Gli zombie sempreverdi (da “Left”)

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https://left.it/2017/08/05/i-nuovi-zombie-sono-i-razzisti/

Per ora è solo l’annuncio di un film, Go home (regia di Luna Gualano, sceneggiatura Emiliano Rubbi), la cui lavorazione dovrebbe essere iniziata in questi giorni a Roma. L’argomento: “Gli zombie assediano Roma. L’unico posto sicuro in tutta la città è un centro d’accoglienza per migranti, al cui interno gli ospiti lotteranno strenuamente per rimanere in vita. Ma fra gli ospiti c’è un intruso: Enrico, un militante di estrema destra che stava picchettando l’ingresso del centro per impedirne l’apertura e che mentirà sulla propria identità pur di salvarsi la vita.”
Oltre alla curiosità connessa a un argomento nevralgico come l’immigrazione e il conseguente rigurgito razzistico, la notizia suscita una domanda che può sembrare oziosa ma che non mi sembra retorica: quando un argomento scottante e violentemente battuto dalla cronaca, dalla speculazione politica, dal peggior senso comune si formalizza in un film, e per di più un film di genere, è l’inizio di una normalizzazione?, di una sdrammatizzazione? Non penso tanto alle stragi dei generi più svariati, con le quali conviviamo quotidianamente grazie all’assuefazione mediatica, ma a una convivenza critica che trova nella finzione cinematografica, e nell’ermeneutica connessa alla visione, un momento di decantazione, che può essere solo salutare.

 

6 agosto 1945, Hiroshima. PHILIPPE FOREST, SARINAGARA

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La vigilia del giorno in cui esplose la prima bomba nucleare della Storia – la vigilia di quel 6 agosto che curiosamente è anche la data del suo compleanno, dei suoi ventotto anni – Yosuke Yamahata passa rapidamente per Hiroshima, diretto alla sua nuova destinazione, la guarnigione di Hakata. è assegnato come fotografo presso le truppe di stanza nella prefettura di Fukuoka, situata su Kyushu, la più meridionale delle grandi isole del Giappone. Arriva in sede nel momento in cui cominciano a diffondersi nel paese le prime voci sulla sorte di Hiroshima.
La notizia dell’esplosione giunge a Hakata verso mezzogiorno. Nagasaki dista solo centosessanta chilometri. Yosuke Yamahata riceve dai suoi immediati superiori l’ordine di recarsi immediatamente sul posto per raccogliere i documenti fotografici che testimonino l’esplosione. Quattro uomini lo accompagnano in quella missione. Curiosamente, uno di loro è pittore e un altro scrittore. Non si sa nulla (neppure il nome) degli altri due soldati. Né si sa se le autorità giapponesi abbiano mandato apposta tre artisti sui luoghi della catastrofe (improbabile), o se sia stato un puro caso.
Fumando sigaretta dopo sigaretta, Yamahata aspettava tra le ombre e le voci che la notte finisse. Da qualche parte, distante ma non abbastanza lontano da tutti quei corpi che la morte aveva mischiato alla terra e di cui certi imploravano un aiuto impossibile, si era allungato un po’, con la faccia rivolta ad est, in direzione del punto da cui, pensava, il sole avrebbe finito per sorgere. Voleva certamente approfittare di un’ultima tregua, riprendere un po’ di forze prima che l’alba facesse alzare tutta quella oscurità adagiata, incollata sul mondo, prima che lo privasse – lui, non il mondo che non se ne curava più – della protezione che per ora gli assicurava l’impenetrabile spessore del buio tutto intorno, e lo lasciasse solo sotto la luce: in mezzo al grande deserto devastato dell’impensabile.
Si calcola che a Nagasaki, tra il 9 agosto 1945, giorno del bombardamento, e le settimane immediatamente successive, i morti siano stati settantamila. Altrettanti furono coloro che morirono per gli effetti dell’esplosione nel corso dei cinque anni seguenti. Ma a che cosa serve contare? La verità non è statistica: non è mai questione di cifre.
Le numerose testimonianze del dopo esplosione a Hiroshima e Nagasaki mostrano tutte la stessa immagine di un mondo devastato ma in cui l’orrore resta pateticamente vivo.
In un primo tempo ci fu l’arbitrarietà totale e atroce del disastro, che operava priva di logica con tutta la forza scatenata di una violenza senza scopo: colpiva gli uni, risparmiava gli altri, poi di colpo cambiava idea, si ravvedeva senza ragione, stroncava quelli che sembravano salvi (e che morivano di colpo senza aver avuto nessun sintomo) oppure lasciava vivere quelli che sembravano condannati per la gravità delle ferite riportate (e che pian piano si riprendevano dopo esser stati dati per persi). Le case più solide crollavano sui loro abitanti mentre a volte bastavano il pannello di un tetto o una lastra di zinco per respingere il lampo nucleare e proteggere il corpo dalle radiazioni. Gli edifici prendevano fuoco come torce imbevute di benzina e l’incendio si propagava a caso. Nel cielo ancora oscurato dal fumo volavano come grandi uccelli neri centinaia di frantumi che assomigliavano a piccole granate e che, una volta finita la loro corsa, ricadevano a picco sul suolo. Un sisma insensato aveva cancellato tutto.
Ci fu tutto questo, i fiumi pieni di cadaveri, l’asfalto e la pietra letteralmente liquefatti, la carne vaporizzata, le ombre fissate sul muro, i corpi carbonizzati sul posto, i roghi, le macerie, la pioggia nera, il mondo deformato come per effetto di un’immaginazione malata, la scena della realtà sottosopra. E poi c’era, e avanzava senza più sapere verso dove, il corteo dei corpi nudi, senz’abiti perché erano stati spazzati via dall’esplosione, dal sesso indistinguibile, forme già gonfie e storte come per effetto di un tumore generalizzato, cresciuto nel giro di pochi istanti dando a quelle sagome un aspetto penoso e grottesco. Quelli che potevano camminavano indefessi tra le macerie, come se potessero così lasciarsi alle spalle il dolore: ciechi, aggrappati gli uni agli altri, con il derma tatuato a disegni barocchi dal lampo e crivellato di schegge di vetro che tintinnavano come sonagli a ogni passo. Così andavano i superstiti.

Philippe Forest, Sarinagara, Alet, Traduzione Gabriella Bosco

Giulio Mozzi, Le dieci più tremende frasi che ho incontrate nel mio lavoro di lettore di inediti

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https://vibrisse.wordpress.com/2017/05/04/le-dieci-piu-tremende-frasi-di-chiusura-che-ho-incontrate-nel-mio-lavoro-di-lettore-di-inediti/

 

 

Il video della domenica. Giorgio Strehler, Arlecchino servitore di due padroni

Dal 1947 ad oggi lo spettacolo conta più di 2200 repliche. Inizialmente interpretato da Marcello Moretti e poi, dal 1960 dal grande Ferruccio Soleri. Dal 2002 il ruolo viene spesso e con altrettanta forza interpretativa portato in scena da Enrico Bonavera.

John Ashbery, E’ bello essere moderni se si riesce a sopportarlo. I 90 anni di un grande poeta contemporaneo (“Le parole e le cose”)

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Spesso è questione di sembrare piuttosto che essere moderni.
Sembrare va quasi bene come essere, a volte,

http://www.leparoleelecose.it/?p=28542

Il torinese chic

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https://torino.diariodelweb.it/torino/articolo/?nid=20170728_435282

“Antonino oltre a essere un grande professionista è una persona simpaticissima, che conosce quell’arte dell’ospitalità che ti fa sentire subito a casa pur con estrema eleganza” (mica uno di quei posti, in cui, dopo qualche bicchiere, s’incomincia a cantare Osteria numero uno…)

Il video della domenica. I BACI PIÙ BELLI (?) DELLA STORIA DEL CINEMA

“Gli scrittori di oggi non sanno ancora che esiste il Cinema!… e che il cinema ha reso il loro modo di scrivere ridicolo e inutile… Tutti i loro romanzi ci guadagnerebbero un sacco se fossero girati da un cineasta… I loro romanzi sono soltanto sceneggiature, più o meno commerciali, a corto di cineasti!… Il Cinema ci ha tutto quello che manca ai loro romanzi: il movimento, i paesaggi, il pittoresco, le belle berte, senza veli, senza peli, i Tarzan, gli efebi, i leoni, i giochi da Circo che sembran veri! i giochi d’allora che fan donare! La psicologia!… delitti fin che vuoi… orge di viaggi! come esserci! Tutte cose che questo povero tondi uno di scrittore può solo indicare!… smergolare ficcandole nei suoi compitini!”

Louis Ferdinand Céline, Colloqui con il professor Y, Einaudi, 1970, Traduzione di Gianni Celati e LIno Gabellone

Foto storiche. La figlia tonda. 1951

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Negli anni del dopoguerra, la rotondità era un valore, forse perché il cerchio suggerisce un morbido e rasserenante fluire, e soprattutto perché simboleggia l’opposto dei conflitti. Gli uomini si lisciavano i capelli, pochi o molti, così da farli aderire il più possibile alla linea del cranio; lunghi erano i preparativi prima di uscire, e generosa la distribuzione sulla cute di una colla tenace e verdolina chiamata brillantina Linetti che, a lavoro compiuto, trasformava la calotta cranica in qualcosa di simile a un’ogiva – disturbata purtroppo da bozzi e da altre forme umanamente irregolari.. Alla rotondità del cranio faceva riscontro, sul davanti,  un ventre che assomigliava al segmento di una circonferenza: perfettamente uniforme, molto diverso dalle pance a pera, a punta, piramidali affioranti sotto le t-shirt dei nostri contemporanei che si ostinano a resistere alla palestra. Nell’ideale estetico del dopoguerra, non privo di inespressi risvolti morali, la rotondità e la donna dovevano nei limiti del possibile coincidere; e non soltanto per quanto concerneva le parti più dichiaratamente sessuali ma per tutte le porzioni di cui era formato il corpo femminile. Memore di un passato quasi per tutti contadino, l’uomo, anche se spesso semianalfabeta, si sforzava di leggere nel cerchio della sua moglie bella piena (l’ovale era lasciato volentieri ai poeti) e vi rinveniva promesse lunari di chissà quali tranquillità future, onde al presente si immergeva fiducioso nel mare di lei senza far troppo caso a eventuali paradossi di nasi, bocche e altri accessori facciali. Per garantire una rassicurante continuità della specie, era augurabile che una madre tonda generasse una figlia a sua volta tonda, come in questa foto che celebra probabilmente un compleanno. La madre, mostra con orgoglio il cerchio perfetto della figlia, a testimonianza del continuo perfezionarsi della specie. In basso nella foto, spunta la semplicistica linearità del piccolo cane, tipica degli animali.

In morte di un poeta. ATTILIO LOLINI

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In un libro poco letto in Italia (anche perché da molto tempo esaurito), Colloqui col Professor Y, Céline scrive, a proposito dei luoghi comuni sullo scrittore: “Lo dicono tutti: solo la miseria libera il genio… bisogna che l’artista soffra, e mica poco… giacché egli partorirà soltanto nel dolore… perché il dolore è il suo Signore… E anche la galera, non gli fa mica male all’artista… al contrario… Il patibolo, che sembra così terribile… a lui non gli dispiace… anzi è una goduria… Perché è quello che gli tocca, e lui lo sa… Sei emerso dalla folla, ti sei fatto notare… è giusto che sia punito nel più esemplare dei modi… Tutte le finestre sono affittate per assistere al suo supplizio, tutti vogliono vedere le sue ultime smorfie mentre tira le cuoia…”
Quando scompare uno scrittore appartato, la stampa postuma ha un sussulto di piacere, che è ancora più intenso quando si tratta di un poeta. Facilmente, lo scomparso viene ricordato come anarchico, irregolare, incompreso, il pezzo raro di una collezione. Così è accaduto per Attilio Lolini, che qui ricordiamo con una sua poesia: pur non avendolo conosciuto, ci sembra che possa funzionare come un corrosivo (fortunatamente) autoritratto.

Stampante

In questo museo
di porcherie
che visito (occidente)
peccatore redento
del passato mi pento
inneggio al cicaleggio
volteggio davanti
al babbeo
magnifico rettore
dell’ateneo
ho una crisi mistica
dico bene della saggistica
e non mi pare male
il poeta montale
mi metto in pista
per diventare giornalista
per far le recensioni
ai poeti babbuino
senza vergogna
son diventato carogna.

Attilio Lolini, Carte da sandwich, Einaudi

 

Gianluigi Simonetti, Cosa ci dice lo Strega? (“Le parole e le cose”)

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http://www.leparoleelecose.it/?p=28302#more-28302

Cosa succederebbe se prescindessimo dalla reputazione dello Strega e da un bel po’ di chiacchiere e provassimo a farci un’idea del premio guardando solo ai titoli che se lo sono aggiudicato dal 1947 a oggi?

Il barocco dei miserabili

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Lasciamo stare il curriculum di questo tizio, i lettori potranno cercarlo su Wikipedia, se avranno voglia di perdere tempo. Il tizio si chiama Massimo Corsaro (a destra nella foto) e qualcuno, democraticamente, l’ha eletto a rappresentante del popolo. I risultati delle elezioni possono essere sorprendenti, drammatici, perfino destabilizzanti ma non sono mai casuali; bisogna dunque pensare che esistano dei cittadini (non importa quanti) che sono, come si dice, in sintonia con il loro eletto, e che ieri sera, ascoltando i telegiornali, quei cittadini abbiano ridacchiato e si siano compiaciuti per il wit, l’esprit, l’agudeza del loro campione. Il quale ha pensato che sarebbe stato spiritoso, oltre che politicamente efficace, dare della testa di cazzo all’onorevole Emanuele Fiano, in riferimento a un suo progetto di legge sull’apologia di Fascismo. L’enunciato “testa di cazzo” non è ancora entrato nel nostro pubblico linguaggio politico, anche se l’espressione “vaffanculo”, dopo innumerevoli reiterazioni, è ormai entrata nel museo lessicografico comune accanto al dannunziano “Eia eia alalà”, al “Vae victis” e ad altre storiche locuzioni che gli scolari diligentemente studiano da tanti anni. Ma la sensibilità del Corsaro lo avvertiva che fra il “vaffanculo” e il “testa di cazzo” c’era ancora uno scarto per il quale i tempi non erano forse maturi, e come a volte succede, per aggirare la censura si ricorre alla perifrasi, alla metafora o ad altre figure retoriche. Così l’ingegno del tizio ha elaborato un’ardita costruzione dalle risonanze barocche: le sopracciglia di Fiano sarebbero due posticci che coprono le cicatrici della circoncisione. Il risultato dovette sembrare straordinario al tizio quando si accorse di aver partorito quasi senza accorgersene una specie di similitudine che, rispetto al progetto iniziale, metteva in campo anche la componente ebraica, un valore aggiunto imprevisto e prezioso. Il piccolo elaborato del tizio ha avuto la sua prevedibile risonanza mediatica di fronte alla quale il suo autore non si è scomposto più di tanto: “Ditemi che sono volgare”, ha dichiarato, “ma non che sono antisemita”. Il valore aggiunto non si tocca.