Nelle riunioni del mercoledì all’Einaudi era una consuetudine retorica iniziare un intervento su un libro con molti elogi per poi stroncarlo sul finale, oppure partire con una serie di difetti per poi tirar fuori i pregi in conclusione proponendone la pubblicazione. Una tradizione nata forse per dimostrare onestà intellettuale, o per dissimulare il proprio pensiero fino all’ultimo, quando le riunioni einaudiane erano battaglie più sottili e intricate che alla corte di Bisanzio, o semplicemente per il gusto di sorprendere. All’inizio forse, in tempi ben precedenti alla mia esperienza einaudiana, perché poi la sorpresa non c’era più e anzi, da come il discorso cominciava si sapeva già come sarebbe andato a finire. Era solo una forma elegante o aspirante tale, un relitto di cui si erano perse le ragioni stilistiche originali.
Oh, buon dio del buon dio che voglia che ho di scrivere una piccola poesia Giusto adesso ne passa una Piccola piccola piccola vieni qui che ti infilo sul filo della collana delle mie altre poesie vieni qui che ti immetto nel supercompresso delle mie opere complete vieni qui che ti impappetto e t’inrimo e t’inritmo e t’inliro e t’impegaso e t’inverso e t’improso
porca vacca se l’è data a gambe
Raymond Queneau, Una poesia “Poeti francesi del ‘900”, Bompiani, Traduzione Vincenzo Accame
– Hai letto La metamorfosi?, io l’ho letta almeno tre volte. Non stare a domandarti perché, fissazioni mie, malattie mie che non so spiegarti, mi dominano e basta, fatto sta che all’ennesima lettura, ho scoperto una cosa che mi ha colpito, il fatto che alla fine del racconto il povero Gregor Samsa, morto, viene buttato via con la scopa dalla cameriera. Voglio dire, come si fa a gettare quell’enorme insetto da qualche parte? Dove lo butti un mostro come quello?… Si potrebbe iniziare da lì, che qualcuno trova nella spazzatura la carcassa dell’insetto, ovverosia Gregor Samsa trasformato in bestia, e avvisa chi di dovere. – Qui il pandemonio! – Certo, e avanti a raccontare, ce n’è , ce n’è! Tutta Praga è in subbuglio, è stato trovato un insetto di proporzioni gigantesche. Da dove è uscito?, e com’è morto? La polizia indaga, mentre il mostro, recuperato, viene esposto nel museo naturale di Praga. – Formidabile! Caso mai se lo contendono pure, potrebbe essere che, subodorato l’affare, varie istituzioni cittadine s’industriano per accaparrarselo, quindi si verificano attriti, contese burocratiche, saltano fuori avvocati, leggi, diritti, tutti si danno da fare intorno a quell’essere straordinario che è Gregor Samsa, trasformato in blatta. – A questo punto entra in scena la famiglia Samsa. – Per forza! – Eccoli che confessano il motivo per cui hanno gettato quella strana creatura, spaventosa, direi, e che hanno accudito per giorni. Infatti è questo che i Samsa pongono a loro giustificazione, come potevano tenersi in casa un esemplare simile? – Che storia! Non ci si ferma più, potrebbe diventare un intero romanzo, ovvero la continuazione della Metamorfosi di Kafka.
Baruch è amico delle valchirie, ma la loro non è un’amicizia ordinaria, tra persone che di tanto in tanto si incontrano e vanno al cinema insieme, oppure a prendere il gelato in un locale non troppo affollato, per chiacchierare del più e del meno e raccontarsi i fatti privati di un comune conoscente. No, la loro amicizia ha qualcosa di selvaggio. Baruch possiede una piccola proprietà in fondo alla valle, sul pendio verde che scende fino al torrente, in parte coltivata a frutteto e in parte coperta di boschetti; lì si incontrano l’orologiaio e le valchirie. Queste arrivano sempre a cavallo, con un rumore assordante che fa tremare tutta la valle, corazzate, spettinate, piuttosto vecchiotte ma agili ancora e chiassose come ragazzine. L’orologiaio le aspetta in mezzo a un prato e le valchirie gli cavalcano intorno, alla maniera degli indiani del Nuovo Continente, brandendo lance e gridando come forsennate: «Ho hai! Ho ho hai! Ciao Baruch! Hoio tohoio ho ho hai!». Gli vogliono bene, l’hanno visto crescere. Non che le valchirie abbiano molto da fare, ormai, a parte andare a trovare gli amici. Sono sette, tutte zitelle, e mangiano soltanto del pane, anche pane raffermo. Perciò Baruch, quando le sente arrivare, prende la sporta del pane vecchio e se la porta dietro. Mentre le valchirie gli strepitano intorno, con i capelli bianchi al vento, lui spezza il pane e lo butta a qualche metro di distanza, come se fosse alle galline, e loro ne raccolgono i pezzi con la punta della lancia. Così le valchirie saziano la loro antica fame, nella maniera più confacente alla loro quasi divina condizione.
Rodolfo Wilcock, Le Walkirie, Lo stereoscopio dei solitari, Adelphi
Le dirò una barzelletta, signor Ashland. Quando la seconda piccola luna dell’URSS – lo Sputnik 2 – salì al cielo con un cane nell’interno, si mormorò che quello che aveva dentro non fosse proprio un cane ma Prokhor Ivanoff, un industriale caseario che era stato arrestato per furto due giorni prima. Era solo una barzelletta, ma mi fece immaginare quale tremendo castigo sarebbe stato per un essere umano venire inviato lassù. Non riuscivo a smettere di pensarci. Me lo sognavo di notte, e sognavo che a essere punito ero stato io.
Kurt Vonnegut. Missili con equipaggio, in “Tutti i racconti”, Bompiani, Traduzione di Vincenzo Mantovani
Il cosiddetto “Inno della Perla” (in altre traduzioni “Canto della Perla”) si trova negli Atti apocrifi dell’apostolo Tommaso, una composizione gnostica di matrice iranica probabilmente composta nel terzo secolo dopo Cristo nella regione di Edessa, l’odierna Urfa, in Turchia. Esiste in una versione siriaca ed una greca; quella originale è la siriaca. Si tratta di un racconto di grande bellezza, in cui il mistero del messaggio trasmesso e la simbologia utilizzata, non appesantiscono il testo, che risulta di commovente semplicità.
L’Inno della Perla
Quando ero bambino e abitavo nel regno della casa di mio Padre e mi dilettavo della ricchezza e dello splendore di coloro che mi avevano allevato, i miei genitori mi mandarono dall’oriente, nostra patria, con le provviste per il viaggio. Delle ricchezze della nostra casa fecero un carico per me: esso era grande eppure leggero, in modo che potessi portarlo da solo. Mi tolsero il vestito di gloria che nel loro amore avevano fatto per me, e il manto di porpora che era stato tessuto in modo che si adattasse perfettamente alla mia persona, e fecero un patto con me e lo scrissero nel mio cuore perché non lo potessi scordare: “Quando andrai in Egitto e ne riporterai l’Unica Perla che giace in mezzo al mare, accerchiata dal serpente sibilante, indosserai di nuovo il tuo vestito di gloria e il manto sopra esso, e con tuo fratello, prossimo a noi in dignità, sii erede del nostro regno”. Lasciai l’Oriente e mi avviai alla discesa, accompagnato da due messi reali, poiché il cammino era pericoloso e difficile ed io ero troppo giovane per un tale viaggio; oltrepassai i confini di Maishan, punto d’incontro dei mercati dell’Oriente, giunsi nella terra di Babel ed entrai nelle mura di Sarburg. Scesi in Egitto e i miei compagni mi lasciarono. Mi diressi deciso al serpente e mi stabilii vicino alla sua dimora in attesa che si riposasse e dormisse per potergli prendere la Perla. Poiché ero solo e me ne stavo in disparte, ero forestiero per gli abitanti dell’albergo. Pure vidi lì uno della mia razza, un giovane leggiadro e bello, figlio di re. Egli venne e si unì a me; io lo accolsi familiarmente e con fiducia e gli raccontai della mia missione. Io (egli?) lo (me?) avvertii di guardarsi dagli Egiziani e di evitare il contatto con gli impuri. Tuttavia mi vestii con i loro abiti, perché non sospettassero di me, che ero venuto da fuori per prendere la Perla, e non risvegliassero il serpente contro di me. Ma in qualche modo si accorsero che non ero uno di loro e cercarono di rendersi graditi a me; mi mescerono nella loro astuzia (una bevanda), e mi dettero da mangiare della loro carne; e io dimenticai la Perla per la quale i miei genitori mi avevano mandato. Per la pesantezza dei loro cibi caddi in un sonno profondo. I miei genitori avevano notato tutto quello che mi accadeva ed erano afflitti per me. Fu proclamato nel nostro regno che tutti dovevano presentarsi alle nostre porte. E i re e i grandi della Partia e tutti i nobili dell’Oriente formarono un piano perché io non fossi lasciato in Egitto. E mi scrissero una lettera firmata col nome di ciascuno dei grandi. “Da tuo padre, il re dei re, e da tua madre signora dell’Oriente e da tuo fratello, nostro prossimo di rango, a te nostro figlio in Egitto. Svegliati e sorgi dal tuo sonno e intendi le parole della nostra lettera. Ricordati che sei figlio di re: guarda chi hai servito in schiavitù. Poni mente alla Perla per la quale sei partito per l’Egitto. Ricordati del vestito di gloria, richiama il manto splendido, per indossarli e adornarti con essi, e il tuo nome possa essere letto nel libro degli eroi e tu divenga con tuo fratello, nostro delegato, erede nel nostro regno”. Come un messaggero era la lettera che il Re aveva sigillato con la mano destra contro i malvagi, i figli di Babel e i demoni ribelli di Sarb˘rg. Si levò in forma di aquila, il re di tutti gli alti, e volò finché discese vicino a me e divenne interamente parola. Al suono della sua voce mi svegliai e mi destai dal sonno; la presi, la baciai, ruppi il sigillo e lessi. Conformi a quanto era stato scritto nel mio cuore si potevano leggere le parole della mia lettera. Mi ricordai che ero figlio di re. Mi ricordai della Perla per la quale ero stato mandato in Egitto e cominciai a incantare il terribile serpente sibilante. Lo indussi al sonno invocando il nome di mio Padre, il nome del nostro prossimo in rango e quello di mia madre la regina d’Oriente. Presi la Perla e mi volsi per tornare a casa da mio Padre. Mi spogliai del loro vestito sordido e impuro e lo abbandonai nella loro terra; diressi il mio cammino onde giungere alla luce della nostra patria, l’Oriente. Trovai la lettera che mi aveva ridestato davanti a me sul mio cammino; e come mi aveva svegliato con la sua voce, ora mi guidava con la sua luce che brillava dinanzi a me; e con la voce incoraggiava il mio timore e col suo amore mi traeva. E andai avanti. I miei genitori mandarono incontro a me a mezzo dei loro tesorieri, a cui erano stati affidati, il vestito di gloria che avevo tolto e il manto che doveva coprirlo. Avevo dimenticato il suo splendore, avendolo lasciato da bambino nella casa di mio Padre. Mentre ora osservavo il vestito, mi sembrò che diventasse improvvisamente uno specchio-immagine di me stesso: mi vidi tutto intero in esso ed esso tutto vidi in me, cosicché eravamo due separati eppure ancora uno per l’eguaglianza della forma. E l’immagine del Re dei Re era raffigurata dappertutto su di esso. E vidi anche vibrare dappertutto su di esso i movimenti della gnosi. Vidi che stava per parlare e percepii il suono delle canzoni che mormorava lungo la discesa: “Sono io che ho agito nelle azioni di colui per il quale sono stato allevato nella casa di mio Padre, ed ho sentito in me stesso che la mia statura cresceva in corrispondenza delle sue fatiche”. E con i suoi movimenti regali si offerse tutto a me e dalle mani di quelli che lo portavano si affrettò perché potessi prenderlo; e anch’io ero mosso dall’amore a correre verso di esse per riceverlo. E mi protesi verso di lui, lo presi, e mi avvolsi nella bellezza dei suoi colori. E gettai il manto regale intorno a tutta la mia persona. Così rivestito, salii alla porta della salvezza e dell’adorazione. Inchinai la testa e adorai lo splendore di mio Padre che me lo aveva mandato, i cui comandi avevo adempiuto perché anch’egli aveva mantenuto ciò che aveva promesso. Mi accolse gioiosamente ed ero con lui nel suo regno, e tutti i suoi servitori lo lodarono con voce d’organo, cantando che egli aveva promesso che avrei raggiunto la corte del Re dei Re e avendo portato la mia Perla sarei apparso insieme a lui”.
I teologi erano particolarmente parsimoniosi e ordinati; per non consumare gli stivali, se li toglievano e li appendevano ad un bastone che portavano sulle spalle, soprattutto se c’era fango. Allora, rimboccatisi i calzoni fino al ginocchio, schizzavano baldanzosamente coi piedi nelle pozzanghere. Non appena intravedevano un cascinale, lasciavano subito la strada maestra e, avvicinatisi a una piccola casa costruita più decentemente delle altre, si mettevano in fila davanti alle finestre e iniziavano a cantare a squarciagola. Il padrone della casa, qualche vecchio cosacco contadino, li ascoltava a lungo appoggiato su entrambe le mani, poi singhiozzava a calde lacrime e diceva, rivolto a sua moglie: «Moglie! Quello che canta costui dev’essere molto profondo; portagli del lardo e qualcos’altro che abbiamo in casa!»
L’azione si svolge negli anni Cinquanta, in una Comacchio tenebrosa e umida che stenta a uscire dal dopoguerra. Nonostante la depressione in cui giace la città, i comacchiesi sono afflitti da un problema terribilmente futile: i parabrezza delle loro automobili sono butterati, corrosi da innumerevoli cicatrici. Colpa dell’immensa nube di mosquitos che sommerge la zona? Delle esalazioni della palude, o di cos’altro? L’oziosa questione acquista consistenza quando una florida adultera muore a causa di un incidente causato da un parabrezza avariato. Altre morti tragiche e delittuose affiorano dalle paludi. Il caso Comacchio; fuoriesce dalla bizzarra cronaca locale e arriva a Roma, sulle scrivanie dei potenti; sembra infatti che i crimini nati dall’oscuro inconscio comacchiese vadano a intrecciarsi con i progetti di sviluppo metanifero della zona, che interessano sia il Governo italiano che quello americano. Fra questi due poli – il microscopico (e un po’ nevrotico) local e il misterioso global – si snoda una vicenda ricca di personaggi e di colpi di scena che, a dispetto dell’ ostentata matrice noir, percorre le vie del paradosso e del comico.
L’azione si svolge negli anni Cinquanta, in una Comacchio tenebrosa e umida che stenta a uscire dal dopoguerra. Nonostante la depressione in cui giace la città, i comacchiesi sono afflitti da un problema terribilmente futile: i parabrezza delle loro automobili sono butterati, corrosi da innumerevoli cicatrici. Colpa dell’immensa nube di mosquitos che sommerge la zona? Delle esalazioni della palude, o di cos’altro? L’oziosa questione acquista consistenza quando una florida adultera muore a causa di un incidente causato da un parabrezza avariato. Altre morti tragiche e delittuose affiorano dalle paludi. Il caso Comacchio; fuoriesce dalla bizzarra cronaca locale e arriva a Roma, sulle scrivanie dei potenti; sembra infatti che i crimini nati dall’oscuro inconscio comacchiese vadano a intrecciarsi con i progetti di sviluppo metanifero della zona, che interessano sia il Governo italiano che quello americano. Fra questi due poli – il microscopico (e un po’ nevrotico) local e il misterioso global – si snoda una vicenda ricca di personaggi e di colpi di scena che, a dispetto dell’ ostentata matrice noir, percorre le vie del paradosso e del comico.
Tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta Alberto Gozzi ed il fratello (maggiore) Luigi si inventarono, molto prima che il teatro di narrazione avesse il successo che ha avuto, un “Teatro Racconto” che a quello è simile anche etimologicamente e linguisticamente ma con il quale più che una relazione diretta di filiazione o fratellanza ha un rapporto che definirei di ‘cuginanza’, una confluenza ‘divergente’ per usare un paradosso. Ciò che caratterizza, diversificandolo, il “Teatro Racconto”, infatti, non è tanto la volontà di narrare la narrazione in scena, quanto quella di mostrare consapevolmente il meccanismo che precede, genera e struttura, tra semantica e sintassi, quella narrazione in scena. Forse in questo è mutuato più dalla lingua del radiodramma, integrando però l’ambiente sonoro e musicale che prevalentemente costituisce l’accadimento di quello, con l’elemento della visione teatrale (theaomai) attraverso la presenza in scena, che non è mai neutrale, come non è mai neutrale ad esempio un documentario rispetto all’evento che apparentemente descrive. In “Mosquitos”, ultimo lavoro di Alberto Gozzi, che a quel teatro racconto felicemente ritorna e che dopo l’esordio a Torino è andato in scena nel piccolo ma confortevole teatro Garage di Genova (in fondo ricorda talora proprio uno studio di registrazione radiofonico), tutti quegli elementi ‘epici’, e anche di modalità espressiva si fanno espliciti, con l’aggiunta però di un’altra essenziale grammatica, quella della relazione, appunto in presenza contestuale, dell’attrice protagonista e del drammaturgo regista. È una relazione, che si nutre anche ma non soprattutto di elementi esistenziali, ovvero, per così dire affettivamente, di storie condivise, ma che, come i due poli di un circuito elettrico attivato all’apertura del sipario, produce una energia empatica, tra di loro e tra loro e il pubblico, assai singolare ed in grado di trasportare con efficacia moltiplicata il significare profondo del racconto stesso. Una sorta di corrente elettrica alternata che si auto-alimenta nel fluire tra il gesto del regista, quasi un ‘direttore d’orchestra’, e la recitazione in voce e corpo dell’attrice, la brava Alessandra Frabetti, quasi scandita questa dall’uso, alternato appunto, del microfono per la parte ‘raccontata’ e della voce viva (e Carmelo Bene ci ha insegnato quanto incida il mezzo con cui la voce dell’attore è ‘diffusa’) per i dialoghi che il racconto porta incastonati come iconiche e ironiche gemme. Un racconto degli anni cinquanta (antico ormai) che suggerisce il modo in cui la realtà veniva percepita e comunicata nelle famiglie e nelle comunità nei tempi, che sembrano così lontani, in cui la virtualità del web non ci aveva ancora sottratto alla relazione fisicamente psicologica con l’altro, per rinchiudere ciascuno in una solitudine in cui si decanta il nostro male di vivere, come nella palude fognaria che scorre sotto Comacchio (lì si sviluppa il racconto), comicamente abitata da strane anguille, extra-mondane ma ancora capaci di ‘giudizio’ sul loro mondo e sul mondo degli uomini e delle donne ‘di sopra’. Eppure, ed è la forza di questo teatro-racconto, in esso precipita la nostra modernità più inquietante, dalla crisi climatica anticipata, in una comica epidemia di parabrezza segnata da un tragico incidente, da acidi moscerini (i “mosquitos” appunto) che vivono tra sbuffi di metano, alla crisi molto politica rappresentata in un potere incapace di sottrarsi a meccanismi di imprigionamento sociale, all’oscura presenza del male, incredibilmente ‘corazzato’ in un ironico distanziamento, che il pittore pedofilo e omosessuale incarna quasi suo malgrado. Ultima ma non ultima, la questione della diseguaglianza di genere di cui riporta, in una sorta di “Amarcord” tristemente felliniano, i prodromi, in una società in cui il femminile è ancora scisso tra la ‘Madonna’ e la ‘puttana’ e che l’ironica trama della scrittura lascia trasparire in espressioni e apprezzamenti oggi forse considerati non “politicamente corretti” ma comunque, e chissà se non proprio per questo, lasciati sostanzialmente immodificati. Se ne fa carico proprio Alessandra Frabetti, attrice di qualità e apprezzata maestra di recitazione in varie importanti scuole, dalla Iolanda Gazzero dove ha insegnato molti anni alla Civica Accademia Teatrale Nico Pepe di Udine, ed altre che non è il caso di elencare, capace di interpretarli al meglio in voce e mimica, una mimica che qualche volta si fa quel ballo tanto amato in Romagna, e così di costruire o ri-costruire intorno a sé una calviniana ‘scenografia assente’. Bel teatro per concludere, nella scrittura di Alberto Gozzi che lo dirige coadiuvato dalla fonica Lisa Lopresti, e nella recitazione di Alessandra Frabetti. Ci auguriamo abbia una vita intensa di approdi in molte altre città. A Genova in unica serata il 10 maggio di fronte a un pubblico che ha mostrato di apprezzare molto.
MOSQUITOS di Alberto Gozzi, con Alessandra Frabetti. Fonica Lisa Lopresti