Il piacere che Madeleine ricavava dal guardarlo le ricordava il piacere che da bambina le dava guardare i corpi flessuosi dei cani da caccia. Era un piacere alimentato dall’intenso bisogno di avvilupparlo in un abbraccio e risucchiargli forza e bellezza. Era tutto molto primordiale e istintivo ed era fantastico. Il problema era che Madeleine non riusciva a godersi il corpo di Dabney né tantomeno a usarlo un po’, e ritenne suo dovere comportarsi come si conveniva a una brava ragazza, autoconvincendosi di essere innamorata di lui. A quanto pareva, voleva anche i sentimenti. Disapprovava l’idea di un rapporto basato solo sul sesso. E così cominciò a raccontare a se stessa che la recitazione di Dabney era “misurata” o “essenziale”. Apprezzava il fatto che lui fosse “sicuro di sé”, che “non sentisse il bisogno di dimostrare alcunché” e non facesse “la primadonna”. Anziché preoccuparsi perché era noioso, decise che era dolce. Invece di giudicarlo ignorante, lo definì intuitivo. Ne esagerava i pregi per non sentirsi superficiale perché desiderava il suo corpo. A tale scopo lo aiutò a scrivere – d’accordo, scrisse – due tesine di letteratura e antropologia, e quando lui prese un ottimo voto ebbe la conferma della sua intelligenza
Fra i tanti vantaggi di non essere un recensore c’è quello di potersi soffermare su una pagina estrapolarla e proporla impudentemente in un blog. Ho appena iniziato questo romanzo di Sandro Pallavicini che mi ha subito preso, anzitutto per il basso (ma assai malizioso) profilo della voce narrante: una scrittrice di scarso successo che viene sommersa a sessant’anni da un’eredità colossale (un particolare che promette sviluppi molto interessanti). Del reale talento letterario della ricchissima autrice il romanzo non ci dice nulla, almeno per il momento, ma certamente dà testimonianze certa della sua consapevolezza penetrante, come dimostra questo brano sui premi letterari in cui finzioni e elementi reali si fondono e pungono come in un piccolo, ruvido pamphlet.
Ho esordito a trentotto anni nel novantacinque con Bompiani sull’onda lunga di Gioventù cannibale, il romanzo s’intitolava Il pane e la morte, sul “Corriere” mi hanno salutata come un’esordiente da tenere d’occhio, su “TuttoLibri” Angelo Guglielmi mi ha definita “una nuova Silvia Ballestra (sebbene attempata e ancora in parte balbuziente)”, e ho venduto duemilanovecento copie. Dopo Il pane e la morte, ogni due o tre anni è arrivato regolare il mio nuovo contributo: ancora con Bompiani, oppure Feltrinelli, Mondadori, Rizzoli, mai un editore piccolo, mai neppure un medio, un Effetto Notte o uno Schiaparelli, che ne so, oppure un Minimum Fax, no, mai. Eppure niente, sono una beata signora nessuno. Mai un passaggio a La Lettura del Tg5 o da Marzullo in Rai, figurarsi da Bignardi o Fazio, ma mai nemmeno un invito a un festival che conta – Mantova, Pordenone – o anche solo mai una sala bella piena in libreria, sempre la mestizia di cinque, dieci, se andava benissimo quindici spettatrici apparentemente prossime alla morte dal tanto erano sfrante di noia, che mai compravano il libro, che mai facevano alcuna domanda alla richiesta finale di rito, che subito si alzavano e se ne andavano con lo sguardo basso quando chi mi presentava dichiarava chiusa l’angosciante adunata. Ma chi se ne frega di Marzullo e dei festival, non me ne importa nulla: io ho sempre voluto i premi. Sull’entusiasmo di vedere il mio nome stampato in copertina, sulla soddisfazione d’aver tirato fuori quel che nel profondo avevo da dire, sull’illusione di vendere ventimila copie o anche solo diecimila, sul sogno erotico di finire in classifica o tradotta in francese e inglese ci ho messo da anni una pietra sopra. E allora cosa rimane di gratificante, una volta data alle stampe la tua pur pregnante opera destinata all’anonimato, se non vincere un premio? Non è per la gloria, figuriamoci, i premi non li conosce nessuno, ridicoli quelli che li elencano come medaglie nella quarta di copertina, non è neanche l’indotto di copie aggiuntive vendute, quelle arrivano solo con lo Strega e nemmeno basta essere in cinquina, bisogna vincerlo. I premi significano soldi gratis. Hai scritto il tuo libro in anni di lavoro sfibrante, il tuo cuore è stato spremuto, la tua testa scoperchiata, la tua intimità rivoltata, i tuoi weekend bruciati china sul computer in cucina, la pausa pranzo l’hai spesa con il panino davanti allo schermo, le uscite con le amiche le hai rimandate, tua figlia ti ha odiato perché non la portavi a Gardaland o anche solo da Zara, tuo marito perché non gli badavi, non cucinavi, non scopavi. E per tutto questo non sei nemmeno andata in seconda edizione, l’editore ti ha versato duemila euro di anticipo e finita lì? Ma quale soddisfazione intellettuale di pubblicare, per favore. Quale orgoglio? Qualcosa che ripaghi l’immane sforzo compiuto ogni giorno per anni, questo vorresti, questo vorremmo tutti. Cioè soldi, esatto, agio di scialacquare migliaia di euro senza pensieri come vorrebbe chiunque, le impiegate di banca, gli imprenditori, le maestre d’asilo, i panettieri, le commesse del supermercato, perché mai chi scrive dovrebbe essere diverso, forse perché saremmo artisti?
“Parole d’amore scritte a macchina arriva nel 1990 e va a inserirsi tra Aguaplano e 900, diventando col senno di poi un classico a sua volta. Sulle prime però sembra un oggetto strano, per qualcuno anche un disco di molto inferiore agli altri per qualità e ispirazione. Riascoltarlo trent’anni dopo significa provare a comprendere qualcosa in più di quel buio, forse, e dei fantasmi che lo abitano.”
“Sanremo non è cominciato, e già se ne parla. Non ovviamente per motivi artistici-musicali, ma per spiacevoli e numerosi scandali. Il “rapper” Junior Cally viene accusato di scrivere testi che incitano alla violenza sulle donne; il conduttore Amadeus loda in pubblico la virtù femminile di sapere stare “un passo indietro” al proprio compagno di vita famoso; l’estrema destra non vuole la giornalista palestinese Rula Jebreal, colpevole di aver criticato le scelte elettorali del popolo italiano; la sinistra non vuole l’estrema destra; e infine, per calmare le acque, il cantautore romano Achille Lauro smorza i toni presentando un brano dal titolo: “Me ne frego”, nome di un noto motivetto d’era fascista.”
Il mondo mentale e soprattutto affettivo di un bambino di dieci anni proiettato, anzi immerso, nella più grande tragedia dell’umanità, la tragedia di una guerra atroce e quella, se possibile ancora più atroce, dell’olocausto di cui in questi giorni abbiamo celebrato la memoria. Un film che è uno straordinario e commovente esperimento in cui il ricordo di quei giorni lontani non è fredda celebrazione ma costituisce il colore e il calore vivo di sentimenti e di affetti, allora come ora, indispensabili a fare di uomini e donne una vera umanità. Jojo ha, come tanti alla sua età, un amico invisibile, Adolf Hitler si chiama, e per questo, in un mondo che esplode, si pensa nazista e patriota, e immagina di dover odiare gli ebrei. Ma Jojo ha dentro di sé qualcosa di incoercibile che lo rende incompatibile con quella fantasia. Ha l’amore della madre e per questo attende, ancora inconsapevole forse, l’amore per una ragazza. La guerra finisce, la giovane ebrea che la madre nascondeva è libera, e l’amore li farà finalmente ballare. Un film inattuale nella sua attualità, inatteso e commovente, ironico e comico fino alla risata piena, che nulla nasconde di quella crudeltà e dei suoi esiti, ma in cui l’odio per la guerra e per il nazismo si fissa in noi, si lega con i nostri affetti, senza bisogno di spiegazioni o ulteriori lezioni. Nel giorno della memoria, dedicato a chi rimane ostinato nella sua fredda indifferenza ai confini dell’odio praticato.
I.
Basta, ormai è finita
E non voglio più gente in casa mia.
Quello che è stato è stato
– Una gran birberia –
Ma chi ha avuto ha avuto
E chi ha dato ha dato
Dal Cardinale all’Innominato.
Cara la mia Lucia
Non sarò più tanto snello
Ma il cielo di Lombardia
È rimasto sempre quello.
Tu sai bene che non moraleggio,
Però la poteva andare anche peggio:
In fondo, ce la caviamo con poco
Anche se tu… sì, proprio tu
Sembravi fare apposta a scherzare col fuoco…
Ma adesso il romanzo è finito,
E una volta scampati alla peste
Com’è vero che almeno una cosa ho capito:
Facciamo meglio – i capponi – a mangiarceli noi per le feste.
Va bene, va bene, Lucia;
Te l’ho detto, è proprio finito.
E allora, cosa fai lì con le mani in mano?
Non hai mica – per caso – un po’ di nostalgia?
Con tutto quello che abbiamo da fare…
Appena adesso, si cominciava a parlare…
… O ripensi magari a Milano?…
Io, francamente, non voglio pensarci mai più.
Se è per me, li perdono
Tutti quanti, e ci faccio una croce su.
Proprio, da buon cristiano.
Ma è finito – hai capito? – è finito!
Su, su,
Prendi, l’anel ti dono,
Senza tante parole.
Andiamo, su; hai sentito?
D’ora in poi ci si alza col sole
E si va a letto – al più tardi – alle dieci.
… Mica come in lazzaretto…
A proposito… sai che era saporito
Quel giambonetto
E il tuo minestrone di ceci…
II.
Lucia… rimembri ancora
L’invasione… e non saper dove andare…
E la persecuzione… e sempre scappare…
Dormivi?… Ma io ci ho ripensato.
Forse era quel minestrone squisito,
Ma io stanotte non ho proprio dormito.
Mi sono alzato,
Ho bevuto – niente – non ci sono riuscito.
E tu dormivi – tu,
Ma appena mettevo la testa giù
Era come se mi sentissi – io! – sul viso
Ancora quell’orribile alito del Griso.
Eppure… vedi… sento che dimenticheremo…
Cosa vuoi… l’abitudine di ogni giorno…
Gli oggetti familiari tutti intorno…
… E domani sera, forse, «per tenermi leggero»,
Tu mi farai soltanto un paio di mele al forno.
… Com’è vero! Com’è vero…
E fra meno di un anno, io stesso dirò: che scemo…
Così sarà stato inutile
Tutto, come se fossero
Vecchie storie, altrui e noiose…
Vedrai… «in un domani», ai nostri figli
Che ci verranno a domandare
Se Don Abbondio era proprio così fifone,
Se (tutto sommato) Don Ferrante fosse
O non fosse un minchione,
O se la sventurata rispose o non rispose…
Noi non sapremo dare
Che un po’ di ricordi generici, e i soliti buoni consigli.
Non è che mi lamenti…
… Ma allora sarà stato tutto vano,
Se per recuperare
Momenti meno spenti
Su episodi famosi
Non avremo più niente
Di prima mano,
E dovremo rileggerci – come tutti gli altri – <I Promessi Sposi>?
Perciò
Promettimi: lo so
Che c’è tanto da fare, in tutte le case,
E che una moglie non ha mai un attimo per riposare
Né per commuoversi davanti alle albe e ai tramonti;
Ma quando ti càpita d’alzar gli occhi su quei monti
Sorgenti dall’acque, non dimenticare
Che almeno una volta
Sei stata capace di una celebre frase.
Il signor K., parlando della cattiva abitudine di mandar giù in silenzio le ingiustizie, raccontò questa storia. Un passante incontrò un bambino in lacrime e gli chiese il motivo della sua pena. «Avevo messo insieme due soldi per andare al cinema,» disse il ragazzo , «quando mi si avvicinò un giovane e me ne strappò uno di mano.» E indicò un giovane che si poteva vedere a qualche distanza. «E non hai chiamato aiuto?» chiese il passante. «Certo,» disse il bambino singhiozzando più forte. «E non t’ha udito nessuno?» gli chiese il passante accarezzandolo amorevolmente. «No, » singhiozzò il ragazzo. «Davvero non puoi strillare più forte?» domandò l’uomo. «Allora dammi anche quest’altro». Gli prese di mano l’ultimo soldo e continuò tranquillamente la sua strada.
Mostra I denti… il pescecane,
E si vede… mm… che li ha,
Mackie Messer… ha un coltello
Ma vedere… no no no no non fa.
Sulla spiaggia… go… di Long Island,
Giace un tale… a mezzo dì,
Stamattina… lo sappiamo,
Mackie Messer… era lì.
Han trovato… go… Jenny Towler,
Strangolata… sul bidet,
Che sia stato… Mackie Messer
Testimoni… no no no non ce n’è.
A Schmul Meyer… l’industriale
Un ignoto… un dì sparò
Mackie spende… il capitale
Ma provarlo… no non si può
Sei bambini… son bruciati
Nell’incendio… di Brooklin,
Che sia stato… Mackie Messer
Testimoni non ce n’è.
Vedovella… minorenne,
Il cui il nome… ognuno sa,
Ci rimise… un dì le penne,
Ma la colpa… chi l’avrà
La volontà di mantenere la popolazione nell’ignoranza sembra essere al centro di quel progetto populista che viene portato avanti da qualche anno da una fetta consistente del mondo politico contemporaneo. Mentre promette alle persone di farle partecipare, infatti, la politica oggi toglie loro quegli strumenti culturali senza i quali non sono in grado di raggiungere un reale livello di partecipazione. Conseguentemente, smantella l’istruzione pubblica (lasciando crollare il tasso di educazione fornita dalla scuola), indebolisce tutte le istituzioni culturali (privandole di fondi adeguati), ostacola lo sviluppo di un’informazione libera e, soprattutto, fa sparire dai media qualsiasi contenuto di tipo culturale”.
Alzati che si sta alzando la canzone popolare se c’è qualcosa da dire ancora se c’è qualcosa da fare alzati che si sta alzando la canzone popolare se c’è qualcosa da dire ancora ce lo dirà se c’è qualcosa da imparare ancora ce lo dirà.
Sono io oppure sei tu che hanno mandato più lontano per poi giocargli il ritorno sempre all’ultima mano e sono io oppure sei tu chi ha sbagliato più forte che per avere tutto il mondo tra le braccia ci si è trovato anche la morte sono io oppure sei tu ma sono io oppure sei tu.
Alzati che si sta alzando la canzone popolare se c’è qualcosa da dire ancora se c’è qualcosa da fare alzati che si sta alzando la canzone popolare se c’è qualcosa da capire ancora ce lo dirà se c’è qualcosa da chiarire ancora ce lo dirà.
Sono io oppure sei tu la donna che ha lottato tanto perché il brillare naturale dei suoi occhi non lo scambiassero per pianto e invece io, lo vedi da te arrivo sempre l’indomani e ti busso alla porta ancora e poi ti cerco le mani sono io, lo vedi da te mi riconosci, lo vedi da te.
Alzati che sta passando la canzone popolare.
Sono io sono proprio io che non mi guardo più allo specchio per non vedere le mie mani più veloci né il mio vestito più vecchio e prendiamola tra le braccia questa vita danzante questi pezzi di amore caro quest’esistenza tremante che sono io e che sei anche tu che sono io e che sei anche tu.
Alzati che si sta alzando la canzone popolare.
Alzati che sta passando la canzone popolare se c’è qualcosa da dire ancora ce lo dirà se c’è qualcosa da chiarire ancora ce lo dirà se c’è qualcosa da cantare ancora si capirà.
Trascorse gran parte della sua vita in azienda dimenticato in un ufficio che col tempo aveva arricchito (non senza qualche critica dell’Ufficio personale) di piante esotiche, collane papua e tronchi in forma di Leviatani mostruosi modellati da risacche lontane. Assolveva i suoi compiti manageriali con tiepida puntualità, preferendo a quelle pratiche sempre così uguali la lettura dei romanzi di Joseph Conrad (poteva citare a memoria ampi brani di Lord Jim e non solo). Il suo fisico, rinvigorito e abbronzato da queste letture, era molto apprezzato dalle colleghe del settimo piano, alle profferte più o meno esplicite delle quali rispondeva: «Grazie, ma sto appunto per imbarcarmi».
Dopo avere sopportato tutto quello che credeva possibile sopportare, c’era dell’altro ancora; un’esistenza precedente gli aveva abbassato la soglia che porta al crepacuore. Ah, la dolce padronanza della vita… Se solo fosse riuscito ad averla! Quanto più soffriva, per frequenti o sinceri che fossero i suoi propositi di cambiare, tanto più soffriva. Per qualsiasi motivo, sconosciuto o imprevedibile. Non s’illudeva, era lui la sua cattiva causa, causa di ciò che gli causava dolore («Ovunque io fugga è Inferno; sono io stesso Inferno»);a un certo punto del suo percorso aveva errato, di lì la sua vita era stata una serie, sempre più fitta, di sbagli. E quando Levin errava le conseguenze erano gravi, e non contavano le mille volte che si riprometteva di prendere la vita più alla leggera, di cercare meno freneticamente una presa buona per atterrarla. Rideva seriamente e soffriva allegramente, miserere.”