Joseph Friedrich Limmer, Vandervögel
Berlin Alexanderplatz narra la storia di Franz Biberkopf, un ex detenuto che cerca di ricostruire la sua vita nella Berlino degli anni Venti, dopo aver scontato una pena per omicidio colposo. Nonostante i suoi tentativi di cambiare vita, non potrà sottrarsi alla miseria, alla criminalità, alla morte.
La morte ha cominciato la sua lenta, lenta canzone. La canta come un balbuziente, ripete ogni parola; dopo aver cantato un verso, ripete il primo e ricomincia. Canta come se una sega si muovesse avanti e indietro. Comincia molto lentamente, poi penetra in profondità nella carne, stride più forte, più acuta e più alta, infine termina con un’ultima nota e si riposa. Dopodiché si ritira pian piano, stridendo, e il suo tono diventa più alto e più fermo e stride e penetra nella carne
Lenta canta la morte.
«È arrivato il momento che io compaia al tuo fianco, perché i semi colano dalla finestra e tu scuoti il tuo lenzuolo come se non dovessi mai più tornare a letto. Non sono un semplice mietitore, non sono un semplice seminatore, devo essere qui perché ci tengo a preservare. Oh sì! Oh sì!»
Oh sì, canta la morte al termine di ogni strofa. E quando fa un movimento deciso, anche in quel caso canta: oh sì, perché si diverte. Coloro che la ascoltano, tuttavia, chiudono gli occhi, è insopportabile.
Lenta, lenta canta la morte, e la perversa Babilonia la ascolta e la ascoltano le potenze della tempesta.
«Sono qui e mi tocca costatare che quello qui disteso, che offre la sua vita e il suo corpo, è Franz Biberkopf. Dov’è, lo sa, e anche cosa vuole.»
È senza dubbio una bella canzone, ma Franz riesce a sentirla? E cosa potrà mai significare che la canti la morte? Stampata in un libro o letta ad alta voce sarebbe poesia, Schubert ha composto canzoni simili, La morte e la fanciulla, ma che significa qui?
Dirò la pura verità, la pura verità, e la verità è che Franz Biberkopf sente la morte, questa morte, e la sente cantare liberamente, cantare come uno che balbetta, con continue ripetizioni, come una sega che penetra nel legno.
«Mi tocca constatare, Franz Biberkopf, che te ne stai lì disteso e vuoi venire con me. Sì, avevi ragione, Franz, a voler venire con me. Come può prosperare un uomo se non cerca la morte? La vera morte, la morte autentica. Per tutta la tua vita ti sei protetto. Proteggersi, proteggersi, ecco qual è il pavido desiderio dell’uomo, ecco perché resta impantanato e non avanza. Quando ho parlato con te per la prima volta, tu ti sei ubriacato e ti sei… protetto! Il tuo braccio si è fracassato, la tua vita era in pericolo, Franz, ammettilo, neanche per un attimo hai pensato alla morte, sono stata io a mandarti ogni cosa, ma tu non mi hai riconosciuta e quando hai capito chi ero, sempre più furibondo e spaventato sei fuggito da me. Ti sei aggrappato alla tua forza, e quella contrazione ancora non si è sciolta, eppure non serve a niente, l’hai capito da solo, non serve a niente, quando arriva il momento non serve a niente, la morte non ti canta una dolce canzone né ti lega al collo un laccio che ti strozzi. Io sono la vita e la forza più vera, e tu finalmente, finalmente non ti proteggerai più.
«Come? Ma come! Che vuoi da me, che vuoi farmi?»
«Io sono la vita e la forza più vera, la mia forza sovrasta il più grande cannone, pace con me non avrai in nessuna regione. Te stesso scoprirai, alla prova ti metterai, la vita senza di me non val la pena, sai. Vieni, avvicinati a me, così mi puoi vedere, Franz, guarda, sei in un baratro, ma io ti mostrerò una scala, perché tu possa scoprire un nuovo orizzonte, Ora salirai da me, io ti reggerò la scala, hai solo un braccio, ma aggrappati forte, i tuoi piedi poggiano saldi, aggrappati, sali, vieni.»
«Non vedo nessuna scala nell’oscurità, dov’è, e non posso arrampicarmi col mio unico braccio.»
«Non è necessario che ti arrampichi con il braccio, arrampicati con le gambe.»
«Non posso tenermi, non ha senso ciò che mi chiedi.»
«Il problema è che non vuoi avvicinarti a me, Farò luce, così troverai la strada.»
Allora la morte tira fuori il braccio destro che aveva dietro la schiena, e si capisce perché lo aveva tenuto nascosto dietro la schiena.
«Se ti manca il coraggio di avanzare nell’oscurità, ti illuminerò, striscia qui, avvicinati.»
Una scure lampeggia nell’aria, lampeggia, si spegne.
«Striscia più vicino, più vicino!»
E brandisce la scure, dall’alto, da dietro la testa, la fa vibrare in avanti e ancora più lontano in un arco, in un cerchio che il braccio descrive, e sembra che la scure le sfugga sibilando. Ma già la sua mano si alza da dietro la testa, e brandisce un’altra scure. Lampeggia, si abbatte, ghigliottina nell’aria un semicerchio, lì davanti, colpisce, colpisce, e una nuova scure sibila, un’altra sibila e un’altra ancora.
Vibra in alto, si abbatte, taglia, vibra in alto, colpisce, taglia, vibra, cala, taglia, vibra cala taglia, vibra zac, vibra zac.
E tra i bagliori di luce, mentre la scure vibra e lampeggia e taglia, Franz striscia alla ricerca della scala. Grida, grida, grida Franz. E non retrocede. Grida Franz. La morte è lì.
Alfred Döblin, Berlin Alexanderplatz, Mondadori, Traduzione di Giusi Drago