Giulia Rusconi, Atto unico (Le parole e le cose)

Una poesia che usa i materiali e il linguaggio del teatro; forse si potrebbe ricrearla, raccontarla, agirla in palcoscenico.

Un oggetto di scena
Sopra il tavolo c’è una cartella
clinica dentro una plastica rosa.
È snella: la patologia non è grave
ma lo spessore lo danno
i pensierini che mai lei dimentica
di portare. Fogliettini colorati
con piccole poesie, brevi fumetti
ritagliati, bigliettini baciati
di nascosto prima di entrare in scena.

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Italo Testa, Contro la poesia (Le parole e le cose)

“Che cosa sta accadendo? La poesia, fino a ieri cenerentola dell’industria culturale contemporanea, è forse pronta a essere incoronata dal principe dell’estetizzazione? Una semplice estensione alla poesia odierna delle tesi di Franco Fortini, già riprese da Walter Siti e Valerio Magrelli, sul surrealismo di massa gestito da televisione e nuovi media – una sorta di avanguardia per tutti che utilizzerebbe parassitariamente le tecniche della finzione letteraria neutralizzandone il potenziale dirompente “

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Davide Ferri, Huma Bhabha Gagosian / Roma (Flash Art)

“The Company” è la prima mostra a Roma di Huma Bhabha, e arriva dopo un percorso della notissima artista di origini pakistane già piuttosto lungo. Il suo linguaggio è andato formulandosi nel solco delle pratiche legate al Post-Human e all’anti-monumentalità – dunque due momenti nodali della storia dell’arte recente, a cavallo tra anni Novanta e Duemila, che possono offrire il fianco a rapide e approssimative definizioni – senza risultarne troppo invischiato. La mostra individua e sottolinea alcune specificità che da sempre appartengono alla sua poetica: un’idea di scultura veloce (uno dei suoi materiali d’elezione è da sempre il polistirolo, che permette una certa agilità compositiva), tendente alla performatività e a un flusso di coscienza che fa agglutinare attorno alle sue figure uno spettro di rimandi molto ampio – dall’arte primitiva e arcaica afferente a tradizioni diverse, fino al fumetto e al cinema horror”.

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Epitaffio per Nerina B.

Nerina B.

Visse per anni trentacinque in mansarda.
Di tanto in tanto qualche uomo affrontava l’impresa
e saliva quegli ottantaquattro gradini smoccolando.
Non senza pena ridusse il suo già modesto tenore di vita.
Affittò finalmente un bilocale con ascensore.
Lo arredò con amore e molto buon gusto
(così almeno le parve).
“Ecco!”, si disse, e se lo rimirò.
Da quel giorno il telefono tacque, e così il campanello.

Galleria. L’appuntamento

Non era più tanto giovane, se lo ripeteva, e alla sua età avrebbe dovuto sapere che non si accetta un appuntamento con una persona che si è conosciuta in treno.  Mabel, la sua migliore amica si era prima scandalizzata, poi preoccupata: “Nel migliore dei casi è un truffatore che ti prosciugherà il conto corrente,  nel peggiore un assassino .” Mentre l’amica continuava a parlare tentando di dissuaderla, Ethel passava in rassegna gli uomini della sua vita; non ci aveva messo molto, erano stati solamente due: il primo, l’aveva sposato dopo cinque anni di fidanzamento ma si era dileguato dopo sette mesi di matrimonio; il secondo, un vecchio, caro collega divorziato che diceva di averla amata in silenzio per vent’anni, si era dileguato quasi subito in preda alla nostalgia della moglie. Mentre aspettava, Ethel sorrideva pensando ai timori assurdi di Mabel sul suo conto corrente, che era in rosso, così come la sua vita. Sorrideva anche allo sconosciuto che non sarebbe venuto, ma che le aveva fatto palpitare il cuore quando era uscita di casa dopo essersi fatta carina. Adesso, il cuore si era rimesso tranquillo. Poteva tornare a casa.

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Ida Bassignano e l’Utopia ritrovata

È uscito il libro, purtroppo postumo, di Ida Bassignano, che abbiamo ricordato il 21 dicembre scorso: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2019/12/21/19152/

“Immaginate uno spettacolo che si svolge lungo una carreggiata stradale larga 9 metri e lunga 60, cui gli spettatori assistono da lunghissime gradinate che si fronteggiano ai lati del percorso: come una processione, una marcia, una manifestazione.
Immaginate che all’inizio siano appena illuminati i due enormi sipari di un bianco polveroso, simili a nebbia, pendenti da sbarre a 4 metri d’altezza su supporti a trapezio con ruote ( in termine tecnico ‘cavalle mobili’ ), che delimitano da una parte e dall’altra l’enorme percorso, e immaginate ancora che nella penombra e nel silenzio totale dell’attesa sbuchino da uno dei sipari due uomini curvi sotto il peso di corde grandi come gomene di una nave e che, lentamente, ipnoticamente, dietro di loro il sipario avanzi e man mano riveli il mondo parallelo che celava: un mondo di dormienti stesi sui loro letti (25 letti su rotelle legati uno all’altro che avanzano in doppia formazione) appena illuminati da piccole abat-jours sui comodini collegati ai letti. Una città che dorme e scorre lentamente, come il tempo, una città che emerge dalla nebbia del passato, forse sempre uguale nei suoi sonni e nei suoi sogni.”
Così Ida Bassignano, regista, drammaturga e narratrice, incomincia il racconto di Utopia, un mitico spettacolo del 1975 nel quale Luca Ronconi  accorpava cinque commedie di Aristofane (Cavalieri Donne al Parlamento, Pluto, Uccelli, Lisistrata) trasferendole in un impianto scenico sorprendente, quasi al limite dell’impossibile. Di quell’allestimento, ci ricorda l’autrice in una sua nota introduttiva, non esistono che poche e labili tracce, ma è connaturata al teatro la sua non riproducibilità (nonostante il fiorire dei video in rete sembri gridare il contrario). Il teatro, invece, può rinascere nella riscrittura: quella del regista Ronconi che riscrive sulla scena Aristofane e quella, oggi, della sua ex-assistente Bassignano che fa rivivere sulla pagina quella lontana Utopia. Il racconto si sviluppa secondo due angoli di visuale complementari, quello della regista esperta e quello della giovane assistente del 1975 che si misura (non senza un pizzico d’incoscienza, confessa)  con un’impresa tanto più grande di lei. Il risultato di questo viaggio nel mondo dell’Utopia ronconiana è una narrazione che trascende la ricostruzione storica per diventare racconto di formazione e testimonianza di un teatro lontano nel tempo ma non perduto.
Magnificamente antiaccademica, arricchisce il volume, pubblicato dall’editore Ianieri, una conversazione di Nando Taviani e Gianfranco Capitta.

Le figurine di Radiospazio. La felicità

Philip pensò che abbandonando il desiderio di felicità egli abbandonava l’ultima delle sue illusioni. La sua vita era orribile se misurata col metro della felicità, ma ora gli sembrava di trarre forza dal rendersi conto che si poteva misurarla con qualcos’altro. La felicità non contava, come non contava la sofferenza. L’una e l’altra contribuivano, come ogni dettaglio della vita, all’elaborazione del disegno. Gli sembrò per un attimo di essere al disopra dei casi della sua esistenza, e sentì che essi non avrebbero più potuto toccarlo come in passato. Qualunque cosa gli accadesse sarebbe stata un motivo in più da aggiungere alla complessità del disegno, e all’avvicinarsi della fine egli avrebbe gioito del compimento di quest’ultimo. Sarebbe stato un’opera d’arte, e non meno bella perché lui soltanto ne conosceva l’esistenza, e perché con la sua morte il disegno avrebbe cessato di esistere. Philip era felice.

Somerset Maugham, Schiavo d’amore

Le figurine di Radiospazio. Inferni interni

Dopo avere sopportato tutto quello che credeva possibile sopportare, c’era dell’altro ancora; un’esistenza precedente gli aveva abbassato la soglia che porta al crepacuore. Ah, la dolce padronanza della vita… Se solo fosse riuscito ad averla! Quanto più soffriva, per frequenti o sinceri che fossero i suoi propositi di cambiare, tanto più soffriva. Per qualsiasi motivo, sconosciuto o imprevedibile. Non s’illudeva, era lui la sua cattiva causa, causa di ciò che gli causava dolore («Ovunque io fugga è Inferno; sono io stesso Inferno»);a un certo punto del suo percorso aveva errato, di lì la sua vita era stata una serie, sempre più fitta, di sbagli. E quando Levin errava le conseguenze erano gravi, e non contavano le mille volte che si riprometteva di prendere la vita più alla leggera, di cercare meno freneticamente una presa buona per atterrarla. Rideva seriamente e soffriva allegramente, miserere.”

Epitaffio per Piero C.

Piero C.

Giovane esuberante e di tiepidi interessi letterari fu folgorato dalla poesia quando iscrittosi, ventunenne, all’Università, si appassionò al poema di Lorenzo Stecchetti “Ifigonia in Tauride”, del quale citava ampi brani (soprattutto “Il canto delle vergini”). Divenne Gran Maestro della goliardia segnalandosi per la fantasia con cui martoriava le matricole, maschi e femmine in ugual misura; fu sua cura riprodurre le stesse pratiche sulla moglie per anni trentasette fino a quando la donna, con le residue forze non gli chiuse gli occhi, (ma talmente estenuata da non provarne alcun sollievo).

Radiospazio Fiction. La quadrilogia natalizia. 3. NATALE ALL’ITALIANA

https://soundcloud.com/alberto-gozzi-890487993/natale-allitaliana Per i nostri lettori che amano la fiction radiofonica proponiamo un ciclo di spettacoli di Radiospazio andati in scena nel dicembre del 2012 La città infestata da Babbi Natale, il diavolo alla messa di mezzanotte, il tacchino che corteggia una ragazza: nelle invenzioni di Buzzati, Serra,Calvino, Morante, Soldati, Benni, Moravia il sorprendente autoritratto della nostra comune famiglia letteraria. Ascolta anche: Fuga dal Natale: https://wordpress.com/blockeditor/post/radiospazioteatro.wordpress.com/17459 Gli ingredienti del Natale: https://wordpress.com/blockeditor/post/radiospazioteatro.wordpress.com/17485

Gianfranco Capitta ricorda ida Bassignano (Il Manifesto9

“Ida Bassignano è deceduta a Roma ieri notte nella sua casa. Regista, autrice teatrale e radiofonica, scrittrice e saggista, proprio in questi giorni arriva in libreria, per Ianieri editore, un suo libro utile e fascinoso dedicato a L’Utopia di Luca Ronconi. Perché di quel genio della scena italiana lei era stata regista assistente in tre lavori importanti negli anni 70 e 80, come quello che resta ideale copertina della Biennale di teatro e musica che Ronconi diresse dal 1974 al ’76. “

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https://ilmanifesto.it/addio-ida-bassignano-voce-intransigente-della-scena-italiana/

Addio a Ida Bassignano, regista, drammaturga, scrittrice

Stavo rivedendo un pezzo per questo blog su un libro di Ida Bassignano, “L’Utopia di Luca Ronconi”, in uscita in questi giorni, e oggi, dopo una cruda telefonata, mi trovo a scrivere della sua improvvisa scomparsa. Regista, drammaturga, scrittrice. Le definizioni diventano troppo riduttive quando si tratta di persone care. In una sola occasione avevamo lavorato insieme, negli anni Ottanta, quando proposi a Ida, come drammaturgo del Teatro Stabile dell’Aquila, la regia di un Frankenstein di Ugo Leonzio, ma innumerevoli volte ci eravamo ritrovati a lavorare negli studi di radiorai, a pochi metri di distanza, e ancora più intensa era la nostra frequentazione negli anni Settanta, a Roma. È stata una lunga amicizia che la distanza Roma-Torino non ha sbiadito, al contrario: il dialogo, sia pur telefonico, si era fatto più intenso, come se fossimo diventati due voci di una stessa trasmissione radiofonica – ambedue conoscevamo per esperienza la profondità della comunicazione verbale: la radio, insegna Arnheim, è un linguaggio che non ha bisogno dell’immagine, basta usarla nel modo giusto. Anche il telefono, aggiungo, non ha bisogno di altro, basta ascoltare. E con Ida lo usavamo in modo giusto: ci siamo molto parlati e molto ascoltati (avevamo tutti e due un certo buon orecchio). Mi piace ricordare Ida alla prima di Molly cara, di cui aveva curato la drammaturgia e la regia, per l’interpretazione di Piera Degli Esposti, a Roma, nel 1978, davanti a un pubblico giustamente osannante. Quello spettacolo era il compimento sontuoso della sua importante collaborazione con Ronconi come regista assistente. “Ho pensato che fosse un’esperienza unica e irripetibile soprattutto oggi in un’epoca di scarsi ardimenti teatrali”, scrive Ida nella sua prefazione a “L’Utopia di Ronconi” che ho letto appena qualche giorno fa. Quegli ardimenti, oggi scarsi, Ida li ha sempre corsi, anche nel suo lavoro radiofonico, quando i tempi stretti di produzione dell’azienda rai imponevano prove molto “pragmatiche” (per usare un eufemismo): si leggeva un paio di volte e subito al microfono per registrare. Ida, naturalmente, smaniava: la sua formazione ronconiana le avrebbe suggerito (imposto) ben altra maturazione; le sue smanie, però, le confidava agli amici: “da fuori”, non si vedeva niente; il risultato testimoniava sempre un’impostazione registica nitida e sempre molto diversa dagli standard un po’ sonnolenti di una radio troppo seduta e compiaciuta. Di questi argomenti, leggermente maniacali e molto noiosi per i non addetti ai lavori, abbiamo spesso discusso: io teorizzavo (un po’ per vezzo e un po’ perché mi divertivo a provocare) l’oscura bellezza dell’artigianato radiofonico, al che Ida usciva leggermente dai gangheri. Non mi ha mai detto: “Artigiano sarai tu!” perché mi voleva bene, ma forse qualche volta ne ha avuto la tentazione. Per lei, il lavoro o era tensione o non era niente. Tensione e fatica: non solamente la fatica derivante dai budget sempre insufficienti (in rai piangevano sempre miseria per certe trasmissioni “di nicchia”), ma anche la fatica del rincorrere il tempo insufficiente e di scontrarsi con una certa indifferenza aziendale (per fortuna non di tutti, bisogna dirlo). Col tempo, la fatica aveva abbandonato Ida per lasciare il posto alla dimensione più raccolta della scrittura, dalla quale peraltro non si era mai distaccata. Qualche anno fa mi fece leggere un suo libro, Maria D’Berlòc, col quale ripercorreva la sua vita in Piemonte: una galleria di figure femminili disegnate con una leggerezza attenta e anche un po’ beffarda, un collage di donne che ricordava attrici lontane, parenti sbiadite, ipertrofiche signore di una certa (a volte presunta) buona società verso la quale l’autrice mostrava un rapporto di attrazione/repulsione molto fertile. Ida mi confidava le sue perplessità: “A chi vuoi che interessi questa cosa?”. Fortunatamente vinse le ritrosie e l’editore Iacobelli pubblicò il libro con un buon riscontro. Sull’”Utopia di Ronconi”, invece, Ida non aveva perplessità: essere stata testimone e parte attiva di quello spettacolo memorabile la rassicurava, e poi credo le fosse piaciuto rivisitare quell’esperienza giovanile compiuta “forse anche con un po’ d’incoscienza”, come scrive nella prefazione. Non ho capito bene se questo libro è uscito. Ne avevo parlato con Ida qualche giorno fa, ma nemmeno lei era sicura sulla data. “Che facciamo?”, ci eravamo chiesti, e avevamo deciso di darne notizia sul blog quando l’uscita fosse stata certa. Così faremo. Una minuscola consolazione in questo momento triste: non so perché avevo mandato a Ida il mio post in anteprima. Subito dopo me n’ero pentito: le avrei rovinato la piccola sorpresa di leggerlo pubblicato. Invece avevo fatto bene, perché il pezzo le era piaciuto. Senza che lo sapessimo, quelle poche righe erano state il nostro ultimo, reciproco saluto.

Le figurine di Radiospazio. Scandali

Signor Maske             … E uno non diventa pazzo…!
Signora Maske           Metti via quel bastone!
Signor Maske             Siamo infamàti, siamo sulla bocca del vicinato, di tutto il quartiere. La signora Maske, mia moglie, perde le mutande! In mezzo alla strada, praticamente sotto gli occhi del Sovrano. Io, un semplice funzionario!
Signora Maske           Basta!
Signor Maske             Non hai il tempo, in casa, per allacciarti i lacci, per abbottonarti i bottoni?
Signora Maske           Avevo pure fatto il nodo doppio.
Signor Maske             Il nodo doppio! Di doppio ti arriva giusto uno schiaffone.
Signora Maske           Tu non hai colpa.
Signor Maske             La colpa è di avere una moglie sciattona e svanita come te. Ma come hanno potuto caderti le mutande in mezzo alla strada?
Signora Maske           Lo sai, mi hai conosciuto da ragazza.
Signor Maske             Beh?
Signora Maske           Ti  piaceva tanto che fossi una sognatrice.
Signor Maske             Cose che si dicono. Mia moglie perde le mutande sulla pubblica via fra gli sberleffi dei ragazzacci.. Sua Maestà l’imperatore non doveva essere lontano… E uno non diventa pazzo?

Il video della domenica. Watchmen

Giuseppe Luca Scaffidi, Perché Watchmen è una delle opere più importanti del Novecento (The Vision)

“Al centro della filosofia di Watchmen c’è il rapporto tra l’uomo e la maschera, analizzato da un punto di vista inedito, quasi pirandelliano: non si tratta di supereroi che hanno scelto di indossare il costume per puro spirito di giustizia, ma di uomini calati in una realtà fatta di traumi, dolore, nichilismo esasperato e un confine sempre meno netto tra bene e male. Il dilemma morale attraversa tutti i personaggi di Watchmen: dall’assolutismo etico di Rorschach, che sceglie di imporsi rigide regole per dimenticare un passato fatto di abusi, al cinismo senza freni del Comico, che indossa la maschera per riflettere una propria visione del mondo, fino ad arrivare ai deliri d’onnipotenza di Ozymandias, ossessionato dalla figura di Alessandro Magno e convinto assertore del principio “colpirne uno per educarne cento”.

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https://thevision.com/cultura/watchmen-fumetto/?fbclid=IwAR3v_GeeyOJ0kRYBoHUP3vVSJ1fRSequH35SHQH_58hYNBwvBWWIBCLPq3E

Jan Wagner, Variazioni sul barile di acqua piovana (Le parole e le cose)

Federico Italiano. Presentiamo [E’ appena uscito per Einaudi Variazioni sul barile dell’acqua piovana di Jan Wagner, nella traduzione di alcuni testi].

saggio sulle zanzare

come se d’un tratto tutte le lettere
si fossero staccate dal giornale
e stessero come sciame nell’aria;

stanno come sciame nell’aria,
senza dare neanche una cattiva notizia,
muse precarie, scheletrici pegasi,

bisbigliano solo tra sé e sé; fatte
dell’ultimo filo di fumo, quando
la candela si spegne,

cosí leggere che non si potrebbe dire che siano,
paiono quasi delle ombre,
proiettate da un altro mondo nel nostro;

ballano, piú sottili
di un disegno a matita
gli arti; minuscoli corpi di sfinge;

la stele di rosetta, senza stele.

Leggi altre poesie di Jan Wagner

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