
Charles Baudelaire, Sbarre

Su una strada, dietro il cancello di un ampio giardino, al termine del quale s’intravvede il biancore di un grazioso castello investito dal sole, stava un bambino, bello e lindo, vestito con quegli abiti di campagna pieni di civetteria.
Il lusso, la noncuranza e lo spettacolo abituale, rendono quei bambini lì così graziosi, che li si crederebbe fatti di una pasta diversa dai bambini di condizione mediocre o povera.
Al suo fianco, giaceva sull’erba un giocattolo splendido, lindo come il suo padrone, verniciato, dorato, vestito di una veste purpurea, coperto di piume e di luccichii. Ma il bambino non si curava del suo giocattolo preferito, ed ecco quel che guardava: dall’altro lato del cancello, sulla strada, tra i cardi e le ortiche, c’era un altro bambino, sporco, gracile, fuligginoso, uno di quei monelli-paria in cui un occhio imparziale potrebbe scoprire la bellezza se, come l’occhio dell’intenditore sa indovinare una pittura ideale sotto una vernice da carrozziere, sapesse ripulirlo della ripugnante patina della miseria.
Attraverso quelle sbarre simboliche che separavano i due mondi, lo stradone e il castello, il fanciullo povero mostrava al fanciullo ricco il suo giocattolo, che questi esaminava avidamente come un oggetto raro e sconosciuto. Ora, questo giocattolo che il piccolo straccione tormentava, agitava e scuoteva in una scatola bucherellata, era un topo vivo!
I genitori, certo per risparmiare, avevano tratto il giocattolo dalla vita stessa.
I due bambini ridevano insieme, fraternamente, mostrando i denti di uguale candore.
Charles Baudelaire, Lo Spleen di Parigi, Feltrinelli, Traduzione Franco Rella
Le figurine di Radiospazio. Le cose dell’anima

Lei mi tormentava con le cose dell’anima, se ne riempiva la bocca. L’anima, è la vanità e il piacere del corpo finché uno è in gamba, ma è anche la voglia di uscire dal corpo quand’è malato o le cose girano male. Delle due cose uno si prende quella che funziona meglio sul momento, ecco tutto! Fin che si può scegliere tra le due, va bene. Ma io, non potevo più scegliere, i giochi erano fatti!
Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, Corbaccio.
Traduzione Ernesto Ferrero
Letture allo specchio. Corrado Govoni, Carneval-Funeral. 50″

https://studio.youtube.com/video/757Jv20za_w/edit
- L’elicriso è una pianta aromatica e medicinale con foglie argentate e fiori gialli, nota anche come “Immortelle” o “pianta di curry”.
Valutazioni economiche. Altan

Somerset Maugham, Le risorse del mestiere (frammento)

Secondo Peter Szondi, uno dei più lucidi studiosi di drammaturgia, con il Rinascimento il teatro entra nella dimensione del fra, cioè dei rapporti intersoggettivi: al di là della trama, che pure è la struttura portante, il vero motore dell’azione è il continuo riposizionarsi (o svelarsi) dei personaggi: tramite il dialogo, naturalmente, ma anche tramite i gesti, i silenzi, il non detto. In questa frammento narrativo, Somerset Maugham sembra realizzare pienamente l’ipotesi drammaturgica di Szondi costruendo una situazione da pochade: Lui ama Lei per vent’anni, ma invano. Una sera, Lei ha un ripensamento, ma (evidentemente) tardivo. Occorre uscire dal cul de sac in cui si sono infilati. Fortunatamente per loro, i due sono attori consumati: se la caveranno facendo ricorso al mestiere, alla finzione e a un’istintiva fiducia nella retorica.
Era evidente che Charles non capiva. E non c’era da stupirsene. Per venti anni lei era rimasta sorda alle sue insistenze appassionate, ed era naturale che lui avesse lasciato ogni speranza. Julia si rese conto che doveva aiutarlo, e disse con dolcezza: «È tardi. Mostratemi questo nuovo disegno che avete comprato, e poi bisognerà che vada a casa».
Andarono di sopra.
Su una seggiola si vedevano posati con cura il pigiama e la veste da camera.
«Che bella camera da letto intima e allegra!», disse Julia.
Egli staccò dal muro il disegno incorniciato e lo portò dinanzi a lei:
«Vi piace? È un bel disegno…»
«Bellissimo».
Egli riappese il quadro al suo chiodo.
Quando tornò a voltarsi verso di lei la vide che si era avvicinata al letto e stava là con le mani dietro la schiena, un po’ come una schiava circassa presentata da un Grande Eunuco a un Visir.
«Che meravigliosa serata!» disse con languore. «Mai mi ero sentita vicino a voi come stasera…»
I suoi begli occhi erano pieni di tenerezza e di abbandono, e un sorriso, pure d’abbandono, errava sulle sue labbra.
Ma vide il sorriso di Charles congelarsi. Egli aveva capito.
«Accidenti» pensò. «Non mi vuole. È stato tutto un bluff.»
Per un momento rimase impietrita.
«Accidenti», pensò lui «e ora come faccio a cavarmela? Che figura da idiota».
Non poteva insistere in quella posa… Doveva trovar subito un ripiego.
«Come sono contenta di poter pensare che non abbiamo nulla da rimproverarci. Se avessi tradito mio marito con voi… se fossimo stati amanti… voi vi sareste stancato di me da tanto tempo. Com’erano quei versi di Shelley che dicevate?»
«Mai, mai tu puoi baciarla/ Tu non hai la tua felicità, ma il suo amore durerà in eterno.»
Be’, meno male, se l’era cavata.
Somerset Maugham, Ritratto di un’attrice, Mondadori, traduzione di Elio Vittorini
Le figurine di Radiospazio. Noia e lettura

Oggi sarebbe proprio il giorno adatto alle Affinità elettive
Credo di averla ascoltata leggere Le affinità elettive
dozzine di volte ormai
È da deficienti
ma è una lettura ideale
per scacciare la noia
né troppo impegnativa
né decisamente scema
assolutamente adatta a ogni orecchio
Un linguaggio soporifero
ho sempre pensato fino a oggi
(A Richard) Lei non legge
uomo fortunato
A lei Goethe non ha ancora guastato il mondo
A me l’ha reso via via sempre piú repellente
Anche piú in generale
la letteratura
mi ha incupito il mondo
eppure non passa settimana
senza che lei mi legga almeno un libro
Lei legge legge legge
e io intanto mi annoio a mortema con quella noia mortale sono almeno piú soddisfatto
che senza
Thomas Bernhard, Elisabetta II (questa non è una commedia), Einaudi
Letture allo specchio. Franz Kafka, L’avvoltoio. 1’45”
Katherine Anne Porter. La pastorella (Racconto)

Per il ballo mascherato Amy aveva copiato il suo costume da una pastorella di porcellana di Sassonia che stava sul caminetto in salotto: cappello a nastri, corpetto scollato, gonne corte, scarpine verdi e tutto. Gabriel si era vestito in modo da far coppia con lei.
Tutto andò a meraviglia fino al momento di uscire: il padre di Amy posò lo sguardo sulla figlia, con quelle caviglie bianche che brillavano, il seno profondamente scoperto, due macchie tonde di colore sulle gote, e cadde in un accesso di furore per proprietà oltraggiata.
«È un obbrobrio! Non accadrà mai che mia figlia vada in giro con un vestito simile. È osceno! Osceno!»
Amy s’era tolta la maschera per fargli un sorriso. « Ma come, papà, » gli disse soave, « che cosa c’è che non va? Guarda la pastorella sul caminetto: l’hai sempre sotto gli occhi, e non ti sei scandalizzato mai!»
«C’è una bella differenza! Sì, una bella differenza, cara signorina, e tu lo sai benissimo! Sali immediatamente di sopra, e chiudi quella scollatura, e allunga quella gonna a una lunghezza decente prima di uscire da questa casa: e lavati la faccia!»
«Non ci vedo niente di male,» osservò con fermezza la madre. Poi sedette accanto ad Amy e se la spicciarono presto: dopo dieci minuti, ecco ritornare la giovane con la faccia pulita, la scollatura ricoperta di merletto, e la gonna da pastorella che spazzava pudibonda il tappeto dietro di lei.
Ma quando Amy uscì dallo spogliatoio per il suo primo ballo con Gabriel, il merletto era sparito dalla scollatura, le vesti erano rialzate più arditamente di prima, le macchie sulle gote sembravano due melograni. Gabriel era in estasi, e i due giovani convennero che spesso i vecchi erano noiosi, ma non conveniva farli inquietare disobbedendo apertamente: la loro gioventù era passata, ormai, che cosa vivevano a fare?
da Antico stato mortale
In scena. Oggi, alle 21. Philippe Forest, Hiroshima e Nagasaki ottant’anni dopo. Robin club, Via Rovigo 13, Torino

43 secondi
radiodramma
Roberto Accornero Eleni Molos
Sarinagara
racconto teatrale
Luana Doni Alice Gagno Giulia Rebonato
traduzione di Gabriella Bosco
alla console Lisa Lo Presti
regia di Alberto Gozzi
Durata dello spettacolo 60′
In scena: Philippe Forest, Hiroshima e Nagasaki, ottant’anni dopo. Mercoledì 22 ottobre, al Robin club, Via Rovigo 13

Primo tempo
43 secondi, radiodramma
Roberto Accornero Eleni Molos
Secondo tempo
Sarinagara, racconto teatrale
Luana Doni Alice Gagno Giulia Rebonato
traduzione di Gabriella Bosco
alla console Lisa Lo Presti
regia di Alberto Gozzi
Durata dello spettacolo 60′
Franz Kafka, Il messaggio dell’Imperatore

Il messaggio imperiale L’imperatore — così si dice — ha inviato a te, al singolo, all’umilissimo suddito, alla minuscola ombra sperduta nel più remoto cantuccio di fronte al sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha mandato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero accanto al letto e gli ha bisbigliato il messaggio nell’orecchio; tanto gli stavi a cuore che s’era fatto ripetere, sempre all’orecchio, il messaggio. Con un cenno del capo ne ha confermato l’esattezza. E dinanzi a tutti coloro che erano accorsi per assistere al suo trapasso: tutte le pareti che ingombrano sono abbattute e sulle scalinate che si ergono in larghezza e in altezza stanno in cerchio i grandi dell’impero; dinanzi a tutti questi ha congedato il messaggero. Il messaggero s’è messo subito in cammino; un uomo robusto, instancabile; stendendo a volte un braccio, a volte l’altro fende la moltitudine; se incontra resistenza indica il petto dove c’è il segno del sole; egli avanza facilmente come nessun altro. Ma la moltitudine è enorme; le sue abitazioni non finiscono mai. Come volerebbe se potesse arrivare in aperta campagna e presto udresti il meraviglioso bussare dei suoi pugni al tuo uscio. Invece si affatica quasi senza scopo; si dibatte ancora lungo gli appartamenti del palazzo interno; non li supererà mai, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; dovrebbe lottare per scendere le scale, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; bisognerebbe attraversare i cortili, e dopo i cortili il secondo palazzo che racchiude il primo; altre scale, altri cortili; e un altro palazzo; e così via per millenni; e se riuscisse infine a sbucare fuori dal portone più esterno — si troverebbe ancora davanti la capitale, il centro del mondo, ricoperta di tutti i suoi rifiuti. Nessuno può uscirne fuori e tanto meno col messaggio di un morto. Tu, però, stai alla tua finestra e lo sogni, quando scende la sera.
Franz Kafka, Racconti, SE editori
Il video della domenica. Ciprì e Maresco, C’è merda per te
Grace Paley, Volere e non volere (Racconto)

Ho visto il mio ex marito per la strada. Io ero seduta sui gradini della biblioteca nuova. Ciao, vita mia, ho detto. Siamo stati sposati ventisette anni, perciò mi sentivo autorizzata. Lui ha fatto: Cosa? Quale vita? La mia no di certo. Io ho fatto: Ok. Se c’è vero dissenso, non mi metto a litigare. Mi sono alzata e sono entrata in biblioteca per vedere quanto dovevo. La bibliotecaria ha detto 32 dollari, e ce li devi da diciott’anni. Io non ho negato nulla. Perché non capisco come fa il tempo a passare. Ce li ho, quei libri. Ci ho pensato spesso. La biblioteca dista solo due isolati. Il mio ex marito mi ha seguita al banco delle Restituzioni. Ha interrotto la bibliotecaria, che avrebbe avuto altro da dire. Per molti versi, ha ripreso, se ci penso, attribuisco il disfacimento del nostro matrimonio al fatto che non hai mai invitato i Bertram a cena. Può essere, ho detto io. Se ricordi bene, però: primo, quel venerdì mio padre stava male, poi sono nati i bambini, poi avevo quelle riunioni il martedì sera, poi è iniziata la guerra. E a quel punto ci sembrava di non conoscerli più. Comunque hai ragione. Avrei dovuto invitarli a cena. Ho staccato un assegno di 32 dollari alla bibliotecaria, e lei mi ha subito dato fiducia, si è lasciata il mio passato alle spalle, mi ha ripulito la fedina, proprio quello che gran parte delle altre burocrazie municipali e/o statali si rifiutano di fare. Poi ho preso in prestito i due libri di Edith Wharton che avevo appena restituito, perché li avevo letti troppo tempo fa e adesso sono più pertinenti che mai. Sono La casa della gioia e I ragazzi, che parla di com’era cambiata in ventisette anni la vita a New York negli Stati Uniti di cinquant’anni fa. Una cosa bella che mi ricordo è la prima colazione, ha continuato il mio ex marito. Io sono rimasta sorpresa. Avevamo sempre preso solo il caffè. Poi mi sono ricordata che sul fondo dell’armadio a muro in cucina c’era un buco che guardava nell’appartamento accanto. E quelli mangiavano sempre il bacon trattato allo zucchero. Cosa che dava un senso di lusso alla nostra colazione, ma senza farci sentire satolli e svogliati. Parli di quando eravamo poveri, ho detto. E quando mai siamo stati ricchi?, ha chiesto lui. Be’, col passare del tempo, man mano che le responsabilità crescevano, non ci è mai mancato nulla. Tu eri abbastanza bravo con i soldi, gli ho ricordato. I bimbi andavano al campo estivo quattro settimane ogni anno e con incerate dignitose, sacchi a pelo e scarponcini come tutti gli altri. Gli stavano molto bene. Casa nostra d’inverno era calda, e avevamo dei bei cuscini rossi e via dicendo. Io avrei voluto una barca a vela, ha detto lui. Tu invece non volevi mai niente. Non usare questo tono risentito, ho detto. Non è mai troppo tardi. No, infatti, ha detto lui con notevole risentimento. Può darsi che me la faccia, la barca a vela. Anzi, a dire il vero ho già dato la caparra per un 5 e 40 a due alberi. Quest’anno sto guadagnando bene e penso che migliorerò ancora. Per te invece è troppo tardi. Resterai una che non vuole niente. Per tutti e ventisette quegli anni aveva avuto l’abitudine di fare questi commenti gretti che, come una sonda stura-tubi, riuscivano a farsi strada dal mio orecchio fino alla gola e ad arrivarmi quasi al cuore. Poi spariva, mollandomi lì intasata di attrezzi. Insomma, mi sono riseduta sugli scalini della biblioteca e lui se n’è andato. Mi sono messa a sfogliare La casa della gioia, ma mi sono stufata. Mi sentivo tremendamente sotto accusa. Ora, è vero, io scarseggio di richieste e pretese assolute. Ma qualcosa che vorrei c’è. Per esempio, vorrei essere una persona diversa. Vorrei essere la donna che restituisce questi due libri entro quindici giorni. Vorrei essere la cittadina attiva che cambia il sistema scolastico e interpella la Commissione Urbanistica in merito ai problemi di quest’adorata metropoli. In effetti avevo promesso ai miei figli di mettere fine alla guerra prima che diventassero grandi. Avrei voluto rimanere sposata con un’unica persona per sempre, il mio ex marito o quello attuale. Entrambi hanno abbastanza carattere per una vita intera, che tra l’altro non è poi un tempo così lungo. Una sola, breve vita non basterebbe a esaurire le qualità dell’uno o dell’altro, né ad arrivare al fondo delle sue motivazioni. Giusto stamani ho guardato fuori dalla finestra per scrutare un po’ la strada e mi sono accorta che i piccoli platani teneramente piantati dal comune un paio d’anni prima che nascessero i bambini proprio oggi avevano raggiunto il fiore della loro vita. Bene! Ho deciso di riportare quei due libri in biblioteca. Il che dimostra che se arriva una persona o un fatto a scuotermi o a valutarmi io ce la faccio, a prendere l’iniziativa come si deve, benché sia più nota per i miei commenti gioviali.
Grace Paley, Tutti i racconti, Big Sur
Le figurine di Radiospazio. Il dilemma del formaggio

Vigeva da noi una legge ferrea, quella di non comprare nulla da fuori, nulla d’importazione: per quanto possibile si attingeva alla produzione interna. Ma quando si andava al negozio del signor Auster, all’angolo fra via Ovadia e via Amos, bisognava comunque scegliere fra il formaggio del kibbutz, prodotto dalla Tenuva – la centrale del latte – e quello arabo: il formaggio arabo del villaggio vicino, Lifta, era da considerarsi un prodotto d’importazione o locale? Questione complessa. A dire il vero, il formaggio arabo era un po’ più conveniente. Ma a comprare il formaggio arabo si tradiva il sionismo: da qualche parte, in un kibbutz o una cooperativa agricola, nella valle di Ierezel o fra le alture di Galilea, c’era una pioniera dalla vita dura, che forse con una lacrima negli occhi aveva incartato per noi quel formaggio ebraico – allora come avremmo potuto voltarle la schiena comprando il formaggio straniero? La mano non avrebbe tremato? D’altro canto, a mettere al bando il prodotto dei nostri vicini arabi non avremmo fatto che acuire ed eternare l’odio fra i due popoli. E il sangue che si sarebbe versato, purtroppo, sarebbe rimasto sulla nostra coscienza. L’umile contadino arabo, il sincero e semplice lavoratore della terra il cui spirito non era ancora stato intaccato dai miasmi delle metropoli, questo fellah era in fondo il fratello bruno del mugiko incolto dall’animo nobile dei racconti do Tolstoj! Dunque come avremmo potuto diventare così spietati da voltare le spalle al suo formaggio rustico?
Amos Oz, Una storia d’amore e di tenebra, Feltrinelli

