FELLINI RADIOSHOW. Teatro Astra, 1-8 novembre. La sorpresa del sogno

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Nella poetica fellinana, il sogno gioca un ruolo importante; in Otto e mezzo (la scena dell’harem) e in Boccaccio 70 (la gigantesca Anitona che perseguita il fobico Peppino De Fllippo) la componente onirica si sviluppa intorno all’ossessione della donna, ma in tutta l’opera di Fellini il sogno agisce anche in modo meno dirompente, come un grimaldello che forza ambienti troppo angusti liberando linguaggio e pensiero. Anche in un contesto giocoso e con un piede nell’avanspettacolo come quello di Fellini Radioshow il sogno si affaccia, inaspettato e con una fisionomia sorprendente.

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FELLINI RADIOSHOW. Titoli e nasi finti. Teatro Astra, dal 1° novembre

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Quando si trattò di trovare un titolo a questo trittico di spettacoli, non fu impresa semplice. Per quanto mi riguarda, i titoli sono un supplizio che volentieri eviterei: nell’elaborazione di un titolo urgono esigenze comunicative che finiscono per essere non poco inibenti per chi deve sbrigare l’incombenza: il titolo deve essere unificante dei tre spettacoli; il titolo deve fare riferimento a un certa visione del Novecento, ma senza essere pedante; il titolo deve essere allusivo (non si sa mai bene a che cosa); il titolo non deve far dire al pubblico: “Ma che roba è questo trittico?”. Me la cavai, infine, facendo ricorso al concetto di travestimento mutuandolo da Edoardo Sanguineti, che lo riferisce non solo al teatro ma alla riscrittura in generale; sul momento, questo titolo mi parve una di quelle soluzioni che se la cavano con una certa svelta eleganza, come le composizioni di orchidee che si mandano alle padrone di casa (“Con le orchidee non si sbaglia mai”, dice il fioraio).
Sono passati svariati mesi dall’elaborazione del titolo (i titoli si preparano molto per tempo, come le collezioni di moda); ieri me lo sono ritrovato sulla locandina appena stampata e ho pensato che il concetto di travestimento, scelto a freddo, trovava un riscontro piuttosto preciso in questo lavoro su Fellini; lo pensavo mentre provavamo uno sketch nel quale un cliente, preceduto dal suono di un campanellino, entra in un negozio per comprare un cappello nuovo: una situazione tanto lontana nel tempo da apparire meravigliosamente artefatta. E in un attimo di allucinazione tipica delle prove mi è sembrato di veder spuntare sui visi innocenti e contemporanei degli attori un paio di nasi finti: altro che travestimento, si stava sfiorando la maschera, le parole come maschera. Oggi lo dirò agli attori, anche se mancano solo cinque giorni al debutto.

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FELLINI RADIOSHOW. Teatro Astra, dal 1° novembre. La radio si trasforma in teatro

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Gli attori di tre quarti, in un gioco di ti vedo e non ti vedo. Dal 1° novembre saranno visibilissimi. La radio si trasforma in teatro e si prende la rivincita sul buio.

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FELLINI RADIOSHOW. Il comico quotidiano. Al Teatro Astra dall’1 all’8 novembre

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Si sta affacciando, in questi giorni di prove, un curioso animaletto che non si era rilvelato (non lo avevo colto) durante il lavoro preliminare su questi testi di Fellini: il comico quotidiano. La creatura è sgusciante, e cerca di nascondersi dietro la sagoma massiccia del Comico tout court, con cui è imparentato. La sua natura ombrosa gli fa prediligere gli ambienti più banali, come i soggiorni della piccola borghesia, le botteghe artigiane, i negozi, nei quali esplode imprevedibile per giungere in poche battute a un demenziale un po’ crudele.

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FELLINI RADIOSHOW. Teatro Astra, dal 1° novembre. Radio e metaradio

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La scena di Fellini Radioshow rappresenta uno studio radiofonico dei giorni nostri ripensato nella dimensione essenziale, sintetica del teatro – per dirla sinceramente: uno spazio vuoto nel quale  cinque microfoni spuntano come funghi sottili, più una piccola postazione a vista ove operano il regista (gli attacchi musicali sono a vista, come nella radio in diretta) e l’assistente (impegnata alla console con i molti mixaggi al volo); completano il più che sobrio allestimento un tavolone sul quale gli attori spandono la loro noia quando non sono impegnati al microfono e un distributore di bibite. Come recita il luogo comune, la radio è un mezzo povero, ma soprattutto duttile: qui la convenzione (propria anche al teatro) si sposa con una malandrina illusione, come accade nella prima scena dello spettacolo: “Sul mare viola avanza una piccolissima zattera e sulla zattera, stracciato, lacero, sfinito c’è il Presentatore. Quando egli vede l’isoletta, prende a saltare dalla gioia…” e dalla regia sale una musica esotica, che pare proprio di stare in una cartolina degli anni Cinquanta, tipo “Piacenza, se ci fosse il mare”, con tanto di palme e di ragazze hawaiane sottintese. Ma la navigazione nelle acque del kitsch dura solo qualche battuta perché un attimo dopo si affaccia un personaggio munito di fucile che si è infiltrato abusivamente nello studio radiofonico. Il fucile spara canzonette e parole in libertà. La tremolante narrazione vien meno. La radio mostra il suo volto casuale e pasticcione (per non dire goliardico), che Fellini plasma con esuberanza divertendosi a irridere l’incanto che egli stesso ha creato.
A dispetto della componente radiofonica dichiarata nel titolo, lo spettacolo è teatro mascherato da radio.

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FELLINI RADIOSHOW. Il giovane Federico gioca con la radio e guarda al cinema. Coupon per gli amici di Radiospazio.

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Prima di approdare al cinema, che era il suo obiettivo, il giovane Federico dovette fare, come si usava un tempo, una canonica gavetta. Che per la verità non fu né lunga né faticosa. Approdato a Roma da Rimini, il diciannovenne Federico trova lavoro, nel 1939, al “Marc’Aurelio”, una rivista satirica che sarebbe stata l’incubatrice, oltre a Fellini, di molti personaggi di spicco del cinema italiano, da Ettore Scola a Age e Scarpelli, da Castellano e Pipolo a Cesare Zavattini. Dal giornalismo alla radio il passo è breve. Al “Marc’Aurelio”, Federico scrive raccontini e sforna disegni sensuali, un po’ grotteschi è un po’ autoironici; sono le caratteristiche dei suoi sketch radiofonici (che non sono pochi, una novantina circa, scritti nei primi anni Quaranta), ai quali l’autore aggiunge una piccola dose di quel realismo magico che Massimo Bontempelli aveva messi in circolo in quegli anni. La radio è un’ottima palestra: il suo tessuto aleatorio, che vive di voci e di suono, non è condizionato dal macchinoso e costoso apparato della produzione cinematografica. Ma il cinema non è lontano, e certamente Federico, mentre gioca nella palestra della radio, matura i germi di quella poetica che presto realizzerà sullo schermo.
(Come a volte capita alle introduzioni, questo post è un po’ ingessato; presto entreremo nel merito del nostro Fellini Radioshow).

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A novembre, 3 TRAVESTIMENTI. Fellini, Savinio, Céline. Una nuova, intensa stagione

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Siamo così impegnati nelle prove che per ora riusciamo a pubblicare solo questo piccolo post. Presto vi diremo qualcosa di più.

Per informazioni e prenotazioni:
http://fondazionetpe.it/spettacoli1718/3-travestimenti/

 

Moda genderless (“D’Ars Magazine”)

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http://www.darsmagazine.it/moda-genderless/#.WcskXJBoarU

“Da George Sand all’artista Gluck (Hannah Gluckstein), che negli anni ’20 “ribrandizzò” sé stessa con un nome non riconducibile a un sesso, sono molti gli esempi di figure cruciali per il mutamento dell’attitudine verso l’androginia e i discorsi di genere. Figure che hanno marcato la storia del costume, proprio come Gluck, che ha influenzato i socialities della propria epoca e Hollywood, in primo luogo Katharine Hepburn.”

 

Riscritture. FLORA BORSI

 

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Nel suo “Eva futura”, un romanzo filosofico/fantastico della fine del XIX, Villiers de l’Isle-Adam raccoglie le inquietudini notturne del protagonista, il vulcanico inventore (e abile imprenditore) Thomas Alva Edison che, com’è noto, non si limitò a dare agli uomini la luce (grazie alla lampadina) ma anche altre innumerevoli meraviglie fra le qual il registratore vocale. Durante le sue oniriche fantasticherie, Edison si avventura nei meandri più sfocati della storia umana, per risalire addirittura al Paradiso terrestre e alla fatidica cacciata da cui tutto nacque. “La mia invenzione è arrivata troppo tardi,” – si rammarica Edison in preda a un delirio di onnipotenza – “Se mi fossi trovato là col mio registratore, avrei potuto imprigionare la voce di Dio. Che straordinario reperto sarebbe stato!”
Un viaggio alle origini, meno vertiginoso e di intenti più circoscritti, è quello di Flora Borsi, una giovane artista visuale ungherese che risale alle fonti di alcuni capolavori della pittura novecentesca per cercarne un’impossibile – e quindi parodistica – trasposizione in un modello “reale” e ipotetico. Viene in mente il vecchio gioco del “se fosse”: cosa sarebbe il tale se fosse un mobile? Un comodino? Una specchiera? E, analogamente: che effetto ci farebbe una modella di Modigliani se la incontrassimo nella vita reale? Il gesto di Flora Borsi rientra nel gioco delle maschere e degli specchi, sospeso sul filo della finzione, come a ricordarci il provvisorio delle identità, estetiche o “reali” che siano.

 

 

Marco Grimaldi, Perché leggiamo ancora Dante (“Le parole e le cose”)

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http://www.leparoleelecose.it/?p=28670#more-28670

“Dante è diventato – più di Omero, forse quasi quanto Shakespeare – un’icona pop, un brand, un prodotto commerciale. Questo successo planetario si accompagna al tentativo da parte degli studiosi di spiegarlo e di capire perché sia così popolare, ma anche, in fondo, di renderlo ancora più popolare.”

 

Jean Rochefort, un attore coi baffi, ma anche senza

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Non so se a causa di uno sciocco pregiudizio o per qualche altra ragione che non conosco, ho sempre avuto delle riserve (anche se rispettose) nei confronti dell’attore con i baffi: i baffi incorporati, intendo, quelli che caratterizzano la sua maschera personale e quotidiana. Forse il mio pregiudizio sfiora anche l’uomo coi baffi. Una barba moderatamente trascurata può sembrare la smemoratezza di un uomo che pensa ad altro, ma i baffi vanno curati, spuntati quasi ogni mattina, affinché mantengano quella forma che la vanità del baffuto ha scelto come brand che accompagna il suo andare nel mondo. Fortunatamente, mi imbattei (come spettatore) in Jean Rochefort quando non aveva ancora i baffi, negli anni Sessanta; interpretava L’Uomo col cane, il capo dei Servizi segreti di Luigi XIV nell’elegante e malizioso polpettone storico Angelica, la marchesa degli angeli, diretta da Bernard Borderie. Secondo la tradizione del cinema francese, il cast era molto accurato, i belli (Michèle Mercier, Robert Hossein, Giuliano Gemma) si miscelavano sapientemente con i caratteristi, e poi c’era quel giovane attore Rochefort che, senza la stampella interpretativa dei baffi, faceva lavorare gli occhi con una sottigliezza leggermente straniante per ricordarci che un polpettone storico può essere intelligente.

Il libro della luna piena

 

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Il Libraio ci racconta una bella favola nordica (che sicuramente risponde a verità ma che non per questo perde il suo alone): nelle notti di luna piena, Dagur Hjartarson e Ragnar Helgi Ólafsson, i fondatori della casa editrice Tunglið (Islanda) stampano i nuovi titoli del loro catalogo. I lettori (pochi eletti, presumo, e molto informati) devono fare in fretta se vogliono acquistarli, perché dopo poche ore le copie invendute saranno bruciate. Proprio in questi giorni mi è capitato di leggere (o di vedere in tv, è sempre più difficile ricostruire i percorsi capillari dell’informazione) una notizia che mi ha colpito per la sua marginalità: sta tornando la griffe. A me pareva che non se ne fosse mai andata, invece una guru procace ci spiegava che da qualche anno i consumatori non ambivano più ad andare in giro con il torace marchiato da una scritta come “Baci e abbracci” o simili e che avevano incominciato a scegliere etichette meno clamorose. Questo periodo di sobrietà me lo sono perso, e ormai non torna più perché la supergriffe è alle porte: ma rivisitata con ironia, spiegava la guru, cioè grande come l’intero prodotto. Comprate una valigia di 71X58? Quella sarà la misura del marchio. Un paio di scarpe misura 44? il marchio sarà di 28, 5 centimetri. E così via. (Più che di ironia, sembrerebbe trattarsi di enfasi, ma le guru del fashion hanno misure retoriche tutte loro). Contrariamente ai libri della casa editrice Tunglið, quella valigia e quelle scarpe saranno sempre disponibili, tanto che se non li andrete a cercare verranno loro a casa vostra mescolandosi ai vostri post su fb e alle vostre mal.
Sono due diversi modi di affrontare il mercato, la prima elitaria con sfumature iniziatico-gotiche, la seconda aggressiva e caciarona. La prima mi ricorda il ciclo vitale (chiamiamolo così) di certi piccoli spettacoli: pochissimi sanno dove si svolgeranno, e per poche repliche, spesso con mezza platea; la seconda, quello di spettacoloni, promossi perfino da Marzullo, che tengono il cartellone per qualche mese. Ambedue finiranno nell’impalpabile della dimenticanza, e sarà premio l’averli visti o, viceversa, avere avuto il fiuto di evitarli. (Premi comunque simbolici, nell’un caso e nell’altro)