– Dite un po’, chiese il Sultano, credete che se fossi nato donna sarei stata virtuosa? – In verità, Sire, rispose Amanzél stupito dalla domanda, non saprei cosa dire. – E perché non sapreste cosa dire? – Ma come si possono fare domande del genere, intervenne la Sultana.
– Non lo sto chiedendo a voi, replicò il Sultano. Io voglio soltanto che Amanzél mi dica se sarei stata una donna onorata. – Sire… io credo di sì rispose Amanzél. – Vi sbagliate di grosso, disse Schah-Baham , io sarei stata tutto il contrario di una donna onesta.
Il letto, mio caro, è tutta la nostra vita. Qui si nasce, qui si ama, qui si muore”: sono le parole della protagonista di un breve racconto di Maupassant del 1882 che s’intitola, per l’appunto, Il letto. La donna, di cui non conosciamo e non conosceremo il nome, è allettata da giorni e descrive così in una lettera al suo amante, l’abate d’Argencé, quel tempo di degenza obbligata:
Mio caro amico, sono malata, soffro veramente, non posso lasciare il letto. La pioggia batte contro i vetri e io me ne sto a fantasticare languidamente al caldo, nel tepore dei piumini. Ho qui un libro che amo e che mi sembra fatto con un poco di me stessa. Devo dirvi quale? No. Mi rimproverereste. Poi, dopo aver letto un po’, mi metto a pensare, e voglio dirvi a cosa. Dato che da tre giorni sono a letto, penso proprio al mio letto, e persino nel sonno continuo a pensarci. Se solo possedessi la penna di Crébillon, scriverei proprio la storia di un letto.
Costretta a trascorrere il suo tempo distesa, la donna fantastica, legge, scrive lettere, pensa. E pensa proprio al giaciglio che la accoglie, e ci pensa così intensamente che perfino mentre dorme il letto – quel letto – diviene il pensiero fisso delle sue giornate. Oh, se solo avesse il talento di un grande scrittore come Crébillon! Ma no, è soltanto una donna, senza nome né (apparentemente) talento. Una donna malata, che pensa al suo letto, mentre è a letto. Quasi cinquant’anni dopo – è il 7 gennaio del 1926 – un’altra donna, con un nome e un talento, scrive una lettera alla sua amante, in quei giorni costretta a letto per una breve malattia: “Solo per chiederti come stai – hai la febbre? 38? 39? 40? Non ti senti bene? Mezzo addormentata sorseggi il tè, mangiucchi una fetta di pane tostato, e poi verso sera ritorni luminosa e remota e irresponsabile distesa nel tuo baldacchino come un minuscolo chicco nel guscio?”. L’amante ammalata risponde: “Sei un angelo ad avere scritto. E mi piace il tuo atteggiamento nei confronti della malattia: ‘luminosa e remota’, quando la maggior parte delle persone avrebbe detto ‘calda e appiccicaticcia’”.
Il tennista Jannik Sinner vince la semifinale del torneo 500 Atp di Halle (Germania). L’ex direttore degli Uffizi Eike Schmidt è alla vigilia del ballottaggio che potrebbe portarlo all’elezione a sindaco di Firenze. Sul tavolo c’è l’ultimo libro dello storico dell’arte Ernst Gombrich. Sullo schermo un articolo del semiologo Gianfranco Marrone. Chiara Ferragni ha partecipato al party prenuziale di una celebre giornalista sportiva. È un sabato italiano ma non è un sabato qualunque se all’improvviso, mentre il sole cala fra le nuvole, i disparati articoli dell’enumerazione caotica delle righe viste sopra convergono, si prendono per mano e si dispongono armonicamente nel cerchio di un lieto girotondo. Procediamo in ordine cronologico inverso.
22 giugno, primo sabato estivo, pomeriggio inoltrato. Mentre scrivo è passata poco più di un’ora da quando Jannik Sinner ha rischiato di perdere un set contro il suo avversario Zhizhen Zhang. Dovendo battere per scongiurare un set-ball ha lanciato in aria la pallina ma prima che potesse colpirla con la racchetta il silenzio rituale dello stadio è stato interrotto dal potente starnuto di uno spettatore. Sinner ha rinunciato a battere la palla, si è messo a ridere. Ha provato a battere di nuovo, ma aveva la ridarella. Lo stadio, l’arbitro e l’avversario si sono messi a ridere a loro volta. Dopo pochi secondi si è ricomposto. Al suo terzo tentativo, ha battuto un ace, ha annullato il vantaggio dell’avversario e alla fine ha vinto set e match. Sinner?
Allora si ricordò delle eroine dei libri che aveva letto, e la legione lirica di quelle adultere levò nella sua memoria un piacevole canto di voci sorelle. Lei stessa diveniva una componente vera delle proprie fantasie e realizzava il lungo sogno della sua giovinezza, si riconosceva in quel personaggio di amante a cui tanto aveva aspirato. Del resto, Emma provava quella soddisfazione che appartiene in genere alla vendetta. Non aveva sofferto anche troppo? Ma questo era il suo trionfo e l’amore, tanto a lungo represso, sgorgava nella sua interezza in una gioiosa effervescenza. Lo avrebbe assaporato senza rimorsi, senza inquietudine, senza turbamenti.
Nel 1962 Tout le garçons e les filles fu un hit planetario. Non era una canzone sentimentale. Era una canzone intimista, tra Jacques Prévert e Amez-vous Brahms, con un tocco d’existentialisme qua e là. Era anche l’ouverture d’ogni giovanilismo a venire. C’erano già stati Jimmy Dean, Great Balls of Fire, Lassù qualcuno mi ama ed Elvis Presley. Ma Françoise Hardy, elegante, bellissima, zero pose ribellistiche, portò la jeunesse oltre l’avant-garde e molto oltre la volgarità degli «eserciti del surf», tra le opinioni rispettabili, educate, rassicuranti e per così dire dabbene. Introdusse nelle culture dei sixties, che stavano sterzando in direzione utopistica e sovversiva, gli anticorpi dell’amour, dell’amitié, della sobriété. Bob Dylan – sulla cover del suo quarto Lp, The Another Side of Bob Dylan, del 1964, che contiene canzoni come My Back Pages e All I Really Want to Do – le dedicò una poesia, «per françoise hardy»:
Vi prego, amici, di stare allegri e di ricordare che anch’io sono stato uno straccione come voi, e soltanto col mio ingegno ho potuto arrivare a questo punto. È il cuore che fa gli uomini, tutto il resto non vale un accidente. La mia massima è: comprare bene e vendere bene. Come vi dicevo, io devo tutta la mia fortuna alla mia frugalità. Quando arrivai dall’Asia, ero più piccolo di questo candeliere. E ogni giorno mi misuravo con lui e, per avere al più presto un po’ di pelo in faccia, ungevo le labbra con l’olio della lucerna. Ebbene, io ho saputo essere per quattordici anni la femmina del mio padrone. D’altronde non è mai vergognoso fare quello che il padrone vuole. E insieme trastullavo anche la mia padrona. Voi capite senza che vi dica una parola in più, non ho l’abitudine di vantarmi. Alla fine, quando Dio volle, diventai il padrone della casa e allora, ventre mia fatti capanna. Vi basti dire che il padrone mi fece coerede dell’imperatore, sicché ereditai un patrimonio da senatore. Dal momento che l’uomo non si contenta mai, volli darmi al commercio. Per farla corta, acquistai cinque navi, le caricai di vino che allora valeva tant’oro quanta pesava, e le spedii a Roma. Neanche a farlo apposta, tutte e cinque le navi naufragarono. Non vi canto storie: in un sol giorno Nettuno m’aveva divorato trenta milioni di sesterzi. Credete che io mi lasciassi abbattere? Neanche per sogno! Mi ci misi anzi d’impegno, e feci costruire altre navi più grandi, più solide e più fortunate tanto che tutti mi dicevano: ecco un uomo energico! Tu sai che più la nave è grossa e più resiste. Caricai di nuovo: vino, lardo, fava, profumi di Capua, schiavi. In quell’occasione Fortunata fece un gesto molto bello: vendette tutto il suo oro, tutte le sue vesti, e mi mise in mano cento scudi d’oro; fu il lievito della mia fortuna. Con la protezione degli Dèi uno si rifà presto. Infatti una sola spedizione mi fruttò dieci milioni di sesterzi, e riscattai subito tutti i fondi che erano appartenuti al mio padrone. Poi costruii un palazzo, acquistai degli schiavi, delle bestie da soma per rivenderle. Insomma qualunque cosa io toccassi, cresceva come un favo di miele. Quando cominciai a possedere più di tutto il paese messo insieme, mi ritirai dal commercio e cominciai a far prestiti ai liberti. Era un mestiere che facevo a malincuore, ma mi consigliò di non abbandonarlo un astrologo capitato per caso dalla Grecia, un tal Serapa, vero consigliere mandato dagli Dèi. Sapeva leggere nei miei intestini e, se avesse voluto, avrebbe potuto dirmi anche quel che avevo mangiato il giorno prima. Sapete poi che pronostico mi fece? Che mi restano ancora da vivere trent’anni, quattro mesi e due giorni. Io so pure che, entro pochissimo tempo, avrò un’eredità; questo è il mio destino. Se mi riuscirà di annettere la Puglia ai miei poderi, potrò dire d’aver vissuto abbastanza. Intanto, con la protezione di Mercurio, ho alzato questo palazzo. Come sapete, era dapprima una catapecchia, mentre ora è divenuta una reggia. Ha quattro sale da pranzo, venti camere da letto, due porticati di marmo, e al piano superiore un altro appartamento, la stanza in cui io dormo e un’ottima cella per il portiere e stanze per tutti gli ospiti. Ci sono anche molte altre belle cose che vi farò subito vedere. Credetemi, a questo mondo uno vale se è ricco, altrimenti non conta nulla.
Petronio Arbitro, Newton Compton Editori, Traduzione G.A. Cibotto
A ogni incontro, il desiderio reciproco si faceva sempre pitt forte e, proprio per questo, evitavano perfino di sfiorarsi, limitandosi a bere ogni tanto un caffè al banco di un bar e poi facevano una breve passeggiata, fianco a fianco, lungo le vie centrali di Milano, per il piacere di ascoltare i reciproci racconti. Talvolta si guardavano negli occhi e i loro sguardi esprimevano il desiderio che provavano l’uno per l’altra. Un giorno, Bruno le aveva circondato le spalle e l’aveva attirata a sé, sussur- randole: «Mi piaci da impazzire, rondinella». Si riferiva all’incarnato chiaro di Gloria che esaltava i grandi occhi neri e l’assi-milava a una rondine.
Lei ha qualcosa di sinistro-anarcoide: dalle rivendicazioni delle donne fino a una posizione in favore dei deboli e degli oppressi che affiora nei suoi libri. «Se lei sapesse quante donne sono scoppiate a piangere tra le mie braccia e mi hanno confessato che leggendo i miei libri hanno trovato il coraggio di riconoscere un amore sbagliato o un marito violento. Fare letteratura che parla a tutti non sarà un grande atto di pura accademia, ma queste sono le cose che mi rendono felice».
Quando è stato il momento preciso in cui lei ha avvertito sulla pelle il successo letterario? «Guardi, forse quando ho scoperto che in alcune province dell’Europa orientale hanno cominciato a taroccare i miei libri, romanzetti pubblicati artigianalmente con il nome di Sveva Rancati Martignani o cose simili».
Il lettore realizza l’opera: leggendola la crea, ne è il vero autore, la coscienza e la sostanza vivente della cosa scritta. Anche l’autore ha un unico scopo: scrivere per questo lettore, confondersi con lui. Tentativo senza speranza. Il lettore non vuole un’opera scritta per lui, vuole, giustamente, un’opera estranea, dove scopre qualcosa di sconosciuto, una realtà differente, uno spirito separato che possa trasformarlo e che egli possa trasformare in sé. L’autore che scrive per un pubblico preciso, in realtà non scrive e, per tale ragione, questo pubblico non può più essere lettore; solo apparentemente c’è la lettura, in effetti è nulla. È questo che produce l’insignificanza di opere fatte per essere lette e che nessuno legge. Da lì il pericolo di scrivere per gli altri, di svelare la parola degli altri e svelarsi a se stessi: gli altri non vogliono ascoltare la propria voce, ma la voce di un altro, una voce reale, profonda, scomoda come la verità.
Maurice Blanchot, La letteratura e il diritto alla morte, Feltrinelli, Traduzione di Giorgio Patrizi e Giulia Urso
In Punjab, nel Pakistan settentrionale, Jhelum è una cittadina ombreggiata d’anonimato. Fa caldo, fa 170mila abitanti, e le forme dolci di alcuni templi rievocano l’India, poco lontana; un fiume sfiora le mura, elefantiache vestigia dell’impero Moghul: l’umidità dilaga, con vivacità d’insetti. Un certo vigore ferino resiste negli abitanti di Jhelum: nel 1857 si sono ribellati alla dominazione britannica, facendo fuori qualche decina di soldati di Sua Maestà. Furono costretti alla resa. Molto prima di chiamarsi così, Jhelum era Bucefalia, o meglio, Alessandria Bucefala, la città che Alessandro Magno erige in onore del suo cavallo, Bucefalo.Sull’Idaspe, il fiume da cui si irradia la città, Alessandro aveva vinto, nel 326 a.C., il re Poro. Fu una delle sue vittorie folgoranti: forte di 30mila soldati, riuscì a piegare, in territorio straniero, un esercito di oltre 50mila fanti. Poro combatteva con una cavalleria di elefanti, di cui Plutarco esalta l’intelligenza guerresca. In ogni caso, “Dopo la battaglia contro Poro morì Bucefalo… un poco più tardi, mentre lo curavano per le ferite… Alessandro ne fu molto colpito perché riteneva di aver perso un compagno e amico, e costruì a suo ricordo una città presso l’Idaspe chiamandola Bucefalia”. Riempì la città di un centinaio di macedoni, assuefatti dal palmeto di spade, proni all’esotico.
La storia di Bucefalo è strettamente legata all’impresa di Alessandro Magno, un precipizio fino al genio dell’India. Plutarco racconta la potenza del cavallo portato dalla Tessaglia in dono a Filippo di Macedonia, indomabile. Alessandro, ragazzo, riesce a vincere la ferocia del sauro perché capisce che la bestia vuole correre “contro sole: si agitava, infatti, vedendo le ombre proiettate sul terreno”. Dopo aver domato il cavallo, Filippo “pianse di gioia” e profetizza il futuro del figlio, “Cercati un regno che ti si confaccia: la Macedonia è piccola per te”. Alessandro e Bucefalo, eletti dalla luce frontale, adatti a vincere le ombre, conquistano il mondo, insieme. La morte di Bucefalo, così, coincide con la fine dell’impresa orientale di Alessandro. “La lotta contro Poro aveva reso i Macedoni fiacchi e li trattenne dall’avanzare ulteriormente in India”. Alessandro vuole passare il Gange, ma non c’è modo di convincere i suoi: la storia si ammutina davanti al re, ha il profilo di un manipolo di corazze scoraggiate. I recessi dell’India restano pertanto preclusi al grande re, che “si mosse per andare a vedere l’Oceano”, misurando l’ampiezza del proprio desiderio, e tornare a Babilonia. Privo di Bucefalo, una sorta di istinto di morte, l’erebo del rischio, s’impossessa di Alessandro (“Mancò poco che fosse ucciso presso i Malli, i più bellicosi degli Indi”), pronto ad azioni audaci, per il gusto, che specchiano il caos.
Di Bucefalo, il cavallo-toro, il cavallo-leone, specie di mostro, di Minotauro, divinizzato quanto il suo padrone, dice anche Arriano nell’Anabasi di Alessandro: “Alessandro fondò città. Chiamò l’una Nicea dalla vittoria sugli Indiani, l’altra Bucefala, in ricordo del cavallo Bucefalo, morto là, sfinito per la fatica e l’età, dopo aver condiviso con Alessandro fatiche e rischi, esso che si lasciava montare dal solo Alessandro, di stazza imponente e di cuore generoso. Gli era stato impresso come marchio la testa di un bue, ragione per cui dicono che portasse quel nome; altri invece sostengono che, essendo nero, aveva sulla testa un segno bianco, somigliante alla testa di un bue”.
Nelle Storie di Alessandro Magno Curzio Rufo narra di alcuni persiani, in Ircania, la ‘Terra dei Lupi’, lungo il Caspio, che durante una razzia rubano il cavallo del re. “Sconvolto da una collera e da un dolore più grandi di quanto fosse giusto”, Alessandro ordina che i boschi siano rasi al suolo, finché Bucefalo non gli è restituito. In quel contesto – Bucefalo coincide sempre con le svolte del suo destino regale – il Macedone conosce Talestri, regina delle Amazzoni, e con lei sancisce un patto politico ed erotico: “Più ardente di quella del re, la passione amorosa della donna lo indusse a fermarsi per qualche giorno. Tredici ne vennero consumati per accondiscendere al desiderio di lei”. Ogni re necessita di un animale analogo, altrettanto regale, che sia il suo riassunto, il punto immutabile, esagerato. Anche Curzio Rufo cita Bucefala, “la città dedicata alla memoria del cavallo che aveva perduto”. L’attenzione di Plutarco – sacerdote a Delfi, aveva scritto, tra i tanti, un trattato Sul mangiare carne, e uno Sull’intelligenza degli animali – verso ogni creatura, però, è millimetrica. Di Alessandro, così, registra anche il rapporto “con il cane di nome Perita, da lui allevato e amato, e per cui fece costruire una città che ne ripetesse il nome”. Forse edotto nei misteri della rinascita, Alessandro preferiva la compagnia degli animali a quella degli uomini. Secondo Franz Kafka, Bucefalo non muore in Pakistan, sulle rive dell’Idaspe. Terminata la guerra, il cavallo si licenzia, per diventare avvocato.“Abbiamo un nuovo avvocato, il dottor Bucefalo. Il suo aspetto esteriore ricorda poco il tempo in cui era ancora il cavallo di battaglia di Alessandro il Macedone. Chi però ha confidenza con certe situazioni, può osservare alcuni particolari…”: così inizia quel racconto, Il nuovo avvocato, scritto nel 1917, che fa parte di Un medico di campagna, la raccolta pubblicata nel 1919 da Kurt Wolff. In quel libro, sono stipati alcuni dei racconti più noti di Kafka: Davanti alla legge, Sciacalli e arabi, Un messaggio dall’imperatore, Una relazione per un’Accademia, ad esempio. In quel caso, Kafka ribalta i piani della storia: Alessandro, infatti, smette di essere Alessandro, ripiegando a Babilonia, quando muore Bucefalo; per K., Bucefalo diventa avvocato perché “Oggi – non lo si può negare – non esiste alcun Alessandro Magno. Ci sono molti che sanno uccidere… ma nessuno, nessuno sa guidare verso l’India”. India e Oceano, per un sovrano occidentale, sono parole che esulano dalla volontà di conquista, dall’idea di potere: assurgono a compito, a poetica, a chiesa nel vento. Morto Alessandro, muore l’idea stessa dell’India come luogo dell’irraggiunto, e si svuota l’Oceano: “molti impugnano le spade, ma solo per agitarle, e lo sguardo che vorrebbe seguirle, si perde”. Che senso ha una spada se può solo ferire, fendere, uccidere, senza indicare, senza spargere la via? Così, Bucefalo s’inabissa nei codici, nella legge. “Libero, senza più sentire sui fianchi i lombi del cavaliere, sotto una quieta lampada, lontano dal clamore della battaglia di Alessandro, egli legge e volta le pagine dei nostri antichi libri”. La legge domina sull’uomo con presunzione di antichità: una ragione sinistra, chiusa all’interprete, la sigilla. Alessandro ricorda che l’unico codice è la carne, il grido sacro, l’impegno a varcare il Gange e tingere, finalmente, lo zoccolo greco nell’oblio. Bucefalo, il cavallo che fece del suo cavaliere un re, ha siglato una conquista, ne ha impedita un’altra, proponendo l’ulteriore: la cavalcata negli al di là.
Si narra che in un villaggio cassidico, una sera, alla fine del sabato, gli ebrei sedevano in una misera locanda. Erano tutti del posto, tranne uno, che nessuno conosceva, un uomo particolarmente miserabile e stracciato che se ne stava rannicchiato nello sfondo in un angolo buio. La conversazione si era aggirata sui piú vari argomenti. D’un tratto uno pose la questione del desiderio che ognuno avrebbe formulato se avesse potuto soddisfarlo. L’uno voleva del denaro, l’altro un genero, il terzo una nuova tavola da falegname, e cosí via in circolo. Dopo che tutti ebbero parlato, restava ancora il mendicante nell’angolo buio. Di malavoglia ed esitando rispose agli interroganti: «Vorrei essere un re potente e regnare in un vasto paese, e che mi trovassi a dormire una notte nel mio palazzo e che dal confine irrompesse il nemico e che prima dell’alba i cavalieri fossero arrivati davanti al mio castello, e che non ci fosse resistenza, e che io, svegliato dallo spavento, senza neppure il tempo di vestirmi, avessi dovuto prendere la fuga in camicia, e inseguito per monti e per valli, boschi e colline, senza sonno e riposo, fossi giunto qui sano e salvo sulla panca nel vostro angolo. Ecco quello che vorrei». Gli altri si guardarono interdetti. – «E che cosa avresti da questo desiderio?» chiese uno. «Una camicia», fu la risposta.
Sono passati dieci anni e non sembra ieri. Dieci anni da quel tetro mattino di aprile del 1994 in cui un elettricista scoprì il corpo disteso e senza vita di Kurt Cobain, leader dei Nirvana e profeta, malgrado lui di un’intera generazione che faticava a trovare se stessa. Non fu un fulmine a ciel sereno. Soltanto un mese prima la Cnn aveva interrotto la programmazione per annunciare che il musicista era morto di overdose a Roma, nella stanza 541 di un albergo a cinque stelle. In realtà non si trattava di decesso nè di overdose, non quella volta perlomeno. Cobain aveva ingurgitato un micidiale cocktail a base di Roipnoil e champagne, ma venne strappato per i capelli al coma farmacologico. Solo un tentativo, dunque. Una sorta di prova generale prima dell’imminente atto finale.