Per non parlare solo di satira, l’Invettiva. GABER, IO SE FOSSI DIO.

GABER

https://www.youtube.com/watch?v=S3Fn7C7awqw

Tanti anni fa – anzi, meglio essere precisi, la data conta: era il 1980 – mi trovai ad essere coautore di un Famoso Giornalista per una trasmissione di rai 2 della quale curai anche la regia. La trasmissione prevedeva un’interminabile galleria di personaggi della vita politica, artistica, imprenditoriale ecc. italiana: da Agnelli a Mastroianni, Andreotti, Fellini, Missoni, Scalfari, Pajetta, e tanti altri. Parve opportuno, al F.G e a me, inserire in questa galleria variegata anche Giorgio Gaber. Ci ricevette, un dopocena, a casa sua, per una chiacchierata preliminare; avrebbe partecipato di buon grado alla trasmissione ma, si capì subito, la cosa che maggiormente gli interessava era parlare della composizione, Io se fossi Dio, che aveva appena terminato in quei giorni. Parlarne e farne ascoltare, magari, un breve estratto, visto che durava circa un quarto d’ora. Un Gaber inedito era un’occasione ghiotta, pensò il F.G., forse il titolo era un po’ forte… ma senza dubbio l’ironia di Gaber l’avrebbe stemperato… Quando di lì a poco passammo all’ascolto, fu chiaro che il registro era tutt’altro che ironico: Gaber aveva impugnato la spada dell’invettiva e la maneggiava con furia. Percepii il primo scricchiolio del F.G ai versi “Io se fossi Dio,/maledirei davvero i giornalisti e specialmente… tutti. / Che certamente non son brave persone”. Dopo qualche minuto, quando sembrava che il mio coautore si stesse riprendendo, arrivò la mazzata decisiva: Io se fossi Dio, /quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio, /c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire /che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana /è il responsabile maggiore di trent’anni di cancrena italiana.” Il brano non era ancora terminato ma le palpebre del F.G. si abbassarono, come una serranda che si stava chiudendo per sempre, o forse come una ghigliottina. Aldo Moro, sequestrato e ucciso solo due anni prima dalle BR, era troppo. A quei tempi non era in uso l’espressione “politicamente scorretto” ma anche se fosse esistita sarebbe stata inappropriata, quella era una vera e propria blasfemia.
Inutile dire che
“Io se fossi Dio” non arrivò in trasmissione, anzi non fu mai trasmesso dalla rai.
Si parla molto, anzi troppo, da qualche tempo, della satira, dei suoi limiti, degli autori che dovrebbero regolamentarsi (o no? e dov’è il limite?)… Il discorso si è fatto stucchevole, mentre invece se ne potrebbe aprire un altro, più nuovo, sull’invettiva che è un genere non meno nobile e antico: forse perché nessuno la pratica, così come non viene praticata la maledizione che, pur non potendosi definire un genere letterario, ha origini altissime (addirittura bibliche). Ce ne occuperemo presto.

Piccoli massacri quotidiani. RONALD D. LAING, MI AMI?

mi ami 2Elizabeth Taylor e Richard Burton in Chi ha paura di Virginia Woolf

Psichiatra innovativo, (alla fine degli anni Sessanta incominciò a curare i malati schizofrenici senza l’ausilio delle terapie tradizionali, psicofarmaci compresi), Laing non cessò d’interrogarsi su quale fosse il linguaggio più adatto a comunicare la sua esperienza. E’ un’inquietudine inconsueta in uno psichiatra: le biblioteche e le libreria sono piene di trattati teorici, di manuali, di monografie su tutte le patologie immaginabili, e certamente gli autori, anche i grandi, non si sono mai posti problemi su quale scrittura adottare. Infine, la via si rivelò a Laing, non poteva essere che quella del teatro: aveva passato una buona parte della sua vita immerso nel dialogo e nei racconti dei pazienti che nel dialogo scivolavano per rappresentare con maggiore evidenza la loro storia. Ma, occorre precisarlo, i dialoghi di Laing non sono le trascrizioni delle sue sedute terapeutiche, bensì le creazioni di un drammaturgo che, dopo aver attraversato molte paludi esistenziali e cliniche, ne riproduce i colori, i miasmi, i gorghi insidiosi. E l’asciuttezza dei dialoghi disegna una patologia  domestica, quotidiana, che li avvicina a noi lettori, ce li rende familiari, riconoscibili – sì, pericolosamente riconoscibili.

lei                 e allora?
lui                 allora cosa?
lei                 l’hai fatto no?
lui                 di cosa stai parlando?
lei                 sai benissimo di cosa sto parlando
lui                 se intendi ancora quello ho già detto tutto ciò che ho da dire
lei                 l’hai fatto no?
lui                 non ho intenzione di subire un interrogatorio
lei                 dimmi solo la verità
lui                 te l’ho detta
lei                 chi era?
lui                 nessuno
lei                 sei un gran bugiardo
lui                 dicevi che non eri gelosa
lei                 non cambiare argomento
lui                 ma cosa stai cercando? Te l’ho già detto
lei                 io non sono gelosa ho soltanto bisogno di sapere
lui                 perché devi essere così sospettosa?
lei                 lo so chi era
lui                 te lo sei messa in testa tu. Non ho altro da dire
lei                 non credere di cavartela così
lui                 non c’è nulla da cui devo cavarmela
lei                 l’hai fatto lo so che l’hai fatto
lui                 no
lei                 tanto vale che tu lo ammetta
lui                 non c’è nulla da ammettere
lei                 me l’ha detto lei
lui                 lo so che stai inventando
lei                 è venuta da me e me l’ha detto
lui                 perché devi ricorrere a queste bugie?
lei                 non ti lascerò distruggere il mio senso della realtà come hai distrutto tutto il resto
lui                 sei paranoide
lei                 non credere di cavartela così
lui                 sei tu a essere attirata da lei
lei                 no
lui                 dovresti andare da uno psichiatra
lei                 non proiettare su di me
lui                 sei ossessionata
lei                 l’hai fatto lo so che l’hai fatto
(pausa)
adesso vado subito a telefonarle
(pausa)
l’hai fatto
(pausa)
lui                 una volta
lei                 sei un gran bugiardo
lui                 non mi è piaciuto
lei                 sei uno schifoso bugiardo

Ronald D. Laing, Mi ami?, Einaudi, Traduzione Floriana Bossi

 

Il video della domenica. Un muro dalle mille anime. BLU, MUTO a wall-painted animation

bluhttps://www.youtube.com/watch?v=uuGaqLT-gO4&list=PLE9E31C31CA2E4BE1

a cura di Francesco Ghisi

Sotto il laconico pseudonimo di Blu si nasconde un artista italiano noto in tutto il mondo, per il quale non si può usare il termine “graffitaro” col quale si classificano spregiativamente (e sbrigativamente) gli esponenti di questa difficile arte mescolandoli a tanti modesti imbrattamuri. Nel caso di Blu, poi, la pittura murale si fonde con l’animazione cinematografica elaborata a un livello raffinatissimo: è l’ennesima dimostrazione dei sorprendenti risultati che possono nascere dalla fusione di due linguaggi. 

Sfiorare, passando, il desiderio. EMILY DICKINSON, LETTERA A OTIS PHILLIPS LORD

lettera dickinson

Uno pensa a Emily Dickinson e subito si vede davanti la foto in bianco e nero di una giovane donna dall’aria austera, i capelli stretti dietro la nuca, l’abito scuro e ben accollato, un mezzo sorriso accennato appena, e allora ecco riemergere i ricordi liceali e un po’ stereotipati sulla “vergine di Hamerst” volontariamente reclusa nella casa in cui nacque-visse-morì.
Ma in tutto l’insistere su reclusione e verginità ci si perde un aspetto fondamentale e meraviglioso delle parole di Dickinson: il desiderio di cui sono intrise, e che si mostra gloriosamente nelle lettere che, cinquantenne ormai, Emily scrisse per l’uomo che amò.
1874, il padre muore e Emily si trova a vivere sola con la sorella. Tra le persone che se ne prendono cura c’è Otis Phillips Lord, giudice, di diciotto anni più vecchio, ben sposato, amico storico del defunto Mr. Dickinson e ospite relativamente assiduo della casa: qualche visita di cortesia in compagnia della moglie, tante lettere dal tono paterno, ed ecco che un anno dopo Emily annota una visita di lui solo, venuto a passare del tempo “con me”. Altri due anni e i reumatismi hanno la meglio su Mrs. Lord: il giorno del quarantasettesimo compleanno di Emily, Mr. Lord rimane vedovo. Che l’attrazione per la poetessa non fosse cosa nuova è ipotesi che pare confermata, fatto sta che mancati prima il vecchio amico, padre peraltro severissimo, e poi la moglie, a Lord non resta gran motivo per essere discreto. Di lettera in lettera i due si avvicinano, le visite si moltiplicano, fino a che lui si trasferisce a Hamerst e in famiglia si comincia a parlare di matrimonio. La salute peggiora però rapidamente, rallentando di riflesso il corso degli eventi, e all’inizio del 1884 Otis Phillips Lord muore.
A noi restano le lettere, da leggere e rileggere per dare una scompigliata immaginaria al rigore di quell’abito scuro.


Roberta Sapino

ALDO PALAZZESCHI, LA CONTESSA ROSA RAMINO LICCIO. Audio/Radiospazio. 6′

ramino licciohttp://www.spreaker.com/user/7367339/palazzeschi

tratto dallo spettacolo Palazzeschi: nel giardino delle contesse, rappresentato alla Biblioteca Arturo Graf di Torino nell’ottobre del 2011.
interprete Eleni Molos

La contessa Rosa Ramino Liccio  è uno dei molti personaggi che affollano Il codice di Perelà, il romanzo che rivelò nel 1911 le grandi doti del Palazzeschi narratore (il poeta si era affacciato alla ribalta letteraria pochi anni prima). Il protagonista del romanzo, Perelà, è una straordinaria invenzione: il fumo di cui è formato il suo corpo, è la sostanza più omogenea alla letteratura, al pensiero, nonché alla poetica del suo autore. (Perelà ripete spesso: “Io sono leggero… un uomo leggero… tanto leggero”). La diversità del nostro eroe si rivela fin dalla nascita che avviene senza travaglio, senza grida, nel silenzio di un camino dentro il quale egli è rimasto annidato per trentatré anni; davanti al fuoco siedono tre vecchie, Pena, Rete e Lama. Un giorno, le sillabe iniziali dei tre nomi si condensano, s’impastano col fumo e Perelà prende a veleggiare verso il mondo come un maturo e innocente fanciullo. Giungerà alla corte del Re dove conoscerà sia la fortuna che la rovina.
Fra le tante figure che affiorano dall’ordito del romanzo, abbiamo ritagliato questa contessa condannata a una pena dal sapore quasi dantesco: scrollarsi di dosso i veli di un pudore destinato a non estinguersi mai.

Riscritture. Di Robinson Crusoe e di vari altri miti

Il destino dei miti è quello di essere narrati indefinite volte nel tempo e coniugati nei più svariati livelli linguistici, da quello della mamma (diciamo della maestra, non so se la mitologia è ancora diffusa nelle famiglie) che racconta al bimbo le imprese di Ercole all’Eracle di Euripide, a Gli amori di Ercole, un film degli anni Sessanta  interpretato dalla maggiorata Jane Mansfield e dal suo muscolosissimo marito Mickey Hargitay.
jane mansfieldNella grande fabbrica della comunicazione, i reparti addetti alla rielaborazione dei miti sono continuamente in attività, giorno e notte, decennio dopo decennio; a incominciare dal cinema. Indimenticabili, anche per la loro disinvolta impudenza, le rielaborazioni dei comici:
Totò e Cleopatra, I barbieri di Sicilia, con Franchi e Ingrassia, e quelle di maggior impegno, come Apocalypse Now, libera rielaborazione di Cuore di tenebra, di Conrad.
mix film

 Non diversamente dal ciclo virtuoso (o vizioso) della ripetizione televisiva, in base al quale la quindicesima volta che lo vedi, anche di sfuggita, un conduttore ti sembra meno cretino della prima, anche un’opera letteraria si trasforma in mito grazie (ma non esclusivamente) alle sue reiterate riscritture. Ad esempio, e non lo cito a caso, Robinson Crusoe conobbe in meno di un secolo più centinaia di imitazioni, ciascuna delle quali alimentò le successive con una sorta di effetto valanga. Dopo due secoli, il mito di Robison Crusoe rivive in numerosi film, compresa la versione di Paolo Villaggio, Il signor Robinson – mostruosa storia d’amore e di avventura, che si sceglie come Venerdì la bellissima Zeudy Araia.

villaggio

https://www.youtube.com/watch?v=Xi1m2DrdKJo

Come gli amici di questo blog sanno, anche Radiospazio Teatro sta lavorando al suo Robinson, ma di questo parleremo più diffusamente un’altra volta.

robinson 2 marchi

 

 

Piccolo e ringhioso teatrino su un divano. BUKOWSKI CONTRO LINDA. VIDEO

bukovski

https://www.youtube.com/watch?v=C2XWxlycvXA

Lui è Charles Bukowski, lei è Linda Lee Beighle, proprietaria di un ristorante salutistico, aspirante attrice con propensioni mistiche. Il duetto cui state per assistere è tratto da un’intervista; possiamo immaginare la scena: una piccola troupe,  l’operatore alla macchina, gli elettricisti, forse anche una sarta e una truccatrice,  il regista che grida: “Motore… Azione!”. E la rappresentazione ha inizio. Rappresentazione? Le escandescenze di Bukovski sono piuttosto realistiche e anche Linda sembra ben calata nella sua parte. Può darsi che lui “ci dia un po’ troppo dentro”  nell’interpretare il suo personaggio, come quando gli attori vanno sopra le righe o forse, invece, è tutto calcolato e collaudato da una lunga serie di repliche, per lei probabilmente estenuanti. Più o meno partecipato che sia, il breve video è di taglio bukowskiano doc, cioè politicamente scorrettissimo. Mi viene in mente, per contrasto, l’articolo di una giornalista inglese che ho letto molti anni fa: la giovane, molto preoccupata perché l’indomani avrebbe dovuto intervistare il vecchio mandrillo, si era preparata alcune strategie anti aggressione e fu molto stupita quando si trovò di fronte un maturo signore avvolto in un’elegante giacca da camera che rispondeva pacatamente alle sue domande sorseggiando una tazza di tè.

Il racconto dell’immagine. MARIO GIORGI, AUTOAMANTI

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Questa volta le immagini che abbiamo proposto a Mario Giorgi erano due; lui ha creduto di doverle combinare e così è nata una microsequenza.

2 fotogrammi autoamanti

Immobile, all’interno dell’autoimmobile, la ragazza osserva il telefono mobile. È rimasto sul sedile accanto, dove poco prima stava lei, mentre lui era al volante. Vorrebbe chiamare proprio lui, ora, ma ha paura di eccedere, di aggiungere uno slancio di troppo.
Immobile, all’esterno dell’autoimmobile, il ragazzo osserva non visto la ragazza ancora immobile. Si domanda, compiaciuto, perché non metta in moto. Squilla il telefono mobile, s’illumina il nome di lei sul display.
Non si scusa, non saluta, dice subito che ha bisogno di aiuto. Ha perso un orecchino, appartiene alla nonna. Il resto è noleggiato, compresa l’auto, si può ripagare, ma gli orecchini li ha avuti dalla nonna.
Lui, mentalmente, rivive l’amplesso. In auto, però, l’orecchino non riappare. Forse è caduto mentre lei scendeva, quell’ultimo bacio, dopo che lui le ha aperto la portiera. Oppure prima, nel vestibolo, prima di indossare i soprabiti, quando si sono allacciati. Non hanno resistito.
Il ragazzo si avvicina alla portiera di lei, la aiuta a scendere. Insieme, all’esterno dell’autoimmobile, scandagliano il terreno. Hanno trovato la torcia nel cruscotto, perfetta efficienza dei noleggiatori. L’orecchino, invece, non si trova, benché s’intestardiscano a illuminare l’asfalto, dimenticando il motivo e l’ora.
La ragazza decide infine che è inutile cercare ancora. Lui la accompagna e riapre la portiera, accennando una riverenza. Mentre si piega, il soprabito si schiude e rivela un luccichio nel taschino della giacca. Lei si avvicina e delicatamente raccoglie l’orecchino. Sorridono, ma evitano di abbracciarsi.
Immobile, all’esterno dell’autoancoraperpocoimmobile, il ragazzo osserva la ragazza che fissa l’orecchino all’orecchio destro. Poi lei si guarda nello specchietto e nota che lui è ancora lì, che la sta osservando. Mette in moto e se ne va.

Mario Giorgi

RADIOLIFTING. “Senti come cigola la porta”. Il (cauto) ritorno del radiodramma

radiodramma

Quando, per caso, trovandomi con altre persone, emerge che ho a che fare con la radiofonia, c’è sempre qualcuno che sente il dovere di sdilinquirsi e di infilare una collana di luoghi comuni. Per la verità, le perle sono sempre le stesse: “La radio stimola la fantasia”; “La radio è meglio della televisione”; “Amo pazzamente la radio, peccato che non abbia mai il tempo di ascoltarla”; “Io mi nutro esclusivamente di radio”. Quest’ultima perla è fasulla, di terracotta: bastano poche parole per capire che quel signore  ascolta solo isoradio quando è imbottigliato in autostrada .
I più lirici e spericolati si lanciano in un elogio dei radiodrammi, soprattutto di quelli gialli… La porta che cigola… i passi nel buio (evito di ricordargli che alla radio è sempre buio)… la pioggia che cade…; l’auto che si ferma… E qui il  lirico-nostalgico radiofonico finisce la benzina, ma non sa che esistono biblioteche con migliaia di effetti audio, dal treno all’otaria in amore con le quali potrebbe deliziarsi.
Il radiodramma è considerato vecchio,  ma è uno di quei vecchi che, stranamente, suscitano tenerezza: li si mette a capotavola, con un bel 
tovagliolo annodato dietro perché non si sa mai, e poi si parla d’altro,  voltandogli anche un po’ le spalle, tanto mica li capisce quei discorsi, il radiodramma. Alla fine lo si mette subito a letto, e di corsa a vedere la televisione.
Invece radio 24, che è un’emittente giovane e moderna, ha avuto un’idea: rifare il lifting al nonno. Anzitutto gli ha cambiato nome da radiodramma in audiogramma, e poi gli ha fatto delle flebo di cinema e di letteratura. In sintesi, scrive Sandro Mantini sulla sua elegante pagina online: “
Ogni puntata è un racconto nel racconto dove i suoni, le ambientazioni, le musiche e le voci del film prendono il posto delle immagini evocate dal romanzo, attraverso un adattamento radiofonico che unisce la voce narrante ai dialoghi estratti dal film stesso.” Nonno radiodramma, siliconato e palestrato, fa la sua figura nel palinsesto di Radio 24 (consiglio gli amici del blog di ascoltare queste fiction ben costruite) come certe signore sessantenni che dopo aver tirato le quattro in discoteca crollano nel letto vedovile senza nemmeno più la forza di struccarsi e di smontarsi, si buttano così come sono, circondate dal buio radiofonico pieno di cigolii e di porte che si aprono e si chiudono sul nulla. 

Un grande classico dell’assurdo in un piccolo teatro. IONESCO, LA CANTATRICE CALVA e il THEATRE DE LA HUCHETTE

huchette 2

di Roberta Sapino

Nel quinto arrondissement di Parigi c’è un teatro piccolo piccolo – ma proprio piccolo: una novantina di posti in tutto, ma così stretti stretti che sembrano anche di meno.
E questo teatrino minuscolo, che si chiama Théâtre de la Huchette, ha una particolarità: sul suo palco di legno due pièces vanno in scena ininterrottamente da cinquantasette anni – cinquantasette.
La sua storia inizia all’indomani della liberazione, quando Georges Vitaly, un giovane artista squattrinato, sbircia sotto una serranda sollevata a metà e si trova davanti Marcel Pinard, un collega del corso di arte drammatica che ora si arrabatta come può, ma la cui compagna è proprietaria di un edificio al 23 di rue de la Huchette: affittato al prezzo simbolico di un franco, il pianterreno diventa un teatro.
Secondo incontro fortunato è quello tra Pinard e Eugène Ionesco, che da tempo cerca di portare in scena due pièces, La cantatrice calva e La lezione, ma senza grande gloria: il pubblico non capisce, si arrabbia, alla meglio rimane tiepido, gli spettacoli escono presto dalla programmazione. 16 febbraio 1957, data passata alla storia, le due pièces sono rappresentate insieme, una dopo l’altra, sul palco della Huchette. Successo folgorante, sala sempre piena, personaggi di spicco accorrono ad assistere a uno spettacolo che ormai fa moda e sul quale anche la critica finalmente si sbilancia.
Le repliche, previste per un mesetto, vanno avanti senza sosta da allora. Cinquantasette anni, diciassettemilasettecentoequalche rappresentazioni.
Ma chi è la Cantatrice? Nessuno! Pare che durante le prove un attore sia incappato in un lapsus e invece di “institutrice blonde”se ne sia uscito con un buffo “cantatrice chauve”. “Voilà le titre!” avrebbe allora proclamato Ionesco saltando in piedi per l’entusiasmo, ed ecco la Cantatrice Calva, capolavoro dell’assurdo, di cui vi diamo un assaggio.

SIGNOR SMITH (legge il giornale)  Guarda un po’, c’è scritto che Bobby Watson è morto.
SIGNORA SMITH       Dio mio, poveretto, quando è morto?
SIGNOR SMITH          Perché ti stupisci? Lo sai benissimo. È morto due anni fa. Siamo andati ai suoi funerali, ricordi? Un anno e mezzo fa.
SIGNORA SMITH       Certo che me ne ricordo, me ne sono ricordata subito, ma non capisco perché tu ti sia stupito vedendolo sul giornale.
SIGNOR SMITH          Sul giornale non c’è. Son già tre anni che si è parlato del suo decesso. Me ne sono ricordato per associazione di idee.
SIGNORA SMITH       Peccato! Era così ben conservato.
SIGNOR SMITH          Era il più bel cadavere di Gran Bretagna! Non dimostrava la sua età. Povero Bobby, erano quattro anni che era morto ed era ancora caldo. Un vero cadavere vivente. E com’era allegro!
SIGNORA SMITH       Povera Bobby.
SIGNOR SMITH          Vuoi dire povero Bobby.
SIGNORA SMITH       No, penso a sua moglie. Lei si chiamava come lui Bobby, Bobby Watson. Siccome avevano lo stesso nome, non si riusciva a distinguerli l’uno dall’altra quando li si vedeva assieme. È stato solo dopo la morte di lui, che si è potuto sapere con precisione chi fosse l’uno e chi fosse l’altra. Tuttavia, ancora oggi, c’è gente che la scambia per il morto e le fa le condoglianze. Tu la conosci?
SIGNOR SMITH           Non l’ho vista che una volta, per caso, al funerale di Bobby.
SIGNORA SMITH       Io non l’ho mai vista. È bella?
SIGNOR SMITH          Ha tratti regolari, eppure non si può dire che sia bella. Troppo alta e troppo massiccia. I suoi tratti non sono regolari, eppure la si potrebbe dire bella. È un po’ troppo piccola e magra. È insegnante di canto.

Eugène Ionesco, La cantatrice calva, Einaudi, Traduzione Gian Renzo Morteo

GASP! I fumettI nel tempio della musica. CATHY BERBERIAN, STRIPSODY

cathy

https://www.youtube.com/watch?v=rmOwX1xTAak

Ci fu un tempo in cui le famiglie benpensanti guardavano i fumetti con l’occhio critico con cui le madri valutano le fidanzate che fumano, dormono fino alle due del pomeriggio e saltano al collo con troppo entusiasmo a ogni maschio che si presenti in scena. Poi venne un enfant prodige chiamato Umberto Eco che, dopo aver prodotto una tesi sapiente sull’estetica di San Tommaso, scrisse (fra i tanti altri) un saggio su Superman facendolo assurgere alla dignità di oggetto semiotico che si poteva (si doveva) analizzare con lo stesso rigore riservato a un Padre della Chiesa. I periferici campi del fumetto furono in seguito dissodati e coltivati da un intellettuale versatile come Oreste Del Buono che, con la rivista “Linus”, li trasformò in orti urbani frequentati settimanalmente da lettori che scoprivano il piacere di perdersi in discussioni sul pop raffinato: il grottesco paradossale di Andy Capp che aveva inventato Slobbovia, un paese rusticissimo e tagliato fuori dal mondo o la leggerezza di George Herriman con la sua svagata, surreale Krazy Kat, appassionata di tè di tigre? (Nel frattempo i bambini continuavano a leggere Topolino).
Nel riscatto del fumetto che caratterizzò gli anni Sessanta e Settanta, spicca il pezzo di bravura  di una grande cantante, Cathy Berberian, un mezzosoprano capace di passare con sorprendente leggerezza da Monteverdi, a Berio, ai Beatles. E’ rimasta memorabile (e sorprendente, per quegli anni) questa Stripsody (1966) che vi proponiamo, un piccolo gioiello di teatro musicale che assembla in un collage verbale le onomatopee del fumetto: è un tessuto etero, impalpabile, che la grande Cathy drappeggia perfettamente sulle sue qualità interpretative.

Non solo Pinocchio. COLLODI, LE COMMEDIE IMMORALI

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Collodi  toccò la sorte degli autori di un unico romanzo: quel romanzo oscurò il resto della sua opera. Il successo di Pinocchio, poi, fu talmente clamoroso e planetario che, col tempo, gli editori ne furono saziati e non ritennero utile mettersi a frugare nell’opera di Collodi per riproporne qualcuna al pubblico. D’altra parte, quella produzione, in gran parte giornalistica, era effimera per definizione: articoli, bozzetti, romanzi per bambini pubblicati a puntate su giornali per l’infanzia. E ancora: la lingua toscana con l’avanzare del Novecento, perse progressivamente la sua centralità e da modello letterario diventò periferico dialetto; nel racconto che pubblichiamo, ad esempio, si trovano termini come “giuccherello” (sciocchino) che possono sembrare polverosi. Invece un’incursione nella dimenticata produzione di Collodi può riservare piacevoli sorprese. In questo “Le commedie immorali” siamo in un palco di teatro, dove due amanti clandestini sono impicciati dal bambino di lei, ingenua (e per la verità anche un po’ grulla) presenza che smaschera il perbenismo ipocrita della madre.

In un palco di seconda fila c’è una signora, un signore e un bambino seduto sullo sgabello di mezzo. Il bambino, col mento appoggiato al parapetto, si diverte a contare a voce alta tutte le teste calve che vede in platea.
La signora al signore:
SIGNORA      In verità, Gustavo, stasera non mi aspettavo di vederti.
SIGNORE       Perché?
SIGNORA      Sono riuscita a farsi il segnale così tardi…
SIGNORE       Non è mai tardi per passare dalla tua strada.
SIGNORA      Sempre galante! D’altra parte capirai bene che venire al teatro è stata una risoluzione che lui ha preso lì per lì, proprio sul punto di andar a tavola. Uno dei suoi soliti estri. L’hai veduto?
SIGNORE       È giù nel Caffè che dorme.
SIGNORA      Un marito che dorme sempre e che in casa non ha mai sonno. Credilo, amico mio, è la e più gran disgrazia che possa toccare a una donna.
SIGNORE       E ieri sera?
SIGNORA      Stai zitto. ieri sera abbiamo avuto un santo dalla nostra. Appena andato via tu, è tornato lui. Se ti trattenevi cinque minuti di più, ti avrebbe trovato!…
SIGNORE       Ossia ci avrebbe trovati…
SIGNORA      Per carità, non ne parliamo neanche. Mi vien freddo soltanto a pensarvi. Ti ricordi di quella famosa sera?
SIGNORE       Purtroppo, ma un’altra volta, in un caso simile…
SIGNORA      Che cosa faresti?
SIGNORE       Rimarrei seduto al mio posto. Alla fin dei conti, che cosa mi potrebbe dire?
SIGNORA      A te nulla: ma con me! con me sarebbe il finimondo. È ombroso, sospettoso, geloso come una bestia! Fossi io almeno una donna da dargliene motivo!
“E novantacinque”, grida il bambino, che ha finito di contare le teste calve della platea. Quindi, voltando la bionda testina verso la mamma, e guardandola con due occhioni spalancati e pieni di vita, comincia a dire: ”Com’è bellina questa commedia, non è vero mamma? “Sì, caro.” “Ma quello che dicono, lo dicono tutto per finta, non è vero?” “Sì, amore.” “A vederli di quassù, paiono tutta gente vera…” “Sì, tesoro.” “Hai visto, mamma, quella signora laggiù sul palcoscenico che ha fatto tutti quegli urli, e che poi gli è venuto il singhiozzo, e che la chiamavano la signora Gabriella? Quando era seduta sul canapè con quel signore tutto vestito di nero, perché l’ha sentito che arrivava quell’altro uomo uggioso con la voce grossa, ha fatto come te quella volta che tornò il babbo a un tratto, e che tu nascondesti il sor Gustavo in camera mia, te ne ricordi?”
“Chetati, giuccherello! Già quando ti mando a letto, faresti meglio a dormire! Poi, rivolgendosi al signore: “Che disperazione, amico mio! Da un pezzo in qua, con queste commediacce immorali, non si può più condurre i nostri ragazzi al teatro!”

 Collodi, Le commedie immorali, “Occhi e nasi”, Giunti reprint

Un angelo politicamente scorretto. SLAVOMIR MROZEK, COLPI E COLPE

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Gli angeli incrociano spesso il nostro vivere quotidiano: assumono le sembianze di anonimi passanti che ci dissuadono dall’entrare in un ristorante dove di lì a qualche minuto si scatenerà una feroce sparatoria; manipolano sensi unici per farci approdare, con un giro vizioso e inverosimile, sotto la casa della vecchia e fedele fidanzata anziché all’appuntamento con quella mangiatrice d’uomini che ci aveva perdere la ragione; tirano per la giacca l’aspirante suicida un attimo prima che si getti sotto il métro… Così almeno si racconta. Chi non ha mai ascoltato da qualche amico ancora emozionato un episodio di vita vissuta con un angelo come protagonista? (E forse a nostra volta abbiamo talvolta arricchito la letteratura angelistica con qualche racconto).
Slavomir Mrozek, drammaturgo e scrittore polacco, si diverte a tirare un sasso nella piccionaia angelica e a umanizzare per qualche istante una di queste celestiali creature alle prese con un bambino insopportabile.

Una silenziosa cameretta color lillà, un bambino che si sta addormentando tranquillamente nel suo letto senza aver detto prima le preghierine, e accanto a lui — offeso, rosso dalla vergogna, col visto nascosto tra le mani — il suo angelo cu­stode avvilito…
Per intere giornate il bambino non aveva fatto che sguazzare tra un male e l’altro. Rubacchiava la marmellata, stava gobbo, era sempre distratto e correva senza fermarsi mai.
L’angelo inutilmente aveva provato ad avvolgerlo nella brezza supplichevole delle sue candide ali, a sussurrargli dei consi­gli per un’esistenza pura e onesta… ma il piccolo sventurato, tra una corsa e un galoppo, tra un ginocchio sbucciato e un vestitino rovinato, precipitava inevitabilmente negli abissi del male. E niente riusciva a fermarlo.
Ora, eccolo lì, l’angelo custode, distrutto e impotente. Aveva esaurito tutti i mezzi accessibili agli angeli custodi: bontà, de­licatezza, dolce persuasione, placidità, pazienza… Senza al­cun risultato.
Ed eccolo qua, il bambino, imperturbabile nelle sue man­canze, nella sua superbia, sordo alla voce del bene, stava per addormentarsi beatamente senza aver detto le preghierine.
Improvvisamente l’angelo si sentì invaso da un’ondata di adorazione per la Legge. Il piccolo cuore del servitore leale della Causa, per amore di Essa, cominciò a battere più forte. Trasgredire la Legge per amor suo! Ecco l’immensità del sa­crificio!
Così l’angelo tolse le mani dal viso ormai sereno, si avvicinò silenziosamente al bimbo e gli schioccò un bello scappellotto. Il bambino saltò su spaventato. Recitò velocemente le preghie­rine e borbottando qualcosa d’incomprensibile si rimise a dormire.
L’angelo, eccitato e deliziato, guardò a lungo il buio della notte.

 Slavomir Mrozek, Colpi e colpe, Millelire, Traduzione D. Manera