Autore: radiospazioteatro
I cento anni di BILLIE HOLIDAY (7 aprile 1915 – 19 luglio 1959), STRANGE FRUIT. 2’30”
https://www.youtube.com/watch?v=h4ZyuULy9zs
Nel giorno in cui “Lady Day” compirebbe cento anni, la ricordiamo con una delle sue più grandi interpretazioni. “Strange fruit” è una canzone di denuncia e di lotta contro il razzismo; la compose Abel Meeropol nel 1939 dopo l’ennesimo linciaggio di due afroamericani.
Il racconto dell’immagine. PAOLO BRUNATI, IL DONO DEL GATTO
Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Abbiamo sottoposto a Paolo Brunati questa foto di autore anonimo, ed ecco il racconto che ne ha tratto.
Il Gatto aveva portato in dono al Bambino la testa del Merlo che s’era mangiato. Poi gliel’aveva posata sul guanciale del lettino perché se la trovasse quando andava a nanna. Era un bel dono, una bella testa di Merlo, con ancora una minuscola vertebra che spuntava dal capo decollato.
Ma la mamma l’aveva trovata prima del Bambino, con un urlo di raccapriccio: “Ahhh!!! Cos’è quella porcheria?!” e coi guanti di gomma aveva tolto immediatamente il dono del Gatto.
Le madri vogliono sempre tenere lontani i figli dalle porcherie e dalle infezioni.
Il Bambino, ignaro del dono del Gatto, guarda i Merli in giardino. Pensa a quella tavola a colori del suo libro di fiabe: nella radura di una foresta c’è la casa del taglialegna. Ha le travi a vista, le finestre coi vetri a formelle. Il tetto è coperto di neve, gli alberi sono coperti di neve. L’interno della casa è candito dalla luce calda dei ceppi che bruciano nel camino. Un Bambino affacciato a una finestrella del sottotetto nutre uccellini neri, che accorrono in volo, con un poco della sua pappa raccolta intingendovi il dito. Un difetto di registro della quadricromia (è un vecchio libro) impresta alla pappa un poco del rosa del ditino. Lo glassa come una minuscola bignola. Trasforma la pappa in una rosata delizia.
Quella rosata delizia che si vede nella figura vorrebbe ora il Bambino offrire agli uccelli fuori dalla finestra. Il Gatto invece li vorrebbe mangiare, e portare altri doni. Ma né l’uno può più nutrire Merli con pappe rosate, né l’altro, dopo mangiato, donare le loro teste. Persone e animali, basta cadere dentro una fotografia per non poter più né nutrire né mangiare né donare, immuni da porcherie e da infezioni.
Paolo Brunati
Quattro passi con Gesù
http://www.huffingtonpost.it/2015/03/25/zambia-turista-gesu_n_6937570.html?
“Stava percorrendo le strade polverose di Chipata (Zambia), quando è stato circondato da una folla di uomini e donne che evidentemente lo avevano scambiato per Gesù.Antonio Boretti, turista italiano per la prima volta nel Paese africano, effettivamente quel giorno presentava una certa somiglianza col Nazareno…”
La cronachetta lascia trasparire un trattenuto sorriso (benevolo, intendiamoci, del tutto polically correct) nei confronti dei passanti di Chipata. Come non può fare a meno di notare l’articolista dell’Huffington “effettivamente” il turista italiano non è uscito dall’albergo indossando i primi jeans e la prima maglietta che gli erano capitati sottomano: la stranezza, secondo l’agenzia, è che gli ingenui chipatesi abbiano scambiato Antonio Boretti per Gesù. Sembra che i media africani abbiano colto l’occasione per stigmatizzare l’influenza dei media occidentali; ma gli esperti in comunicazione dello Zambia, com’è del tutto logico, non possono avere idea degli effetti che i media occidentali esercitano, a loro volta, sugli utenti occidentali. Molti anni orsono, l’attore Alberto Lupo, grande divo della tv degli anni ’60, mi confidò che dopo la sua interpretazione del Dottor Kildare, protagonista di una serie di enorme successo, veniva regolarmente invitato ai convegni medici di tutta Italia: invitato e trattato come un collega a pieno titolo. Sì dirà che molti anni sono passati, da allora: è vero, ma gli equivoci, anziché diradarsi, avvolgono il nostro quotidiano: i tronisti di Maria De Filippi si travestono da attori, gli attori da romanzieri, i romanzieri da filosofi, e tutto nella massima e collettiva soddisfazione.
Se il turista Antonio Boretti, tornato in patria, avesse voglia di fare quattro passi nei panni, che so?, di Camillo Cavour, possiamo star certo che sarebbe subissato da petizioni e suppliche da inoltrare a Sua Maestà Vittorio Emanuele II.
Anni ’60. Nelle spire dell’industria culturale. LUCIANO BIANCIARDI, LA VITA AGRA
un fotogramma del film La vita agra, diretto da Carlo Lizzani
Nel gioco delle date, che sovente è fine a se stesso oppure buono per gli astrologi che vogliono attaccar bottone in treno, il 1922 annovera, fra gli infiniti altri, due eventi in apparenza non commensurabili: la Marcia su Roma (il 28 ottobre) e la nascita di Luciano Bianciardi (14 dicembre). Una ventina d’anni più tardi, quel bambinetto, diventato studente universitario, scriverà una lettera a Mussolini intimandogli di dimettersi, così, di punto in bianco. Non se ne fece niente, il Duce aveva altro da pensare, e fu peggio per lui: se avesse dato retta a quella guasconata del Bianciardi giovane sarebbe stato meglio per tutti. Le guasconate stanno alla Provincia come il Demone a Socrate: entità assidue e talvolta tiranne capaci di governare una vita intera. Il demone di Bianciardi, figlio della provincia toscana (GR), domina il suo romanzo più famoso, La vita agra, imponendo il suo imperativo apocalittico: il protagonista deve trasferirsi a Milano per far saltare la sede dell’industria chimica (dirigenti compresi) responsabile della morte di quarantatré operai. Ma prima di compiere il gesto vendicatore, il protagonista del romanzo deve ingegnarsi a sbarcare il lunario, così dopo varî lavori finisce tra le spire dell’industria culturale che in quegli anni ’60 si sta espandendo sulla scia del boom. Le pagine dedicate all’editoria e alla sua fauna sono irresistibili, come dimostra questo colloquio del protagonista con la responsabile dell’ufficio traduzioni di una nota casa editrice.
La vedova fu ferma e gentile quando mi convocò per dirmi che il mio saggio di traduzione non era stato troppo soddisfacente.
«Benedetto figliolo,» mi disse. «Ma perché non ha seguito i miei consigli? Le avevo detto, no?, fedeltà al testo. E guardi qua. Dove siamo, dunque» Sfogliava le mie cartelle tutte corrette a lapis.
«Sì, quel punto dove il capitano invita i suoi uomini all’assalto della trincea nemica. Le sue parole… Sì, ecco. Lei mi traduce: Sotto ragazzi, eccetera. Ora guardi il testo inglese. Dice…» Adesso sfogliava il libro, e trovò la crocetta al margine. «Il testo dice: Come one boys. Capisce? Lei mi ha invertito il significato. Come one boys vuol dire venite su ragazzi, e così bisogna tradurre. Lei mi mette l’opposto, cioè non su, ma sotto. E ancora, più avanti, dove descrive l’alzabandiera a bordo. Lei ha tradotto, mi pare, i marinai si scoprirono, sì, si scoprirono, ha tradotto lei, mentre il testo inglese diceva: The crew raised their hats. Vede l’inglese com’è preciso? La ciurma alzò i loro cappelli. Alzò, capisce?, come a salutare la bandiera sul pennone.» E con la mano fece anche lei il gesto di chi alza un cappello. Mi provai a dire qualcosa, ma lei m’interruppe.
«Lo so, il risultato è lo stesso, quando uno alza il suo cappello, si scopre, ma allora bisognerebbe precisare che scoperto rimane il suo capo. Dire, non so, che i marinai scoprirono i loro capi, oppure le loro teste, ma così risulterebbe un po’… come dire?… un po’ faticoso.» Sorrise. «Io lo dico sempre ai traduttori: non cercate di inventare, stata sempre dietro al testo, che oltretutto è più facile. La ciurma alzò i loro cappelli, dunque. Lei poi, vede?, tende a saltare, a omettere parolette, che invece vanno lasciate, perché hanno la loro importanza. Più avanti, per esempio, lei mi traduce: Gli strinse la mano. Ebbene, l’inglese è più preciso, e dice infatti: He shook his hand, cioè egli strinse, ma più precisamente scosse, la sua mano, o se vuole, meglio ancora, egli scosse la mano di lui.» Continuava a sfogliare le mie cartelle. Io ero ammutolito.
Luciano Bianciardi, La vita agra, Feltrinelli
I vostri articoli preferiti di marzo
Pane, burro e una tettoia. La Grande Mamma del Rock, SISTER ROSETTA THARPE
https://www.youtube.com/watch?v=SR2gR6SZC2M
Il pane e burro lo abbiamo aggiunto noi, su due piedi, così come lo evocano i due personaggi che scendono dalla carrozzella in una Liverpool grigiastra: sembrano reduci da una merenda in cucina: “Che dici, andiamo?” “Ma sì, facciamoci quattro passi e una schitarrata anche se è appena piovuto”. Tutto molto alla buona, molto casalingo, in un bianco e nero di mezzo secolo fa (1964).
Lui non so chi è, lei è Sister Rosetta, grande star degli anni ’30, esecutrice e manipolatrice di spiritual e rock, che influenzò Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Chuck Berry, ecc.
L’understatement è il segno distintivo, il sigillo della vera star (ve la immaginate Greta Garbo che sgomita con Jean Harlow e Marlene Dietrich come un’olgettina da combattimento?); Sister Rosetta lo pratica con disarmante semplicità: infilata nel suo cappottone a campana e sotto la sua cuffia di lana, brandisce la chitarra come un coltello da cucina con un piglio da massaia che affetta un filone di pane (dagli con la cucina!) e ci dà dentro. Le ragazzine di Liverpool mostrano nel sorriso i denti inglesi. E’ il 1964, l’ho detto, I Beatles hanno già pubblicato il quarto album (“Beatles for sale”) e sono sbarcati in America con un successo che nemmeno Gesù Cristo (stando a quanto disse in quell’occasione John Lennon); la Grande Mamma del rock restituisce la visita, dimessamente, a Liverpool: non è una controinvasione, ci mancherebbe: la sua grande storia, Sister Rosetta l’ha già vissuta e si diverte a prolungarla, con passetti accennati di danza, sotto una tettoia.
Il diario di un uomo che guarda. JULES RENARD, PER NON SCRIVERE UN ROMANZO
Toulouse-Lautrec, Il divano
Vittima di un suo stesso romanzo, Pel di carota, molto noto ma considerato ingiustamente per ragazzi, quindi proposto per lo più in una versione scioccamente edulcorata – Jules Renard si nutrì di una quotidiana perplessità nei confronti delle sue qualità letterarie; di conseguenza, l’opera che più gli corrisponde è il suo Journal nel quale annota incontri, spettacoli, letture e soprattutto il suo rapporto con gli altri. Entra a far parte di cenacoli letterari importanti ai quali si sente sempre leggermente estraneo: molto spesso tace e guarda, annota, sempre misurando il suo essere leggermente eccentrico, un passo a lato alle cose e alle persone. In questa pagina del Journal lo ritroviamo, insieme all’amico scrittore Tristan Bernard, nello studio di Toulouse-Lautrec, tanto carnale e dedito agli eccessi quanto Renard è sorvegliato. Qualcosa, tuttavia, li accomuna: il rovello sullo status di artista, che appare sempre incerto e aleatorio.’
9 dicembre 1894
Ieri sono stato da Lautrec con Tristan Bernard. Dalla strada, dove pioveva a dirotto, siamo passati in un studio caldissimo. Lautrec ci venne ad aprire. Era in camicia, i pantaloni a penzoloni, un berretto da fornaio in testa. Nel fondo, sopra un sofà, vedo due donne nude: una mostrava il ventre, l’altra il sedere. Bernard va a salutarle e dice: «Buongiorno, signorine!» Io, imbarazzato, non oso guardarle. Cerco un posto ove posare il cappello e l’ombrello che gocciola.
«Non vorremmo interrompere il vostro lavoro», dice Bernard.
«Abbiamo finito», risponde Lautrec. «Vestitevi, signorine». E va a prendere una moneta da dieci franchi che posa sulla tavola. Le donne si vestono, riparandosi dietro il quadro. Di tanto in tanto, butto un occhio senza riuscire a vedere bene. Mi sembra di aver sempre addosso il loro sguardo di sfida. Finalmente, le donne se ne vanno. Ho fatto in tempo a intravvedere delle natiche biancastre, delle cosce cascanti, dei capelli rossi, dei peli gialli.
Lautrec ci mostra i suoi schizzi “di casino”, le sue opere giovanili: fin d’allora si era messo a dipingere il brutto con coraggio. Non saprei dire se ciò che dipinge ha valore, ma so che gli piace quel che non è comune e che è un artista. Questo ometto che chiama la sua mazza “mio caro bastoncino”, e certamente soffre del suo fisico, merita, per la sua sensibilità, di essere un uomo di talento.
Jules Renard, Per non scrivere un romanzo, Serra e Riva, Traduzione Orio Vergani
Il video della domenica. Un surrealista a New York. WALT DISNEY & SALVADOR DALI’, DESTINO. 6′
https://www.youtube.com/watch?v=IOjDjLqu8O4
Fu uno storico incontro, quello di Walt Disney e Salvador Dalì: il mago del cinema d’animazione, poeta delle immagini nonché grande imprenditore e il pittore surrealista che esprime, sulla tela, e nella vita, una teatralità estroversa, prorompente – ma anche accorto imprenditore di se stesso (Dalì). I due non faticarono a intendersi. Era il 1945, cinque anni prima Disney aveva realizzato e prodotto Fantasia che, traducendo in immagini Bach, Beethoven, Stravinskij, Ponchielli, aveva enormemente allargato il suo mercato dal mondo dell’intrattenimento infantile a quello dell’arte; con Dalì, si poteva replicare. Ma era, appunto, il 1945 e il dopoguerra si rivelò non meno difficile della guerra stessa, almeno sul piano economico. Il progetto fu accantonato. Molti anni dopo, nel 2001, lo resuscitò un erede di Walt Disney, ed eccolo: ci sono molti degli elementi che contraddistinguono la pittura di Dalì sui quali la colonna sonora di Armando Dominguez sparge dosi generose di sciroppo musicale.
Alla periferia dello spirito
Chissà perché, nel vedere questa icona che sta imperversando in rete, mi è venuto in mente un capolavoro del teatro inglese della Restaurazione, Così va il mondo, di William Congreve. L’opera è un mirabile e complesso congegno socio/amoroso/matrimoniale. I nomi dei personaggi sono fortemente allusivi: la protagonista è la bella Millamant (dagli innumerevoli spasimanti), il suo pretendente è Mirabell (ammirevole per aspetto e senno), e così via. Il meccanismo della commedia funziona perfettamente, e tutti i personaggi, anche i minori, hanno una funzione precisa come gli ingranaggi di un orologio di precisione. Tranne uno, Witwoud, l’uomo “di spirito” (Wit) tutto preso dalla smania di mettere in vetrina la sua acutezza. Va da sé che il personaggio è comico/patetico: mentre gli altri (tutti) sono coinvolti nella trama (che in teatro è il cuore pulsante, la vita), lui ne costeggia la periferia come un triste satellite solitario, gravitante in un orbita inutile alla quale si è condannato da se medesimo. Di tanto in tanto tenta delle sortite – anzi, diciamo meglio: prova a rientrare in gioco – ma le sue invenzioni spiritose (solo ai suoi occhi) lo allontanano di nuovo. L’autore ci fornisce un’utile chiave di lettura di questo spaesato personaggio: Witwoud è un inurbato, ripulito ma non abbastanza, che pretende di rinnegare le sue origini mulinando metafore e similitudini: materia delicata, fragile, che si rivolta contro chi pretende di usarla come corpo contundente. Insomma, un boomerang (questo, naturalmente, non lo scrive Congreve, ci siamo permessi di aggiungerlo noi).
Il diavolo dentro la specchiera. MARIA ATTANASIO, CORREVA L’ANNO 1698…
incisione di Piero Fornasetti
C’è questo librino piccolo, un centinaio di pagine scarse, che contiene la storia di una persona piccola – una bracciante di quelle che è il padrone a decidere con chi si sposeranno e che morto il marito di farle lavorare non se ne parla più.
Anche il narratore è piccolo: tal ceramista Giacomo Polizzi, poveraccio e pressoché analfabeta, eppure decisissimo a redigere una cronaca del suo paese – piccolo pure lui – Calacte, in Sicilia. Le armi che ha sono quelle che sono ma cosa importa, pur di raccontare il ceramista scrittore si inventa una lingua tutta sua, quella lingua che Maria Attanasio, riscoprendo e ri-raccontando la vicenda, lascia trapelare qua e là come attraverso un pizzo: e allora ecco una giovane donna che non fa la domestica ma la criata, i personaggi intarsiati che giocano a sicutarsi senza prendersi mai, la gebbia che raccoglie l’acqua per irrigare i campi, quella truscia sventolata vezzosamente come una borsetta da città.
Una lingua concreta e solida come lo fu Francisca, vedova che invece dell’abito nero indossò vestiti da uomo e come uomo continuò a lavorare, e che agli Inquisitori che le diedero della strega riuscì a strappare il permesso di vivere come meglio piacesse a lei.
Roberta Sapino
«Quando era vivo mio marito, prima del terremoto» racconta Francisca «una volta sono andata nel palazzo del barone Murso dove mia sorella faceva la criata. Le maniglie delle porte erano di oro massiccio, e c’era una cucina grande come una chiesa, piena di pignatte di rame e decori bianchi e blu a terra e alle pareti. Ma la cosa più meravigliosa che ho visto, non solo allora, ma in tutta la mia vita, è una specchiera grandissima, con una cornice tutta intarsiata e di pietre preziose, con scene di uomini e donne nudi che si sicutavano tra gli alberi, e bambinelli, come gli angeli delle chiese, ma più grossetti e con le ali piccole.
[…]«Mi sono avvicinata alla specchiera e rimasi infatata dalle mie stesse pupille che si ingrandivano sempre più.
«Per fortuna mia sorella mi toccò e l’incantesimo finì, perché se uno guarda fisso, in quella specchiera, compare un diavolo, che ti attira lì dentro certe volte con corna, forconi e fiamme, certe volte travestito da bellissimo cavaliere.
[…]Ma dentro il diavolo non ce l’ho mai visto, né con zoccoli di capra, né con abiti di cavaliere. Ci ho trovato solo la mia faccia stanca e hominigna».
[…] Si alza. «Vado a lavarmi la faccia alla gebbia» dice, lasciandosi alle spalle il mormorare degli uomini, di cui afferra solo qualche brandello di conversazione.
«Hai una camminatura da regina» le dice uno ad alta voce, «o da re» aggiunge un altro, ammiccando.
Francisca si volta: «Da re» lei risponde. «Chi comanda è il re» e scherzosamente agita verso di loro la truscia.
Maria Attanasio, Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile, Sellerio
Teneri, derelitti e sgrammaticati zombie. AUGUSTO FRASSINETI, MISTERI DEI MINISTERI
disegno di Enrico Bai
“Autore di un solo libro” fu definito Augusto Frassineti dal suo stesso editore. Come tutte le definizioni, anche questa è imprecisa perché qualche altro libro Frassineti lo pubblicò – e comunque non sarebbe una diminuzione scrivere un libro solo, al contrario mi sembrerebbe il segnale di un’indole discreta, riservata e, per dirla in modo un po’ frivolo, molto elegante; se poi si tratta di un libro come Misteri dei ministeri, uno scrittore può serenamente decidere che ha già svolto nella maniera più piena il suo compito.
Contrariamente a quanto scrive Wikipedia, questo romanzo non è umoristico ma tragicomico. Si ride, ma su una delle nostre grandi sciagure: quel mefitico calderone in cui si mescolano la burocrazia ministeriale, la sudditanza del cittadino che balbetta il suo smarrimento di analfabeta, il triste sogno del vegliardo che vagheggia di esibirsi, un attimo prima di morire, alla radio. Si ride, certo, perché ci s’identifica col postulante schizofrenico che bussa con la sua domanda di grazia alle porte chiuse del ministro, e poco importa che ciascuno di noi non si sia mai abbassato a tanto, quel fantasma ci abita, come una tentazione alla quale, quando ne siamo capaci, riusciamo faticosamente a resistere.
Misteri dei ministeri è stato scritto nel 1952: sessantatré anni splendidamente portati, profuma ancora di tipografia.
Roma, 5 febbraio 1950
Illustrissimo Signor Ministro
Delle Poste e delle Telecomunicazioni,
Roma
Fiducioso del Suo illuminato interessamento per tutto ciò che comunque ritorni ad onore del nostro amato Paese, mi permetto farLe presente quanto segue.
Pur trovandomi al mondo dall’inizio del Milleottocentoquaranta-cinque, ho l’impressione che il mio fisico, anziché subire una menomazione per legge naturale, si sia fermato al cinquantesimo anno di età, tanto che scrittori che si occupano della longevità umana sono d’avviso che non sarà tanto facile trovare in Italia, e forse anche altrove, altri elementi della medesima età che siano in grado di poter fare altrettanto.
Anche il Direttore della «Domenica del Corriere», la rivista più diffusa in Italia, venuto a conoscenza di tali requisiti e rapportandoli all’età, è di parere che trattasi di un caso raro, di un fenomeno vivente, di un portento della natura.
Al riguardo, si ritiene opportuno informare che in un raduno di centenari e di ultranovantenni, che ebbe luogo in questa città nel giugno dello scorso anno, il mio fisico fu ritenuto il caso più interessante, tanto che fui presentato agl’italiani a mezzo della radio e anche non pochi giornali e riviste misero in evidenza le mie possibilità.
Ciò premesso, qualora la Signoria Vostra Illustrissima ritenesse che qualcuno di tali requisiti possa interessare ancora la radio si benigni di farmi sottoporre ad un collaudo, senza che venga assunto preventivamente il minimo impegno.
La mia aspirazione non tende ad una retribuzione alla quale dichiaro fin d’ora di rinunziare, pur essendo un modesto pensionato, bensì a far conoscere agli italiani le possibilità della razza italiana.
Nella fiducia che la mia preghiera verrà esaminata con comprensione, ringrazio
sentitamente fin d’ora.
Con rispettosi ossequi.
Olimpio Gentilini
Augusto Frassineti, Misteri dei ministeri, Kami
GUY DE MAUPASSANT, UN’AVVENTURA PARIGINA. Audio, 9′
(Félix Valloton, Le Chapeau violet)
http://www.spreaker.com/user/7367339
interprete: Eleni Molos
“La mia vita in provincia scorreva apparentemente tranquilla fra le pareti domestiche, fra un marito tutto preso dalle sue occupazioni e due bambini. […] Nelle mie lunghe notti popolate di fantasticherie, mentre mio marito mi russava accanto, rimuginavo sugli uomini celebri di cui parlavano i giornali, me li figuravo fra continue crapule e orge tremendamente voluttuose, fra raffinatezze sensuali di cui non potevo neanche avere un’idea.
Quell’anno, finalmente, riuscii a organizzare un viaggio a Parigi prendendo come pretesto i regali di Natale. Mio marito non poteva accompagnarmi, così partii sola…”
Il piccolo mostro di famiglia. ROGER VITRAC, VICTOR O I BAMBINI AL POTERE
Questi nostri fanciulli che, quando non videogiocano, ingaggiano furibonde lotte di potere con i genitori imbelli, hanno un antenato, Victor Paumelle. Lo creò nel 1928 Roger Vitrac, autore surrealista e, secondo alcuni, precursore del teatro dell’assurdo. Come a volte succede, gli antenati sono più interessanti dei discendenti e questo bambino che a nove anni è alto un metro e ottanta, ha capito tutto della vita (forse ha anche letto tutto), ha poco da spartire con i mocciosi di oggi, tranne la mostruosità che tramite lui si manifesta in tutte le sue efferate sfaccettature. Questa tragica, surreale commedia nasce in seno alla borghesia francese degli anni ’20 ma non è né troppo francese né troppo datata, lo testimonia la prima scena della pièce, che vi proponiamo, nella quale Victor sottopone la servetta di casa a implacabili sevizie psicologiche.
VICTOR. … E benedetto il frutto del tuo sesso, Gesù.
LILI. Intanto si dice il frutto del tuo seno.
VICTOR. Può darsi, ma è meno efficace.
LILI. Basta Victor! Ne ho abbastanza di questi discorsi. Mi fai dire delle scemenze.
VICTOR. Perché sei una vecchia scema.
LILI. Tua madre…
VICTOR. …quanto è buona.
LILI. Se tua madre ti sentisse…
VICTOR. Quant’è buona. Ah! Ah! Quant’è buona! Questa è buona!
LILI. Ho detto qualcosa da ridere?
VICTOR. E che, non posso voler bene a mia madre?
LILI. Victor!
VICTOR. Lili!
LILI. Victor, oggi compi nove anni. Ormai non sei quasi più un bambino.
VICTOR. Quindi l’anno prossimo sarò un uomo? Un bell’ometto?
LILI. Devi essere serio.
VICTOR. Così potrò trattarti seriamente da puttana. (Lei lo schiaffeggia. Victor, continuando) A meno che tu non voglia… (Lei lo schiaffeggia di nuovo; Victor, imperterrito) …fare con me quello che fai con gli altri.
LILI (lo schiaffeggia ancora). Moccioso!
VICTOR. Vorresti sostenere che non sei andata a letto con mio padre?
LILI. Va’ via o ti strangolo.
VICTOR. No, bella mia? Eh, l’ometto?
LILI. Ma non avete pietà alla vostra età.
VICTOR. Tu hai tre volte la mia età, Lili.
LILI. Smettila, smettila ti prego!
VICTOR (prendendo un bicchiere sul tavolo). Vedi questo bicchiere, Lili?
LILI. Sì e allora?
VICTOR. È un bicchiere di cristallo di Baccarat. Ormai lo sanno tutti. Mia madre non fa che ripeterlo a ogni ricevimento. È unico nel suo genere perché appartiene a un servizio unico, e cioè, l’avrei dovuto dir subito, costa carissimo. Stammi a sentire. Compio nove anni. Finora sono stato un bambino modello. Non ho mai fatto niente di quello che m’hanno proibito. Mio padre lo ripete ogni cinque minuti: è un bambino modello che ci dà tutte le soddisfazioni e che merita ogni ricompensa, e per il quale siamo felici di fare ogni sacrificio. Mia madre dice che lei sputa sangue, ma il sangue resta in famiglia e siccome buon sangue non mente, insomma, te l’ho detto, finora sono stato irreprensibile. È vero che non metto mai la mano davanti a visiera quando devo pisciare…
LILI. Oh!
VICTOR. … come mi hanno tante volte raccomandato, ma in compenso non ho mai ficcato il dito nel sedere alle bambine…
LILI. Sta’ zitto, mostro!
VICTOR. … come ha fatto Lucien Paradis. Se se la sente, quando compirà nove anni, lo confesserà. Ma ci tengo a dirti oggi, 12 settembre, santa Leonzia, che non aspetterò un anno di più per diventare un uomo, il che non significa niente solo che mi sono deciso a diventare qualcosa.
LILI. Sentitelo.
VICTOR. Sì qualcosa, qualcosa di nuovo, perdio!
LILI. Ma non hai paura che ti sentano.
VICTOR. Il bicchiere di Baccarat sta ancora nella mia fragile mano. Qual è più fragile?
LILI. Victor! Non vorrai mica rompere il bicchiere?
VICTOR. Se questo bicchiere cade e si rompe, la famiglia Paumelle di cui sono l’ultimo discendente, perderà tremila franchi.
LILI. Ora lo rompe.
VICTOR. Non aver paura, non lo rompo. (Rimette a posto il bicchiere) No, non romperò il bicchiere, semmai rompo il vaso. (Dà una spinta a un gran vaso di Sèvres che sta su una mensola. Il vaso cade e si rompe) Bene, ecco un acconto di diecimila franchi sulla mia eredità.
LILI. Ma è impazzito! Sei pazzo, Victor! Un vaso tanto bello!
Non rispetta niente! Guarda se ha rimorsi? Nemmeno per sogno! E l’hai fatto apposta, anche!
VICTOR. Io, e che ho fatto?
LILI. Non fare il cretino. (Imitandolo) Io, e che ho fatto?
VICTOR. Dunque tu, cara Lili, hai rotto un vaso di Sèvres.
LILI. Che? Hai il coraggio di incolparmi di una cosa che hai fatto tu, ora, apposta, sotto i miei occhi?
VICTOR. Sì.
LILI. Ma io lo dico, che sei stato tu.
VICTOR. Non ti crederanno.
LILI. Non mi crederanno?
VICTOR. No.
LILI. E perché?
VICTOR. Vedrai…
LILI. Mi piacerebbe proprio sapere perché.
VICTOR. Ho nove anni. Ho un padre, una madre, una cameriera. Ho una nave a benzina che parte e torna al punto di partenza dopo aver sparato due colpi di cannone. Ho uno spazzolino da denti personale col manico rosso. Quello di mio padre ha il manico blu. Quello di mia madre, il manico bianco. Ho un elmetto da pompiere con relativi accessori consistenti in una medaglia al valor civile, un cinturone verniciato e l’ascia d’abbordaggio. Ho fame. Ho un naso regolare. Non ho i paraocchi, né le mani legate, perché sono troppo piccolo. Ho un libretto di risparmio su cui zio Octave il giorno del mio battesimo ha depositato cinque franchi, col prezzo del libretto e del bollo in tutto ha speso sette franchi. A quattro anni ho avuto la varicella e senza il termometro del dottor Ribiore ci sarei rimasto. Non ho più nessuna malattia. Ho la vista buona, la testa sulle spalle, e grazie a queste doti ti ho visto compiere, senza nessun motivo, un gesto riprovevole. Saranno soddisfatti, in famiglia.
Roger Vitrac, Victor o i bambini al potere, Einaudi, Traduzione Laura Goncales
Cronache mondane. La movida milanese secondo NOEL GALLAGHER.
http://www.rockol.it/news-642653/noel-gallagher-resoconto-tragicomico-di-che-tempo-che-fa-a-milano
Sembra che Noel Gallagher, cantautore e già frontman degli Oasis, sia un tipetto alquanto tosto, di quelli che non le mandano a dire: il suo passato remoto è tormentato e il suo passato prossimo (un tour in Europa) è terminato con un’ospitata a “Che tempo che fa” nel corso della quale ha trattato Fabio Fazio con una durezza alla quale l’accomodante conduttore non è abituato. Poi, dopo averci dormito su, ci ha ripensato e ha ribadito: “Questa trasmissione televisiva italiana è stata un cazzo di strazio.” Fino a qualche giorno fa non sapevo nulla di Gallagher ma improvvisamente mi è apparso un personaggio interessante, da frequentare – mi affascinano le persone che hanno un eloquio diretto. E’ inoltre ammirevole la concisione con la quale Gallagher ha tratteggiato il dopo-trasmissione: gli organizzatori avevano scelto un locale milanese che nel loro immaginario manageriale doveva apparire molto in, un vero boccon del prete per l’illustre ospite, che così ce lo racconta:
“Dopo un casino di tempo abbiamo lasciato lo studio e ci hanno portato in un ristorante chic, che era anche un night club, più precisamente quello preferito dai calciatori che giocano nelle squadre di Milano. Tutte le donne – e ce n’erano tantissime – sembravano Mick Jagger quando Mick Jagger sembrava una donna italiana, cioè tra il ’65 e il ’69. “













