“Luigi Maria Burruano, detto Gigi, era molto semplicemente uno dei maggiori attori che avesse l’Italia. Grazie al cinema in molti se ne erano accorti, seppure di sfuggita. Ma comunque sulla stampa nazionale la sua morte è stata consegnata a qualche trafiletto. Se ne è ricordata, ovviamente, la città di Palermo, per la quale Burruano era un mito. Certo, lo si è detto: una carriera bruciata, stravizi, alcol, un malo carattere che lo aveva fatto finire anche in carcere,”
Bratislava anni 80, ma una scuola media “normale”, con tanti ragazzi altrettanto “normali”, ed una nuova insegnante di Russo che appare simpatica, affettuosa e disponibile. Poco interessante finora, direte voi, ma il primo appello è già sottilmente distopico. La professoressa chiede ad ogni suo alunno il mestiere dei genitori. All’apparenza anche questo è normale, soprattutto per noi italiani, ma la catena degli eventi che ne seguono ribalta quella presunta normalità, scatenando conflitti interiori ed esterni che sfiorano la tragedia. Parliamo di The Teachear, che circola inspiegabilmente sotto-tono per le nostre sale, quelle da amatori per intenderci. Ne parliamo perché in quella narrazione si intravvede l’essenza della natura umana, i suoi limiti e le sue cadute ma anche la sua forza, una essenza che qui si svela molto di più che in eventi eccezionali o in elucubrazioni pseudo-filosofiche con poca estetica. L’essenza umana quale tutti ci accompagna e tutti ci accomuna e che è bene ricordare come prossima e da vivere direttamente e non attraverso l’altrui narrazione. Slovacchia anni 2000, una scuola media “normale”, con ragazzi altrettanto “normali” ed una nuova insegnante di Inglese che appare simpatica, disponibile e affettuosa e che all’appello chiede ad ogni alunno il mestiere dei loro genitori … il resto a noi. De te fabula narratur.
“I protagonisti, assassini poi confessi, sono due minorenni, rampolli vezzeggiati di ricche famiglie cui nulla manca, annoiati e alla ricerca di emozioni, legati tra loro da un vincolo stretto e sessualmente ambiguo. Una coppia che diviene criminale, così per i penalisti classici, in cui i ruoli di servo e padrone, di capo ed esecutore, di dominante e dominato sono solo apparenti.
Organizzano, per dimostrare la loro intelligenza e superiorità, un piano. Quello più raffinato e tragico: fingere un sequestro di persona per denaro, ucciderla invece per timore di essere riconosciuti, nascondere il cadavere e intascare la somma, cui peraltro sono indifferenti perché ricchi.”
La ricerca della perfezione può essere un additivo molto efficace, o addirittura lo scopo di una vita. Fino a quando regge.
Molto apprezzabile il bianco e nero (morigerato, senza snobismi), così come il montaggio e la rappresentazione simbolica, solo apparentemente banale, dello scorrere del tempo.
“Costava poco, lo vendevano in tutte le mercerie e le mercerie abbondavano, se ne trovavano in ogni quartiere di grande città e nei piccoli paesi ce n’erano almeno due. Vendevano fili, bottoni, cerniere, aghi, spille e gli elastici. Quelli comuni, per le mutande: tutte le mamme avevano a casa un rotolo di elastico per le mutande che si allargavano o i pantaloni della tuta troppo lunghi che con un giro di elastico sul bordo caviglia smettevano di infilarsi nei raggi della bicicletta.”
I cunicoli del Trash s’incrociano e formano micidiali grovigli di stupidità. Una mattina, scorrendo il mattinale dei social, si scopre che Antonio Ricci ha scelto le sue nuove veline, una bionda e una bruna, secondo i protocolli del supermarket televisivo. L’annoso rituale (ventennale?, secolare?, chi lo può dire?) si sarebbe svolto, come sempre, nell’indifferenza generale, se non fossero intervenuti gli Arditi del web, le Sentinelle della razza ariana e del lavoro italiano con l’ormai consueta caterva di insulti inconsulti; La mora, Shaila Gatta, è di Napoli, quindi va bene (da qualche tempo persino ai leghisti), ma nella bionda c’è la magagna; infatti Mikaela Neaze Silva, 23 anni, non è italiana, anche se vive a Camogli da quando era bambina. Peggio ancora: non solo è nata a Mosca, ma è anche figlia di padre angolano e di mamma afgana. La canea degli Arditi spinge a sapere qualcosa di più sulle due ragazze, che troviamo in un brevissimo video su Youtube. Colonna sonora: “Eine kleine nachtmusik”, l’innocente (all’origine) serenata di Mozart che nel tempo sarebbe stata triturata dagli spot pubblicitari, dalle segreterie telefoniche, dai flautini traversi dei bimbi delle elementari, dalle dispense di storia della musica che periodicamente riaffiorano in edicola e che garantiscono ai profani l’accesso al Sublime (tramite l’Emozione) dietro il modico esborso di tre euro e cinquanta. Il mix comunicativo provoca un corto circuito nel quale sembra che esista un senso, ma troppo oscuro e contorto per essere enunciato. Nell’aria ristagna una nube nella quale si addensano imbecillità, kitsch e razzismo, cinismo culturale e altre sostanze pesanti. Non esistono rilevatori d’inquinamento che tradurle in valori numerici. ma questo non le rende meno nocive.
La macchina della seduzione è completa in tutte le sue parti: il vestito è di un rosso maturo, così come la bocca; il lungo triangolo della scollatura attenua il suo rigore geometrico assecondando su uno dei suoi lati obliqui la curva del corpo; l’incarnato della signora è pallido ma non cereo, dunque vivo; gli occhi socchiusi sono uno degli ingredienti canonici dell’impaginazione erotica. Ma l’ancora il libro aperto nella parte bassa dell’immagine ci dice che la signora, dopo l’accensione della sigaretta, proseguirà la lettura. L’uomo senza volto è un comprimario che, svolta la sua funzione, tornerà nel suo angolo rimanendo a disposizione. Può anche occupare la (lunga?) attesa che lo aspetta consumandosi nel desiderio – la cosa non riguarda certo la signora che fra un attimo ritornerà nel suo altrove di lettrice.
“Scervellarsi pedantescamente per realizzare prodotti — siano essi immagini, giocattoli o libri — adatti ai bambini è folle. Fin dall’Illuminismo questa è una delle fissazioni più ammuffite dei pedagoghi. Totalmente infatuati per la psicologia, non si accorgono che il mondo è pieno di cose che sono oggetto di interesse e di cimento per i bambini; e si tratta delle più azzeccate,”
Sintesi di un lungometraggio tratto da Alice nel paese delle meraviglie, il video mantiene fede al suo titolo e riscatta il capolavoro di Carroll dalla vaniglia disneyana, nonché dalla impropria etichetta di “libro per ragazzi”. Si potrebbe dire che il racconto di Svankmejer presenta delle analogie con la fine del Pinocchio collodiano: la protagonista, all’inizio, è una bambola che si trasforma in essere umano quando inizia il suo fantastico viaggio (l’umanità è un pre-requisito per un viaggio davvero formativo?). Il mondo che Alice scopre nel dipanarsi delle sue avventure non è comunque comunque meraviglioso: assomiglia piuttosto a un incubo che, pur concepito dall’autore nell’ormai lontano 1988, ha i tratti squallidi e orrifici dei nostri anni.
“Noi baby boomers – prima di essere rivoluzionari sessuali, sessantottini confusi, simpatizzanti/militanti, opportunisti integrati, socialisti corrotti, radical chic/disoccupati cronici e infine parassiti in pensione – agli inizi, ma veramente agli inizi, eravamo western. Voglio dire che noi baby boomers – prima di essere cattolici, o meglio, in concomitanza con l’andare in parrocchia per giocare a calcio, ping pong e a respirare una gran quantità di polvere e religioso senso di colpa – eravamo cowboy interiori. O meglio lo stavamo diventando a furia di vedere film western americani. Di serie A e soprattutto B.”
Fino a qualche tempo fa, c’erano i cartoni animati. Adesso, vengono chiamati sbrigativamente cartoni, anche perché ai bambini (ma anche ai loro genitori) sembra del tutto normale che un pupazzo disegnato prenda vita e abbia un’anima, o addirittura un contorto e a volte patologico profilo psicologico – le risorse tecnologiche hanno azzerato il miracolo, e se oggi un profeta camminasse sulle acque davanti a centomila persone alla luce del crepuscolo, molti spettatori direbbero: “Sì, d’accordo, ma potevano curare un po’ di più il lighting design e mettere uno straccio di colonna sonora. Per fortuna l’ingresso era libero”.
Alexia Meade crea un corto circuito che, se non proprio miracoloso, è certamente virtuoso nel suo giocare fra reale e irreale, fra la concretezza del corpo e l’ingannevole stilizzazione del soggetto “dipinto” (in senso letterale). E con questo, capovolge con leggiadria il metro del realismo, quello, per intenderci, che fa dire al visitatore di una mostra: “Che bello, sembra vero!”
L’ultimo angolo di estate, quello disegnato da Malika Favre, è anche l’unico praticabile. Senza musica, senza AcquaGym (quindi senza l’istruttore che grida: “Su, in alto, quelle mani!”), senza bagnanti a mollo, senza camminatori nel bagnasciuga (perché passeggiare nell’acqua fa bene ai polpacci e alla circolazione), senza lo spettacolo dei corpi. Un angolo silente, come solo un’immagine sa essere, in cui vive la nuotatrice muta. Un habitat geometrico, minimale e ironico (quei due sandaletti giapponesi da cinque euro, che farebbero dare in escandescenze Briatore).
Le signore si mettevano il cappello, qualcuna persino con la veletta, e portavano la testa alta, le labbra strette. Stavano ben dritte con la vita, e lanciavano intorno occhiate vigilanti, mentre con una mano si tenevano aggrappate al braccio del marito, anche lui ripulito a festa, con il vestito grigio e la cravatta nuova. Il marito aveva una faccia come di pecorone spinto al mercato, la testa pesante, l’occhio spento, il passo greve, l’aria triste. La moglie a tratti gli sussurrava qualcosa con l’angolo della bocca, e lui per un attimo si tirava su, raddrizzava il nodo della cravatta, tirava indietro il polsino della camicia che si era azzardato un po’ troppo fuori della manica, stirava una piega sul gomito. Le coppie che avevano un bambino se lo tenevano in mezzo, con la camicina di seta bianca già sporca, in mano un gelatino, gli occhi alti e svagati, sì che finiva sempre per inciampare nel cordone di qualche marciapiede.