ambizioni sociali e minima esperienza amorosa, giusto qualche compagnìa sul campo di battaglia e un fidanzamento finito male. Metti che la donna, sentendosi un po’ avvizzitella, ceda senza al giovane appassionato che pure – dicono i maligni – la corteggia per ripiego. Finisce allora che il 7 marzo il generale è reclutato per condurre l’Armata d’Italia, l’8 firma il contratto di matrimonio, il 9 si sposa e l’11 parte al fronte.
E poi lettere su lettere, piene zeppe di quella retorica sentimentale assorbita dai romanzi di cui è ghiotto e che è perfetta per rendere più teatrali le solenni sceneggiate di un animo “forte e deciso” alle prese con un campo di battaglia sconosciuto e più difficile da gestire che un esercito intero.
D’altronde se ti chiami Napoleone Bonaparte non puoi mica scrivere letterine all’acqua di rose, e tanto peggio se suonano un po’ fasulle.

di Roberta Sapino

lettera napoleone

A cosa serve la Letteratura? Video

letteratura internazionalehttp://www.internazionale.it/video

Lo confesso: mi lasciano perplesso gli insegnanti, i genitori, la tv (Pubblicità Progresso) e in generale tutti gli educatori ansiosi che cercano di indurre un ragazzo alla lettura sostenendo che si tratta di una pratica importante, coinvolgente, formativa, rigenerante, e anche, sull’onda dell’entusiasmo, facile. Ecco, facile, no: sarebbe come tentar di convincere qualcuno che una passeggiata di quattro ore in montagna, sotto il sole d’agosto, non produce nemmeno una stilla di sudore. Meglio spiegare, se ci si riesce, che quella fatica ha un senso.
Mi sono imbattuto per caso in un video realizzato dallo scrittore svizzero Alain Botton e pubblicato da Internazionale: “Perché la letteratura ci aiuta a vivere meglio”; confesso che non mi ero mai posto il problema e mi sono meravigliato che qualcuno si facesse carico di una dimostrazione tanto politicamente corretta da sembrare inutile. Dopo la visione del video, peraltro inappuntabile, le mie perplessità sono rimase: questa visione finalistica, se non addirittura utilitaristica, della Letteratura mi ha ricordato il vecchio olio di fegato di merluzzo che un tempo i genitori somministravano ai figli perché “faceva bene”; una volta non si davano tante spiegazioni  ai bambini, gli si turava il naso e si procedeva con la fetida cucchiaiata; Alain Bottom, invece, s’impegna e ci spiega scrupolosamente tutte le buone ragioni per cui si dovrebbe leggere: sono undici. Forse qualcuno, un giorno, realizzerà un video per dimostrare quanto giovino alla  qualità della nostra vita le albe, i tramonti, il salmastro del mare, il saltellare del ruscello fra due strette rive rocciose, il canto degli uccelli sullo sfondo del cielo terso, in un giorno di primavera.

A proposito di gufi, ma di tutt’altro genere. AUGUSTO MONTERROSO, IL GUFO CHE VOLEVA SALVARE L’UMANITA’

gufo con luna grande

Prima di essere esibiti, spintonati e strattonati sulla passerella del lessico politico, dove rimediano solo sberleffi e polemiche, gli animali hanno soggiornato dignitosamente nel dipartimento dell’allegoria e, quando volevano sgranchirsi le gambe, se ne andavano a fare quattro passi nel giardino della favola dove trovavano autori di tutto rispetto che li trattavano con garbo e affettuosa ironia. Uno dei più recenti, nostro contemporaneo, è il guatemalteco Augusto Monterroso, (di cui abbiamo pubblicato un racconto, alcuni mesi fa), che si inserisce sulla più limpida tradizione della favola con questo gufo (del tutto estraneo, per sua fortuna, ai suoi sfortunati colleghi che vengono continuamente evocati nei talk show).

Nel più profondo della Foresta visse in tempi lontani un Gufo che cominciò a preoccuparsi per gli altri.
Di conseguenza prese a meditare sulle manifeste malvagità che commetteva il Leone con il suo potere; sulla debolezza della Formica, che veniva schiacciata tutti i giorni; sul riso della Iena, che non cadeva mai a proposito; sul Ragno che cattura la Mosca e sulla Mosca che si lascia catturare dal Ragno, su tutti i difetti, infine, che rendevano l’Umanità disgraziata, e cominciò a pensare al modo di porvi rimedio.
Ben presto prese l’abitudine di vegliare e di andare in strada ad osservare il comportamento della gente.
Dimodoché alcuni anni dopo acquisì una grande capacità di classificare, e sapeva con sicurezza quando il Leone avrebbe ruggito e quando la Iena avrebbe riso, e cosa avrebbe fatto il Topo di campagna quando fosse andato a visitare quello di città, e quel che avrebbe fatto il Corvo quando gli avessero detto che cantava così bene.
E infine concludeva:
«Se il Leone non facesse quello che fa ma piuttosto quello che fa il Cavallo, ed il Cavallo non facesse quello che fa ma piuttosto quello che fa il Leone; e se il Boa non facesse quello che fa ma piuttosto quello che fa il Vitello ed il Vitello non facesse quello che fa ma piuttosto quello che fa il Boa, e così via fino all’infinito, l’Umanità si salverebbe e tutti vivrebbero il pace».
Ma gli altri animali non apprezzavano gli sforzi del Gufo, per quanto egli credesse che lo credessero saggio; mentre invece pensavano che fosse stupido, non si rendevano conto della profondità del suo pensiero, e continuavano a mangiarsi gli uni con gli altri, tranne il Gufo, che non era mangiato da nessuno e non mangiava nessuno.

Augusto Monterroso, Il gufo che voleva salvare l’Umanità, “La pecora nera e altre favole”, Sellerio, Traduzione Maria Teresa Marzilla

Luca Ronconi, il teatro irriducibile

ronconi angelicaNella comunicazione mediatica, la ritualità che accompagna l’uscita di scena dei grandi personaggi opera con un coltello dalla lama piuttosto grossolana e frettolosa. Si sa: i tempi televisivi sono ristretti… la grande platea mediatica non sopporta i distinguo… un telegiornale non è la sede per un discorso critico… ci sono le sedi opportune per i necessari approfondimenti… Infatti ieri sera Rai 5 ha dedicato la programmazione all’opera di Luca Ronconi trasmettendo la versione de L’Orlando furioso che il regista aveva allestito per la tv nel 1975. Visto il carattere culturale del canale, credo che si sarebbe dovuto far precedere la trasmissione da un lungo e articolato dibattito (magari anche un po’ pedante, visto che Rai 5 è un canale di nicchia) sulla intraducibilità di quest’opera che nel 1969 aveva segnato uno spartiacque nella ricerca dello stesso Ronconi e nella storia del teatro italiano. La rilettura di Ronconi e Sanguineti, aveva sottratto il poema ariostesco alla dimensione claustrofobica del teatro restituendolo agli spazi aperti e a quell’aria che circola incessantemente nell’opera originaria; le azioni sceniche avvenivano simultaneamente e di conseguenza si operava una rottura del concetto di platea mettendo il pubblico nella necessità di scegliere quale sequenza seguire; le macchine sceniche, che tanta importanza avrebbero avuto nella drammaturgia ronconiana, si stagliavano nella piazza modificandone per una sera la morfologia. Tutto questo non poteva essere rinchiuso nella scatoletta televisiva; era evidente fin dalle premesse che quella riscrittura non poteva restituire la forza e l’evidenza di uno spettacolo memorabile, ma questo andava ricordato, come prologo critico e magari anche scomodo prima della trasmissione.
Ricordo una breve intervista radiofonica di Ronconi che risale, direi, a una ventina d’anni fa; una giovane intervistatrice gli poneva una domanda che a quei tempi era quasi di rigore: “Che cosa pensa del rapporto fra teatro e televisione? Pensa che la tv possa essere utile al teatro?” Alla quale Ronconi rispondeva, con un certo understatement: “Non saprei… c’è già tanta televisione nel nostro teatro…”

Integralismi, globalizzazione, narcisismi. EDOARDO SANGUINETI, “IO E’ UN ALTRO”

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GRISELDA“IO E’ UN ALTRO, UNO SLOGAN PER LA LOTTA AL NARCISISMO”. Integralismi, globalizzazione, narcisismi nell’intervista di Riccardo Bonavita a Edoardo Sanguineti, pubblicata su griseldaonline,  il portale di letteratura del dipartimento di italianistica dell’Università di Bologna. L’intervista è del 2002: in tredici anni lo scenario mondiale è profondamente mutato e la questione islamica si è caricata di implicazioni e di urgenze allora impensabili ma la lettura che ne fa Sanguineti si rivela ancora oggi preziosa, necessaria.

 http://www.griseldaonline.it/temi/l-altro/io-e-un-altro-intervista-riccardo-bonavita-sanguineti.html

 

Il video della domenica. Giorgia O’Brien (da non perdere)

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L’avevo vista sul palcoscenico, dove sfoggiava una voce capace di passare dai toni del baritono a quelli del soprano con disarmante naturalezza e mi sorpresi a pensare, poco dopo quella sua esibizione,  che avrebbe figurato benissimo in uno sceneggiato radiofonico a puntate al quale avevo incominciato a lavorare, il Candido, di Voltaire. Nella riscrittura del romanzo avevo introdotto un personaggio jolly, la balia della protagonista femminile Cunegonda, con funzioni di coro e mi pareva che le due voci dalle quali era abitata Giorgia avrebbero accompagnato la sperduta fanciulla nelle sue miserevoli peripezie come le due voci genitoriali dalle quali non riusciva a staccarsi. Quando entrammo nello studio radiofonico, fu quasi inevitabile, fisiologico che Giorgia, oltre a recitare, incominciasse a cantare al microfono, così alcune parti di quello sceneggiato divennero, oltre che avventurose e filosofiche, anche musicali.
Mentre si dipanava il romanzo di Candido, scorreva parallelo anche quello della vita di Giorgia che a cena ne raccontava alcuni capitoli, sollecitata dai colleghi. Il Fascismo: durante le adunate, Giorgia, all’epoca ancora Giorgio, istintivamente si allineava con le Piccole italiane anziché coi Balilla. L’addio a Palermo dopo la rottura coi genitori (ma la madre, di nascosto, andò a Roma per il debutto teatrale del figlio, nel frattempo divenuto figlia). Il capitolo più  avvincente riguarda l’operazione a Casablanca, col chirurgo che durante la visita preliminare cade in un silenzio estatico (inginocchiandosi, secondo il racconto) di fronte all’ermafroditismo di Giorgia. E folgorante, dopo l’operazione felicemente conclusa, il gossip del chirurgo: “Questo stesso intervento l’ho effettuato, poco tempo fa (eravamo nel 1970, N.d.R.) su un intellettuale italiano molto famoso che oggi continua a indossare gli abiti maschili di sempre ma che porta a spasso un gioiello segreto come quello che ho realizzato su di lei”. Il chirurgo non volle e non poté dire di più. Il mistero del famoso intellettuale italiano col gioiello segreto rimane.
Nel romanzo che andava dipanando a puntate, Giorgia non raccontava dei suoi successi né delle sue collaborazioni con personaggi come Chéreau, Giuseppe Bertolucci, Gregoretti, Bussotti, ecc. perché durante una cena conviviale non si parla di lavoro, ci si siede e si gusta la vita dopo aver messo a capotavola i due ospiti d’onore, la Leggerezza e l’Ironia.

Ricette coniugali. HOREA GARBEA, FUNGHI AL POMODORO

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Confesso che non so nulla dello scrittore romeno Horea Garbea tranne le poche notizie che ho trovato sulla scheda di Wikipedia; ho scoperto questo suo breve racconto su griseldanoline, lo splendido portale di letteratura dell’Università di Bologna, che fra i molti saggi di alto livello propone qualche testo creativo di grande interesse, come questo Funghi al pomodoro dal quale sono stato conquistato: la sua scrittura sapiente e lineare fa risaltare l’humour noir  che pervade il racconto e che Garbea governa con l’impassibile serietà del comico di razza.

Dopo la pioggia spuntano i funghi. Almeno nei boschi. In città però spuntano le pozzanghere. Nessun sindaco bucarestino è riuscito a sostituire le pozzanghere con i funghi.
Ieri è piovuto. Dopo che è cessata la pioggia la mia vicina, la signora Vali, ha litigato furiosamente col marito Ene, perché, secondo lei, lui aveva votato per un sindaco che non aveva risolto il problema delle pozzanghere della mia strada che porta il nome di un quaranttotino. Ecco perché la signora Vali è dovuta andare al mercato attraversando delle pozzanghere. Al mercato ha comperato anche un chilo di funghi bagnati.
La signora Vali ha mondato i funghi con un coltello talmente affilato che sarebbe potuto diventare il corpo del reato in un delitto coniugale, ma non l’ha conficcato nel costato del marito. Poi ha lessato i funghi in acqua bollente che se fosse stata versata in testa ad un uomo l’avrebbe ammazzato. Ene l’ha scampata di nuovo.
La donna ha fatto saltare un po’ nel burro i funghi lessati insieme con della cipolla finemente tritata, mescolando in continuazione in una vecchia teglia di rame, che sbattuta in testa al compagno di vita l’avrebbe mandato direttamente all’obitorio. Ha aggiunto succo di pomodoro. Il signor Ene aveva detto mille volte alla signora Vali che se avesse continuato a mettere il succo di pomodori nella dispensa accanto al verderame avrebbe finito per confonderli. Ma lei non ha sbagliato la bottiglia nemmeno questa volta. Ha aggiunto sale, pepe, un po’ di dado. Quando la salsa si è ristretta abbastanza la signora Vali ha chiamato con voce arrabbiata il signor Ene in cucina, dove aveva apparecchiato per due. Ma lei non ha toccato il piatto di funghi. Ha preferito mangiare un po’ di formaggio. Diceva che non aveva per niente fame.
Se fossi uno di quegli autori che si rispetta scriverei che i funghi erano velenosi, che la signora Vali lo sapeva, perché non li aveva comperati ma li aveva coltivati appositamente, che il signor Ene ha pagato con la vita il suo poco ispirato voto e l’incompetenza del sindaco.
Siccome non sono uno di quegli autori devo confessare che non so esattamente cosa sia successo al signor Ene e nemmeno se quel giorno o un altro. Probabilmente è stato solo un incidente.

Horea Garbea, Funghi al pomodoro, griseldaonline, Traduzione Gabriela Lungu

Riscritture. QUELLI CHE… da Prévert a Jannacci

prévert jannacci fumetto

https://www.youtube.com/watch?v=T-zuUwgjQpo

Negli anni Sessanta, Jacques Prévert era considerato il poeta degli innamorati (“I ragazzi che si amano si baciano in piedi/Contro le porte della notte”), le sue raccolte di poesie, ahilui, erano l’alternativa colta ai Baci Perugina (a volte i due prodotti erano complementari); qualche attrice in età ma  di cuore ancora caldo si esibiva in recital prévertiani (con l’accompagnamento di un pianista compunto) illudendosi di far rivivere in palcoscenico, grazie alle luci e al trucco, la ragazza amorosetta che era stata fino a una ventina d’anni prima. Sia gli innamorati che le attrici, presi com’erano dalle rispettive urgenze sentimentali, ignoravano il primo Prévert, quello che dagli anni ’20 e per un decennio milita tra i surrealisti, e d’altro canto era abbastanza logico: Surrealismo e innamorati sono due categorie del tutto incompatibili. C’è invece una notevole analogia fra un componimento del Prévert surrealista (1931), Tentativo di descrizione d’un banchetto a Parigi (Francia) e una famosa canzone di Jannacci, Quelli che, registrata nel 1975. Sarebbe del tutto improprio parlare di uno Jannacci post-surrealista, ma è innegabile che le due composizioni hanno lo stesso impianto: potete voi stessi confrontarle ascoltando la canzone Quelli che  https://www.youtube.com/watch?v=T-zuUwgjQpo mentre scorrete con gli occhi il testo di Prévert che riportiamo.

 Tentativo di descrizione d’un banchetto a Parigi (Francia)

Quelli che piamente…
Quelli che copiosamente…
Quelli che tricolorano
Quelli che inaugurano
Quelli che credono
Quelli che credono di vedere
Quelli che credono nel credito
Quelli che piumeggiano
Quelli che sgranocchiano
Quelli che andromacano
Quelli che vittoriovaneggiano
Quelli che maiuscolano
Quelli che cantano a tempo
Quelli che tirano i piedi e li lucidano
Quelli che ventreggiano
Quelli che chinano i rai
Quelli che sanno spartire il pollo
Quelli che son calvi dentro il cranio
Quelli che benedicono i labari
Quelli che rendono gli “onori del piede”
Quelli che si levino i morti
Quelli che baionettincannano
Quelli che danno i cannoni ai bambini
Quelli che danno i bambini ai cannoni
Quelli che fluttuano ma non s’immergono
Quelli che non prendono il Pireo per un uomo
Quelli che libertà han sì cara come sa chi per lei tasse rifiuta
Quelli che in sogno piantano cocci di bottiglia sulla grande muraglia della Cina
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Jacques PrévertTentativo di descrizione d’un banchetto a Parigi (Francia)
“Antologia  dello humour nero”, Einaudi, Traduzione Mariella Rossetti e Ippolito Simonis