Il video della domenica. KAREN LIN, PERFECTION. 6′

La ricerca della perfezione può essere un additivo molto efficace, o addirittura lo scopo di una vita. Fino a quando regge.
Molto apprezzabile il bianco e nero (morigerato, senza snobismi), così come il montaggio e la rappresentazione simbolica, solo apparentemente banale, dello scorrere del tempo.

 

 

Restare o diventare bambini. Laura Facchi, Il salto dell’elastico (da Doppiozero)

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http://www.doppiozero.com/materiali/speciali/il-salto-dellelastico

“Costava poco, lo vendevano in tutte le mercerie e le mercerie abbondavano, se ne trovavano in ogni quartiere di grande città e nei piccoli paesi ce n’erano almeno due. Vendevano fili, bottoni, cerniere, aghi, spille e gli elastici. Quelli comuni, per le mutande: tutte le mamme avevano a casa un rotolo di elastico per le mutande che si allargavano o i pantaloni della tuta troppo lunghi che con un giro di elastico sul bordo caviglia smettevano di infilarsi nei raggi della bicicletta.”

 

Gli Arditi del web e altre esalazioni

I cunicoli del Trash s’incrociano e formano micidiali grovigli di stupidità. Una mattina, scorrendo il mattinale dei social, si scopre che Antonio Ricci ha scelto le sue nuove veline, una bionda e una bruna, secondo i protocolli del supermarket televisivo. L’annoso rituale (ventennale?, secolare?, chi lo può dire?) si sarebbe svolto, come sempre, nell’indifferenza generale, se non fossero intervenuti gli Arditi del web, le Sentinelle della razza ariana e del lavoro italiano con l’ormai consueta caterva di insulti inconsulti;
La mora, Shaila Gatta, è di Napoli, quindi va bene (da qualche tempo persino ai leghisti), ma nella bionda c’è la magagna; infatti Mikaela Neaze Silva, 23 anni, non è italiana, anche se vive a Camogli da quando era bambina. Peggio ancora: non solo è nata a Mosca, ma è anche figlia di padre angolano e di mamma afgana.
La canea degli Arditi spinge a sapere qualcosa di più sulle due ragazze, che troviamo in un brevissimo video su Youtube. Colonna sonora: “Eine kleine nachtmusik”, l’innocente (all’origine) serenata di Mozart che nel tempo sarebbe stata triturata dagli spot pubblicitari, dalle segreterie telefoniche, dai flautini traversi dei bimbi delle elementari, dalle dispense di storia della musica che periodicamente riaffiorano in edicola e che garantiscono ai profani l’accesso al Sublime (tramite l’Emozione) dietro il modico esborso di tre euro e cinquanta. Il mix comunicativo provoca un corto circuito nel quale sembra che esista un senso, ma troppo oscuro e contorto per essere enunciato. Nell’aria ristagna una nube nella quale si addensano imbecillità, kitsch e razzismo, cinismo culturale e altre sostanze pesanti. Non esistono rilevatori d’inquinamento che tradurle in valori numerici.  ma questo non le rende meno nocive.

 

1973. L’ultimo discorso di Allende (sottotitolato): “La storia è nostra e la fanno i popoli”. 7′

L’audio è disturbato, ma i sottotitoli in italiano sono chiari, non meno del messaggio dello stesso Allende. 

 

Foto d’autore. HELMUT NEWTON, UNA PAUSA NELL’ALTROVE

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La macchina della seduzione è completa in tutte le sue parti: il vestito è di un rosso maturo, così come la bocca; il lungo triangolo della scollatura attenua il suo rigore geometrico assecondando su uno dei suoi lati obliqui la curva del corpo; l’incarnato della signora è pallido ma non cereo, dunque vivo; gli occhi socchiusi sono uno degli ingredienti canonici dell’impaginazione erotica. Ma l’ancora il libro aperto nella parte bassa dell’immagine ci dice che la signora, dopo l’accensione della sigaretta, proseguirà la lettura. L’uomo senza volto è un comprimario che, svolta la sua funzione, tornerà  nel suo angolo rimanendo a disposizione. Può anche occupare la (lunga?) attesa che lo aspetta consumandosi nel desiderio  – la cosa non riguarda certo la signora che fra un attimo ritornerà nel suo altrove di lettrice.

Roberto Gilodi, WALTER BENJAMIN, IL CANTIERE (da “Doppiozero”)

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http://www.doppiozero.com/materiali/walter-benjamin-il-cantiere

“Scervellarsi pedantescamente per realizzare prodotti — siano essi immagini, giocattoli o libri — adatti ai bambini è folle. Fin dall’Illuminismo questa è una delle fissazioni più ammuffite dei pedagoghi. Totalmente infatuati per la psicologia, non si accorgono che il mondo è pieno di cose che sono oggetto di interesse e di cimento per i bambini; e si tratta delle più azzeccate,”

Il video della domenica. JAN SVANKMAJER, CREEPY ALICE

Sintesi di un lungometraggio tratto da Alice nel paese delle meraviglie, il video mantiene fede al suo titolo e riscatta il capolavoro di Carroll dalla vaniglia disneyana, nonché dalla impropria etichetta di “libro per ragazzi”. Si potrebbe dire che il racconto di Svankmejer presenta delle analogie con la fine del Pinocchio collodiano: la protagonista, all’inizio, è una bambola che si trasforma in essere umano quando inizia il suo fantastico viaggio (l’umanità è un pre-requisito per un viaggio davvero formativo?). Il mondo che Alice scopre nel dipanarsi delle sue avventure non è comunque comunque meraviglioso: assomiglia piuttosto a un incubo che, pur concepito dall’autore nell’ormai lontano 1988, ha i tratti squallidi e orrifici dei nostri anni.

Francesco Pecoraro, Etica western (“Le parole a le cose”)

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http://www.leparoleelecose.it/?p=28568#more-28568

“Noi baby boomers – prima di essere rivoluzionari sessuali, sessantottini confusi, simpatizzanti/militanti, opportunisti integrati, socialisti corrotti, radical chic/disoccupati cronici e infine parassiti in pensione – agli inizi, ma veramente agli inizi, eravamo western. Voglio dire che noi baby boomers – prima di essere cattolici, o meglio, in concomitanza con l’andare in parrocchia per giocare a calcio, ping pong e a respirare una gran quantità di polvere e religioso senso di colpa – eravamo cowboy interiori. O meglio lo stavamo diventando a furia di vedere film western americani. Di serie A e soprattutto B.”

Il video della domenica. ALEXIA MEADE, l’illusione del reale

Fino a qualche tempo fa, c’erano i cartoni animati. Adesso, vengono chiamati sbrigativamente cartoni, anche perché ai bambini (ma anche ai loro genitori) sembra del tutto normale che un pupazzo disegnato prenda vita e abbia un’anima, o addirittura un contorto e a volte patologico profilo psicologico – le risorse tecnologiche hanno azzerato il miracolo, e se oggi un profeta camminasse sulle acque davanti a centomila persone alla luce del crepuscolo, molti spettatori direbbero: “Sì, d’accordo, ma potevano curare un po’ di più il lighting design e mettere uno straccio di colonna sonora. Per fortuna l’ingresso era libero”.
Alexia Meade crea un corto circuito che, se non proprio miracoloso, è certamente virtuoso nel suo giocare fra reale e irreale, fra la concretezza del corpo e l’ingannevole stilizzazione del soggetto “dipinto” (in senso letterale). E con questo, capovolge con leggiadria il metro del realismo, quello, per intenderci, che fa dire al visitatore di una mostra: “Che bello, sembra vero!”

L’ultimo angolo di estate. Malika Favre

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L’ultimo angolo di estate, quello disegnato da Malika Favre, è anche l’unico praticabile. Senza musica, senza AcquaGym (quindi senza l’istruttore che grida: “Su, in alto, quelle mani!”), senza bagnanti a mollo, senza camminatori nel bagnasciuga (perché passeggiare nell’acqua fa bene ai polpacci e alla circolazione), senza lo spettacolo dei corpi. Un angolo silente, come solo un’immagine sa essere, in cui vive la nuotatrice muta. Un habitat geometrico, minimale e ironico (quei due sandaletti giapponesi da cinque euro, che farebbero dare in escandescenze Briatore).

Diego Varini «Le fognature psicologiche di questa città».Annotazioni su Bianciardi e il popolo del boom. (Griseldaonline)

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http://www.griseldaonline.it/temi/popolo/bianciardi-popolo-boom-varini.html%E2%80%BA

Le signore si mettevano il cappello, qualcuna persino con la veletta, e portavano la testa alta, le labbra strette. Stavano ben dritte con la vita, e lanciavano intorno occhiate vigilanti, mentre con una mano si tenevano aggrappate al braccio del marito, anche lui ripulito a festa, con il vestito grigio e la cravatta nuova. Il marito aveva una faccia come di pecorone spinto al mercato, la testa pesante, l’occhio spento, il passo greve, l’aria triste. La moglie a tratti gli sussurrava qualcosa con l’angolo della bocca, e lui per un attimo si tirava su, raddrizzava il nodo della cravatta, tirava indietro il polsino della camicia che si era azzardato un po’ troppo fuori della manica, stirava una piega sul gomito. Le coppie che avevano un bambino se lo tenevano in mezzo, con la camicina di seta bianca già sporca, in mano un gelatino, gli occhi alti e svagati, sì che finiva sempre per inciampare nel cordone di qualche marciapiede.

(Luciano Bianciardi, L’Integrazione)

La Striscia. MARCEL PROUST

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Uno dei miei personaggi (il quale si presenta nell’opera come nella vita, ovvero poco definito all’inizio e in seguito più scoperto risultando egli infine il contrario di ciò che credeva di essere) appare appena nella prima parte come l’amante supposto di una delle mie eroine. Verso la fine della prima parte (o all’inizio della seconda, se il manoscritto che vi invio supera un poco i limiti di un volume) questo personaggio si presenta, fa sfoggio di virilità, di disprezzo per i giovani effeminati, ecc. Ora, nella seconda parte, il personaggio, il vecchio signore di una grande famiglia, si rivelerà un pederasta, dipinto in modo comico, ma che, senza alcuna parola volgare, lo si vedrà “rimorchiare” un portiere e mantenere un pianista. Credo che questo personaggio – il pederasta virile, il quale detesta i giovani uomini effeminati che lo ingannano sulla qualità della merce non essendo che donne, questo “misantropo”, abbia sofferto troppo a causa delle donne, il credo che questo personaggio abbia qualcosa di nuovo (soprattutto a causa del modo in cui viene trattato ma che non posso qui spiegare in dettaglio) – ed à per questo che vi prego di non parlarne a nessuno.

Marcel Proust, Lettere a un editore, Affinità elettive, Traduzione Valentina Conti

Il canto di Margot

Adesso che il canto di Margherita Galante Garrone (Margot) si è spento, bisogna assolutamente ricordarla (e soprattutto studiarla), questa grande cantante, musicista e regista che non ha mai cercato i riflettori, sembrandole più che sufficiente coniugare nel suo lavoro il rigore con la leggerezza. La canzone che pubblichiamo, “Perché dovrei essere ricordata?” riflette l’understatement, che le era affatto congenito, così come l’eleganza intellettuale che caratterizzò le sue svariate stagioni, dal “Cantacronache” al Gran teatrino La fede delle femmine, e l’ironia, che le dettò questa breve autobiografia in versi, e che da oggi ce la fa rimpiangere.

Crebbe bambina con tre precettori
Privati: storici, poeti, autori,
Ed una madre assai brava cantante,
E violinista ed anche commediante…
Ma poi Margot, ch’era ancora fanciulla
Lasciò i parenti, lasciò la sua culla,
I suoi interessi, e perse la testa
Per dedicarsi ai canti di protesta.
Con Amodei e Michele Straniero
Girò l’Europa e non le parve vero
Di dare inizio alla bella avventura
Dei Cantacronache, che con sicura
Mano per primi seppero creare
Musiche e testi da rappresentare,
Coadiuvati da nomi importanti
Come Calvino, Fortini e ancor tanti
Che troppo lungo sarebbe elencare
Quindi fermiamoci nel menzionare.
Scrisse canzoni e colonne sonore
Partecipò a più kermesse canore
Tredici dischi incise da autrice
Ma le mancava, per esser felice,
Un picciol gruppo con cui lavorare
E divertirsi a inventare e a giocare.
E fu così che con far sbarazzino
Di marionette fondò il Gran Teatrino
Avendo sempre, e fedeli, al suo lato
La Paola Pilla e la Lulù Beato.
Mettono in scena spettacoli densi
Che in ogni ambiente ricevon consensi:
Musiche tratte da assai rari dischi:
Hindemith e Malipiero e Stravischi,
Kurt Weill, Rameau, e anche Purcell e Berio,
Kagel, Berlioz, Boccherini e con serio
Spirito i testi (che han messo alla prova
La Stein, Calasso, Balzac, Casanova)
Il Gran Teatrino seppe poi trovare
per presentarli in occasioni rare,
Con i costumi grandiosi che fatti
Son da quel mago di Marco Baratti.
Con le fedeli sue Pilla e Beato
Il Gran Teatrino si è poi cimentato
In più di un’opera alla Fenice
Con risultato davvero felice,
E un corso tenne poi di messinscena
Perfino in un Istituto di Pena…
E ancor produsse dei cortometraggi
(Senza peraltro trarne dei vantaggi).
Sempre e dovunque il Teatrino fu amato
Tanto che infine poi venne ospitato
Per qualche tempo in una Fondazione
Che vanta fama e vanta tradizione…
Ma che in un “amen”, con gran tracotanza
Spedì le Femmine via dalla stanza
In cui le recite dai veneziani
Erano accolte con gran battimani.
E fu così che la bella struttura
Per fare posto a una brutta scultura
Venne cacciata, senz’ombra di scusa,
E l’esperienza fu così conclusa.
Questo per quanto riguarda il teatrino
Ma se torniamo a Margot e al suo destino
Dobbiam parlar di trecento canzoni
Che stan seguendo le oscillazioni
Della politica, come consiglia
La tradizione della sua famiglia.
Sono canzoni ironiche e tristi
Che parlan spesso di poveri Cristi,
E guardano con occhiali speciali
Ciò che riportano tutti i giornali.
Ma l’avventura teatral non è morta:
chiuso un portone, si apre una porta.
E ad una lapide lei pensa spesso:
“Fu troppo brava per aver successo”…
La biografia è comunque un sigillo:
O meglio ancora: un bel coccodrillo.

Per ulteriori notizie su Margot:

https://gaetanolopresti.wordpress.com/2014/02/21/le-due-anime-della-cantautrice-margot-galante-garrone/