Ripensava a quanto era successo, a quei piedi indifferenti congiunti su quel corpo palpitante in una crudeltà perpetrata in comune. Crudeltà? Ma si era davvero trattato di crudeltà? O non piuttosto di ordinaria amministrazione, un verme schiacciato così, senza motivo, solo perché ci capita sul cammino, uno dei tanti che uccidiamo ogni giorno? No, non si poteva parlare di crudeltà: casomai di incoscienza, che scruta con occhi infantili le buffe convulsioni dell’agonia senza provarne dolore. Niente di grave. Ma per Federico? Certo ai suoi occhi quell’atto doveva essere apparso una mostruosità raccapricciante. Il dolore, il martirio sono altrettanto spaventosi nel corpo di un verme che in quello di un gigante, il dolore è «uno», totale e indivisibile come lo spazio: ovunque si manifesti è sempre ugualmente parossistico, raggiunge sempre i vertici della stessa assoluta atrocità. Per lui quindi quell’atto doveva essere stato a dir poco orrendo: quei due avevano provocato sofferenza, creato dolore, con le loro suole avevano trasformato la placida esistenza di quel verme in un inferno: come immaginare un crimine più infame, un peccato più grave di quello? Un peccato… Un peccato… Sì, era un peccato, ma, se lo era, era il loro peccato comune, e i loro piedi si erano congiunti insieme sul corpo convulso del verme… Sapevo a che cosa pensava quel pazzo di Federico. Pazzo! Pensava a loro due, pensava che quel lombrico l’avevano schiacciato «per lui». «Non farti imbrogliare. Non credere che tra noi due non ci sia niente… hai visto, no? Uno di noi ha schiacciato il verme… e subito l’altro l’ha imitato. L’abbiamo fatto per te. Per unirci nel peccato davanti a te e apposta per te.»
Witold Gombrowicz,Pornografia, Il Saggiatore. Edizione del Kindle.
Quello che mi piace della letteratura è il fatto di muovermi all’interno di schemi sconosciuti, senza sapere cosa cerco, cosa troverò; alla fine, a volte, alla fine, forse, appaiono dei soggetti, nati dalle derive casuali del mio subconscio e dall’esplorazione dei luoghi della finzione. Ma non ho deciso niente, seguito niente, costruito niente. Per scrivere un romanzo, c’è una sola condizione che accetto di definire, una sola: per scrivere un romanzo, devo essere capace di evocare gli spettri – quale altra definizione, migliore di questa, per fare gli scrittori bisogna saper evocare gli spettri.
Antonio ,il protagonista del film, vive con la famiglia a Roma ed è in attesa di un posto di lavoro che gli consenta di sopravvivere. Quando finalmente gli si presenta l’occasione c’è un problema: gli hanno offerto il lavoro di attacchino per il quale è necessaria una bicicletta, che però non possiede; riesce comunque a procurarsene una scambiandola con un paio di lenzuola. Il primo giorno di lavoro, la bicicletta gli viene rubata. Le ricerche sono vane. Disperato, Antonio, accompagnato dal figlioletto, decide di rubare a sua volta una bicicletta incustodita.
Gli psicologi non fanno che ripeterlo: la realtà di oggi è troppo faticosa da vivere e gestire, soprattutto per le nuove generazioni. Mentre proliferano ansia da prestazione e paura del fallimento, tra eco-ansia, prospettive future incerte e aspettative della società sempre più alte, facciamo sempre più fatica a stare bene, e aumenta sia il numero di persone in psicoterapia, sia il numero di quelle che assumono psicofarmaci. Nonostante le possibili cure e terapie psicologiche e psichiatriche – che comunque in tanti purtroppo faticano a permettersi – vivere in un mondo non alla portata delle nostre energie e possibilità ci procura un profondo senso di impotenza che rischia di diventare parte di noi e che è stato identificato dallo psicologo statunitense Martin Seligman come “impotenza appresa”. Secondo Seligman sarebbe quello stato mentale che ci affligge quando, trovandoci di fronte a un problema di varia natura o entità, ci sembra di non essere in grado di affrontare la situazione facendo affidamento solo sulle nostre risorse. E questo accadrebbe perché, in passato, siamo stati oggetto di stimoli avversi senza avere la possibilità di porvi rimedio autonomamente. Chi ha vissuto questo genere di esperienze, di fronte a una qualunque situazione problematica può avvertire stress e ansia eccessivamente acuti, convincendosi di aver sempre bisogno di qualcuno che risolva i problemi al posto suo.
Per dire qualcosa di sensato sull’ultimo “romanzo” dell’arcinoto Alain Elkann, esponente della famiglia che da un secolo comanda l’Italia, grande seduttore di donne del jet-set e a tempo perso giornalista, docente, consigliere di ministri della Cultura e presidente di istituzioni, bisogna andare indietro di un anno: quando Elkann si trovò sciaguratamente a condividere una carrozza del treno Italo diretto a Foggia con un gruppo di giovinastri rumorosi che gli impedirono di «scrivere il diario con la penna stilografica», traumatizzandolo al punto da fargli raccontare l’accaduto al direttore di Repubblica, il quale, fiutando lo scoop, gli ordinò di farci un articoletto “pittoresco” che risultò una mezza cretinata scritta da un ragazzino di terza media, mettendo così in ridicolo l’intero giornale. Ne seguì una polemica ad ampio raggio, che si fece aspra quando il Comitato di redazione di Repubblica, in aperta polemica col direttore Maurizio Molinari, emanò un comunicato sindacale in cui si deprecava il classismo del pezzo di Elkann e si rivendicava l’impegno quotidiano dei giornalisti a favore della gente svantaggiata, e non dei ricconi sprezzanti come il padre del padrone del giornale. Per inciso, è notizia dei giorni scorsi che Molinari è stato infine esautorato dalla direzione di Repubblica proprio dal figliolo di Elkann, stanco dei risultati sempre peggiori nelle vendite e nel gradimento dei lettori.
Una mosca, vagabondando nella stalla, si posò sul naso della mucca per rilassarsi un momento. — Benvenuta — disse la mucca. — È una notte magnifica per viaggiare — disse l’insetto. — Strano, questo pizzicorino. Spostati un po’ più in su, per favore, che voglio leccarmi il muso. La mosca si spostò. — Se tu fossi rimasta dov’eri — continuò la mucca — e io ti avessi colpito con la lingua, credo proprio che saresti bell’e andata. — Non credo — sorrise la mosca. — Lo sai che mi muovo in fretta. Al che la mucca, sorniona, si passò la lingua sul muso. Non vide muoversi l’insetto, ma già quello svolazzava sano e salvo a qualche centimetro dal suo naso. — Hai visto? — disse la mosca. — Ho visto — rispose la mucca, e scoppiò in un muggito di ilarità così improvviso e potente che l’insetto fu soffiato lontano da quella raffica, e non tornò mai più.
In quel tempo, prima della rete, c’era il tubo. Molto, moltissimo tempo prima. Le comunicazioni fondamentali, primarie, avvenivano via tubo. Tramite il cordone ombelicale, anzitutto (un tubo tanto necessario quanto ingombrante). Viaggiamo all’interno di tubi ferroviari e autostradali, e nelle nostre città ci ripariamo dalla pioggia sotto tubi provvidenziali e aerati, impreziositi da colonne; un tempo, la posta pneumatica permetteva di inviare documenti da un piano all’altro degli uffici, ecc. Farfa, poeta e pittore futurista, compie una scorribanda nell’universo tubico, comparando i calibri degli innumerevoli soggetti che cita rapidamente, dai capillari delle stilografiche – per i quali inventa una squisita metafora: “colanti il pensiero! – ai tubi solipsistici che agiscono tanto per agire “in sempiterna operazione di masturbazione”. C’è tanto futurismo, in questa Tuberia, e anche, per fortuna, tanta invenzione.
Tuberie
tubi d’acqua d’aria di gas di scolo di scarico di scappamento di gres di terracotta di cemento di vetro di gomma d’ebanite tubi di tutta la merceologia tubi del closet del sentimento tubi della stufa e della noia tubi tunnel avidi di ferrovia tubi del tormento e della gioia tubi di tutti i metalli tubi dei guanti gialli tubi idranti dei pompieri lancianti cubi d’acqua fresca per calmare il calore delle fiamme tubi delle stilografiche colanti il pensiero nero come l’umore rosso come l’amore tubi di pressione sanguigna tubi digerenti pei valzer lenti della digestione tubi di budella per la tarantella delle smorfie viscerali tubi aggrovigliati di seni tubi genitali e verginali tubi di camini d’officine di piroscafi di locomotive con seme di fumo dimostranti la nullità della voluttà tubi delle panche dei giardini profumati dai gelsomini tubi per tutti gli usi tubi per tutti gli abusi tubi di latteria curvati a mano che ghermisce cui l’acqua espulsa prolunga le dita tubi di canne di grondaie di bocchini tubi bergmann tubi togni tubi mannesmann tubi di tutte le macchine tubi di tutti i motori tubi dei gambi dei fiori tubi dei fucili e dei cannoni pel cambio rapido delle generazioni tubi ossi buchi dei polli che furono pasciuti e satolli tubi dei nasi infreddoliti tubi dei cuori inteneriti tubi dei cannocchiali che nelle notti belle si riempiono di stelle tubi d’organi e d’argani tubi d’istrumenti musicali picchianti col fiato sui timpani degli orecchi motivi stravecchi tubi turati e sturati tubi nominati e innominati tubi d’ogni specie e d’ogni tipo tubi d’ogni spessore e dimensione tubi ritti e a gomito acuto tubi in sempiterna operazione di masturbazione del proprio contenuto tubi di presa di discesa di salita tutti in fregola universale ogni tubo un cordone ombellicale che lega che salda alla vita
tubi scroscianti e silenti io sono il vostro cantore sono un incantatore di serpenti
Guai a lei se legge con più penetrazione del solito, si rovina il gusto per tutto ciò che legge. Qualsiasi cosa lei legga, questo qualcosa alla fine diventa ridicolo, alla fine non ha più alcun valore. Si guardi bene dall’affrontare con troppa penetrazione un’opera d’arte, diceva, si guasterà tutto, anche le cose più amate. Non guardi troppo a lungo un quadro, non legga un libro con troppa penetrazione, non ascolti un brano musicale con il massimo impegno, perché si rovinerebbe tutto e quindi anche ciò che di più bello e di più utile esiste nel mondo. Legga quello che le piace, ma non penetri l’opera fino in fondo, ascolti quello che le piace, ma non lo ascolti fino in fondo, osservi quello che le piace, ma non lo osservi fino in fondo. Io, avendo sempre osservato tutto fino in fondo, avendo sempre ascoltato tutto fino in fondo, avendo sempre letto tutto fino in fondo o, quanto meno, avendo sempre cercato di ascoltare, di leggere, di osservare tutto fino in fondo, alla fine mi sono storpiato tutto, in questo modo mi sono storpiato irreparabilmente tutta l’arte figurativa e tutta la musica e tutta la letteratura.
L’uomo dotato di autentico intelletto non conosce l’ammirazione, prende atto, rispetta, considera, e questo è tutto. La gente entra in tutte le chiese e in tutti i musei come se portasse sulle proprie spalle un sacco pieno di ammirazione, per questa ragione tutti hanno sempre quella disgustosa andatura da gobbi che in effetti ha chiunque entri in un museo o in una chiesa. Non ho mai visto una persona entrare in una chiesa o in un museo in tutta scioltezza, ma la cosa più disgustosa è osservare la gente a Cnosso o ad Agrigento, quando è giunta alla meta del suo viaggio all’insegna dell’ammirazione, perché questa gente non viaggia se non all’insegna dell’ammirazione. L’ammirazione rende ciechi, rende ottuso colui che ammira. La maggior parte della gente, una volta intrappolata nell’ammirazione non se ne libera più, e questo già la rende ottusa. La maggior parte della gente rimane ottusa per tutta la vita solo perché ammira. Non c’è niente da ammirare, niente, assolutamente niente. Dato però che la stima e il rispetto sono troppo difficili, la gente si limita ad ammirare, le torna più comodo ammirare. L’ammirazione è più facile del rispetto e della stima, lo stato di ammirazione è la prerogativa degli idioti. Solo l’idiota ammira, l’uomo intelligente non ammira, l’uomo intelligente rispetta, stima, capisce, e basta. Ma per rispettare, per stimare, per capire, ci vuole ingegno, e la gente non ha ingegno, dei perfetti imbecilli che sono in effetti del tutto privi di ingegno si spingono fino alle piramidi e si aggirano tra le colonne siciliane e si fermano davanti ai templi persiani inondando di ammirazione se stessi e la propria ottusità. Lo stato di ammirazione è uno stato di deficienza mentale, quasi tutti vivono in questo stato di deficienza mentale.
Gli artisti sono i più ipocriti di tutti, addirittura più ipocriti dei politici, dunque gli artisti dell’arte sono ancora più ipocriti degli artisti dello Stato. Infatti quest’arte si rivolge sempre all’Onnipotente e ai potenti, e volge le spalle al mondo il che la rende infame. È un’arte miserabile e nient’altro, questa. Perché i pittori dipingono dal momento che già c’è la natura? Eppure anche l’opera d’arte più straordinaria è solo un misero tentativo, completamente assurdo e vano, di imitare, o addirittura di scimmiottare la natura. Che cos’è il volto della madre di Rembrandt, da lui dipinto, di fronte al volto vero di mia madre?
L’ 11 settembre 2024 ha aperto al Museo Di Roma in Trastevere una mostra fotografica imperdibile: Dark Portraits di Dino Ignani, ormai un simbolo della Roma goth. Ignani è il fotografo che ha documentato nei primi anni Ottanta la diffusione del movimento dark nella capitale, attraverso i volti dei giovani che – pionieri del movimento – abbracciavano uno stile di vita all’epoca considerato “strano”, come ci confessa lo stesso fotografo, ma che evocava un gusto estetico dirompente che non poteva passare inosservato e che, infatti, è stato poi assorbito anche nei piani alti dello stile e della moda. Detto questo, Ignani è un vero e proprio Maestro della fotografia: dai reportage sociali alle foto dei poeti, fino appunto a questi “ritratti dark”, gli scatti del nostro si riconoscono subito, proprio come potremmo riconoscere la voce di Peter Murphy dei Bauhaus alle prime note di una canzone. Non a caso io stesso, durante il mio periodo dark, non potevo non essere attratto da quelle foto così dirette, che con il loro bianco e nero andavano al sodo senza tecnicismi inutili, portando alla luce quella umanità che da sempre permea la sua opera, a tutti gli effetti un megafono del movimento dark italiano, sia ai suoi inizi che successivamente.
Ripetei più volte fra me e me le parole il mondo artistico, e anche la vita artistica, ma in realtà queste parole le dissi ad alta voce e in modo tale che le persone nella sala da musica non potevano non sentirmi, e in effetti mi sentirono perché a un tratto guardarono verso di me, ossia guardarono dalla sala da musica verso l’anticamera senza in effetti potermi vedere, in quanto loro mi avevano sentito dire, e poi ripetere più volte, le parole la vita artistica e il mondo artistico, e io intanto pensavo che cosa hanno significato per me allora, e che cosa, in fondo, significano ancora oggi questi concetti di mondo artistico e di vita artistica, più o meno tutto, pensavo adesso nella bergère, e com’è di cattivo gusto, da parte degli Auersberger, chiamare la loro cena, o meglio il loro pranzo serale, come si dice a Vienna, cena artistica. Come sono caduti in basso gli Auersberger e i loro simili, pensavo nella bergère, questi Auersberger che da tempo ai miei occhi, da decenni ormai, hanno fatto bancarotta sul piano artistico e, in generale, sul piano intellettuale, e dunque, in effetti, anche sul piano umano. Eppure tutte quelle persone nella sala da musica avevano certamente sentito quando io avevo detto mondo artistico e vita artistica, ma l’avevano sentito come se io avessi detto cena artistica alla maniera degli Auersberger, e a prescindere dal tono di voce con cui avevo detto mondo artistico e vita artistica, quelle persone non avevano notato nient’altro, non avevano capito niente del significato che aveva avuto per me pronunciare le parole vita artistica e mondo artistico nel momento in cui le avevo pronunciate. Tutte quelle persone, in effetti, erano un tempo artisti o quanto meno talenti artistici, pensavo adesso nella bergère, mentre ora non sono altro tutti quanti che un’unica marmaglia artistica che non ha più niente in comune con l’arte e dunque con l’artistico, proprio come la cena dei coniugi Auersberger. Tutti quegli individui che in effetti un tempo sono stati artisti o quanto meno esseri artistici, pensavo nella bergère, adesso non sono nient’altro che larve e gusci di quello che sono stati un tempo; mi basta ascoltare quello che dicono, mi basta guardarli in faccia, mi basta entrare in contatto con le loro creazioni, e sento la stessa cosa che sento adesso nei confronti di questo pranzo serale, di questa cena artistica di pessimo gusto. Che cosa è venuto fuori da tutte quelle persone in questi trent’anni, pensavo, che cosa hanno fatto di se stessi tutti quegli individui in questi trent’anni. E che cosa ho fatto io di me stesso in questi trent’anni, pensavo. In ogni caso è deprimente ciò che quelle persone hanno fatto di se stesse in questi trent’anni, e altrettanto deprimente è ciò che ho fatto io di me stesso, pensavo, da tutto quell’insieme di fortunate circostanze e situazioni di allora tutte quelle persone hanno tratto circostanze e situazioni deprimenti, pensavo nella bergère, tutto esse hanno trasformato in qualcosa di profondamente e interamente deprimente, tutta la loro fortuna in una depressione unica, pensavo nella bergère, così come io stesso della mia fortuna ho fatto una depressione unica. Perché senza dubbio tutte quelle persone sono state un tempo, ciò significa allora, ossia trenta o vent’anni fa, persone fortunate, e ora invece sono soltanto persone deprimenti, così come anch’io in ultima analisi sono ormai soltanto una persona deprimente e sfortunata, pensavo nella bergère. Hanno trasformato una fortuna unica in una catastrofe unica, pensavo nella bergère, una grande speranza in una grande disperazione. Perciò, guardando nella sala da musica, non guardavo nient’altro che la disperazione, pensavo nella bergère, nient’altro che una disperazione esistenziale, e nient’altro, per così dire, che una disperazione artistica, la verità è questa.
Thomas Bernhard, A colpi d’ascia. Una irritazione, Adelphi