Martedì 14 giugno, un aperitivo e la storia di MARIA D’BERLÒC

Questi e molti altri personaggi potrete ascoltare da
Eleni Molos
Martedì 14 giugno
all’aperitivo con Ida Bassignano

Libreria Binaria Book, via Sestriere 34, Torino
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Maria d’Berlòc

Una sera d’inverno che andava a prendere la razione di latte alla fattoria di mare Giuàna, ed era già buio, quel buio che ingoia il profilo conosciuto delle cose, qualcuno l’aveva tirata dentro le stalle tenendole la mano chiusa sulla bocca perché non potesse gridare. Lei era come morta, le avevano sbattuto la testa contro la mangiatoia, forse era svenuta. Quando si era ripresa era sola e sentiva male in tutto il corpo, soprattutto in mezzo alle gambe.

Güstu ciòt

Un omino, dalla testa grossa, gobbo e con le gambe quasi incrociate, che cammina dondolando e spostando a fatica il peso da un’anca all’altra: questi muta l’espressione della faccia schiacciata e rugosa, tesa in un largo sorriso, quasi una smorfia, e diventa di colpo maligno, minacciando con il suo bastone corto e nodoso la bam-bina che corre via urlando.«Güstu ciòt! Güstu ciòt» esplodono gli uomini e gli offrono da bere con l’aria di difendere un loro diritto contro le donne, che, invece, con le facce scure, hanno già cominciato a insultare lo storpio e a cercare di cacciarlo via.

Lola

No: si può andare dai Pès, i contadini che abitano alle spalle del muretto di recinzione degli orti, si può giocare con i cani da pastore e i gatti rachitici dentro il loro cortile, ma a Berlòc non si va. «È lontano» dice vagamente la nonna.
Dopo vari tentativi il tabù si è impresso nella coscienza di Lola: Berlòc resta un luogo indistinto: un bosco, una casa, un mistero, il cui pensiero dà un po’ di malessere: «C’è gente cattiva laggiù» si è lasciata sfuggire una volta la nonna.
E per Lola da allora a Berlòc c’è la casa delle masche.

Carmen la bella

Così, quando Ernesto tornò davvero, Carmen precipitò nelle sue braccia e il percorso biologico si compì fino in fondo: lei rimase incinta. Combattuta tra il sentimento di sfida e la vergogna, fu presentata alla famiglia di lui, in vista delle nozze riparatrici. Della gravidanza non si parlò mai, ma il senso di colpa rimase per sempre annidato al fondo della coscienza di Carmen.

Con Ida Bassignano, Cristina Bracchi e Alberto Gozzi

Il video della domenica. VITA DA FORMICHE

Sarebbe troppo facile approfittare di questo video amatoriale per improvvisare un apologo che, in quanto troppo trasparente, risulterebbe barboso e moraleggiante. Forse qualcuno ne apprezzerà gli impliciti riferimenti allo zen, altri, più pragmaticamente, alla propria ansia quotidiana e alla propria capacità di affrontare le situazioni.

Capita, a volte, che un libro… IDA BASSIGNANO, MARIA D’BERLÒC

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Capita, a volte, che un libro veda la luce un po’ tardi, come certi bimbetti non pianificati che vengono a mettere sottosopra una casa tranquilla, assestata nel tempo e magari anche priva di una stanza attrezzata in cui comprimere tutta quella infantile invadenza. Questo è accaduto a una cara amica, Ida Bassignano, che dopo molti anni passati fra teatro e radio (con qualche distrazione televisiva) ha tirato fuori questo piccolo romanzo che col teatro non ha apparentemente a che fare. Dico apparentemente perché nel lavoro di Ida (di regia e di scrittura) il racconto c’entra invece molto; le sue drammaturgie e le sue messe in scena tendono a una narrazione che sviluppa una galleria di figure femminili disegnate con una leggerezza attenta e anche un po’ beffarda, collage di donne che ricordano attrici lontane, parenti sbiadite, ipertrofiche signore di una certa (a volte presunta) buona società verso la quale Ida ha un rapporto di attrazione/repulsione molto fertile. Qui, in questo romanzo, quella sua attenzione prende sottobraccio la memoria e le due imboccano in buona armonia la strada della scrittura sulla pagina anziché quella della scrittura scenica. Quando Ida mi accennò a questa impresa, me ne stupii: per una sorta di orgoglio altezzoso e un po’ snobistico di categoria, mi è cara l’idea che un drammaturgo si astenga dal mescolarsi alla turba indifferenziata di chi scrive romanzi, e che come l’ascetico e aristocratico scudiero di Lazzarillo de Tormes debba delibare con un certo sdegno, giorno per giorno, la sua faticosa condizione. Oggi devo dire che, a parte i miei sussiegosi pregiudizi, Ida ha fatto bene a scrivere questo libro e l’editore Iacobelli a pubblicarlo.
Ve ne proponiamo un piccolo frammento, ma sull’argomento torneremo presto, prima del 14 giugno, in occasione della presentazione del libro a Torino, alla quale siete fin d’ora invitati.

La portina verde.
Bruchi. Mai più visti così. Bruchi sgargianti, verde o azzurro intenso, con i peduncoli gialli o rosso fuoco.
‘Gatte pelose’ striscianti su un ramo come un pezzo di pelliccia nera che si muove.
Oleandri rosa e bianchi nei mastelli di legno, che la nonna d’inverno fa trasportare in cantina dai contadini più robusti.
I fiori carnosi e inebrianti della vecchia magnolia e le ortensie azzurre e rosa vicino al fosso (la bialèra).
Le lunghe siepi di bosso verde scuro, sagomate a muretto e a pagoda, limiti tra i giardini e gli orti.
Gatti, gatte, gattini, che saltellano, si strusciano o dormono nelle aiuole di portulache arancioni, o dentro le siepi, su un incrocio di rami, o sulla panchina di pietra calda di sole… e i cani, che li annusano o li cacciano, legati a corda lunga sotto il pino.

E la finestra dipinta sulla facciata, con le persiane verde stinto chiuse, a nascondere sicuramente una stanza segreta.

E la cucina con la stufa economica sempre accesa, dove tutti vivono d’inverno, e la sala da pranzo che odora di muffa, coi ritratti di famiglia; il pianoforte scordato; lo stanzino foderato di librerie coi libri proibiti; il salotto con la boiserie sulla parti basse delle volte affrescate, dove asciuga il grano rovesciato a terra in montagne d’oro vecchio….
Questo è il mondo di Carola, chiamata Lola.

Ida Bassignano, Maria d’Berlòc, Iacobelli editore

 

Interno 900. Appunti per uno spettacolo in costruzione – 1

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Incominciano i lavori per uno nuovo spettacolo, non si sa quanto probabile né quanto programmabile.  https://padlet.com/alber_gozzi/o3audxefwcsv

 

Chiaroscuri ‘900. Un poeta in penombra. Roberto Rebora

imageIn quegli anni si andava a Milano. Gli anni erano i primi Sessanta, noi eravamo io e un amico scrittore e scienziato. Si andava a Milano perché ci pareva che tutto dovesse accadere là, se non proprio subito, da un giorno all’altro coinvolgendo anche noi, nonostante provenissimo da Bologna, che consideravamo una specie di periferia di Milano, partendo la mattina presto e tornando la sera tardi – un’andata e ritorno di quattro ore ci parevano il minimo pedaggio per una camminata su e giù per il centro del mondo. Non avendo ben chiare le proporzioni, affrontavamo i percorsi milanesi con la logica di quelli bolognesi, quindi il pellegrinaggio era di svariati chilometri. Per lo più si andava in Feltrinelli, casa editrice aperta, dinamica, perfino giovanile. Le parole “industria culturale” apparivano ai nostri occhi stampate in caratteri leggeri, eleganti (un font Bodoni light, per intenderci), incoraggianti: in nessun modo lasciavano intravedere trame, strategie, guerre per il mercato; perfino il denaro sembrava irrilevante: tutto, secondo noi, nasceva lì su quei tavoli di via Andegari e si decantava in un ristorante nei pressi, molto milanese, dove si mangiava bresaola. Non solo, ma direi prevalentemente, soprattutto d’estate. Ci pareva che un intellettuale dovesse indossare un abito di gabardine e mangiare prevalentemente bresaola, arrotando la erre con una certa sensualità aggressiva (brrrrresaola) nell’ordinazione – questi ingredienti non li avevamo proprio in repertorio: i nostri abiti erano di cotone cotone e non stazzonati (le madri li stiravano, borghesemente) quanto alla bresaola, non era entrata nelle abitudini alimentari bolognesi, quindi ne mangiavamo moltissima, in quelle sortite milanesi, come le signore facevano incetta di riviste di moda quando andavano una volta all’anno a Parigi.
Poi improvvisamente ci dicevamo: dobbiamo andare a trovare Rebora. Con un certo senso di colpa, perché eravamo sicuri che Rebora, di bresaola, non ne mangiasse mai, è un piatto che si consuma con un contorno di intellettuali scettici, e lui se ne stava sempre solo, almeno nella nostra immaginazione. Rebora era un critico teatrale che collaborava a Sipario, ma noi, giovinastri teatranti, sapevamo che non avrebbe mai scritto una recensione su un nostro spettacolo, se non altro per la buona ragione che Milano era inaccessibile, in quegli anni, al nostro teatro. Si andava tuttavia da Rebora. Nel mio ricordo non riesco a immaginare come e quando ci si conobbe, quindi la sua figura affiora oggi da una nebbia che avvolge e nasconde anche le ragioni di quelle nostre visite. Certamente pensavamo, da ingenui assatanati, di trarne qualche utile, ma quale? Quanto al Rebora, forse anche lui si chiedeva perché dovesse ricevere le visite periodiche di quei due casualissimi autori. Ci accoglieva, tuttavia, con molta gentilezza. Ci accomodavamo nel suo studio, sempre avvolto da una penombra fresca e che dava un po’ sul confessionale. Si parlava. Di teatro, naturalmente, ma non saprei ricordare niente di più preciso. Tutto ciò era molto affascinante come può esserlo un disegno zen; fra un tratto e l’altro dell’inchiostro di china c’erano spazi che allargavano la mente: verso che cosa? Il sereno che s’insediava in noi dopo gli arrotamenti della bresaola feltrinelliana era dovuto anche alla voce del Rebora, fresca come la sua penombra e pacata come la sua poesia. Che fosse poeta lo sapevamo, avevamo letto i suoi versi e Luciano Anceschi lo aveva inserito nella sua importante antologia “Linea lombarda”, ma durante quelle visite la poesia non si affacciava mai. Circolava,  piuttosto, senza far rumore, come pattinando su quelle pezze felpate che certe padrone di casa pretendevano si usassero dopo che avevano dato la cera.
Credo che ce ne siamo nutriti, di quella poesia, non per endovena come si usa di solito, ma in forma di compresse, di quelle a lungo rilascio.
Ne riportiamo, qui sotto, una.
Roberto Rebora morì ottantaduenne, nel 1992. Negli ultimi due anni di vita, grazie all’interessamento di Paolo Volponi, gli fu assegnato il vitalizio previsto dalla Legge Bacchelli per gli scrittori indigenti.

Verità?

E’ una vita di pochi giorni
l’ho incontrata sul filo dell’aria
svoltando da una piazza solitaria
in un vicolo di misteri.
Misterioso semplicemente
mentre l’aria lo stava pulendo
lungo le pietre risalendo
con una gioia repente.

Non c’era nessuno nel vicolo
la gente si era dispersa
ma quell’aria non era persa
che nasceva con tanto impeto.
Era un vicolo misterioso
perché la vita vi appariva
era deserto e non moriva
accanto al mondo furioso.

Su quelle pietre voglio passare
e godere l’aria fina
non c’è bisogno di scrutare
il nero specchio dell’indovina.

L’indovina non vede nulla
solo un’immagine indecorosa
la sua bocca polverosa
definitivamente murata.

Roberto Rebora, “Il verbo essere”, Scheiwiller

Altri chiaroscuri ‘900:

Palazzeschi: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/15/chiaroscuri-900-aldo-palazzeschi-lantidolore/

Farfa: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/16/chiaroscuri-900-ii-farfa-tuberie/

Govoni: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/17/chiaroscuri-900-iii-il-poeta-dentro-e-fuori-corrado-govoni/

Govoni https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/05/05/chiaroscuri-900-iv-i-fuochi-dartificio-di-govoni-1905/

Govoni https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/09/07/chiaroscuri-900-vi-corrado-govoni-armonie-di-un-mondo-alla-rovescia/

Depero: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/01/26/un-futurista-fuori-sede-fortunato-depero-a-new-york/

Soffici https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/08/30/chiaroscuri-900-ardengo-soffici-via/

Il video della domenica. STAN LAUREL E OLIVER HARDY. ELOGIO DELLO SLAPSTICK

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Con buona pace dei Crozza (e dei Guzzanti e di tutti gli altri) siamo un po’ affaticati dalle risate con le stampelle. Le stampelle sono i personaggi della realtà (se pure si possono dire reali gli ectoplasmi che fluttuano nei televisori) coi quali i comici satirici si divertono a giocare. Dice: “Ma Crozza manipola i modelli di partenza, come Picasso faceva con la sua Fernande Olivier”. Non esattamente: nella riscrittura del modello (corporea e fonetica) che opera Crozza il referente è insopprimibile – come è logico, altrimenti il dardo satirico volerebbe senza bersaglio alcuno. Il comico puro non ha referenti: gioca tutto sul suo corpo e la sua azione si espande indefinitamente creando nello spettatore le risonanze più imprevedibili e soggettive. Il suo gesto è elementare: precipita in una fontana, cade da un tetto, viene folgorato, bruciato, calcificato, ecc.(tanto per restare a Stanlio e Ollio). Non a caso “slapstick” deriva dall’inglese slap stick, bastone per colpire. E’ lo stesso bastone dei comici della Commedia dell’Arte, un’elementare macchina scenica formata da due listerelle di legno unite a un’estremità, così da produrre un forte schiocco anche con un colpo leggero: un grande effetto generato da una piccola astuzia.

Una digressione nel sottopalco. QUAGGIU’

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La stagione è finita, si pensa alla prossima. Sarà un lungo pensare, perché al momento nessuno è in grado di rispondere alla domanda: “Quando inizia esattamente una stagione?” – quelle teatrali sono ingabbiate entro calendari ministeriali, dunque oscuri, senza rondini e senza panettoni. Una stagione, in teatro, è quando si accende qualcosa; per ora qui si sente solo qualche borbottio indecifrabile che potrebbe anche essere l’eco della stagione precedente: di luci, neanche una. Dice: non resta che aspettare. Sì, ma non qui, meglio andare sotto, dove tutto è più confuso ma anche più duttile. Basta un clic, per chi ne ha voglia.
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Il video della domenica. MONTY PYTHON, FINALE DI FILOSOFIA

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C’è qualcosa, nella comicità dei Monthy Pyton, che non mi ha mai convinto, neppure quando i nostri giovani apprendisti li consideravano un modello aureo. C’era, sì, qualcosa di scolastico, in loro, che mi immalinconiva: non intendo scolastico nel senso di semplice, elementare ma piuttosto un odore di aula legnosa, stantia, con gli studenti che motteggiano i professori e i professori (specialmente quelli progressisti) che azzardano battute di spirito per esorcizzare lo spettro della pensione o anche, semplicemente il gilet color nocciola che li aspetta sulla sedia e che indosseranno, tutti i pomeriggi, alla stessa ora, come un sudario ineluttabile. Però molti ridevano, e ridono, e così spero accada anche a molti nostri amici del blog.

Di Paolo Poli (1) e, di passaggio, anche degli Orazi e dei Curiazi

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Coerenti con la nostra tendenza ad aspettare che la cronaca si depositi, abbiamo lasciato passare un paio di mesi dalla scomparsa di Paolo Poli prima di scrivere questa testimonianza. Il testimone è un personaggio toccato da una grazia che non sempre merita, ma questo è il bello, che essa si posa su questo o quell’eletto secondo un capriccio tutto suo – oppure, secondo altri, seguendo sentieri indecifrabili, almeno agli occhi del prescelto. Ogni spettatore è sempre, potenzialmente, un testimone, anche se non lo sa, e tutto sommato è bene che sia così perché se oltre alla fatica di procurarsi il biglietto, uscire di casa e trovare un parcheggio dovesse anche sentirsi gravato da un ruolo così impegnativo, deciderebbe il più delle volte di cedere alla pigrizia e di restare a casa. Col passare del tempo, può capitare che lo spettatore si trasformi a sua insaputa in testimone, cioè si renda conto di aver assistito a un evento che all’epoca era routine ma che adesso gli appare di un certo rilievo; come chi avesse deciso, in una certa mattina del VII secolo a.C., di fare una passeggiata fuori Roma e si fosse imbattuto in tre ragazzi sanguinolenti che con le spade sguainate ne rincorrevano un quarto diretto verso il centro della città. Forse il passeggiatore mattutino avrebbe pensato che ci fosse di mezzo una qualche ragazza della Suburra; se gli fosse toccato in sorte di vivere ancora qualche secolo, avrebbe scoperto, leggendo Tito Livio, che quella scaramuccia non aveva niente a che fare con le faccende di cuore, ma che si trattava del duello fra gli Orazi e i Curiazi, un pezzo forte – credo ancora oggi – dei libri scolastici, anche in quelli delle elementari. Continua a leggere “Di Paolo Poli (1) e, di passaggio, anche degli Orazi e dei Curiazi”

Il video della domenica. JACOB FREY, THE PRESENT SHORT FILM. 4′

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click scrittaE’ una storiellina, ma costruita con una certa abilità, che si manifesta in almeno due colpi di scena. Pur non conoscendo il curriculum dell’autore, si può dire comunque che ha fatto buon uso dei manuali di sceneggiatura americani, a volte ingiustamente vituperati.

XXIX Salone Internazionale del libro di Torino. Per qualche grado di euforia in meno

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Nonostante  la pioggia, le nuvole dell’euforia s’infilano sulle scie dei taxi e dei mezzi pubblici che portano al Lingotto. Finalmente si legge. Sotto il patrocinio degli enti, sotto lo sguardo dei docenti di ogni grado, il bouquet del libro si decanta e si spande. I media sparano dirette, i bambini compitano – quelli in età prescolare ritagliano e pasticciano con le dita più eccitate che mai (è la spontaneità da Salone); i liceali muovono i primi passi sui sentieri della critica, gli universitari girano fra gli stand con in tasca il romanzo dattiloscritto dell’anno prima (non se ne può scrivere uno ogni anno). Le tipografie hanno appena sfornato le citazioni da esporre come bandiere (“Un uomo che legge ne vale due”. Valentino Bompiani). Le postazioni sgranchiscono i tentacoli in previsione delle prede (“E’ appena giunto alla nostra postazione Maurizio Corona!”). Tutto gira. Il 17 maggio sapremo quanto velocemente avrà girato, quanti visitatori si saranno accalcati. E qualcuno, commentando i lusinghieri risultati, concluderà con una certa fierezza: “Da domattina, al lavoro per la XXX edizione del Salone!”.
Invece noi, prima del vortice, ci fermiamo su una pagina di Maurice Blanchot, un antieuforizzante molto efficace.

Nei quaderni di viaggio degli scrittori, non è strano trovare confessioni del genere: «Tutti i giorni questa angoscia al momento di scrivere», e quando Lomazzo ci parla dello sgomento che coglieva Leonardo quando si accingeva a dipingere, questo lo capiamo, intuiamo che potremmo capirlo.
Ma uno che ci confidasse: «Sempre ansioso al momento di leggere», un altro che non potesse leggere se non in rari momenti privilegiati, oppure quello che trascorresse un’esistenza fra i tormenti, rinunciando a vivere, a lavorare e alle gioie del mondo per aprirsi un cammino verso rari istanti di lettura, certo gli troveremmo un posto accanto a quella paziente di Pierre Janet che non leggeva volentieri perché, diceva, «Un libro che si legge diventa sporco».
La musica, la pittura son mondi nei quali penetra solo chi ne possiede la chiave. Questa chiave sarebbe il «dono», questo dono sarebbe l’incantamento e la comprensione di un certo gusto. L’amatore di musica, l’amatore di quadri sono personaggi che indossano palesemente le loro preferenze come un male delizioso che li isola e del quale sono fieri. Gli altri riconoscono modestamente di non avere orecchio.
Leggere non richiede alcun dono e fa giustizia di questo ricorso a un privilegio naturale. Autore, lettore, nessuno ne è dotato, e chi se ne sente dotato, sente soprattutto di non esserlo, si sente infinitamente disarmato, privo di questo potere che gli viene attribuito, e come essere «artista» è ignorare che esiste già un’arte, ignorare che c’è già un mondo, leggere, vedere e capire l’opera d’arte esige più ignoranza che sapere, esige un sapere che investe un’immensa ignoranza, e un dono che non è stato in precedenza donato, che bisogna ricevere ogni volta, acquisirlo e perderlo, nell’oblio di se stessi.

Maurice Blanchot, Lo spazio letterario, “Leggere”

Il bercio, il gesto e tutto il resto. LUCIANO FABRO, L’ITALIA CAPOVOLTA

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Berciare, “strillare in modo sguaiato”, deriva curiosamente dal tardo latino berbex, pecora. Riesce difficile ricostruire (ma per un filologo sarebbe uno scherzo) la traslazione di significato di questo termine che all’origine indica un suono tutto sommato dimesso come il belare, e che oggi è diventato il mood dei talk show televisivi. Ma forse la contraddizione è meno clamorosa di quanto appaia a prima vista: nel bercio, ogni voce si appiattisce, ogni individualità si torce mostruosamente come una bottiglia di plastica nel fuoco finché non si trasforma, spossata, in una poltiglia combusta e indecifrabile; così, nel branco delle pecore inquiete è impossibile distinguere la fonazione del singolo (che potrebbe perfino essere portatrice di un’istanza originale) dal gemito collettivo – giustamente ignorata dal pastore, per il quale quell’enunciato clamante/berciante rientra nella routine di un’Arcadia rovesciata e del tutto priva di interesse. Continua a leggere “Il bercio, il gesto e tutto il resto. LUCIANO FABRO, L’ITALIA CAPOVOLTA”

Il video della domenica. GRANT WOOLARD. A Classical Music Mashup. QUELLE 33 TESTOLINE CHE SUONANO E BALLANO SU E GIU’ PER LE SCALE

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 Per molti, il mondo della musica che viene definita classica appare come una caverna gigantesca nella quale i temi musicali si rincorrono e si sovrappongono in una specie di boato fluviale in cui si riconosce per un attimo una melodia che si è ascoltata una volta ma della quale è impossibile ricostruire l’autore. Il giovane Grant Woolard si è divertito a mixare (ma forse lui preferirebbe “mashuppare”) cinquantasette notissime melodie di trentatré autori rivestendole col suono di una pianoletta senza pretese, e tanto per non generare frustrazioni nell’ascoltatore, identifica i musicisti che si affacciano sul pentagramma con nome e relativa testolina. Il video ricorda, anche per via del colore, delle arachidi – e in effetti le si sgranocchia con piacere, come di fronte a una giostrina domenicale.

Quanto denaro/quanto sapere? Edoardo Lombardi Vallauri, MENTALITÀ AZIENDALE TARDIVA

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“Non c’è niente da fare, qui ci vuole un manager.” In questa affermazione risuona lo stupido ricatto della modernità che noi abbiamo troppe volte subito (quasi sempre, confessiamolo) – perché occorre avere una forte autoimmagine per sottrarsi a questo genere di ricatti . Nonostante il manager sia di casa in tv e svolazzi nelle conversazioni, nonostante sia oggetto di ammirazione (semiproletaria) o di esecrazione (semiradical), nonostante qualche nostro amico o amica abbia un marito o una moglie manager (più pregiata, la versione femminile), i tratti di questa figura ci sono sempre apparsi inafferrabili, come quelli di certi personaggi – per lo più ambigui – che Chester Gould disegnava con una sigaretta fra le labbra per appannarne il volto con le volute di un fumo criminaleggiante. Naturalmente il manager si guarda bene dal fumare: è al suo interno che si condensano i vapori di varie, disparate competenze dalle quali ci sentiamo esclusi; l’istinto ci dice che questo nostro ignorare è tendenzialmente provvidenziale, come la diffidenza dell’animale verso le bacche velenose, ma si tratta di un sentimento impalpabile e soprattutto ineffabile: infatti stiamo zitti e lo subiamo come uno dei tanti mali del secolo. Il bell’articolo di Edoardo Lombardi Vallauri pubblicato su “Le parole e le cose” ambienta il manager in un habitat che fino a qualche decennio fa sarebbe apparso a tutti sorprendente, ma nel quale il nuovo arrivato sembra trovarsi benissimo, l’Università.

Per oggi

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Per oggi lo lasciamo così, pronto. Pronto e basta. Dice: “Una vacanza?”. “No, è proprio un’attesa. La curiosità di vedere se entra qualcuno. Per abitudine, o anche per sbaglio”. Dice: “Non credo, anche i più affezionati vengono se vedono in vetrina un po’ di sostanza. Un bel post, una bella immagine e un titolo allettante.” Dico: “Non mi faccia parlare.”