Nei gorghi della radio. Michel Tournier, TRISTAN VOX, sceneggiato. Audio 6ª e ultima puntata. 9’

 

tristan vox stelloncino 6ª per blog

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Siamo in Francia, negli anni Cinquanta. Félix Robinet (in arte Tristan Vox), è un grigio conduttore radiofonico di aspetto insignificante ma con una voce che seduce le ascoltatrici di mezza età. La sua vita scorre monotona fra lo studio radiofonico, dove viene tiranneggiato dalla sua onnipotente segretaria, Jeanine, e la casa dove la moglie Jacotte gli cucina elaborati manicaretti. Una misteriosa ascoltatrice che si firma Isotta prende a perseguitare Tristan Vox, dapprima con lettere amorose poi con deliranti disegni pornografici che destabilizzano il fragile conduttore. Per di più, sui giornali compare la foto di un bel giovanotto presentato come Tristan Vox – niente a che vedere con l’insignificante Robinet. L’impostore (perché di questo si tratta) e il conduttore si confrontano: il primo chiede un risarcimento per abuso della sua immagine. Alla fine del colloquio, Jeanine, la tirannica segretaria di Tristan Vox, si getta dalla finestra. In punto di morte confessa: esistono due Isotte; la prima, quella delle lettere amorose, era la moglie di Tristan, la seconda, quella dei disegni porno, era lei stessa, Jeanine. Ma perché? Le due donne non sopportavano più di vivere accanto a un uomo che si nascondeva al mondo, ciascuna a suo modo aveva cercato di provocarlo, di farlo uscire allo scoperto.
Dopo la morte di Jeanine, Robinet decide di abbandonare il campo e si ritira con la moglie in uno sperduto paesino di campagna.

Piccolo racconto. Giorgio Manganelli. Incontri.

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 Il “doppio” è uno dei temi con cui si sono misurati i grandi, da Stevenson a Dostoevskij, a Pirandello, a Calvino… A volte, come attirato verso un abisso nel quale andrà inevitabilmente a sprofondare, si cimenta con esso anche qualche drammaturgo desideroso di vertigini. Di solito, questi voli disorientano la platea (“Ma il marito non era quello piccolo coi baffi?” “Sì, ma questo lungagnone è il suo doppio o, se vogliamo, l’anti-marito”. “E la moglie non se ne accorge? C’è una bella differenza fra i due”. “Non lo so, forse è distratta, forse finge di non accorgersene.” E così via, sino alla fine della pièce che manda tutti a casa scontenti).
Giorgio Manganelli, che va annoverato fra i grandi, disegna un doppio di basso respiro, in grisaglia.

Un signore privo di fantasia e amante della buona tavola incontrò per la prima volta se stesso ad una fermata d’autobus. Si riconobbe immedia­tamente, e ne provò solo un blando stupore. Ritenne opportuno non far mostra di essersi riconosciuto, dato che non erano mai stati presentati. L’incontrò la seconda volta lungo una strada affollata, ed una terza davanti a un negozio di abbigliamento  maschile. Ogni volta egli si era esaminato con cura: aveva trovato che il se stesso era dignitoso, elegante, ma gravato da un’aria triste, o almeno pensosa, che non gli riusciva di capire. Fu solo al quinto incontro che si salutarono con un sommesso “Buona sera”. A partire dall’inizio di un qualsiasi inverno, gli incontri divennero frequenti. Era chiaro che egli e se stesso abitavano in quartieri non lontani; che avessero abitudini simili, non era cosa da stupirsene. Ma sempre più egli era convinto che il se stesso avesse un’aria eccessivamente malinconica. Una sera osò rivolgergli la parola, chiedendogli se non avesse qualche cruccio cui egli non parteci­pava, e il se stesso gli confessò di essere innamorato, e senza speranza, di una donna che in ogni caso era indegna del suo amore; per cui, la conquistasse o meno, egli era condannato ad una penosa, intollerabile situazione. Egli fu sconvolto dalla rivelazione, giacché non era innamo­rato di nessuna donna; e tremò al pensiero che si fosse creata una scis­sione così insormon­tabile. Cercò di dissuadere se stesso, ma quegli rispose che né amare né disamare stava in lui. Da quel giorno, egli è caduto in una cupa malin­conia. Passa con se stesso gran parte del suo tempo, e chi li incontra vede due decorosi signori parlare sommesso, ed uno che, il capo im­merso in un’ombra, talora assente, talora nega.

da Centuria , di Giorgio Manganelli, Rizzoli