Olga Tokarczuk, Una bambina nel buio (da I vagabondi)

Sono una bambina. Sto seduta sul davanzale circondata da giocattoli buttati sul pavimento, torri di cubi crollare, bambole con occhi sbarrati. La casa è in penombra, l’aria nelle stanze pian piano si raffredda e si fa sempre più buio. Qui non c’è più nessuno; sono usciti tutti, spariti, si sentono ancora le loro voci affievolirsi, lo strascichio dei loro piefi, l’eco del passi e le risate in lontananza. Fuori dalla finestra i cortili sono vuoti. L’oscurità scende con dolcezza adagiandosi su tutto come rugiada nera.
La cosa peggiore è l’immobilità: densa e visibile nell’aria fredda del crepuscolo e nelle luce flebili delle lampade al sodio che, ad appena un metro di distanza, si insabbiano nel buio.
Non succede nulla, la marcia dell’oscurità si ferma davanti alla porta di casa, tutto il frastuono si placa e crea una pellicola spessa come quella sul latte che si raffredda.
I contorni degli edifici sullo sfondo del cielo si estendono all’infinito, perdono lentamente gli angoli acuti, le sporgenze, gli spigoli. La luce che svanisce porta via l’aria, non ne rimane più da respirare. L’oscurità ora mi penetra nella pelle. Tutti i suoni si sono ritirati su se stessi, cone gli occhi delle lumache; l’orchestra del mondo se n’è andata ed è svanita nel parco.
Quella sera ho scoperto per caso il limite del mondo, giocando, senza volerlo. E l’ho scoperto perché per un attimo mi hanno lasciata sola, incustodita. Naturalmente mi son ritrovata in trappola, bloccata. Sono una bambina, sto seduta sul davanzale e guardo il cortile freddo. Le luci della mensa scolastica sono già spente, se ne sono andati tutti. Le lastre di cemento del cortile si sono impregnate di oscurità e sono scomparse. Le porte sono tutte chiuse, le serrante abbassate e le tende tirare. Vorrei uscire ma non saprei dove andare. Solo la mia presenza assume contorni netti che tremano e fluttuano, e mi fa male. In un attimo scopro la verità: non c’è più nulla da fare, io sono qui.

Olga Tokarczuk, I vagabondi, Bompiani, Traduzione di Barbara Delfino

Nicoletta Vallorani, Il corpo della madre (Le parole e le cose)

Mi sono chiesta molte volte, prima di sperimentarlo, che cosa significasse prendersi cura del corpo della madre, un corpo che, per molte donne della mia generazione, è spesso un continente ignoto, sempre coperto di panni familiari e rassicuranti e ipostatizzato nella congruenza assoluta tra una funzione materna fatta di cura silenziosa e di accantonamento deliberato di sé e la necessità di localizzare lo spirito della maternità nel territorio indiscutibile del mito, della teoria e/o dell’ideologia. È così per molte di noi, ed è difficile rendersi conto di questa assenza del corpo della madre, finché la vita non ne palesa irrefutabilmente le caratteristiche.

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http://www.leparoleelecose.it/?p=37729

Alice Olivieri, Le relazioni tossiche distruggono le nostre vite. Possibile che se ne parli solo a Tempatation Island? (The Vision)

Se fino a qualche decennio fa i grandi temi della narrazione popolare dal teatro e dalla letteratura si erano spostati a un cinema che sapeva veicolarli con qualità, nel 2020 ormai sono principalmente i reality a metterci davanti a quello specchio ricco di riflessi mostruosi, contraddittori, spesso repellenti ma veri, comuni e immortali che volenti o nolenti ci rappresentano. Temptation Island, roccaforte del trash televisivo made in Mediaset, sembra essere l’unico luogo rimasto in Italia a dare spazio a tematiche che una volta rappresentavano una delle caratteristiche fondanti della commedia all’italiana.

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https://thevision.com/cultura/temptation-island/https://thevision.com/cultura/temptation-island/

Giulia Elia, Perché la scuola deve valorizzare altri tipi di intelligenza e non solo quella logico-matematica (The Vision)

“Sapere che un ragazzo o una ragazza sono degli studenti modello significa esclusivamente sapere che ottengono buoni voti nelle prestazioni scolastiche, ma non ci dice niente di più sulla loro intelligenza. I risultati scolastici vengono solitamente usati come unico metro di giudizio per classificare adolescenti e giovani, ma questo tipo di traguardi non presuppone alcuna preparazione per superare le difficoltà, né per saper cogliere le opportunità che il futuro riserva, o capacità alternativa a quelle misurate – in modo discutibile – dal sistema dell’istruzione: di per sé, non è garanzia di felicità né di realizzazione personale. Nonostante questo, le nostre scuole e la nostra cultura si concentrano poche e ben delimitate capacità, spesso sopravvalutandole e ignorando altri tipi di intelligenza, che potrebbero invece contribuire a restituire la gamma complessa dei talenti e delle capacità di ciascun individuo, che si spinge ben oltre i dettagli su cui si concentra la valutazione scolastica. I test, infatti, non prendono in considerazione quelle attitudini che nella vita e nel mondo del lavoro si rivelano fondamentali.” Leggi l’intero articolo: https://thevision.com/cultura/scuola-tipi-intelligenze/

Camille Laurens, L’amante (Dans ce bras-là)

Sei bella. Ti ho desiderato fin dal primo sguardo. Hai degli occhi magnifici. Non mi sono mai sentito tanto amato mentre facevo l’amore. Sei bella. Mi piace quando vieni. Ho voglia di te. Hai dei bei seni. Ti amo. Ho litigato con mia moglie. Questo vestito ti sta benissimo. Sei bella. Credo che lascerò mia moglie. Il tuo libro è stupendo, mi piace quello che scrivi sull’amore, stai pensando a me? Ti ho sognata tutta la notte. Con mia moglie non è più possibile, d’altra parte non ha mai funzionato. Ho voglia di prenderti fra le mie braccia.
Ti aspetto alle cinque. Mia moglie è gelosa. Tuo marito ha un’aria strana. Non sono potuto venire, mia moglie sospetta qualcosa, e tuo marito? Non so se potrò. Sei bellissima. Mia moglie è malata. Hai un nuovo profumo? Amo la tua bocca, adoro la tua bocca. Mia moglie mi fa continuamente delle domande. Non posso, forse la settimana prossima. Cosa avete fatto questo week end? Hai l’aria triste. Che cosa c’è? Hai degli occhi magnifici. Mi fai godere – ti penso continuamente. Bisogna che la finiamo, non è più possibile, tuo marito ci scoprirà, è completamente pazzo. Non è prudente, non è ragionevole, non è possibile. Lasciami riflettere, ascoltami, cerca di capirmi, lo vedi anche tu che è completamente fuori di testa. Dovresti lasciarlo. Vieni fra le mie braccia. No, non domani, porto mia moglie al mare. È vero, sto bene con te, ma è meglio che per adesso ci fermiamo. Sei tu che sei venuta a cercarmi. Non ti ho mai promesso niente. È impossibile. Non mi va. Non adesso. No, non domani. Ascolta, fermiamoci qui. È finita – sto male a dirlo , ma è meglio così. È finita. Non ti ho mai amato veramente, ti trovavo bella, ma non è la stessa cosa. Non ti amo più, basta, fermati, ne ho abbastanza, voglio che la finiamo, non ne posso più, me ne vado. Ho voglia di rivederti, sono due mesi che penso solo a te, ho voglia di te, ho voglia che facciamo ancora l’amore, il giovedì posso avere la chiave di un appartamento, io so che mi ami, io ti amo, tu lo sai, ti ho sempre amata, fin dal primo sguardo ti ho amata, prima ancora di ricevere la tua lettera, sogno di te tutte le notti, dimmi che mi ami, sei bella, hai dei begli occhi, dei bei seni, mia moglie è partite per tre settimane, hai l’aria triste, cosa c’è? Vieni fra le mie braccia.

Camille Laurens, Dans ce bras-là, Gallimard

David Landoni, Quando nel nulla del colore Mark Rotko trovò il tutto (ArtsLife)

“La linea ingarbuglia l’occhio e lo strappa via dal colore. Un tentacolo segnico che distoglie l’attenzione dal mare cromatico attirando a sé tutto il valore che l’osservatore riversa sul quadro. Si tratta di un principio embrionale di mondo che si inserisce nella dimensione ideale del tessuto coloristico puro. Il tratto si propone in modo irreversibile come elemento catalizzante e propedeutico alla costruzione di una figura. Per questo Mark Rothko dovette abbandonarlo per immergersi nella sua arte.”

Leggi il resto dell’articolo:
https://www.artslife.com/2019/07/25/quando-nel-nulla-del-colore-mark-rothko-trovo-il-tutto/

Adriano Ercolani, Il segreto di Zerocalcare (Minima et Moralia)

Quando si parla di Zerocalcare, ovvero di uno dei più grandi fenomeni editoriali degli ultimi decenni, bisogna scontare un paradosso: parliamo di un autore che esprime un punto di vista estremamente peculiare sul reale (le sue idee politiche non hanno praticamente rappresentanza parlamentare), utilizzando un gergo dialettale carico di espressioni di un preciso periodo storico (il romanesco adolescenziale degli anni ‘90), costruendo le sue storie su una galassia di riferimenti culturali molto connotati (l’immaginario pop dei ragazzini cresciuti con i cartoni animati e i videogiochi negli anni ‘80) attraverso un medium tuttora purtroppo considerato nella percezione pubblica come qualcosa da ragazzini (il fumetto).

Leggi l’articolo:
http://www.minimaetmoralia.it/wp/il-segreto-di-zerocalcare/

Le figurine di Radiospazio. Libri proibiti

Carlo Goldoni, Memorie

Il canonico Gennari era da sempre l’amico di casa. più spesso da noi che in casa sua. Lo pregai di procurarmi qualche libro, ma nel genere drammatico, se fosse stato possibile. Il signor canonico non era troppo addomesticato colla letteratura; mi promise, ciò nonostante, di far di tutto per trovarne, e mantenne la parola. Mi portò pochi giorni dopo una vecchia commedia rilegata in cartapecora; e, senza darsi la pena di leggerla, me l’affidò facendomi promettere di restituirgliela speditamente. Era la Mandragola di Machiavelli, che non conoscevo ma ne avevo inteso parlare, e sapevo bene che non era una produzione castissima. La divorai alla prima lettura, e la rilessi dieci volte. Mia madre non badava al libro che leggevo, essendomi stato dato da un ecclesiastico; ma mio padre mi sorprese un giorno in camera, nel tempo appunto che facevo note e osservazioni sopra la Mandragola. La conosceva e sapeva quanto questa produzione era pericolosa per un giovinetto di diciassette anni; volle sapere da chi l’avevo avuta, e glielo dissi; mi sgridò acerbamente e si accapigliò con quel povero canonico, che aveva peccato solo di trascurataggine. Avevo ragioni giustissime e molto ben fondate per scusarmi in faccia a mio padre, ma non volle ascoltarmi.

Umberto Eco, Come dire parolacce in società (Libriantichi online)

“È vero che in questa stessa rubrica io avevo tempo fa rivendicato il diritto di usare la parola stronzo in certe occasioni in cui occorre esprimere il massimo sdegno. Ma l’utilità della parolaccia è appunto data dalla sua eccezionalità. Usare parolacce troppo sovente sarebbe come riscrivere l’intero Signor Bruschino facendo battere soltanto gli archetti contro i leggii, mentre gli altri strumenti tacciono. Mussolini, in un momento tragico della storia d’Italia, disse in parlamento che avrebbe potuto fare di quell’aula sorda e grigia un bivacco per i suoi manipoli, e la frase suonò drammaticamente minacciosa. Se avesse detto (e tale era il senso della sua dichiarazione) “brutte facce di merda, avrei potuto mettervela in culo come niente,” o l’avrebbero trattato come un buffo, o si sarebbero accorti che il condizionale era fuori luogo, perché l’evento si era già verificato.” Leggi l’intero articolo: https://www.libriantichionline.com/divagazioni/umberto_eco_come_dire_parolacce_in_societa?fbclid=IwAR0TVnKD5DPj1lDgO-pwEKU1U-d0xnzDBieHMs1XZ_FXiRFR2tcc75KqDrA

Le figurine di Radiospazio. I bambini dei bambini

Ernst Toller, Una giovinezza in Germania

Un giorno Frieda mi avvicina:
– Perché non giochi più con noi?
– Perché non ne ho voglia.
– Su, vieni a giocare con me.
– Frieda mi prende per mano. È un giorno d’estate, siamo in vacanza. Usciamo di città e andiamo nell’orto dei Mannheim a rubar mele,  poi corriamo pei campi; la segala profuma come pane cotto di fresco, ci nascondiamo in mezzo ad essa. Frieda si raggomitola accanto a me, io la prendo fra le braccia, così come fanno i grandi, e la bacio sulla bocca.
– Oh, guai a noi, mi hai baciato sulla bocca, adesso avrò un bambino!
– Il giorno dopo Frieda viene a trovarmi.
– Di’, sai che ho un bambino?
– Come, è già nato?
– Scemo che sei, ce l’ho nella pancia, come faccio a vederlo? È già grande così.
– Vuoi dire che è più grande di te?!
Frieda corre via. Il giorno dopo vado da lei.
– È nato?
– No, credo che nascerà domani.
– Tuo padre lo sa?
– A mio padre non lo dico. Anche Anna ha avuto un bambino, e lui l’ha cacciata via.
La mattina vado sotto le finestre di Frieda e mi metto a fischiettare. Frieda viene alla finestra, mi vede, mi mostra la lingua e se ne va. Io aspetto. Frieda esce di casa, mi passa davanti, del bambino non se ne parla più.