Il sotterfugio della poesia. LETTERA DI GUILLAUME APOLLINARE A FATINA

Propongo alla redazione del blog di pubblicare questa lettera e mi viene detto: curioso questo rapporto fra la censura e la forzata acutezza della scrittura, sarà sorretto da un intento ironico? E già. Ci sarà ironia? E che ironia? E come la traduco, se c’è? Scrivo “mi sono detto che tutti si sarebbero sforzati” e lascio intendere che invece no, speranze vane. Scelgo “mi sono detto che tutti si sforzeranno” e la consecutio si fa traballante, ma il tono più sicuro. Che si fa? La riscrivo quattro volte, la scompongo e la rimonto. Mi irrito perché la punteggiatura frettolosa rende instabili le frasi e ambigua l’interpretazione. Finché, “riflettendoci bene” pure io, mi dico che la lettera è stata scritta su uno stralcio di carta recuperata dentro una trincea. Che probabilmente è stata cominciata e sospesa più volte per dar retta alle voci, agli ordini, ai rumori in lontananza. Che la mano di poeta che l’ha scritta sapeva che degli occhi di censore l’avrebbero sezionata, forse con la flemma apatica di chi fa solo il suo lavoro. Se devo trovare qualcosa a sorreggere la lettera, è il bisogno di essere artista nonostante, nel mezzo del terremoto. Scrivere lettere su lettere a una donna incrociata in treno, che non ricordi bene ma di cui ti innamori perché ti legge, ti scrive, ti chiama “poeta”, ti ricorda chi sei regalandoti parole, e che non sarà più così interessante quando smetterà di essere una voce e diventerà una persona vera. C’è ironia, quindi? Probabilmente, quell’ironia disillusa di chi quando tutto vacilla si aggrappa alle parole.

Roberta Sapino

lettera apollinaire montata

Il racconto dell’immagine. MARIO GIORGI, DOVE FINISCE LA GONNA

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Ecco il racconto che Mario Giorgi ha tratto da questa fotografia che gli abbiamo sottoposto.

bimbo guarda

Mia zia è sorella di mio padre.
D’accordo, chiaro. Ma mio zio?
Mio zio è marito di mia zia, e per questo è mio zio.
Ogni volta me lo devo ripetere. Non mi va giù.
Cosa mi ha fatto mio zio? Niente. Le solite cose dei grandi quando scherzano con i bambini come se non fossero bambini.
Non mi piace. Non mi piace come ride. Soprattutto quando guarda mia zia o mia madre e poi guarda me. Soprattutto quando si alzano dal divano. Mentre se ne vanno sussurra «Dove finisce la gonna…» e pretende che io continui. Insiste.
Un pomeriggio mia madre si era rotta una calza. Una smagliatura, hanno detto dopo. Io però l’avevo vista per primo. Mi sono infilato tra mia madre e mio zio, sul divano, e stavo stretto stretto a lei, e le coprivo la gamba, così lui non poteva vederla. Ma poi lei si è stancata, mi ha preso in braccio per spostarmi sulla poltrona vicina, e a quel punto lui ha notato la calza. Speravo tanto che non girasse gli occhi nella mia direzione e invece uno sguardo gli è sfuggito. Per fortuna, almeno, non ha pronunciato la solita frase.
Cosa pretende che io risponda? Dovrei dire «… inizia la donna», per completare. Insiste, e ride. Ho finito per capire che il mio mutismo lo diverte, è proprio il mio rifiuto che lo fa ridere in quel modo. Non che non rida, ora, ride eccome, ora che lo assecondo e mormoro il mio spezzone di frase, di tanto in tanto. Ma è meno fastidioso, si placa quasi subito. E non insiste. Preferisco comunque come ride mio padre, più disteso, e non cerca i miei occhi per significare qualcosa.
Due sere fa siamo stati in un locale. Mia madre e mio padre erano via, io dovevo stare con mia zia e mio zio, e con loro sono andato in quel locale. Era tutto nuovo per me: gli odori, i rumori, il fumo, le voci, la musica. Stavamo seduti a un tavolino, la sala era piena di risate e mio zio ogni tanto mi guardava. Per evitare che cominciasse a ridere di me, appena ho potuto mi sono allontanato. Quelle signore, sul momento, non le collegavo a mia madre o mia zia. Mi sono avvicinato perché erano più in alto e da lì proveniva la musica. Non so cos’è avvenuto, improvvisamente era tutto ovattato intorno a me, tutto strano e sfocato, e mi è salita al cervello la frase di mio zio.
Allora sono corso via, al tavolino, a rifugiarmi tra le braccia di mia zia. Lei mi consolava, mi accarezzava e mi chiedeva «cosa c’è?». Lo zio, però, era ancora lì, si era alzato ma restava vicino, in piedi, abbastanza vicino, e naturalmente mi guardava di sottecchi e sogghignava.
Lo detesto. Vorrei non vederlo mai più. Anzi no, vorrei rivederlo, da soli io e lui, tornare in quel locale insieme a lui, e che una buona volta mi spiegasse cosa c’è da ridere.

Mario Giorgi

Il travestimento dell’autore. EDOARDO SANGUINETI, FAUST

sanguineti e faust pennelloEra il 1985, si erano avvicendate le stagioni del teatro del corpo, dell’immagine, del racconto, e Sanguineti, sempre attento alla drammaturgia – drammaturgo a sua volta, sia pure non a tempo pieno – inventa una delle sue più radicali riscritture, affrontando uno dei massimi monumenti teatrali, il Faust. Dico riscrittura ma Sanguineti usa un termine meno quotidiano e concettualmente più ricco: travestimentoVolendo, lo si può intendere come un ritorno al teatro di parola, ma la sua è una parola che è  passata in sartoria per rigenerarsi, o forse per spogliarsi degli ingombranti paludamenti della letteratura: abbandonato il tavolo di lavoro, l’autore sale in palcoscenico, protetto dal più efficace dei travestimenti, quello del linguaggio. Ecco cosa ne scrive nell’introduzione al suo testo:


“Per questo tipo di operazione (ndr Goethe ripassato a contrappelo), in un momento in cui mi pare accettabile, e forse desiderabile, che gli uomini di lettere aspirino a rifarsi autori, e a tentare di inventarsi una missione teatrale, credo che la categoria giusta sia quella del travestimento, eccellente parola barocca, purché depurata da ogni esclusiva inclinazione verso l’orizzonte del burlesco e del parodico, e restituita immediatamente a quella dimensione scenica dalla quale appare affatto inseparabile”.

FAUST

Ahimè, ahimè! Ho studiato la psicologia dell’età evolutiva.
La sociologia delle comunicazioni di massa,
la bibliografia e la biblioteconomia,
la semiotica, la semantica,
la cibernetica, la prossemica,
l’informatica, la telematica,
la biologia – e, accidenti, l’ecologia – e poi
la micro e la macrofisica, la meta e la patafisica,
da cima a fondo, con tanto zelo!
E adesso, eccomi qui, povero idiota,
e furbo come prima.
Mi chiamato l’egregio, l’illustre, il chiarissimo,
e il prof, e il dott,
e il maestro, magari, madonna!
E sarà dal ’77 – ma che dico mai? – sarà dal ’68, ecco,
che me la meno, con i miei studenti.
Questa è una cosa che mi strazia il cuore.
E va be’, sarò più erudito dei miei colleghi,
ordinari, straordinari, associati, aggregati, incaricati,
lettori, ricercatori, dottori di ricerca, assistenti, precari,
e tutto il personale non docente.
Né scrupolo né dubbio mi tormenta,
né diavolo né inferno mi spaventa.
Ma non ci ho niente la felicità:
niente di vero penso di sapere,
niente di niente riesco più a insegnare,
né gli uomini io mi spero migliorare,
né di riuscirci, il mondo, a trasformare:
e non ho beni, mobili né immobili,
né uno straccio di Nobel, né il Potere,
manco un cane, un cane può vivere così.

Ahi, che sono in questa trappola fetente,
che è un maledetto buco repellente:
del puro cielo, pure i raggi amati,
li intorbidano i vetri colorati:
tra mucchi di volumi, io sto qui chiuso:
ci gode il tarlo polveroso e ottuso:
i fogli, su, fino al soffitto, a strati,
sono arrivati, neri affumicati:
ah, mi soffoca il mio laboratorio,
mi strozza, qui, la mia torre d’avorio:
strumenti orrendi di un sapere immondo,
siete il mio mondo? e tu, lo chiami mondo?

Edoardo Sanguineti, Faust, un travestimento, Costa&Nolan

 

La saggezza critica del Merlo. TRILUSSA, LA POESIA

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La poesia/ma cos’è mai la poesia?
/Più d’una risposta incerta/è stata già data in proposito./Ma io non lo so, /non lo so e mi aggrappo a questo/come alla salvezza di un corrimano.
Quando Wislawa Szymborska scrisse questa definizione così domestica e confortante della poesia non poteva immaginare che un’immensa, quasi incalcolabile utenza si sarebbe aggrappata a questo corrimano – tutti ne hanno uno, dai  proprietari di ville a due piani agli inquilini delle monocamere periferiche. Il censimento dei praticanti il corrimano poetico è approssimativo, gli utenti di internet nel mondo sono poco meno di tre miliardi, dunque stando a quanto si legge in rete si desume che i poeti attivi sul nostro pianeta siano almeno un miliardo e mezzo; a tutti loro è dedicato questo componimento di Trilussa è scritto in un romanesco del tutto comprensibile: siamo convinti che la sua lettura sia di grande, pubblica utilità.

 La poesia

Appena se ne va l’urtima stella
e diventa più pallida la luna
c’è un Merlo che me becca una per una
tutte le rose de la finestrella:
s’agguatta fra li rami de la pianta,
sgrulla la guazza, s’arinfresca e canta.

L’antra matina scesi giù dar letto
co’ l’idea de vedello da vicino,
e er Merlo furbo che capì el latino
spalancò l’ale e se n’annò sur tetto.
– Scemo! – je dissi – Nun t’acchiappo mica…-
E je buttai du’ pezzi de mollica.

– Nun è – rispose er Merlo – che nun ciabbia
fiducia in te, ché invece me ne fido:
lo so che nu m’infili in uno spido,
lo so che nun me chiudi in una gabbia:
ma sei poeta, e la paura mia
è che me schiaffi in una poesia.

È un pezzo che ce scocci co’ li trilli!
Per te, l’ucelli, fanno solo questo:
chiucchiù, ciccì, pipì… Te pare onesto
de facce fa la parte d’imbecilli
senza capì nemmanco una parola
de quello che ce sorte da la gola?

Nove vorte su dieci er cinguettio
che te consola e t’arillegra er core
nun è pe’ gnente er canto de l’amore
o l’inno ar sole, o la preghiera a Dio:
ma solamente la soddisfazzione
d’avè fatto una bona diggestione.

Trilussa, Tutte le poesie, Mondadori

Il video della domenica. Creature. CHRISTOPHER KEZELOS, THE MAKER, 4’50”

the maker

https://www.youtube.com/watch?v=YDXOioU_OKM&index=5&list=PLKfL6C98-BgEpe4h0JoM_89dhXgnQhlBm

Questo essere che vi sta fissando con i suoi occhi di vetro (e sul quale, a vostra volta, vi state interrogando) non sa com’è nato ma gli importa relativamente; da qualche parte deve esistere un creatore che l’ha assemblato, ma sarebbe una ricostruzione lunga, forse inutile: il tempo è poco, e l’essere ha una fretta terribile di generare un altro essere, un altro manufatto casalingo e casuale come lui. Ci si potrebbe chiedere perché il tempo sia poco e donde nasca quest’ansia impellente di riprodursi ma troppe domande spengono il racconto; The Maker, invece, chiede di essere visto con fiducia e persino con abbandono: è un breve viaggio che attraversa le regioni della paternità e della creazione artistica dominate dalla forza vitale della musica.

Piccoli indizi appena accennati. ITALO CALVINO, INTERVISTA. 3’43”

calvino colorehttps://www.youtube.com/watch?v=xL6_TD-8lUE

E’ un Calvino piuttosto sciolto, mi sentirei di dire quasi pimpante quello che si affaccia in questa breve e disimpegnata intervista: la piccola babele linguistica familiare, il suo pendolarismo fra Parigi e Torino… lo scrivere (ma affrontato solo di passaggio). L’intervista, lo si desume dal contenuto, è del 1973; Calvino ha alle spalle i romanzi resistenziali, la trilogia “I nostri antenati” ed è nella fase della scrittura combinatoria (Le città invisibili e Il castello dei destini incrociati). Nonostante il tono della conversazione sia leggero, quasi aneddotico, emergono in superficie alcuni temi interessanti: il piacere del plurilinguismo, il melting pot parigino in cui si mescolano spagnoli, portoghesi, nordafricani; c’è perfino un’anticipazione ai nonluoghi (pur senza nominarli). Particolarmente interessante è il passaggio in cui Calvino dice: “Da qualche tempo sento il bisogno di consultare (quando scrivo, N.d.R.) dei libri, cosa che una volta non mi succedeva”: un accenno lieve all’orizzonte metatestuale nel qual Calvino si muove mentre (forse) sta pensando a Se una notte d’inverno un viaggiatore

Cronache del blog. PICCOLI SHOWMAN IN CERCA D’AUTORE

400 colpiUn piccolo episodio di vita blogghistica quotidiana. L’altro giorno ricevo sul nostro account twitter (@radiospazio2) una domanda diretta, senza preamboli: “Come professione sei anche regista?”. Rispondo cautamente di sì. Nuovo tweet: “e saresti disposto assieme a me e a un mio amico a darci una mano per comparire in uno show oppure a esserne i protagonisti?” Cerco di saperne di più e giungo a una scoperta tenera e imprevedibile: i due aspiranti showman, che chiameremo Pietro e Giovanni, hanno rispettivamente tredici e quattordici anni. Ciò che mi sorprende non è che due adolescenti sognino di realizzare uno show ma la naturalezza con la quale Pietro e Giovanni ricorrono alla rete.  Me li sono immaginati nei loro conciliaboli: “Insomma, vogliamo farlo, questo show?”. “Si era detto di sì…” “E allora diamoci una mossa. Ci vorrà un regista, ma dove lo troviamo?” “E dove vuoi trovarlo? In rete!” Cliccando a caso (ipotizzo) i due s’imbattono nel sito “Teatro e critica” e si trovano di fronte all’articolo “Hotel Belvedere. I presagi di von Horvát secondo Magelli”. Rapida ritirata. I due ragazzi giungono a “Dyonisus ex machina”, “La sentinella di Egisto. Elementi omerici nell'”Agamennone” eschileo” poi a “Vicende storiche e ricostruzione virtuale dell’acustica del ‘Theatrum Tectum’ (o ‘Odeo’) di Pompei. Quando, dopo svariati naufragi, i due aspiranti showman approdano non si sa come a Radiospazio Teatro, il nostro blog deve apparir loro come una tranquilla, ubertosa isoletta caraibica.
La fiducia che i giovani navigatori ripongono nella rete mi fa  venire in mente, per contrasto, l’unico show che sfiorai, molti anni fa, durante il mio lavoro di sceneggiatore. Le riunioni preparatorie, presso la direzione della rai in Viale Mazzini, durarono un anno: ai massimi dirigenti dell’emittente nazionale pareva che dodici mesi fossero il tempo minimo da dedicare a quella che chiamavano la filosofia della trasmissione, per  me fu uno sfibrante pendolarismo Torino/Roma/Torino. Bisogna dire, tuttavia, che quel grande dispendio di energie, alla fine, un risultato lo produsse: dopo un anno, lo stato maggiore della rai decise che lo show non andava fatto per nessuna ragione: era troppo innovativo e conveniva aspettare tempi migliori. 
Pietro e Giovanni, invece, di tempo non ne perdono. In questo momento siamo in corrispondenza privata ma mi accorgo che la sto facendo anch’io troppo complicata; chissà che i due, un giorno o l’altro, non si stanchino delle mie lungaggini e decidano di realizzare il progetto per conto loro, senza troppa filosofia.

I cento anni di BILLIE HOLIDAY (7 aprile 1915 – 19 luglio 1959), STRANGE FRUIT. 2’30”

billie holiday. strange fruithttps://www.youtube.com/watch?v=h4ZyuULy9zs

Nel giorno in cui “Lady Day” compirebbe cento anni, la ricordiamo con una delle sue più grandi interpretazioni. “Strange fruit” è una canzone di denuncia e di lotta contro il razzismo; la compose Abel Meeropol  nel 1939 dopo l’ennesimo linciaggio di due afroamericani.

-Lynching-1889

strange fruit traduzione

Il racconto dell’immagine. PAOLO BRUNATI, IL DONO DEL GATTO

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Abbiamo sottoposto a Paolo Brunati questa foto di autore anonimo, ed ecco il racconto che ne ha tratto.

bimbo e gatto alla finestra

 

Il Gatto aveva portato in dono al Bambino la testa del Merlo che s’era mangiato. Poi gliel’aveva posata sul guanciale del lettino perché se la trovasse quando andava a nanna. Era un bel dono, una bella testa di Merlo, con ancora una minuscola vertebra che spuntava dal capo decollato.
Ma la mamma l’aveva trovata prima del Bambino, con un urlo di raccapriccio: “Ahhh!!! Cos’è quella porcheria?!” e coi guanti di gomma aveva tolto immediatamente il dono del Gatto.
Le madri vogliono sempre tenere lontani i figli dalle porcherie e dalle infezioni.
Il Bambino, ignaro del dono del Gatto, guarda i Merli in giardino. Pensa a quella tavola a colori del suo libro di fiabe: nella radura di una foresta c’è la casa del taglialegna. Ha le travi a vista, le finestre coi vetri a formelle. Il tetto è coperto di neve, gli alberi sono coperti di neve. L’interno della casa è candito dalla luce calda dei ceppi che bruciano nel camino. Un Bambino affacciato a una finestrella del sottotetto nutre uccellini neri, che accorrono in volo, con un poco della sua pappa raccolta intingendovi il dito. Un difetto di registro della quadricromia (è un vecchio libro) impresta alla pappa un poco del rosa del ditino. Lo glassa come una minuscola bignola. Trasforma la pappa in una rosata delizia.
Quella rosata delizia che si vede nella figura vorrebbe ora il Bambino offrire agli uccelli fuori dalla finestra. Il Gatto invece li vorrebbe mangiare, e portare altri doni. Ma né l’uno può più nutrire Merli con pappe rosate, né l’altro, dopo mangiato, donare le loro teste. Persone e animali, basta cadere dentro una fotografia per non poter più né nutrire né mangiare né donare, immuni da porcherie e da infezioni.

Paolo Brunati

Quattro passi con Gesù

huffington gesùhttp://www.huffingtonpost.it/2015/03/25/zambia-turista-gesu_n_6937570.html?

“Stava percorrendo le strade polverose di Chipata (Zambia), quando è stato circondato da una folla di uomini e donne che evidentemente lo avevano scambiato per Gesù.Antonio Boretti, turista italiano per la prima volta nel Paese africano, effettivamente quel giorno presentava una certa somiglianza col Nazareno…”

La cronachetta lascia trasparire un trattenuto sorriso (benevolo, intendiamoci, del tutto polically correct) nei confronti dei passanti di Chipata. Come non può fare a meno di notare l’articolista dell’Huffington “effettivamente” il turista italiano non è uscito dall’albergo indossando i primi jeans e la prima maglietta che gli erano capitati sottomano: la stranezza, secondo l’agenzia, è che gli ingenui chipatesi abbiano scambiato Antonio Boretti per Gesù. Sembra che i media africani abbiano colto l’occasione per stigmatizzare l’influenza dei media occidentali; ma gli esperti in comunicazione dello Zambia, com’è del tutto logico, non possono avere idea degli effetti che i media occidentali esercitano, a loro volta, sugli utenti occidentali. Molti anni orsono, l’attore Alberto Lupo, grande divo della tv degli anni ’60, mi confidò che dopo la sua interpretazione del Dottor Kildare, protagonista di una serie di enorme successo, veniva regolarmente invitato ai convegni medici di tutta Italia: invitato e trattato come un collega a pieno titolo. Sì dirà che molti anni sono passati, da allora: è vero, ma gli equivoci, anziché diradarsi, avvolgono il nostro quotidiano: i tronisti di Maria De Filippi si travestono da attori, gli attori da romanzieri, i romanzieri da filosofi, e tutto nella massima e collettiva soddisfazione.
Se il turista Antonio Boretti, tornato in patria, avesse voglia di fare quattro passi nei panni, che so?, di Camillo Cavour, possiamo star certo che sarebbe subissato da petizioni e suppliche da inoltrare a Sua Maestà Vittorio Emanuele II.

 

Anni ’60. Nelle spire dell’industria culturale. LUCIANO BIANCIARDI, LA VITA AGRA

tognazzi.vita agra

un fotogramma del film La vita agra, diretto da Carlo Lizzani

Nel gioco delle date, che sovente è fine a se stesso oppure buono per gli astrologi che vogliono attaccar bottone in treno, il 1922 annovera, fra gli infiniti altri, due eventi in apparenza non commensurabili: la Marcia su Roma (il 28 ottobre) e la nascita di Luciano Bianciardi (14 dicembre). Una ventina d’anni più tardi, quel bambinetto, diventato studente universitario, scriverà una lettera a Mussolini intimandogli di dimettersi, così, di punto in bianco. Non se ne fece niente, il  Duce aveva altro da pensare, e fu peggio per lui: se avesse dato retta a quella guasconata del Bianciardi giovane sarebbe stato meglio per tutti. Le guasconate stanno alla Provincia come il Demone a Socrate: entità assidue e talvolta tiranne capaci di governare una vita intera. Il demone di Bianciardi, figlio della provincia toscana (GR), domina il suo romanzo più famoso, La vita agra, imponendo il suo imperativo apocalittico: il protagonista deve trasferirsi a Milano per far saltare la sede dell’industria chimica (dirigenti compresi) responsabile della morte di quarantatré operai. Ma prima di compiere il gesto vendicatore, il protagonista del romanzo deve ingegnarsi a sbarcare il lunario, così dopo varî lavori finisce tra le spire dell’industria culturale che in quegli anni ’60 si sta espandendo sulla scia del boom. Le pagine dedicate all’editoria e alla sua fauna sono irresistibili, come dimostra questo colloquio del protagonista con la responsabile dell’ufficio traduzioni di una nota casa editrice.  

La vedova fu ferma e gentile quando mi convocò per dirmi che il mio saggio di traduzione non era stato troppo soddisfacente.
«Benedetto figliolo,» mi disse. «Ma perché non ha seguito i miei consigli? Le avevo detto, no?, fedeltà al testo. E guardi qua. Dove siamo, dunque» Sfogliava le mie cartelle tutte corrette a lapis.
«Sì, quel punto dove il capitano invita i suoi uomini all’assalto della trincea nemica. Le sue parole… Sì, ecco. Lei mi traduce: Sotto ragazzi, eccetera. Ora guardi il testo inglese. Dice…» Adesso sfogliava il libro, e trovò la crocetta al margine. «Il testo dice: Come one boys. Capisce? Lei mi ha invertito il significato. Come one boys vuol dire venite su ragazzi, e così bisogna tradurre. Lei mi mette l’opposto, cioè non su, ma sotto. E ancora, più avanti, dove descrive l’alzabandiera a bordo. Lei ha tradotto, mi pare, i marinai si scoprirono, sì, si scoprirono, ha tradotto lei, mentre il testo inglese diceva: The crew raised their hats. Vede l’inglese com’è preciso? La ciurma alzò i loro cappelli. Alzò, capisce?, come a salutare la bandiera sul pennone.» E con la mano fece anche lei il gesto di chi alza un cappello. Mi provai a dire qualcosa, ma lei m’interruppe.
«Lo so, il risultato è lo stesso, quando uno alza il suo cappello, si scopre, ma allora bisognerebbe precisare che scoperto rimane il suo capo. Dire, non so, che i marinai scoprirono i loro capi, oppure le loro teste, ma così risulterebbe un po’… come dire?… un po’ faticoso.» Sorrise. «Io lo dico sempre ai traduttori: non cercate di inventare, stata sempre dietro al testo, che oltretutto è più facile. La ciurma alzò i loro cappelli, dunque. Lei poi, vede?, tende a saltare, a omettere parolette, che invece vanno lasciate, perché hanno la loro importanza. Più avanti, per esempio, lei mi traduce: Gli strinse la mano. Ebbene, l’inglese è più preciso, e dice infatti: He shook his hand, cioè egli strinse, ma più precisamente scosse, la sua mano, o se vuole, meglio ancora, egli scosse la mano di lui.» Continuava a sfogliare le mie cartelle. Io ero ammutolito.

Luciano Bianciardi, La vita agra, Feltrinelli

I vostri articoli preferiti di marzo

bacio
Le virgolette adescatrici


perché è utile la filosofia

Alain Botton, Perché la filosofia aiuta a vivere meglio

by Christopher Wallish

Il racconto dell’immagine. Mario Giorgi, Bea

piero fornasetti

Maria Attanasio, Correva l’anno 1698

Pane, burro e una tettoia. La Grande Mamma del Rock, SISTER ROSETTA THARPE

rosetta

https://www.youtube.com/watch?v=SR2gR6SZC2M

Il pane e burro lo abbiamo aggiunto noi, su due piedi, così come lo evocano i due personaggi che scendono dalla carrozzella in una Liverpool grigiastra: sembrano reduci da una merenda in cucina: “Che dici, andiamo?” “Ma sì, facciamoci quattro passi e una schitarrata anche se è appena piovuto”. Tutto molto alla buona, molto casalingo, in un bianco e nero di mezzo secolo fa (1964).
Lui non so chi è, lei è Sister Rosetta, grande star degli anni ’30, esecutrice e manipolatrice di spiritual e rock, che influenzò Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Chuck Berry, ecc.
L’understatement è il segno distintivo, il sigillo della vera star (ve la immaginate Greta Garbo che sgomita con Jean Harlow e Marlene Dietrich come un’olgettina da combattimento?); Sister Rosetta lo pratica con disarmante semplicità: infilata nel suo cappottone a campana e sotto la sua cuffia di lana, brandisce la chitarra come un coltello da cucina con un piglio da massaia che affetta un filone di pane (dagli con la cucina!) e ci dà dentro. Le ragazzine di Liverpool mostrano nel sorriso i denti inglesi. E’ il 1964,  l’ho detto, I Beatles hanno già pubblicato il quarto album (“Beatles for sale”) e sono sbarcati in America con un successo che nemmeno Gesù Cristo (stando a quanto disse in quell’occasione John Lennon); la Grande Mamma del rock restituisce la visita, dimessamente, a Liverpool: non è una controinvasione, ci mancherebbe: la sua grande storia, Sister Rosetta l’ha già vissuta e si diverte a prolungarla, con passetti accennati di danza, sotto una tettoia.