Le figurine di Radiospazio. Scemi

Lui      Allora lui pensa che sono uno scemo?
Lei       Lo pensa di tutti.
Lui      Ma ti ha detto che io sono uno scemo?
Lei  Ha detto tante di quelle cose.
Lui      Ma glielo hai sentito dire?
Lei  Da quello che mi ha detto su di te, non credo che ti rispetti.
Lui      Non mi rispetta e pensa che sono uno scemo.
Lei  Ti usa, come usa tutti. Dimenticalo.
Lui      A che tipo di giochi gioca?
Lei       Senti, non importa. Non ha lasciato tracce, sono sopravvisssuta.
Lui      Vuoi dire, vuoi dire che dopo tutto questo tempo con lui, la corda si è spezzata, slap, così?
Lei       Era logorata. Lo sai cosa vorrei ora?
Lui      Cosa?
Lei       Vorrei che lui entrasse e che ci vedesse. Nudi. L’uno nelle braccia dell’altro.
Lui      Davvero?
Lei       Baciami.
Lui      Sai che ti dico? Ha fatto un grave errore. Io non sono uno scemo

Harold Pinter, I nani

Video. Augusto Tretti, Il potere, un capolavoro poco visto e dimenticato. (1972) 3′

https://www.youtube.com/watch?v=NG_xahr0gRk

In un’intervista degli anni Settanta pubblicata su L’Espresso, Fellini definì Augusto Tretti un genio. Confesso che rimango sempre perplesso di fronte a giudizi così apodittici; certo, quando vidi (fra i pochissimi) “Il Potere” in una saletta d’essai ne rimasi fortemente impressionato. Mi pareva che nessuno avesse mai osato realizzare un film così radicale e al tempo stesso elegante come quello. Così come enuncia candidamente e provocatoriamente il titolo, “Il Potere” racconta in poco più di un’ora le trasformazioni del Potere attraverso i secoli, addirittura dai primordi dell’umanità. In Come si fa una tesi di laurea, Umberto Eco raccomandava agli studenti di astenersi da tesi sul genere di “Brevi cenni sull’Universo”. Ma quello di Tretti non è una tesi, bensì un pamphlet, uno sghignazzo e soprattutto un pugno allo stomaco sferrato da un anarchico ben carburato dal vino ma niente affatto ubriaco. Parlo del vino, perché gli attori che interpretano i personaggi del film sembrano (o forse sono) prelevati dalle osterie per dar vita, uno dopo l’altro, a Manitù, i Gracchi, D’Annunzio, ecc.
Attori presi “dalla strada” nel solco della tradizione neorealista? Niente affatto: Carlo Battisti, il protagonista di” Umberto D”, professore di glottologia e Lamberto Maggiorani, operaio, protagonista di “Ladri di biciclette”, ambedue digiuni di recitazione, erano lavorati dalla regia di De Sica, così da risultare del tutto “credibili”. Tretti, al contrario, fa sfilare davanti alla macchina da presa non-attori lasciati allo stato del tutto grezzo, con i loro nasi bitorzoluti, i denti radi nelle bocche rugose e tutte le sgrammaticature di chi non ha mai recitato nulla, nemmeno nel teatrino della scuola. Per non dire poi di scene e costumi (cartapesta e stracci) che denunciano la loro origine: un “fatto in casa alla come viene”, molto alla buona. Un trattamento speciale viene riservato a Mussolini: un corpo in camicia nera sormontato da una grossa testa grottesca di cartone, munita di un gancio in cima come quella delle marionette. L’ilare violenza di Tretti (il pugno nello stomaco) sta proprio qui, nella natura baracconesca delle immagini (e anche nei dialoghi elementari): il Potere è una tigre di carta, idiota e vomitevole, ma soprattutto un’accolita di miserabili.
Purtroppo il film ha circolato poco nelle sale d’essai. Ignoro se sia stato conservato da qualche parte, visto che compare nelle teche della Rai. Se qualcuno (non la Rai di oggi, ovviamente) li proiettasse di nuovo, questo sarebbe il momento giusto.

Rimpianto per i banditi di un tempo. Video. Lotte Lenya canta La ballata di Mackie Messer (4′)

Lotte Lenya e Kurt Weill

https://www.youtube.com/watch?v=X7eO7MKEZAY

Mostra i denti pescecane,
e si vede che lì ha.
Un coltello solo ha Mackie Messer
ma vedere non lo fa.

Sulla spiaggia di Long Island,
giace un tale a mezzodì,
poco prima lo sappiamo,
Mackie Messer era lì.

Han trovato Jenny Towler,
un coltello in mezzo al sen.
Che sia stato Mackie Messer,
testimoni. non ce n’è.

A Schmul Meyer l‘industriale
un ignoto un dì sparò.
Mack ne spende il capitale,
ma provarlo non si può.

Sei bambini son bruciati
nell’incendio di Brooklyn.
Mackie Messer sa qualcosa
ma non parla e beve gin.

Vedovella minorenne,
il cui nome ognuno sa,
ci rimise un dì le penne
Mack la colpa chi l’avrà?

Lai lalalala… lai lalallaila…
Mack la colpa chi l’avrà?

Mostra i denti pescecane,
e si vede che lì ha.
Un coltello solo ha Mackie Messer
mz vedere non lo fa.

Sulla spiaggia di Long Island,
giace un tale a mezzodì,
poco prima lo sappiamo,
Mackie Messer era lì.

Han trovato Jenny Towler,
un coltello in mezzo al sen.
Che sia stato Mackie Messer,
testimoni. non ce n’è.

A Schmul Meyer l‘industriale
un ignoto un dì sparò.
Mack ne spende il capitale,
ma provarlo non si può.

Sei bambini son bruciati
nell’incendio di Brooklyn.
Mackie Messer sa qualcosa
ma non parla e beve gin.

Vedovella minorenne,
il cui nome ognuno sa,
ci rimise un dì le penne
Mack la colpa chi l’avrà?

Lai lalalala… lai lalallaila…
Mack la colpa chi l’avrà?

Le figurine di Radiospazio. Segreti dell’anima

All’obitorio, l’intellettuale di turno era il dottor Hake: un altezzoso cinquantenne di bell’aspetto, un fumatore di pipa dai capelli folti e scuri come la salsa Burgunder. Era stato lui a scegliersi l’ufficio più piccolo e malmesso, perché trovava tanto romantica la visita che si godeva da lì: fuori, appesa al muro, era sempre visibile l’insegna obitorio. Il dottor Hake investiva la maggior parte dello stipendio e tutta la sua passione nel pubblicare libri sulla vita e il suo significato, libri che egli scriveva nella sua amata prosa medica. Di recente si era anche cimentato nella composizione di una poesia che aveva suscitato notevole scalpore; una poesia sugli organi interni. Tra gli anatomo-patologi era l’unico a dirsi convinto che dentro l’uomo non ci fossero solo viscere, ma anche un’anima e che dentro ogni anima si nascondesse uno sporco segreto. Per questo motivo aggrottava spesso la fronte, il che, assieme alle sue molte pubblicazioni, accresceva il già profondo rispetto che le segretarie nutrivano per lui.

Irene Dische, Pietose bugie, Feltrinelli, Traduzione di Agnese Grieco

Cinema. Debuttanti eccezionali. Steven Spielberg, Duel (1971) 3′

https://www.youtube.com/watch?v=o-vgfolxW3s

David Mann, tranquillo rappresentante di commercio, sta compiendo un viaggio in auto per lavoro, attraversando il deserto del Mojave. Su una strada semi-deserta supera una vecchia e lenta autocisterna che emette fumo denso dal tubo di scappamento. Poco dopo il camion lo supera di gran carriera per poi rallentargli davanti. David di nuovo supera l’autocisterna, il cui autista suona la tromba, offeso dall’oltraggio. Da questo momento si sviluppa un duello mortale fra i due veicoli.

Bertolt Brecht, Domande di un lettore operaio

Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?
Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.
Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?
Babilonia, distrutta tante volte,
chi altrettante la riedificò? In quale case
di Lima lucente d’oro abitavano i costruttori?
Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia,
i muratori? Roma la grande
è piena d’archi di trionfo. Su chi
trionfarono i Cesari? La celebrata Bisanzio
aveva solo palazzi per i suoi abitanti? Anche nella favolosa Atlantide
la notte che il mare li inghiottì, affogavano urlando
aiuto ai loro schiavi.

Il giovane Alessandro conquistò l’india,
Da solo?
Cesare sconfisse i Galli.
Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna pianse, quando la flotta
gli fu affondata. Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi,
oltre a lui, l’ha vinta?

Una vittoria ogni pagina,
Chi cucinò la cena della vittoria?
Ogni dieci anni un grand’uomo.
Chi ne pagò le spese?

Quante vicende,
tante domande.

Bertolt Brecht, Poesie, Einaudi, Traduzione di Franco Fortini

Le figurine di Radiospazio. Rivelazioni

Di tanto in tanto gli lanciavo un’occhiata: stava disteso con gli occhi chiusi, le ciglia luccicanti, il corpo quasi completamente nudo. Non lo avevo mai visto così, e mi sembrò di non aver mai guardato prima il corpo di un uomo con l’attenzione con cui adesso guardavo il suo – furtivamente, però, solo per brevi istanti. Mi sembrava, mi sembra, di non avere i vocaboli per descriverlo, come se parole come coscia, petto, ombelico, capezzolo, fossero eroticamente femminili, e non potessero essere impiegate in quel caso. Tanto per cominciare, ciascuna delle sue parti anatomiche era coperta da una folta peluria bionda, che tendeva al rossiccio nella zona appena sopra il costume e sul petto. Mi resi conto che mentre lo guardavo sottraevo mentalmente la peluria, ogni traccia di muscolo, il profilo dell’uccello fra le gambe, la barba che gli luccicava sulle guance. Smisi di compiere quest’operazione. Lo guardai. Era tutto sudato, lo stomaco era piatto; il dorso della lunga mano umida era peloso. Guardai anche l’inguine, quella specie di pugno – rasato – avvolto in lucido lycra azzurro. Ma la cosa più strana, e quella da cui più mi era difficile distogliere gli occhi, era la pelle; era tutta ombreggiata da piccole chiazze, che le davano un aspetto allo stesso tempo morbido e ruvido, come il camoscio o la sabbia fine; e tesa com’era su ossa e muscoli, sembrava che, a differenza di quella di una donna, non avrebbe mai ceduto sotto la pressione della mia mano. Lui si tirò su a sedere di colpo, appoggiandosi sui gomiti, con il viso arrossato, gli occhi come l’acqua rilucente della piscina, e colse il mio sguardo. Scoprii con timore che stavo pensando quello che per tutta l’estate mi ero impedito di pensare: ero innamorato di Arthur Lecomte. Lo desideravo.

Michael Chabon, I misteri di Pittsburgh, BUR

Le figurine di Radiospazio. Laurence Sterne, Nasi misteriosi

sterne.jpg

La locandiera, che non riusciva a staccare gli occhi dal naso del forestiero, bisbigliò al marito: «Per santa Radegonda! È ben più grosso che una dozzina di nasi messi insieme. Non è un nobile esemplare?
«È un’impostura, mia cara, è un naso finto.»
«È un naso vero
«È fatto di abete, sento odor di trementina. »
«Non vedi che ha un porro in cima? »
«È un naso morto. »
«È un naso vivo; vivo come me, e voglio toccarlo. »
«Ho fatto voto a san Nicola, – disse il forestiero, «che nessuno toccherà il mio naso fino a…» Qui si interruppe e alzò gli occhi al cielo.
«Fino a quando? »
«Nessuno lo toccherà, ribadì lo sconosciuto, «fino a quell’ora. »
«Quale ora?
«Mai, mai, finché non sarò giunto a…», esclamò il forestiero.
«Per amore del cielo, dove? »
Il forestiero ripartì senza aggiunger parola.

Corrado Govoni (1884-1965), Clinica di tristezza

Un missionario mentre mangia degli erbaggi

viene assalito da una turba di selvaggi

che lo spogliano nudo e gli fan mille oltraggi.

 Su e giù per il suo castello diroccato

passeggia con un giustacuore di broccato

un vecchissimo principe diseredato.

 La prima settimana della primavera

si celebrano delle nozze verso sera

in un paese devastato dal colera.

 Tre ciechi, al sole, contro un muro, in una via,

suonano un’aria della Cavalleria,

nelle attitudini della Malinconia.

 Degli amanti si baciano sopra una salma

presso una lampada che sboccia la sua palma

di luce pallida per l’ombra che si calma.

 Con una paglia, nell’ora di ricreazione

un pazzo sotto un albero in germogliazione

batte il solfeggio, lento, con ostentazione.

 Un meriggio una bianca squadra d’Orsoline

sfinite da una passeggiata senza fine

siedono silenziose tra de le ruine.

 Un collegiale nell’infermeria tossisce

con la fronte appoggiata a un vetro che gualcisce

un ricamo di gelo delicato che appassisce.

 In un albergo di Norvegia un re in esiglio

guarda stando ad una finestra suo figlio

ch’è intento nel giardino a distaccare un giglio.

 Dentro la chiesa d’un convento di clausura

nella gran fiaccola d’una capellatura

una forbice lunga stride con paura.

 In un macello, quando l’alba rosea langue

sopra una seggiola un tubercoloso esangue

beve chiudendo gli occhi un calice di sangue.

Corrado Govoni, Fuochi d’artifizio, Quodlibet

Le figurine di Radiospazio. Nablus

Là succede di tutto, ma il tempo non passa mai. Sembra così, fermo da duemila anni, sembra sacro, sa di grano e di polvere. È facile pregare e morire tra un’intifada e l’altra. La chiamano “Terra Promessa”, ma da vicino è un cimitero. Qui a Nablus il tempo è fermo, ma succede di tutto: i ragazzi si sposano giovani per guadagnare istanti preziosi, i vecchi hanno gli occhi sempre più piccoli a forza di fissare il destino, i turisti solidali scattano istantanee e regalano sorrisi. Al mercato della città vecchia Mustafà ti vende un chilo di limoni e ti regala un pollo vivo, l’amico Omar ti offre un litro di yogurt e ti frega il portafoglio. Abu Samir, per via della ferita alla gamba destra causata da una pallottola vagante, fa il disoccupato e gira per le bancarelle, non cerca pietà, non cerca lavoro, passa il suo tempo a contare polli, portafogli e a maledire i soldati. Là succede di tutto, ma il tempo non passa mai, sembra così, una bandiera bianca ferma come un segnalibro tra due attimi: libertà e filo spinato, prigionieri e fuggitivi.

Muin Masri, Vendesi croce, Nautilus

Cinema. Scene indimenticabili. Chaplin, Luci della città (3′)

https://www.youtube.com/watch?v=IlPNNHzL5TI

Charlot, povero e sensibile vagabondo, acquista una rosa da una giovane fioraia cieca che per un equivoco lo scambia per un milionario. Vagabondando per la città, Charlot arriva sul molo dove salva dal suicidio un vero milionario, in vena di generosità solo quando è ubriaco. Deciso ad aiutare la fioraia di cui si è innamorato, bisognosa di una costosa operazione chirurgica che le potrebbe restituire la vista, Charlot fa mille  mestieri prima di incontrare nuovamente  il milionario da cui riceve finalmente il denaro sufficiente per l’operazione. Condannato ingiustamente a un anno di prigione, Charlot esce e incontra nuovamente    la ragazza, guarita e ora proprietaria di un negozio di fiori.

Thomas Bernhard, Esagerazione, fallimento, pazzia senile

Spesso ci addentriamo a tal punto in un’esagerazione che finiamo per considerare quell’esagerazione il solo fatto coerente, e non percepiamo neanche più il fatto reale, ma solo l’esagerazione smisuratamente spinta all’estremo. Quel giorno ho detto a Gambetti che l’arte dell’esagerazione è un’arte del superare, superare l’esistenza così come l’ho in mente io, ho detto a Gambetti. Sopportare l’esistenza, ho detto a Gambetti, renderla possibile con l’esagerazione, infine con l’arte dell’esagerazione. E la mia arte dell’esagerazione io l’ho sviluppata fino a vette incredibili, avevo detto a Gambetti. Per rendere comprensibile una cosa dobbiamo esagerare, gli avevo detto, solo l’esagerazione dà alle cose forma visibile, anche il pericolo di essere presi per pazzi non ci disturba più, a una certa età. Non c’è nulla di meglio, a una certa età, che essere dichiarati pazzi. l segreto della grande opera d’arte è l’esagerazione, ho detto a Gambetti, il segreto del grande pensiero filosofico altrettanto, l’arte dell’esagerazione è, in assoluto, il segreto dello spirito, ho detto a Gambetti, ma poi abbandonai quel pensiero, senza dubbio assurdo, che a un esame ancora più attento, senza dubbio, doveva per forza rivelarsi il solo giusto, mi allontanai dalla casa dei cacciatori in direzione della fattoria, e mi avviai verso la villa dei bambini, pensando intanto che era stata la villa dei bambini a farmi venire in mente quegli assurdi pensieri. Estinzione, ho pensato mentre dalla villa dei bambini tornavo alla fattoria, perché no…Subito dopo pensai che quel che avevo appena pensato erano invece tutte sciocchezze, o almeno una pazzia che non porta a nulla, un fallimento del pensiero. Da solo ho fallito in quel pensiero come in tanti pensieri da me pensati, vittima di un ragionamento fallace, di un’insolenza del pensiero, come pensai. Ma dobbiamo sempre tener conto del fallimento, altrimenti finiamo bruscamente nell’inazione, pensai, così come non c’è nulla, fuori della nostra testa, contro cui dobbiamo procedere con risolutezza maggiore che contro la nostra inazione, anche dentro la nostra testa dobbiamo procedere nella stessa maniera contro l’inazione, più o meno con la brutalità che ci è congeniale. Dobbiamo permetterci il pensiero, averne il coraggio, anche a rischio di fallire presto perché d’improvviso ci è impossibile mettere ordine nei nostri pensieri, falliamo sempre, com’è naturale, perché, quando pensiamo, dobbiamo sempre tener conto di tutti i pensieri che esistono e che sono possibili; in fondo abbiamo sempre fallito, e anche tutti gli altri, poco importa come si chiamassero, poco importa che fossero gli spiriti più grandi, d’un tratto, su un qualche punto, hanno fallito e il loro sistema è crollato, come dimostrano i loro scritti, che ammiriamo perché sono quelli che più si sono spinti dentro il fallimento. Pensare significa fallire, pensai. Agire significa fallire. Ma, com’è naturale, noi non agiamo per fallire, così come non pensiamo per fallire, pensai. Nietzsche è un buon esempio di un pensiero che si è addentrato nel fallimento a un punto tale da non poter essere ormai definito altrimenti che folle. Non c’è di meglio a una certa età, che essere dichiarati pazzi. La maggior felicità, che io conosca è quella del vecchio pazzo che può dedicarsi alla sua pazzia in perfetta indipendenza. Se ne abbiamo la possibilità, dovremmo proclamarci vecchi pazzi a quaran’anni al massimo e tentare di portare la nostra pazzia all’esasperazione. E’ la pazzia che ci rende felici.

Thomas Bernhard, Estinzione, Adelphi, Traduzione Andreina Lavagetto

Come raccontare la Shoah? / Jojo Rabbit: il nazismo spiegato ai bambini (Doppiozero)

È arrivato in questi giorni nelle sale Jojo Rabbit del regista neozelandese Taika Waititi a coprire una lacuna del discorso sulla Shoah, quella di film e racconti semplificati, rivolti a un pubblico di più piccoli a cui pure il discorso della memoria vorrebbe giustamente rivolgersi. Un tale uditorio, incarnato dai bambini delle elementari, è, infatti, di norma ritenuto non all’altezza della complessità degli eventi. I bimbi sarebbero troppo giovani per comprendere le questioni storiche alla base della tragedia del nazismo e troppo sensibili per essere messi di fronte alla crudezza dei fatti e delle circostanze dello sterminio. Jojo Rabbit prova a dimostrare che non è così, che si può proficuamente rivolgersi proprio ai più piccoli per passare loro il testimone della memoria.

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