… Uno dei più chiari esempi della relazione ininterrotta che avviene attraverso il corpo del defunto è il racconto dell’antropologo britannico Sir Alfred Cort Haddon che, nel tardo XIX secolo, durante un lungo viaggio tra le popolazioni delle isole dello stretto di Torres, osserva un singolare rituale. Di fronte alle avversità, gli indigeni prendono il cranio di un parente defunto, lo rivestono di vernice fresca, lo adornano con foglie profumate e intrattengono con esso un articolato dialogo, cercando consiglio e guida. Successivamente, prima di coricarsi, collocano il cranio vicino alla propria testa. Se sognano, è lo spirito del defunto a rivolgersi a loro, offrendo consigli su come procedere o cosa fare. Tutto considerato, concludeva Haddon nelle sue riflessioni, “non c’è da meravigliarsi che queste popolazioni conservino i crani dei loro parenti deceduti”.
Ma che inaccessibile, misteriosa forza è dunque questa, che attira a te? Perché riecheggia e di continuo risuona all’orecchio, malinconica, come si diffonde su tutta l’ampiezza tua, da mare a mare, la tua canzone? Che c’è in essa, in codesta canzone? Che cosa chiama cosí, e singhiozza, e afferra al cuore? Che suoni son questi, che morbosamente s’insinuano e penetrano nell’anima, e s’attorcigliano al mio cuore? Terra di Russia! che cosa vuoi dunque da me? Quale inaccessibile legame sussiste fra noi? Che hai da guardarmi cosí, e perché tutto quello che c’è in te si rivolge a me con quest’occhi pieni di aspettazione?… E ancora, pieno di stupore, rimango immoto, e già sul capo ho l’ombra d’una nube minacciosa, gravida di piogge incombenti, e il pensiero ammutolisce dinanzi alla tua vastità. Che si preannuncia, da questa vastità illimitata? Forse qui, forse in te sorgerà uno sconfinato pensiero, giacché tu stessa sei senza fine? Non potrebbe qui aver l’avvento un eroe gigante, giacché c’è spazio abbastanza perché si sviluppi e si muova? E minacciosamente mi abbraccia la possente vastità, riverberandosi con terribile forza nel profondo del mio essere; d’una potenza arcana s’illuminano i miei occhi…”
Nikolaj Vasil’evič Gogol’, Le anime morte, Einaudi, traduzione Agostino Villa
Stepan Arkad’ic non sceglieva né le tendenze né
le opinioni, ma queste stesse tendenze e opinioni giungevano a lui da sole,
proprio allo stesso modo come non lui sceglieva la foggia del cappello o del
soprabito, ma adottava quella che era di moda. E per lui, che viveva nella
società più in vista, avere delle opinioni, oltre al bisogno di una certa
attività di pensiero che normalmente si sviluppa negli anni della maturità, era
così indispensabile come avere un cappello.
Dalla sua finestra l’aveva sempre vista così: un’ombra che stendeva i panni al sole. All’inizio, la curiosità di sapere come fosse senza quegli schermi bianchi che si frapponevano tra loro era stata grande, poi la curiosità si era trasformata in desiderio, e il desiderio in un patimento che aveva finito per diventargli necessario non meno dell’ombra stessa. A volte si chiedeva se l’ombra e il patimento non esprimessero la nostalgia di ciò che non era mai esistito, ma quella domanda era diventata meno importante del suo malessere quotidiano. Una mattina (perché c’è sempre una certa mattina), affacciatosi alla finestra, vide un prato sconosciuto e nudo. Non c’era più niente: i fili, i pali che li reggevano, le mollette, le lenzuola. Tutto smontato nella notte. La titolare dell’ombra aveva comprato un’efficiente asciugatrice Hoover DX.
Nell’inverno tra il Quarantatré e il Quarantaquattro, io, una mattina, uscii dalla mia abitazione del quartiere Parioli (Roma) e mi trasferii in casa di un cugino del quartiere San Giovanni. In quell’anno metà della popolazione di Roma passò in casa dell’altra metà, e viceversa. Fu il lato comico di quel tragicissimo anno.
Qui ove ora io abito, Poussin a suo tempo veniva a prendere appunti per i suoi paesaggi eroici e popolati di dei, sibille, pastori. I paesisti a quel tempo si fabbricavano il paesaggio nello studio, lentamente e con pazienza. Poi cominciarono a dipingere paesi rapidamente e sur le motif. Non mi risulta che il paesismo ci abbia guadagnato. Lavorare a memoria è lavorare da sé. Lavoro più legittimo. Schumann diceva che sonare un pezzo a memoria, è sonarlo meglio. Poteva dire che è farselo proprio.
Il quartiere Parioli è il quartiere nuovo di Roma. L’aria è fresca e salubre. Giusta la proporzione tra case e piante.
Non queste però le qualità migliori dei Parioli. La qualità migliore di questo quartiere è che non ha carattere. È neutro. Pregio grandissimo in una città come Roma, così pesa di carattere, così schiacciante di carattere.
Nel quartiere Parioli nulla ricorda Roma. Questo medesimo quartiere, così com’è, lo si potrebbe staccare da Roma e appiccicarlo a Montevideo, a Barcellona, a Aukland. Qualità preziosa soprattutto per chi non può vivere e lavorare se non in determinate condizioni di libertà. Libertà è non udire per radio e altoparlante la voce di un dittatore, ma è anche non vedere tutti i giorni il Colosseo, le basiliche, il Vittoriano. Libertà è anche non essere guardati tutti i giorni da “secoli di storia”. Soprattutto quando è storia così amica di quello spirito “dilettantesco”, ossia staccato dalle cose, che tanto piace a me.
Erano finiti fra i ricordi sommersi. Non è che ci stavano granché bene, cercavano tuttavia di tenersi su: «A quest’ora potevamo essere estinti del tutto.» Ma ci credevano fino a un certo punto; non osavano dirsi che forse finire nel nulla sarebbe stato meglio. Pur essendo ricordi molto flebili, diventavano aggressivi quando, accanto al loro dipartimento sprofondato in un bianco e nero nebbioso, passava – senza salutare, perché non li vedeva nemmeno – qualche ricordo vivido, a colori, che poteva sembrare in carne e ossa. «Vedi?, lui che ha gli agganci giusti scorrazza avanti e indietro nel mondo di là. Capace che stanotte va a scopare», sibilavano.
Il milionario ha questo vantaggio, che può contemplare la viltà, la viltà del tutto disinteressata, allo stato puro, non fondata su ombra di calcolo: molti sanno benissimo che non riceveranno mai nulla da lui, e che non hanno alcun diritto di riceverne nulla, ma non possono stare se non gli corrono innanzi, se non ridono, se non si scappellano, se non si fanno accettare a forza a quel certo pranzo, dove sanno che è invitato il milionario. Non vogliamo dire che questa inclinazione alla viltà fosse condivisa dalle signore; tuttavia, in molti salotti si cominciò a dire che, in fin dei conti, Číčikov non era una bellezza, ma in complesso era proprio com’è giusto che sia un uomo, e sarebbe bastato che fosse un pochino piú tozzo e piú pieno, perché non stesse piú bene. Per l’occasione si aggiungeva perfino qualche rilievo piuttosto offensivo sull’uomo magrolino, il quale non è altro che una specie di stuzzicadenti, e non già un uomo. Nei vestiti delle signore apparvero molti svariati perfezionamenti. Al bazar si determinò una gran confusione, poco meno che una ressa: sembrava addirittura che si fosse al passeggio, tante erano le carrozze che vi convenivano. I mercanti rimasero stupefatti, a vedere come parecchi tagli di stoffa, che avevano portato dalla fiera e non si spacciavano a causa del prezzo, d’improvviso andavano a ruba e si vendevano al maggior offerente. Durante la messa, s’accorsero che una delle signore aveva da piedi al vestito un rouleau cosiffatto, che glielo dilatava fino a mezza chiesa; tanto che un commissario di polizia, ch’era lí presente, diede ordine che la gente si spostasse un po’ piú in là, ossia piú vicino all’atrio, di modo che non avesse a gualcirsi la toletta della gentildonna. Tanto fecero che lo stesso Číčikov non poté, almeno in parte, non accorgersi di tanta eccezionale attenzione.
Nikolaj Gogol, Le anime morte, Einaudi, Traduzione Agostino Villa
Dovete sapere che il mio hobby sono le persone. Colleziono persone. Così appena vedo in un angolo un uomo dall’aspetto interessante, com’è ovvio, mi ritrovo a parlargli. Dico: «Sembri una persona interessante, a me interessano le persone interessanti. Ciao». E lui: «Ciao». Dico: «Che fai?». E lui: «Lavoro nel cinema». Dico: «Ah, interessante. Hai in ballo qualcosa al momento?». Dice: «A dire il vero sì» e incomincia a raccontarmi di questo progetto, un video per il mercato straniero, destinato soprattutto alla Germania dell’Ovest. Dico: «Sei il produttore?». E lui: «No, ma faccio parte della produzione, mi chiamo Spud». Dico: «Spud! Che nome interessante. Io sono Lesley». «Si dà il caso Lesley, che abbiamo un problema. La nostra protagonista ha dovuto ritirarsi perché soffre di ernia del disco. Per caso fai l’attrice?». Dico: «Beh Spud, è interessante che tu me lo chieda perché guarda caso sono proprio un’attrice». Lui fa: «Puoi scusarmi un momento, Lesley?». Dico: «Perché Spud, dove devi andare?». E lui: «Devo andare Lesley, devo fare una telefonata».
Scopro che proprio il giorno seguente il regista cerca una sostituta ad un certo indirizzo nel West End. Spud dice: «Sai, è interessante perché io sto a Ealing!». Dico: «Non è nel West End?». «Sì», fa lui, «e tu dove stai?». Dico: «Bromley, per mia sfortuna». E lui: «Ma è lontano. Perché non dormi a casa mia?». Dico: «Oh, grazie tante! Gentile da parte tua, ma cosa credi? Non sono mica nata ieri!». «Lesley», dice lui, «ho un figlio che fa la scuola alberghiera e una figlia con un rene solo. Mia cognata, inoltre, al momento è da noi. Vuol vedere l’esposizione della Casa Ideale alla Fiera di Olympia».
Comincio a mangiare la foglia quando gli vedo il tatuaggio. La mia esperienza di tatuaggi mi dice che non sono proprio per gente di un certo livello e infatti quando gli ho visto la maglietta c’era scritto addetto luci dappertutto. Mai conosciuta sua cognata. Probabilmente starà ancora vagando per la fiera.
invenzione allucinogena. Pigmenti esplosivi di vita. Mi sono innamorata del giallo quando nella solitudine di un allestimento di una Biennale d’Arte vidi un artista tedesco creare un tappeto giallo fatto tutto di Polline. Fu la prima volta nella mia vita che capii il significato della parola: «INCANTO». Da quel giorno ho provato a cercare l’incanto in tutto ciò che facevo nella mia vita, ma quella sensazione così precisa non l’ho mai più prova- ta e ho capito che l’incanto è un dono prezioso che in una intera vita potrebbe per sempre esserti negato. Non tutti siamo pronti all’incanto. E se sei tu a cercarlo sarà lui a negarsi. L’incanto è uno svelamento. Non sei tu che cerchi la fede è la fede che viene a te.
Quando la madre andava a informarsi sul suo rendimento scolastico, la maestra restava nel vago. Non si poteva dire che il bambino fosse stupido: trasognato, piuttosto: ecco, sì, troppo trasognato. Per la buona insegnante questi due dipartimenti erano limitrofi, così il soggetto sconfinava dall’uno all’altro come fanno i frontalieri. Né la madre né la maestra potevano prevedere che da grande sarebbe diventato un poeta. Ma non di quelli che si studiano a scuola, e nemmeno di quelli che vanno in televisione: un poeta evanescente, appena percepibile, del quale si diceva,: «Era così vago… Peccato, poteva lasciare una sua piccola traccia» – come se fosse già morto
Mai una volta ho visto mia madre che non fosse ammalata. Era morfinomane: s’era assuefatta all’uso della droga terribile dopo aver laboriosamente partorito questo squallido campione, me.
Mio padre, che dovevo vedere soltanto all’età di undici anni, viveva separato da lei (questo era naturale e abbastanza comprensibile). Quando stavano insieme lui trovava qualsiasi pretesto per insultarla o picchiarla. Una volta la povera donna tentò di suicidarsi, buttandosi dalla finestra. Lui l’afferrò in tempo. Mio padre era ed è tutt’ora il più ignobile degli uomini. La sua vita con lui era una sofferenza continua. La morfina la teneva addormentata o semiaddormentata per tre quarti del giorno. Ma non era un sonno tranquillo. Fu mia zia a parlarmi della feroce gelosia di mio padre. Una volta picchiò mia madre perché aveva i capelli spettinati dopo una mezza giornata passata a stirare. Un’altra volta la picchiò per strada con un bastone da passeggio, perché si era chinata ad allacciarsi una scarpa.
Madre, madre dolorosa, pensando a te dovrei piangere, ma il mio cuore è freddo e come una pietra. Madre, vorrei darti ora tutto l’affetto che la tua miseria chiedeva, ma sono troppo ammalato e troppo preso dalla mia malattia. In qualche luogo so che stai ancora soffrendo. Tu pensi alla bella giovinezza che hai sprecato vivendo accanto a un bruto. Io penso alla tua bocca senza vita. Madre, ti chiamavano ‘la Signora’ nella piccola città del Piemonte in cui andammo a vivere e mia zia a lavorare per tutti noi. Doveva farlo perché mia madre era immobilizzata dai tremendi ascessi che le procuravano gli aghi non sterilizzati con cui si faceva le iniezioni. Madre, non contano adesso le preghiere, né conta l’amore; né conta la purezza del mio cuore contro il tuo cuore imbianchito, il tuo cuore distrutto, il tuo cuore che più non esiste. Dovrei fermarmi accanto alla tua tomba, fiero dell’antica pena e terribile per l’omaggio che ti reco. Il tuo capo, nel piccolo cimitero di quella piccola città, poggia contro il muro. Oltre il muro uno spazio incolto, alti fili d’erba percorsi dal gemito di insetti d’ogni genere, grandi e piccoli. Ti vidi morta: eri bella con la faccia colore della terra. Davi un senso di tranquillità. Un dottore imbecille aveva diagnosticato il tuo caso un semplice raffreddore, mentre era tetano, e glielo dicesti tu che cos’era.
Non so se ho mai visto una bocca più bella di quella di mia madre. Era sinuosa, dalle labbra piene, e sensuale, larga ma bella, e anche la grande purezza della fronte ricordo bene. Dovete sapere che avevo solo nove anni, quando mori.
Madre, ti ricordi del bambino che non ti lasciava mai sola, che ti seguiva dappertutto, con un’insistenza che deve averti spesso esasperato. C’è un’atroce usanza in certe cittadine del Piemonte, per cui quando uno entra in agonia, le campane mandano per l’occasione uno speciale rintocco, così che spesso l’ammalato capisce che le campane suonano per lui, per annunciarne in anticipo la morte. Mia madre, che non poteva più parlare, mi accarezzò il capo e rrii affidò a sua sorella. Poi fece un gesto, per indicare il suono delle campane e con il dito si toccò il petto per dire: suonano per me.
Di me che cosa posso dirti, madre, se non che dai quindici anni in su ho sprecato in malattia una buona metà della mia vera vita. Che cosa posso dirti che debba darti un’idea delle sofferenze che ho patito? Oh, potessi, madre, appoggiare la mia guancia alla tua! Eppure tu mi battevi, mi battevi finché il sangue non mi usciva dalle narici e dalla bocca. Ma non ho niente da perdonarti. Mater dolorosa, tu hai sofferto abbastanza per guadagnarti non uno, ma sei paradisi.
Madre, se la terra si potesse spremere come un limone, ne verrebbe fuori dolore e dolore e dolore. È da tanto tempo che la terra è così avara con i suoi figli. Stringe al petto solo i morti, gli altri sono costretti a camminare, portando in un fardello tutte le loro pene, la loro rabbia e le loro inutili vite. Mater dolo- rosa, tu appartieni al circolo dei sofferenti, grande quanto il mondo.
Nella stanza, di fronte al suo corpo, mi ha colpito un’imma gine: la mosca. Una mosca posata sul suo viso. Dunque è questa la morte: quando le mosche si posano su di noi e non possiamo più scacciarle. Per me, la sua immobilità aggredita da una stronza di mosca è stata la visione più dura. Da allora schiaccio tutte le mosche, non si può più dire di me “non farebbe male a una mosca”. Quella mosca, ci ho pensato spesso in seguito, non sapeva dove aveva posato le sue zampe da mosca, ignorava tutto della vita di mio nonno, si fermava sul suo ultimo viso senza avere idea che quell’uomo era stato un adulto, un adolescente, un neonato.
Dopo aver letto l’omonima fiaba dei fratelli Grimm, una piccola guardiana delle oche si era messa in testa di essere una principessa defraudata del suo rango dai maneggi di una brutta servente. «Quando diventerò grande», si diceva, «svelerò il complotto, sposerò il principe e la brutta servente verrà severamente punita. Il testo è chiarissimo, non resta che aspettare». Ma la storia della piccola guardiana coincideva solo in minima parte con quella del fratelli Grimm; infatti aveva poco più di sedici anni quando suo padre la mise fuori di casa dopo avere scoperto che era incinta, e non le restò che andare a servizio perché il suo principe si era nel frattempo dileguato. Non avrebbe mai pensato che sarebbe stata lei la brutta servente della storia. (In realtà era carina, ma la cosa non la consolava).