Chiaroscuri ‘900 (V). I fuochi d’artifizio di Govoni (1905)

illustrazione govoni

Questo è un davvero imprevedibile caleidoscopio, a incominciare dalla prima tessera: un missionario viene assalito da una turba di selvaggi scatenati mentre sta mangiando (brucando?) l’erba. La figurina potrebbe comparire su un giornaletto laicheggiante, oppure in una canzonetta demenziale, ma anche in un contesto più letterariamente nobile, come i nonsense di Edward Lear. Un trio di ciechi che, con un forte senso della finzione, indossano la maschera della malinconia sulle note della Cavalleria rusticana. Una squadra di suore (Orsoline) che Govoni sparge con gusto pre-felliniano su imprecisate rovine. Un pazzo che solfeggia sotto un albero. Queste accensioni trasformano lo spazio poetico in una scena sulla quale compare e si dissolve un rosario di personaggi scanditi sul tempo di altrettanti flash: eterogenei e combinati in dissonanze preziose; le figurine bislacche vengono contrappuntate da scorci gotici (due amanti che si baciano sopra una salma), oppure crepuscolari (il collegiale che tossisce nell’infermeria), o tratte da un repertorio decadentistico che non teme le vertigini dell’iperbole (il tubercoloso esangue che beve un calice di sangue). Ma le scapestrate terzine sono governate dalla metrica ilare e inflessibile delle rime che si baciano come in una canzone troppo sempliciotta per non rimandare a un metafisico terso e tragico.

Clinica di tristezza

Un missionario mentre mangia degli erbaggi
viene assalito da una turba di selvaggi
che lo spogliano nudo e gli fan mille oltraggi.

Su e giù per il suo castello diroccato
passeggia con un giustacuore di broccato
un vecchissimo principe diseredato.

Tre ciechi, al sole, contro un muro, in una via,
suonano un’aria della Cavalleria,
nelle attitudini della Malinconia.

Degli amanti si baciano sopra una salma
presso una lampada che sboccia la sua palma
di luce pallida per l’ombra che si calma.

Con una paglia, nell’ora della ricreazione
un pazzo sotto un albero in germogliazione
batte il solfeggio, lento, con ostentazione.

Un meriggio una bianca squadra d’Orsoline
sfinite da una passeggiata senza fine
siedono silenziose tra de le ruine.

Un collegiale nell’infermeria tossisce
con la fronte appoggiata a un vetro che gualcisce
un ricamo di gelo delicato che appassisce.

In un albergo di Norvegia un re in esiglio
guarda stando ad una finestra suo figlio
ch’è intento nel giardino a distaccare un giglio.

Dentro la chiesa d’un convento di clausura
nelle gran fiaccola d’una cappellatura
una forbice stride con paura.

In un macello, quando l’alba rosea langue
sopra una seggiola un tubercoloso esangue
beve chiudendo gli occhi un calice di sangue.

Corrado Govoni, Fuochi d’artifizio, Quodlibet

Altri Chiaroscuri ‘900:
Palazzeschihttps://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/15/chiaroscuri-900-aldo-palazzeschi-lantidolore/

Farfahttps://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/16/chiaroscuri-900-ii-farfa-tuberie/

Govoni: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/17/chiaroscuri-900-iii-il-poeta-dentro-e-fuori-corrado-govoni/

Jane Martin, La majorette. Racconto

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Ho cominciato che avevo sei anni. La mamma segò il manico di una scopa, zio Carbo gli spalmò sopra una vernice d’argento, e io andai in cantina e cominciai a far volteggiare quel legno. Ho conosciuto il successo e la tragedia. Papà dice che mi ha messo energia nell’anima e acciaio nel cuore. Ho avuto la mano sinistra schiacciata da un cavallo, e anche se sono ritornata a far volteggiare il bastone, non ho più potuto farlo al massimo livello.
La gente crede che se fai volteggiare il bastone, se pratichi il twirling, sei uno sciocco. È un pregiudizio degli ignoranti. Una volta stavo esibendomi con quei bastoni infuocati in una gara notturna e all’improvviso vedo questo tizio che esce dalle tribune. Stavo esibendomi con tre bastoni e lui oltrepassa i giudici e viene verso di me: aveva in testa una fascia fermacapelli blu con le perline, riesco ancora a vederla. Arriva dritto su e quando mi volto di fronte dopo una giravolta, lui mi sputa in faccia. È stata l’unica volta in cui ho lasciato cadere il bastone. Li ho lasciati cadere tutti e tre davanti a sessantamila persone, e lui ha sorriso, e ha detto questa cosa che non ripeterò. È stato come venire violentata. Dimostra che la bellezza ispira l’odio, e che chi odia la bellezza è Satana in persona.
Non hai mai fatto twirling, vero? Riesco a capirlo dalle mani. Non puoi immaginare che cosa significa vedere quel bastone lì che volteggia in aria. Non puoi capirlo: i bastoni lasciano delle tracce, incidono l’aria, e se sei abile, se ce l’hai nelle mani, puoi avvicinarti al cielo.
Vuoi provare? Senti. Lascerò qui per te il mio bastone d’argento. Lo lascerò qui come se lo avessi dimenticato. E quando la gente uscirà tu puoi aspettare e raccoglierlo, può essere tuo, può diventare il tuo fardello. È la cruna dell’ago. Lo lascio qui per te.

Jane Martin, La majorette, “Narratori di poche parole”, Guanda, Traduzione Luigi Schenoni

Le figurine di Radiospazio. Amore in pasticceria

La vidi per la prima volta Nella Galleria Subalpina a Torino. Ero entrato per pigliare una water, che mi aiutasse a digerire la colazione e mi desse appetito pel pranzo.
Lei  era con un’altra signora, io la osservavo con discrezione e l’ammiravo. Aveva i capelli neri, il viso bianco e gli occhi vivaci, incisivi… Quanto alla bocca era un poema.
La vidi nel momento in cui l’apriva per introdurci, con due ditini che parevano due foglie di rosa accartocciate, un marron glacé. Il marron glacé  era dei più grossi, e naturalmente lei  apriva la bocca a tutta forza come se gridasse;
«Aiutoooo!!»
Se avesse potuto vederla Giotto proprio in quel momento là! Sarebbe andato a nascondersi lui e il suo o, che doveva essere uno sgorbio, al confronto di quella rotondità di bocca.
E che denti! E che freschezza!
Quando il marron glacé fu spacciato, le foglie di rosa accartocciate afferrarono una brioche , poi un petit four, poi un crocque en bouche , e l’uno dopo l’altro fecero scomparir tutto nel gelato di fragola.
Il croque en bouche  fu il colpo di grazia pel mio cuore. Lo zucchero cristallizzato che avvolgeva lo squisito chicco, scricchiolava sotto quei dentini bianchi… cri, cric, cric…
Ah, quel cric, cric! La soda water  mi salì alla testa, mi andò in gola a traverso, nell’eccesso della commozione. Tossii, tossii fino a diventare violetto. Il pasticciere mi picchiava pietosamente dei pugni sulla schiena, ed intanto udivo la signora che era con lei  che diceva:
«Sbrighiamoci, è l’ora del pranzo!»

Che Santa Lucia le conservi la vista! L’ora del pranzo! Ah! Era un tesoro quella fanciulla che andava a pranzo dopo quel preludio di pasticceria, con accompagnamento di vermouth.

Neppure negli incubi più stravaganti delle mie digestioni laboriose, avevo mai sognato una donna di stomaco forte come quella giovinetta. Per tutta la sera, per tutta la notte, l’ebbi sempre in mente.

Ludovico Leporeo (1582-1655), Il poeta raccomanda alla lavandaia la sua biancheria

Leporeambo alfabetico duodecasillabo trisono satirico
irrepetito àttile, èttile, òttile, ùttile

Mando fine cortine, acciò ben trattile,
Lavinia amata, ed in bucato mettile
e con man calchi pian, che non ischiattile;
che le apponti e le conti, e non barattile,
che son di fil sottil mia suppellettile,
e dentro al centro del tinozzo absettile,
né le strapazzi, né con mazzi sbattile.
Fa’ che non sia forte lessia che scottile,
né dello straccio il ceneraccio imbruttile,
ma monde e terse, dopo asperse, sbattile;
poi su le stanghe, corde e spranghe, buttile,
e a l’aure e al giel del chiaro ciel pernottile,
e al sol di maggio su l’erbaggio asciuttile.

 

Due gioielli di Palazzeschi (2 febbraio 1885 – 17 agosto 1974) a cinquant’anni dalla sua scomparsa

Piccolo gioiello sentimentale

Come a quella povera piccina piacevano i fiori! una cosa straordinaria!  
Ma non poteva averne che pochi e di rado: che infelicità! Quando ne sentiv parlare, la grossa madre sbuffava:
I fiori sono delle spese inutili. Una famiglia non può permettersi il lusso di gettar denaro in simili buggerate!
Per due belle rose sarebbe andata a letto senza cena.
Morì, la piccola sentimentale. Ora la madre le porta in cimitero, ogni settimana, i più bei fiori che si possano trovare, che si conoscano. E sospira. I suoi fiori! Come a quella povera piccina piacevano i fiori! Una cosa straordinaria

Piccolo gioiello gastronomico

La signora Baronessa, dopo aver spilluzzicato sopra un filetto di aringa affumicata, una fetta di jambon, un po’ di burro e caviale, qualche funghetto sott’olio e un carciofino, si dette a sorseggiare con inimitabile sapienza e invidiabile gusto, una tazza di squisito consommé. Gustò poi dello storione a lesso in salsa maionese ch’era una galanteria; e un rifreddo in bella vista composto di lepre e cacciagione diversa: quaglia, fagiano, pernice e fegato d’oca grasso tartufato che faceva venire l’acquolina in bocca a guardarlo. A tal punto non le spiacque una buona fetta di bue sanguinolento che si struggeva in bocca, inghirlandato di certi pisellini teneri crogiuolati nel prosciutto. Quindi dunque, con avvedutezza da maestra scelse il bel cosciotto di un tacchino arrosto che si sarebbe potuto mangiare con le labbra, e contornato di tartine con butirro triffola e fegato di maiale.
Infine, per aver trovato una mosca nella zuppa inglese… licenziò il cuoco.

Le figurine di Radiospazio. La Duse

Pietroburgo, 16 marzo 1891,
Torno dall’aver assistito al debutto dell’attrice italiana Eleonora Duse nella Cleopatra di Shakespeare. Io non so l’italiano, ma ha recitato così bene che m’è parso di capire ogni parola. Un’artista meravigliosa. Non avevo mai visto nulla di simile. Guardavo la Duse e mi sentivo stringere il cuore all’idea che siamo costretti a formarci il temperamento su certe attrici legnose come la N. e simili, che noi chiamiamo grandi per non averne mai vedute di migliori. Guardando la Duse ho capito perché il teatro russo è così noioso.

Luna di miele in nero. István Örkény

sposi con catena luci

Le settimane della luna di miele erano belle e piene d’amore.
Un pomeriggio però, verso le sei e mezza, rimasero appiccicati alla carta moschicida che pendeva dal lampadario.
Che stupido caso!
LUI          Mi ami, angelo mio?
LEI          Tanto.
LUI          E allora vieni qui.
LEI          Subito, ma c’è qualcosa che mi si è appiccicato ai tacchi.
LUI          Cosa te ne importa, getta via la scarpe!
LEI          Vuol dire che anche oggi staremo di nuovo in casa. E all’Accademia di Musica c’è una serata dedicata a Cajkovskij.
LUI          Me ne frego di Cajkovskij.
LEI          Preferiresti andare a teatro?
LUI          Per carità! Ma, di’ un po’, non ti sembra che stiamo ondeggiando?
LEI          Non farci caso, guarda cosa danno all’Opera.
LUI          Dov’è il giornale?
LEI          Sul tavolo della cucina.
LUI          Non posso muovermi, perché anche a me mi si è appiccicato qualcosa alle scarpe.
LEI          Mi pare che diano il Ballo in maschera .
LUI          Adesso non riesco più a liberare neanche le mani.
LEI          Certo che ti piace proprio lamentarti. Andrà a finire che staremo di nuovo a casa.
LUI          Che cos’è tutta questa agitazione?
LEI          Sto provando a tirarmi fuori da tutta questa roba vischiosa.
LUI          Non far sciocchezze, rischiamo di cadere giù.
LEI          Ma tu ti rassegni proprio a tutto? E sì che mi sono innamorata di te perché eri un tipo tanto intraprendente e dicevi di amare la musica.
LUI          Ho un bell’adorare la musica, se non posso muovere né mani né piedi.
LEI          Come se fossi il primo che è rimasto invischiato in qualcosa!
LUI          Sto dentro questa colla fino al ventre!
LEI          Con tutte le tue ciance mancano venti minuti alle sette. All’Opera possiamo arrivarci solo in taxi.
LUI          Ma tu non capisci proprio niente della realtà della vita!
LEI          Avevamo detto che il nostro matrimonio non sarebbe stato come gli altri. Che noi avremmo sempre avuto qualcosa da dirci, non saremmo diventati antipatici, non avremmo litigato, non ci saremmo mai separati.
LUI          Ormai mi arriva alla bocca!
LEI          Sii gentile, prendi il telefono e chiama un taxi.

Istvàn OrkenyViaggio di nozze sulla carta moschicida
“Novelle da un minuto”, E/O. traduzione Gianpiero Cavaglià

Le figurine di Radiospazio. Insalate

Su una foglia appassita di insalata dove non restano che rimpianti da rimasticare, posso al massimo trovar ragioni di compiacimento. Il passato non nutre. Me ne andrò come sono arrivata. Intatta, carica dei difetti che mi hanno tormentata. Avrei voluto nascer statua, e sono solo una lumaca nel guscio. Virtù, coraggio, qualità positive, capacità di meditazione, cultura. Contro tutte queste parole sono andata a sbattere a braccia conserte – e mi ci sono spezzata. Ci sono donne che barano, donne che soffrono. Un tempo piacevano, e si cancellano gli anni. Io i miei li proclamo, perché non sono piaciuta mai, perché sempre conserverò i miei capelli da bambina.

Le figurine di Radiospazio. Rapporti inspiegabili

«Tutt’a un tratto ho cominciato a dargli ai nervi, ma tu pensa, gli do ai nervi, basta che muova un dito e gli do ai nervi, ti rendi conto, dare ai nervi al tuo capo sette ore al giorno, non mi sopporta, si vede proprio che evita di guardarmi, sette ore! e se per caso mi vede, distoglie gli occhi come scottato. Sette ore! Non so neanche io» «Certe volte mi viene voglia di buttarmi in ginocchio e di gridare: “Mi scusi signor Drozdowski, mi scusi!” Ma di che? Non lo fa mica per cattiveria, il fatto è che gli do realmente ai nervi, i colleghi mi consigliano di non fiatare, di farmi vedere il meno possibile, ma come si fa a farsi o a non farsi notare se si sta insieme per sette ore al giorno nella stessa stanza? Basta che mi schiarisca la gola, o che sposti una mano, perché gli venga l’orticaria. Non sarà per caso che puzzo?».

Witold Gombrowicz, Cosmo, Il Saggiatore

Pavel Florenskij. Burattini, l’infanzia che rivive in noi

Il baraccone, e i burattini, e i bambini che circondavano il teatrino, tutto s’è fuso in un’unica opera d’arte, anzi in qualche cosa di più, dove al di là della volontà premeditata degli esecutori risuonava la voce profetica dell’anima, e le forze misteriose della natura facevano capolino. Parole che in altre occasioni passerebbero di certo inosservate, in questo contesto, pronunciate dai volti dei burattini, acquistano un peso inaspettato e i detti popolari sembrano davvero condensare in sé la saggezza della vita. I pupazzi, fatti di stracci, pezzi di legno e cartapesta, si animano percettibilmente e si comportano in maniera autonoma: non si limitano a seguire le movenze della mano che li governa, ma la dirigono. Hanno i loro desideri e le loro predilezioni; in un certo senso è chiaro che forze particolari agiscono attraverso loro. Tale sensazione nasce dalla recitazione, ma finisce poi con l’attecchire nel profondo delle nostre esistenze, confinando ora con la magia, ora col mistero. Schierati in prima fila in questa lotta e sospinti dal vortice dell’azione, i burattinai non hanno ovviamente tempo di riflettere su quanto accade. Sdoppiarsi, per confrontare la propria coscienza di burattini con quella abituale, sarebbe solo d’impaccio. Ma anche loro, come si evince dal libro in questione, sentono che i burattini vogliono questo e non quest’altro, approvano una data situazione in cui sono finiti, ma non un’altra. E gli spettatori o, più esattamente, i compartecipanti all’azione delle marionette, ancor meglio sanno che il teatro dei burattini è qualche cosa di incomparabilmente più grande che gli Efimov più il teatro; che in esso rientra anche un terzo elemento, e che questo terzo elemento è ciò per cui il teatro stesso esiste. Isolati dalla quotidianità da uno steccato insieme al coro degli spettatori, i burattinai intensificano il potenziale delle forze misteriose che agiscono in loro grazie a un isolamento ulteriore: quello del proprio baraccone. Indossando sulle loro mani le fattezze del burattino e permettendo così all’intelligenza della mano di assumere un volto proprio, la emancipano dalla sottomissione all’intelletto, rendendo quest’ultimo di converso organo ausiliario della mano. Tre volte sottratta al mondo esterno in virtù di tre livelli consecutivi di isolamento, la mano diventa corpo, veicolo e mezzo di espressione di forze altre, ignote alla nostra coscienza feriale. Nel teatro dei burattini operano infatti gli espedienti fondamentali della magia imitativa, la quale nasce sempre dalla recitazione, comincia sempre con l’imitare e stuzzicare forze ignote che, una volta evocate, raccolgono la sfida, colmando il ricettacolo loro offerto. Naturalmente, nessuno si lascia ingannare da quest’illusione. Il teatro dei burattini ha una grande virtù: quella di non essere illusionistico. Ma, pur non essendo “come la realtà” (e senza volerlo neppure sembrare), i burattini danno vita veramente a una nuova realtà. La quale entra nello spazio che è stato liberato apposta per lei, colmando la cornice “vacante” della vita. Il coro degli spettatori si unisce nel burattino e mediante il burattinaio lo nutre delle sue emozioni profonde, che nella quotidianità non trovano posto. Ciò che possediamo di più caro e recondito è la nostra infanzia, viva in noi, ma sottratta al nostro sguardo come da una cortina. Abbiamo finito col dimenticare questa vicinanza originaria con tutto ciò che esiste, questa passata comunione con la vita della natura. Ce ne siamo scordati, ma l’infanzia continua a vivere in noi e, in momenti ben precisi, rinvivisce inaspettatamente. Così, gli psicologi americani hanno dimostrato che il processo psicologico della conversione altro non è che un ritorno all’infanzia, un riaffiorare degli strati più profondi della personalità, formatisi nei primi anni di vita: “Se non vi ravvederete (ossia se non rivolgerete all’indietro la vostra personalità) e non sarete come fanciulli (ovvero non fanciulli in generale, bensì proprio quei fanciulli che siete stati una volta), non potrete entrare nel regno dei cieli”. E il regno dei cieli è “la pace e la gioia dettata dall’azione dello Spirito Santo”. Cosicché l’armonia spirituale rivelatasi improvvisamente al momento della conversione, vive in quegli stessi recessi della personalità che il burattino desta in noi. Il teatro dei burattini è un focolare alimentato dall’infanzia che si cela in noi. Esso, a sua volta, risveglia e chiama all’azione il palazzo addormentato della favola. Un tempo uniti in questo paradiso, ora ci ritroviamo divisi, giacché questo paradiso stesso è sparito alla nostra vista. Ma attraverso il teatro dei burattini noi torniamo a vedere, benché indistintamente, l’Eden perduto e a comunicare gli uni con gli altri in ciò che possediamo di più prezioso e che in genere nascondiamo come un segreto non solo agli altri, ma anche a noi stessi. Scintillante ai raggi del sole al tramonto, il teatro si apre come una finestra sull’infanzia eternamente viva.

Pavel Florenskij, Stratificazioni: Scritti sull’arte e la tecnica
(Lo spazio e il tempo) . Diabasis