Le virgolette adescatrici.

bacio

http://www.notav.info/post/denunciata-per-violenza-sessuale-per-il-bacio-al-poliziotto/

“E’ stata denunciata per violenza sessuale e oltraggio a pubblico ufficiale Nina De Chiffre, la ragazza milanese No Tav, diventata famosa per il bacio al poliziotto durante la marcia contro la Torino-Lione, tenutasi il 16 novembre da Susa a Bussoleno. Lo ha annunciato il segretario generale del sindacato di Polizia (Coisp), Franco Maccari: “Ho denunciato la No Tav che ha baciato il casco del poliziotto” ha detto il sindacalista, intervistato durante la trasmissione di Radio24 “La Zanzara”. Ma perché violenza sessuale? “Se io la bacio sulla bocca, non é reato? – ha risposto Maccari – se fosse stato un poliziotto a baciare un manifestante a caso, sarebbe scoppiata la terza guerra mondiale”.

Le virgolette – anziché mettere in evidenza, come ritiene chi ricorre con candida ingenuità a questo segno – complicano le cose, o per dire meglio le rendono problematiche. Non a caso, si è notato negli ultimi anni un proliferare di virgolette, quasi la testimonianza di una sfiducia diffusa nei confronti del linguaggio e  della possibilità di comunicare con gli altri. Non riesco a dimenticare il foglio scritto col pennarello incollato accanto alla serratura di un portone (è strano, la casa e le persone connesse a quel portone le ho invece cancellate) che recitava: «Si prega di chiudere sempre la “porta”». La prima volta non vi prestai troppa attenzione (forse avevo fretta, forse ero turbato… ma chissà perché frequentavo quella casa, e soprattutto: da chi era abitata?); in seguito, non potei fare a meno di notarlo e di chiedermi: perché avevano virgolettato quella “porta”? Forse perché si trattava, più propriamente di un portone? Ma allora, perché non scrivere direttamente portone (senza virgolette)? Certamente porta è più solenne e più letterario (“Queste parole di colore oscuro/ vid’ïo scritte al sommo d’una porta, Dante, Inferno, III); ne deducevo che il condomino scrivente era consapevole di rinunciare alla precisione semantica in favore di un registro linguistico alto, ma evidentemente  al momento di scrivere, il suo pennarello aveva esitato e quel piccolo smarrimento aveva generato le virgolette che incorniciavano la parola. E venendo, finalmente, al titolo dal quale siamo partiti, qui le virgolette abbracciano la parola bacio, che può comportare smarrimenti molto più intensi della parola porta. Per l’estensore dell’articolo, al centro della questione sta la natura di quel bacio: se non si tratta di un bacio-bacio (ma di un bacio fra virgolette, di un bacio-per-così-dire), come si può configurare il reato di violenza sessuale nei confronti del poliziotto? L’articolista, con le sue virgolette derubricanti, traccia un abile vallo difensivo: ma lo vogliamo chiamare bacio, quello, con la celata di plexiglas fra i piedi (fra le labbra dei soggetti)? Bisogna dire che l’icona, alla lettura, rivela un palese intento baciatorio: la bocca protesa di lei, gli occhi chiusi di entrambi (!) i soggetti… E’ peraltro vero che, una volta perpetrato, il bacio dovette andarsi a stampare sulla corazza trasparente di lui, lo si desume facilmente dalla traiettoria. E si può ritenere sessualmente rilevante – incalza la difesa – un bacio-per-così-dire posato su una parte del corpo protetta da una celata a prova di proiettile? Sarebbe come sostenere che un carrista si sente sessualmente aggredito da una ragazza che comprime leggermente le labbra suo Leopard. Queste argomentazioni, che a noi profani possono sembrare sensate, non hanno fatto recedere i denuncianti e ora la faccenda è nelle mani della magistratura, che forse avrebbe anche altre cose non meno delicate di cui occuparsi. In ogni caso, se si arriverà al dibattimento, è meglio che la difesa non si fidi delle virgolette, sono tanto seducenti quanto ingannatrici.

“Perché l’hai fatto?” “Perché andava fatto”. COETZEE, VERGOGNA

cane

 

Vergogna, Disgrace nel titolo originale, è il più bel romanzo di Coetzee, incarna la riflessione dell’autore sul problema del male e sulla questione del senso della sofferenza sociale di uomini e animali (negli ultimi anni Coetzee si è impegnato attivamente nelle campagne a tutela dei diritti degli animali).
Vergogna, ambientato in Sudafrica, ci racconta del momento in cui il protagonista, David Lurie, vive la sua disgrace, appunto quel momento in cui si perde la grazia e si è costretti ad abbandonare una condizione felice e fortunata: “aveva appena risolto tanti problemi della sua vita sesso compreso”, così leggiamo nell’incipit del romanzo. David Lurie ha cinquant’anni, due matrimoni falliti alle spalle e una figlia con la quale non ha rapporti, è un professore universitario che conduce un’esistenza monotona, anestetizzata nei sentimenti, alla quale cerca di sfuggire legandosi ad una prostituta. Il rifiuto della donna ad impegnarsi in una relazione con lui e la conseguente fine del rapporto scatenano l’evento da cui si manifesterà la sua disgrazia. David seduce una sua studentessa che decide di vendicarsi e rovinarlo: costretto a lasciare il suo lavoro di insegnante cercherà rifugio dalla figlia che vive lontana dalla metropoli Cap Town, in campagna, in un mondo inospitale. Nei pressi dell’abitazione si trova un ambulatorio veterinario che pratica l’eutanasia agli animali che i padroni non hanno la possibilità di curare; una volta uccisi, le loro carcasse vengono fatte a pezzi a colpi di badile e gettati nell’inceneritore pubblico dove finisce l’immondizia. L’estrema crudeltà inflitta a vittime innocenti, animali considerati come materia prima da sfruttare. La corazza di indifferenza che avvolge David lentamente viene scalfita: sente che non può tollerare che quei cadaveri vadano incontro a quel destino, lui un uomo finito, sconfitto che ha perso tutto, che ha attraversato come un pezzo di ghiaccio le esperienze più drammatiche della sua vita, assiste anche impotente allo stupro della figlia, solo in quel momento sente pietà, compassione per quei cani morti che non possono subire l’ennesima umiliazione, allora affida le loro carcasse integre alle fiamme. Prendersi cura di carcasse di cani morti, un gesto silenzioso per recuperare il coraggio di sentire il dolore, restituire dignità alla sofferenza, senza soffermarsi ad osservarla compiaciuti come spettatori inermi di fronte alle torture inflitte dai carnefici.
Un privatissimo e afasico, poiché incomunicabile, gesto che racchiude un’esperienza di bene che permette di non soffermarsi, paralizzati, a contemplare il male, a portarlo dentro o a descriverlo morbosamente estetizzandolo, manifestandolo nella narrazione. Attraversare il dolore senza restarci invischiati, uscirne in silenzio come David Lurie “l’eroe stupido” di Coetzee toccato dall’idiotismo del bene: David è come l’idiota che parla una lingua incomprensibile agli altri, non sa spiegare perché compie quel gesto di bene, alla domanda “perché l’hai fatto?” la sua è un’inutile risposta “perché andava fatto”, semplicemente sente che non può più continuare a vivere senza fare quel gesto. E il commento dell’autore svela, sfumata nell’ironia, una pietà autentica verso la scelta del protagonista:“Buffa cosa che un uomo egoista come lui si sia messo al servizio dei cani morti. [..] David si batte per salvare l’onore di quei cadaveri perché non c’è nessun altro così stupido da farlo. Ecco cosa sta diventando: stupido e cocciuto nella sua stupidaggine”. 

Monica Daccò

Memoria della capra e dello zoppo. CARLO LEVI, CRISTO SI È FERMATO A EBOLI

volonté trattato

“Etticredo che a Carlo Levi piaceva stare ad Aliano, guarda che panorama che si vede dalla sua terrazza!” fa uno dei personaggi del film Basilicata coast to coast affacciandosi al belvedere del paese, ironicamente avvolto in una nebbia fittissima. La scena si conclude col brindisi solenne indetto da Rocco Papaleo, incappucciato sotto il k-way, in onore dell’ “uomo che ci ha spinti a indagare sulla nostra identità”: “Brindo a Carlo Levi, e se permettete pure a Gian Maria Volonté!”.
Ma perché questo brindisi? Perché ad Aliano Carlo Levi ci passa ben dieci mesi, tra il ’35 e il ’36, e ad Aliano dedica il romanzo (la cronaca? La testimonianza? Ancora se ne discute) Cristo si è fermato a Eboli, diventato poi film, nel ’79, per mano di Francesco Rosi e col volto di Gian Maria Volonté.
Ma cosa ci fa Levi in un paesino arrampicato sull’argilla franosa di quella Basilicata che Mussolini ha ambiziosamente ribattezzato Lucania, a memoria dei fasti della Roma imperiale? Il confinato politico, a seguito delle sue intense attività di intellettuale antifascista.
Ma anche il medico, su gran richiesta degli abitanti del paese fiaccati dalla malaria. E il pittore, come già era a Torino (al momento dell’arresto sta per esporre alla Biennale di Venezia). E lo scrittore, benché ancora inconsapevole: si addentra in un dedalo di tradizioni, fatiche, rapporti umani, vite e morti di un mondo in cui la gente appende sopra il letto effigi della Madonna dalla faccia nera e del Presidente Roosvelt, numi tutelari, ugualmente lontani, di una terra dove lo Stato non c’è, o non è che l’entità astratta che impone tasse sulle capre e chiama gli uomini a crepare nella guerra d’Africa.
Osserva e annota, Levi. Nessun buon selvaggio nelle sue pagine, ma ritratti così vividi da abbagliare talvolta per la loro crudezza: come il brano che vi proponiamo qui, che ha la forza dei calanchi assolati.

Roberta Sapino

A un angolo della piazzetta, dove quasi giungeva l’ombra lunga del monumento, uno zoppo, vestito di nero, con un viso secco, serio, sacerdotale, sottile come quello di una faina, soffiava come un mantice nel corpo di una capra morta. Mi fermai a guardarlo. La capra era stata ammazzata poco prima, lì sulla piazzetta, e sdraiata sopra un tavolaccio di legno su due cavalletti. Lo zoppo, senza tagliarne altrove la pelle, aveva fatto una piccola incisione in una delle zampe di dietro, vicino al piede, e all’incisione aveva posto la bocca, e a forza di polmoni andava gonfiando la capra, staccandone la pelle dalla carne. A vederlo così attaccato all’animale, che andava a mano a mano mutando e crescendo, mentre l’uomo, senza mutare contegno pareva assottigliarsi e svuotarsi di tutto il suo fiato, sembrava di assistere a una strana metamorfosi, dove l’uomo si versasse, a poco a poco, nella bestia. Quando la capra fu gonfia come una mongolfiera, lo zoppo, stringendo con una mano la zampa, staccò finalmente la bocca dal piede dell’animale, e se la pulì con la manica; poi, rapidamente, si pose a rovesciare la pelle della capra, come un guanto che si sfili, fino a che la pelle, intera, fu tutta sgusciata, e la capra, nuda e spelata come un santo, rimase sola sul tavolaccio a guardare il cielo.

 Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, 1945

La gran virtù soffocata di molti siciliani. LEONARDO SCIASCIA, AUTORITRATTO

sciascia autoritratto

Come i pittori, anche gli scrittori, talvolta, si concedono un autoritratto.
“Solcata ho fronte, occhi incavati intenti, / crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto”, scrive Foscolo; Alfieri si vede: “or duro, acerbo, ora pieghevol, mite;/ irato sempre, e non maligno mai”; Montale, invece diffida: forse sarebbe tentato ma resiste perché “Basta un’occhiata allo specchio per credersi altri”.
Leonardo Sciascia, invece, dipinge il suo autoritratto ricorrendo a un raffinato espediente narrativo, diciamo a un’interposta persona, il nonno paterno, scomparso quando il piccolo Leonardo aveva sette anni, ma vivo come modello di virtuosa sicilianità.

Come ogni cosa di noi, anche la memoria spesso è inganno. Come la mia vista, che in questi ultimi anni mi fa vedere nitide le cose lontane e confuse le vicine, anche la memoria ha acquistato una specie di presbiopia: ricordo ora cose che dieci anni fa non ricordavo, ricordo sempre più cose lontane, nitidamente. Ma è possibile, mi domando, che tutti questi anni non abbiano agito sulle cose sepolte nella memoria, che non le abbiano in qualche modo alterate, intaccate? … Ed ecco un’altra cosa lontana, lontanissima, che prima non ricordavo e ora ricordo: la scoperta della scrittura, il piacere sensuale, fisico, dello scrivere; l’amore agli strumenti dello scrivere: i quaderni, le matite, le penne, l’inchiostro. Curiosamente, dell’inchiostro ricordo anche il sapore. Forse qualche volta l’ho bevuto…
Mio nonno si chiamava Leonardo, come me; era un gran lombardo alla Vittorini, dagli occhi azzurri. Come io non sono; un settentrionale. Ho trovato i suoi biglietti da visita: Leonardo-Sciascia-Alfieri. Alfieri è un nome del nord, che aveva preso da sua madre insieme agli occhi azzurri, mentre Sciascia è un cognome propriamente arabo, che fino al 1860 sui registri anagrafici veniva scritto Xaxa, e che si leggeva Sciascia. In arabo, dice Michele Amari, vuol dire “velo del capo”. Una volta, il console di Libia a Palermo mi ha detto che, per indicare un’amicizia strettissima, nel suo paese, si parla di “due teste in una stessa Sciascia”. Qualche anno fa c’era un governatore mi pare di Orano che si chiamava Sciascia. Durante un viaggio in Algeria, mia figlia è stata presentata all’ambasciatore d’Italia in quella capitale. E l’ambasciatore, che aveva già sentito il mio nome, ma che non sapeva dove collocarlo — nell’Africa del nord? in Libia? — ha esclamato: «Lei è la figlia dello scrittore Sciascia! Ma i suoi libri sono stati tradotti in italiano?». Giuro che l’aneddoto è vero.
Dunque, il mio è un cognome diffusissimo nel mondo arabo, in Sicilia e persino in Puglia, dove Federico II deportò tanti arabo-siculi.
Mio nonno morì nel 1928, l’anno della spedizione Nobile al Polo Nord. Io sono orgoglioso di mio nonno. Fino a qualche anno fa molti lo ricordavano, rammentavano le sue collere terribili, il suo rifiuto a scendere a patti con la mafia nonostante le minacce. All’epoca delle elezioni, aveva avuto persino il coraggio di dichiararsi contro il partito della mafia. Non si è mai arricchito, cosa che gli veniva rimproverata dalle figlie, che lo ammiravano al tempo stesso che lo consideravano uno stupido. Stupido a essere onesto, cocciuto e incorruttibile. Non è certo la minore delle mostruosità del vecchio matriarcato in Sicilia che le donne valutassero un uomo secondo la sua capacità di far soldi; erano capaci di spingerlo a tutte le bassezze, a tutti i compromessi. Sì, sono orgoglioso di mio nonno; un tempo mi capitava spesso di sentirmi dire: «Tu sei Leonardo, il nipote di Leonardo? Tuo nonno era una persona onesta». L’onesta, gran virtù soffocata di molti siciliani.

 Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora, Mondadori

Il video della domenica. Nella rete dell’illusione. ANDREW WANG, DOLL FACE. 4′

drew wang. doll face

https://www.youtube.com/watch?v=zl6hNj1uOkY

La macchina, la mantide medium che ammalia e distrugge, il sogno illusorio della farfalla…  Virtuosismo e tensione nella breve opera di un giovane artista di grande talento.

Notturno gotico pensoso, GIORGIO MANGANELLI, IL FANTASMA È AFFACCIATO

steinberg, masquerade

Saul Steinberg

Scena: un vecchio castello abitato da un fantasma. Questa volta Manganelli inizia il gioco con un’apertura di genere (post gotico? post horror? post kitsch?) e subito la scrittura lo fa lievitare con piccoli tocchi, così il fantasma diventa, parola dopo parola, sempre più trasparente fino a lasciar intravvedere, in una dissolvenza che non si conclude mai, le sembianze di un signore un po’ malmostoso e geloso del suo solitario pensare. Più lo guardo e più mi sembra simile (il fantasma) a un Manganelli in un ozio fertile che nessuno, neppure due colleghi fantasmi, dovrebbe disturbare.

Il fantasma è affacciato, svagatamente, alla grande, logora finestra del castello; è notte, ed egli guarda i ripidi pendii, le valli anguste, dominate dalle rovine del suo castello. Nella lunga solitudine, il fantasma si è abituato a se stesso, e non cerca né di abbandonare le rovine che abita, né di parlare con altri fantasmi. Per molto tempo, il cruccio di non incontrare altri della sua stessa razza l’ha angustiato. Egli avrebbe voluto incontrare un certo fantasma, qualcuno che aveva conosciuto – ma oramai la memoria era confusa – assai prima che egli fosse fantasma – ma c’era veramente stato un tempo in cui non era stato fantasma? Improvvisamente, nella profondità della valle, egli scorge alcunché di fioco, di simile a lui, che procede lentamente, guardingo, forse pensoso; ed ecco un altro fioco lume si viene accostando lungo un sentiero irto, lontano.
Il fantasma si chiede se, dopo secoli, due fantasmi vengano da lui appunto; si chiede perché vengano da lui, da che mossi o consigliati; infine, se vengano insieme o separati, tra loro amici o nemici. Per la prima volta dopo molti anni, il fantasma conosce l’ansia e la sofferenza. Chi mai può volere così accanitamente parlare con lui? E come, per virtù di amore e di odio, lo hanno scoperto, rinchiuso nel suo castello? Infine, perché nella medesima notte sono venuti a cercarlo? Può essere, uno di quelli, il fantasma Nemico, e l’altro, il fantasma Amico? E chi veramente egli voleva vedere? voleva spiegare l’errore che aveva generato il fantasma Nemico, o riallacciare il discorso, infinitamente impossibile a finirsi, con l’Amico? Lentamente, i due fantasmi si avvicinano. Ma non vi era, si chiede il fantasma che attende, un terzo essere, non amico non nemico, un mediatore, non ricorda più nulla, ma chi era il terzo, morì forse lacerato tra coloro che ora sono fantasmi, e forse non divenne fantasma, o forse il terzo altri non è che lui? Dunque, questa notte potrebbe ricomporsi, se egli non ha frainteso quello che può ricordare, se non ha ingannato le sue speranze, quel triplice discorso che li logorò fino a morirne? Il fantasma si chiede se sia vero quel che gli hanno detto nella sua infanzia, che un incontro come questo, che egli vagheggia, blandamente consuma i fantasmi, li spegne.

 Giorgio Manganelli, Centuria, Rizzoli

Il racconto dell’immagine. MARIO GIORGI, BEA

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Abbiamo sottoposto a Mario Giorgi questa fotografia di Cristopher Wallish, ed ecco il racconto che ne ha tratto.

by Christopher Wallish

È il 1909, l’anno in cui finalmente Guglielmo decolla.
A gennaio i passeggeri di Republic e Florida si salvano tutti.
Il suo sistema funziona e quasi ogni giorno qualcosa migliora.
A dicembre – ancora non lo sa – riceverà il Premio Nobel.
Ha trentacinque anni. Ha una giovane moglie, Beatrice, e una figlia nata da poco, Degna. Ha successo e ora anche prospettive di guadagno.
Ma non ha una casa.
Da quando ha sposato Bea, non ha fatto che trascinarla in ogni dove, quasi sempre per lavoro. Lei, cresciuta in un castello, in pochi anni ha dimorato in alberghi, in appartamenti presto abbandonati, in rifugi isolati e soprattutto in mare, sui piroscafi. Lui è sempre in mare, tra una sponda e l’altra dell’Atlantico.
Da quando è nata Degna, però, Bea lo segue meno. Si dedica alla bambina e solo ogni tanto viaggia con lui. Ora appunto Guglielmo sta rientrando dagli Stati Uniti e lei ha un grande desiderio di incontrarlo, anche perché ha scoperto di essere di nuovo incinta. Forse questa volta sarà maschio. Non resiste e gli va incontro. Arriva fino a Cork e s’imbarca su un rimorchiatore che deve raggiungere in mare il transatlantico su cui viaggia il marito.
Sale infine a bordo trepidante, e cosa trova? Un’allegra comitiva capitanata da Guglielmo e dal tenore Enrico Caruso, ben supportati da alcune attrici.
Delusione, mortificazione, e un’assurda sensazione di intempestività.
Bea si chiude in cabina. Di lì non esce finché la nave non approda a Liverpool.

Mario Giorgi

False vocazioni: l’attore che divenne poeta. MARINO MORETTI, VIA LAURA

attore doppio allo specchio

Questa è la storia – un piccolo frammento – di un ragazzino che andava male a scuola e che finì per diventare poeta. Dico finì per diventare, perché prima provò a fare l’attore. Tutti i percorsi individuali sono insondabili, persino quelli delle persone vicine, figuriamoci quello di un ragazzino nato e cresciuto a Cesenatico agli inizi del ‘900. Eccolo, dunque, sedicenne e accompagnato dal suo babbo, che varca la soglia di un’importante scuola di recitazione di Firenze diretta da Luigi Rasi, un attore di fama e soprattutto d’intelletto, il quale si rende subito conto che il ragazzo non è tagliato per le scene ma lo prende ugualmente con sé per avviarlo alla letteratura: un merito non piccolo perché il giovane attore mancato Marino Moretti si ritaglierà un angolo appartato ma imprescindibile nella nostra letteratura del ‘900. Questo è il succo, ma nel racconto autobiografico dell’autore, scritto molti anni dopo questa mancata educazione teatrale, affiorano alcuni temi che ricorreranno in tutta la sua opera: la provincia, la quotidianità, e anche le tracce di un rapporto edipico non del tutto elaborato da cui scaturisce una certa aggressività nei confronti del babbo.  

Arrivati a Firenze, mi parve che mio padre si comportasse malissimo, specie all’albergo dove era volgare con tutti, sempre per via della pronunzia, e guardava torvo il facchino che gli rispondeva invece con accento paradisiaco. Le piroette verbali della mia futura padrona di casa finirono con l’indispettirlo: non era questo un modo di infinocchiare la gente di fuori? Peggio, quando nell’atrio della mia nuova scuola insisteva per vedere il signor direttore ch’era stato un attore di primo ordine e a lui non andava a genio che il direttore di una scuola governativa fosse stato un attore di primo ordine.
— Buon giorno, signor direttore. Ecco il mio ragazzo che vuole…—
— Sì, ho capito. Che vuole andar sulle scene. Tutti vogliono andar sulle scene. E i genitori li incoraggiano, no?

Ricordo che una volta, e precisamente in piazza del Duomo, di fronte al campanile di Giotto, voltando, purtroppo; le spalle alla loggetta del Bigallo, elegantissima, io provai un piccolo atto di ribellione a quel pover uomo: — Sai, papà, si dice stélle, non stèlle, si dice Firènze, non Firénze — e non m’accorgevo di incrudelire, di frugar nella piaga… Firènze, Firènze, e lui avrebbe continuato a dire Firénze. Non fosse che per dispetto all’idea della mia nuova carriera, e non sapeva ancora che mi sarei dato alle lettere, cioè alla poesia, avrebbe giustamente sostenuto il suo diritto alla cattiva pronunzia. Era impaziente di andarsene e non sapendo che cosa strologare contro la città in cui dovevo subito cominciare a formarmi, assicurava, per averlo letto nei libri, che si parla bene a Siéna e non a Firenze.
— Papà, si dice Sièna, non Siéna.
Insisteva, ingenuamente incaponendosi, per aver letto o sentito dire che la bella lingua è anche delle montagne sopra Pistòia.
— Si dice Pistóia, non Pistòia, papà.
Era una cosa molto triste.

 Marino Moretti, Via Laura, “Tutti i ricordi”, Mondadori

CARL GUSTAV JUNG, E DOPO? Doppiaggio italiano. 5′

CARL GUTAV JUNGJUhttps://www.youtube.com/watch?v=MGkoB1OjaVU

“La psiche possiede facoltà tutte particolari, per cui non è del tutto confinata entro lo spazio e il tempo. Si possono fare sogni o avere visioni del futuro, si può vedere attraverso i muri e via dicendo. Solo gli ignoranti negano questi dati di fatto. È assolutamente evidente che questi fatti esistono e sono sempre esistiti; ebbene, essi mostrano che la psiche, almeno in parte, non è soggetta a queste categorie.”

8 marzo con un’attrice superba. ANNA MAGNANI, MAMMA ROMA (Violino zigano) 4′

anna magnani mamma roma

https://www.youtube.com/watch?v=vx52cBite_E

Il film di Pasolini è un capolavoro e l’assoluta bravura di Anna Magnani nel personaggio dell’ex prostituta che lotta per costruire un futuro al figlio riscatta qualunque retorica sulla maternità e disegna un personaggio femminile straordinariamente sfaccettato e incisivo.

ALAIN BOTTON, PERCHÉ LA FILOSOFIA AIUTA A VIVERE MEGLIO. Video

perché è utile la filosofiahttp://www.internazionale.it/video/2015/02/20/filosofia-alain-de-botton-video

Qualche  tempo fa abbiamo pubblicato un video di Alain Botton sull’utilità della Letteratura, a proposito del quale esprimevamo qualche rispettosa riserva. Gli amici del blog hanno mostrato di gradire l’impegnata perorazione dello scrittore svizzero, ci pare quindi di fare cosa gradita a molti la pubblicazione di questo secondo video riguardante la Filosofia. (Senza riserve né commenti, che lasciamo eventualmente ai filosofi).

Come creare un best seller micidiale. CLÉMENT VAUTEL, IL LANCIO DI UN GIOVANE SCRITTORE

ghigliottina

Da tempo, le sorti di un libro, e in particolare di un romanzo, sono legate all’efficacia della sua campagna promozionale ma gli uffici stampa delle case editrici hanno sempre meno idee e sempre meno mezzi per costruire un evento trainante (il rapimento dell’autore da un elicottero in volo, la sua fuga in un un monastero buddista, ecc.). Non resta che l’imbuto televisivo nel quale i più fortunati (?) vanno tristemente a finire col  libro sotto il braccio. Ben altra fantasia circola nel racconto di Clément Vautel, un autore franco-belga morto nella prima metà degli anni Cinquanta: qui un giovane autore smanioso di successo e un editore disposto a tutto e dall’immaginazione sfavillante mettono in scena una straordinaria campagna promozionale. Anzi, più che straordinaria, irripetibile. 

Un giorno si presentò al cospetto di un grande editore il giovane Félicien Paturon con un manoscritto sotto il braccio.
«Io le porto», gli disse, «un romanzo… con un’idea»
«Non mi interessano i libri con idee.»
«No, l’idea non è nel romanzo… ma potrà servire per la pubblicità»
«Ah! Così va meglio. Mi dica.»
«Dunque, che ne penserebbe di un delitto commesso da me una quindicina di giorni prima della pubblicazione del mio romanzo intitolato “L’uomo che io ho assassinato” ?»
«In effetti non sarebbe niente male»
«In realtà io non ucciderò nessuno… Ma ho un amico che è stanco della vita e vuole levarsi di mezzo. Per farmi un piacere, egli lascerà questa vita in circostanze e condizioni tali da far credere alla giustizia che si tratti di un delitto. Io fuggirò e sarò subito sospettato e inseguito… Peripezie e vicende volta a volta comiche e drammatiche. Grandi articoli in prima pagina, il mio ritratto dappertutto. Alla fine io mi lascio arrestare… In quel momento uscirà il mio libro. Comparirò davanti alle Assise, accetterà ogni indizio e ogni prova, sarò condannato a morte. A quel punto avremo già superato le trecentomila copie vendute… E solo quando si sarà sparsa la voce della mia prossima esecuzione, lei interverrà con il documento della salvezza predisposto dal mio amico, e che io le avrò affidato. Allora, cosa ne dice? Non è una buona idea per il lancio di un libro?
L’editore, un po’ umiliato esclamò:
«E dire che non ci avevo ancora pensato! Mio caro autore, passo immediatamente il suo manoscritto alle stampe… Usciremo in un mese. Dica al suo amico di… fare la sua uscita di scena entro quindici giorni, al più tardi. Sì, credo che abbiamo tra le mani un grande successo!»
Le cose andarono più o meno secondo le previsioni dell’ingegnoso autore, anche nei minimi particolari.
Il disperato amico commise l’insano gesto dando le sue dimissioni da contemporaneo dopo aver firmato un documento che provava il suicidio cosciente e organizzato. La testimonianza scritta fu affidata da Félicien Paturon al suo editore con l’incarico di renderla pubblica al momento opportuno.
Il giovane autore, accusato da mille indizi, fuggì… La polizia si mise sulle sue tracce. Eco enorme nella stampa. Vari incidenti. Arresto. Apparzione nelle vetrine dei librai de “L’uomo che io ho assassinato”. Enorme successo…
Quando il giovane Paturon fu condannato a morte, il suo libro raggiungeva le quattrocentomila copie…
La vigilia della sua esecuzione, erano superate le cinquecentomila.
Ma l’editore si guardò bene dal tirar fuori il «documento salvatore», e quando lesse nei giornali il resoconto dell’esecuzione dello sventurato Paturon, disse semplicemente, fregandosi le mani: «Conviene trarne un magnifico caso di errore giudiziario. Niente di meglio, come pubblicità, della morte dell’autore».
E telefonò al suo tipografo di mettere in macchina altri centomila esemplari di quel grande successo editoriale.

 Clément Vautel, Il lancio di un giovane scrittore, Garzanti, Traduzione Piero Del Giudice

 

Decadenza dei salotti: da Casa di bambola al bambolotto razzista

buonanno

l’esibizione di Buonanno a Piazza Pulita

Spesso, nei primi anni del Novecento si poteva leggere sui biglietti d’invito alle feste: “Si prega di non discutere di Nora Helmer”. Come si sa, Nora Helmer è la protagonista di Casa di bambola, di Herik Ibsen, un capolavoro scritto nel 1879 che annuncia (o forse inaugura), il teatro moderno e che mette sul tappeto la questione femminista calandola in un dramma borghese. L’ombra di Nora aleggiava sui salotti provocando divisioni, scontri feroci di natura non tanto drammaturgica quanto morale e politica – in pratica, era un fantasma la cui sola evocazione minacciava di mandare all’aria una serata amorosamente preparata dalla brava padrona di casa.
In un secolo, la metamorfosi dei salotti è stata radicale, visto che sono diventati quasi esclusivamente televisivi e non è più possibile filtrare gli ospiti (altro che biglietti d’invito con raccomandazione in calce): ti allontani un attimo dal televisore e quando torni ti ritrovi in casa un ceffo qualsiasi, che si muove a scatti come un vecchio giocattolo caricato a molla, palesemente in preda a delle sostanze non si sa da quale natura, forse endogene, e che spara frasi sconnesse fra le quali si riesce a coglierne una più decifrabile: “I rom sono la feccia della società!”. Applauso dell’uditorio in studio. Il padrone di casa si dissocia dall’applauso, profondamente amareggiato – che è un po’ come dispiacersi quando l’amico ubriaco perso che hai portato con te a una festa vomita sul tappeto. Sì, perché l’onorevole Buonanno era già ubriaco prima di andare in trasmissione; così com’è ubriaco quando interviene al Parlamento Europeo in tuta mimetica e come lo è al mattino quando si sveglia; purtroppo, a quanto si può sapere, è un ubriaco anomalo che non conosce il momento down che hanno tutti gli ubriachi perbene: nessun mal di testa, nessun attimo di scoramento (che potrebbe essere l’anticamera del dubbio) lo colgono; c’è sempre quella maledetta molla che non si esaurisce mai, contrariamente a quanto capitava alle scimmiette e ai mostriciattoli meccanici di poco prezzo che si vendevano cinquant’anni fa sulle bancarelle.
Allora, un secolo dopo Nora Helmer, qualcuno è tentato di scrivere “Non invitate più Buonanno in televisione”. Facebook sembra che lo abbia già inibito ma il dibattito (sempre il solito) è aperto: è meglio oscurare l’onorevole a molla o mostrarlo in tutto il suo modesto e inesauribile orrore? Mi sembra un quesito ozioso in quanto non risolvibile: i salotti televisivi hanno bisogno di mostri, e se in nome dell’audience bisogna sacrificare qualche tappeto, pazienza.