La visita ai camerini degli attori dopo lo spettacolo era un rituale cui gli addetti ai lavori si sottoponevano con la flemma del mondano stropicciato, costretto a passare le sue serate fra un ricevimento all’Ambasciata, un salotto culturale, il vernissage di un pittore americano emergente. Alla noia (tutta di facciata) degli addetti si contrapponeva il fremito degli spettatori comuni che non vedevano l’ora di balbettare qualche parola di congratulazione agli attori ai quali chiedevano di scarabocchiare un autografo sul programma di sala. La primadonna riceveva in vestaglia ma ancora col trucco di scena: si offriva allo sguardo del suo pubblico in uno stato intermedio: non più personaggio compiuto nel suo costume ma non ancora donna reale restituita al quotidiano: come l’uovo bazzotto, si offriva alla degustazione di quegli intenditori per i quali il crudo all’ostrica è troppo viscido e il sodo è troppo compatto. Nei minuti che seguivano lo spettacolo, la primadonna amava mostrarsi in un delizioso stato confusionale scusandosi per la sua interpretazione che quella sera era stata proprio disastrosa; nel frattempo cercava, senza risultato e sempre chiedendo venia e sempre imprecando contro la sua sbadataggine, un pennellino, un flacone, una molletta che chissà in quale angolo del camerino si erano cacciati; quella fragilità, a volte spinta al confine con la demenza, era come il boccon del prete per i coraggiosi che avevano osato spingersi nel camerino della primadonna, era il prolungamento della catarsi, lo spettacolo dello smontaggio della diva, che però s’interrompeva prima dell’epilogo quando lei, dopo aver firmato i programmi, accomiatava tutti e completava tutta sola, nel mistero del camerino, l’ultimo atto della metamorfosi – ed era proprio questo incompiuto ad alimentare quel mito che per un attimo ci si era illusi di poter svelare.
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Un certo sapore
– C’è qualcosa di funebre, nella commedia.
– In questa commedia? In questo copione che si autodefinisce commedia? Qualcosa di funebre?
– Dicevo: nella commedia.
– In generale? Nel genere commedia? Ammesso che abbia ancora senso (ma direi proprio di no) parlare di generi.
– Nella commedia. Nelle aspettative che la commedia suscita in chi sta uscendo per andare a teatro (“Questa sera, finalmente, ci divertiamo”); negli attori che si preparano per andare in scena (“Questa sera dobbiamo farli divertire”); nel direttore del teatro (“Questa sera dovrebbe venire più pubblico”). L’aspettativa, soprattutto se declinata al plurale, innesca un meccanismo nascita-sviluppo-exitus che ha un certo profumo di morte – almeno secondo me, non posso fare a meno di sentirlo.
– Francamente non lo vedo questo meccanismo, davvero, non riesco a vederlo. Allora, a maggior ragione, lo si dovrebbe ritrovare nella tragedia, con la sua catarsi incorporata e prescritta.
– Per la tragedia la storia è diversa, è come andare a un funerale: il funebre è talmente implicito nel rito che, per la logica degli opposti, lo spettatore trova innumerevoli spunti di comicità – e in virtù di questa stessa logica la commedia implica il funebre; basti pensare alle facce degli attori, sempre troppo colorate, con un trucco sempre troppo marcato.
– Non è affatto detto, ci sono commedie in cui gli attori hanno appena un’ombra di cerone o addirittura neanche quella.
– Parlavo del trucco interno, quello che nasce dall’aspettativa o, se vogliamo, dall’ansia, i due termini sono intercambiabili.
– Se ne dovrebbe dedurre che la rappresentazione di una commedia è un atto ansiogeno.
– Eviterei le deduzioni. Parafrasando Jarry[1], direi: “Questione di gusti”.
[1] Père Ubu – Eh bien, capitaine, avez vous bien dîné?
Capitain Bordure – Fort bien, monsieur, sauf la merdre.
Père Ubu – Eh! La merdre n’était pas mauvaise.
Mère Ubu – Chacun son goût.
(Alfred Jarry, Ubu roi, atto I, scena IV)