CÉLINE SUL MÉTRO. Gli inconvenienti di una prostata pazza. In replica al Teatro Astra fino al 26 novembre

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foto di Domenico Conte

Se voleste fare un’intervista potendo scegliere l’intervistatore, probabilmente ne cerchereste uno in sintonia con voi. Céline, che ha la facoltà di crearsene uno, inventa una creaturina scostante, conformista, arrivista, improbabile, e per di più afflitta da una prostata poco affidabile che crea situazioni da teatro dell’Assurdo.

Céline            Per essere uno che non vuole farsi notare, ne fa di casino… infatti già c’è qualcuno che si ferma a guardare… Sto pensando di dargli un bel colpo in testa e buonanotte… ma poi l’intervista?…  Non vuole proprio andare a pisciare? Sicuro?
Professore    No no, è questione di un momento… adesso passa…

CÉLINE SUL MÉTRO. Costeggiando l’Assurdo. In replica al Teatro Astra fino al 26 novembre

24_Céline prende Y per la collottolafoto Domenico Conte

Lo spunto iniziale del testo celiniano è un’intervista scritta che dovrebbe rimettere in gioco l’autore, emarginato dalla buona società letteraria per le sue connivenze col Nazismo e col governo di Vichy. Ma lo sviluppo della pièce riserva molte sorprese, anche perché l’intervistatore (un presunto Professor Y che poi dichiara di essere un Colonnello,  ma le identità slittano, in questo spettacolo) è una creatura immaginaria e imprevedibile, nata dalla mente dello stesso Céline. Nasce fra i due soggetti un rapporto tumultuoso quale può essere quello fra uno scrittore e il suo pupazzesco antagonista.

Céline     Altro che fare il tonto con la testa fra le nuvole!… In ginocchio!… lei sta sabotando! Ma dove sono andato a pescarla, lei?

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CÉLINE SUL MÉTRO. L’emozione puttanella. In replica al Teatro Astra fino al 26 novembre

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L’articolo mediatico (e non solo) che circola di più sui media è l’emozione, quella delle Barbare d’Urso e delle sue consorelle, quella del concorrente di Masterchef, strapazzato ma comunque grato all’organizzazione che gli ha consentito di vivere una “grande emozione”; quella del sottosegretario che inaugura un campetto di calcio in un comune che non ha mai sentito nominare, anch’egli colmo di emozione al pensiero dei bambinetti che giocheranno su quel manto erboso; perfino quella del recensore al microfono che, non trovando altro da dire, parla delle emozioni racchiuse una raccolta di poesie loffie, che nessuno leggerà mai, ma che hanno vinto non si sa quale premio. E l’emozione si ahhaccia anche nel discorso di Céline, che la contrappone al “cuore”. 

Céline               È una troietta, sa?
Professore       Chi?
Céline                L’emozione. Fa la ritrosa, la sfuggente… basta avvicinarsi un poco e subito bisogna chiedere scusa… non si lascia mica prendere tanto facilmente, la puttanella!… anni e anni ci vogliono… Sì, è piuttosto rara, l’emozione… molto più del cuore… il cuore è quella roba che gli scrittori pataccari mettono nel «periodare»… nelle «frasi che filano»… Così come le regole… Tutta roba da culo… roba da «anime belle», le pare? “un affare di culo”…

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CÉLINE SUL MÉTRO in replica al Teatro Astra fino al 26 novembre

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Nella Francia del secondo dopoguerra, la vita letteraria ritrova le sue istituzioni e i suoi riti, ma il tessuto del Paese è ancora lacerato dalla ferita profonda che il maresciallo Pétain ha inferto ai francesi col suo regime collaborazionista di Vichy. Si cercano capri espiatori, veri o presunti, come per cancellare nel più breve tempo possibile una macchia che dovrà invece durare per molto tempo. Louis Ferdinand Céline è un bersaglio ideale: il suo atteggiamento favorevole al Nazismo, rafforzato dai suoi libelli antisemiti e dall’aura di maledetto che lo avvolge, hanno plasmato  un mostro da non sbattere in prima pagina, ma da tenere ai margini e relegare all’oblio. Contro questa condanna alla morte civile, Céline decide di reagire scrivendo Colloqui col Professor Y, e lo fa servendosi di uno strumento banale, quotidiano (talvolta anche noioso, bisogna dirlo): un’intervista letteraria che dovrebbe reinserirlo nel flusso dei media. Ma l’intervista è ambientata in un palcoscenico sul quale l’autore mette in scena un se stesso torrentizio, un Céline al quadrato che nella metamorfosi teatrale diventa maschera e parodia dell’originale; quanto all’intervistatore, è una creatura tanto inventata quanto improbabile; perfino la sua identità è posticcia e provvisoria: all’inizio è quella di un sedicente professor Y, meschino, supponente, arrivista, piccoloborghese, che successivamente si rivelerà per un ancor meno credibile Colonnello Réseda. Cos’ha a che vedere un Colonnello con la letteratura? Niente, e sembra proprio che Céline si costruisca questo interlocutore tanto estraneo e malevolo per usarlo come un punging ball mentre ricostruisce le tecniche dei suoi romanzi, distrugge gli autori patacca, si scaglia contro il sistema mediatico. Ma come ogni burattinaio finisce per essere dipendente dalla sua marionetta, così Céline si lascia trascinare dal suo Professore/Colonnello in un assurdo crescendo che travalica i confini della letteratura per giungere al comico asciutto e totale del teatro.

A.G.

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Céline sul métro, 2017 Teatro Astra

Interpreti: Eleni Molos, Gianluigi Pizzetti,
drammaturgia e regia: Alberto Gozzi

Nella Francia del secondo dopoguerra, la vita letteraria ritrova le sue istituzioni e i suoi riti, ma il tessuto del Paese è ancora lacerato dalla ferita profonda che il maresciallo Pétain ha inferto ai francesi col suo regime collaborazionista di Vichy. Si cercano capri espiatori, veri o presunti, come per cancellare nel più breve tempo possibile una macchia che dovrà invece durare per molto tempo. Louis Ferdinand Céline è un bersaglio ideale: il suo atteggiamento favorevole al Nazismo, rafforzato dai suoi libelli antisemiti e dall’aura di maledetto che lo avvolge, hanno plasmato  un mostro da non sbattere in prima pagina, ma da tenere ai margini e relegare all’oblio. Contro questa condanna alla morte civile, Céline decide di reagire scrivendo Colloqui col Professor Y, e lo fa servendosi di uno strumento banale, quotidiano (talvolta anche noioso, bisogna dirlo): un’intervista letteraria che dovrebbe reinserirlo nel flusso dei media. Ma l’intervista è ambientata in un palcoscenico sul quale l’autore mette in scena un se stesso torrentizio, un Céline al quadrato che nella metamorfosi teatrale diventa maschera e parodia dell’originale; quanto all’intervistatore, è una creatura tanto inventata quanto improbabile; perfino la sua identità è posticcia e provvisoria: all’inizio è quella di un sedicente professor Y, meschino, supponente, arrivista, piccoloborghese, che successivamente si rivelerà per un ancor meno credibile Colonnello Réseda. Cos’ha a che vedere un Colonnello con la letteratura? Niente, e sembra proprio che Céline si costruisca questo interlocutore tanto estraneo e malevolo per usarlo come un punging ball mentre ricostruisce le tecniche dei suoi romanzi, distrugge gli autori patacca, si scaglia contro il sistema mediatico. Ma come ogni burattinaio finisce per essere dipendente dalla sua marionetta, così Céline si lascia trascinare dal suo Professore/Colonnello in un assurdo crescendo che travalica i confini della letteratura per giungere al comico asciutto e totale del teatro.

A.G.

CÉLINE SUL MÉTRO a poche ore dal debutto. Teatro Astra, da oggi al 26 novembre

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Céline nel métro, verso il finale. Gianluigi Pizzetti, Eleni Molos, la scenografa e costumista Augusta Tibaldeschi, attrice di complemento.
Foto dalle prove di Giuseppe Campanale.

La prova generale è stata costellata da disguidi tecnici. Nessuno ha cuore di consolarsi col luogo comune “generale tormentata, prima fortunata”; il debutto è per oggi pomeriggio alle 16 e le ore per rimediare non sono molte.
Il teatro di mattina ha uno strano sapore.
Ritorna in mente il clima della sala prove, quando tutto girava bene.

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CÉLINE SUL MÉTRO da questa sera al 26 novembre. Teatro Astra

Copia di MANIFESTO 3 Travestimenti CELINE

Nella Francia del secondo dopoguerra, la vita letteraria ritrova le sue istituzioni e i suoi riti, ma il tessuto del Paese è ancora lacerato dalla ferita profonda che il maresciallo Pétain ha inferto ai francesi col suo regime collaborazionista di Vichy. Si cercano capri espiatori, veri o presunti, come per cancellare nel più breve tempo possibile una macchia che dovrà invece durare per molto tempo. Louis Ferdinand Céline è un bersaglio ideale: il suo atteggiamento favorevole al Nazismo, rafforzato dai suoi libelli antisemiti e dall’aura di maledetto che lo avvolge, hanno plasmato  un mostro da non sbattere in prima pagina, ma da tenere ai margini e relegare all’oblio. Contro questa condanna alla morte civile, Céline decide di reagire scrivendo Colloqui col Professor Y, e lo fa servendosi di uno strumento banale, quotidiano (talvolta anche noioso, bisogna dirlo): un’intervista letteraria che dovrebbe reinserirlo nel flusso dei media. Ma l’intervista è ambientata in un palcoscenico sul quale l’autore mette in scena un se stesso torrentizio, un Céline al quadrato che nella metamorfosi teatrale diventa maschera e parodia dell’originale; quanto all’intervistatore, è una creatura tanto inventata quanto improbabile; perfino la sua identità è posticcia e provvisoria: all’inizio è quella di un sedicente professor Y, meschino, supponente, arrivista, piccoloborghese, che successivamente si rivelerà per un ancor meno credibile Colonnello Réseda. Cos’ha a che vedere un Colonnello con la letteratura? Niente, e sembra proprio che Céline si costruisca questo interlocutore tanto estraneo e malevolo per usarlo come un punging ball mentre ricostruisce le tecniche dei suoi romanzi, distrugge gli autori patacca, si scaglia contro il sistema mediatico. Ma come ogni burattinaio finisce per essere dipendente dalla sua marionetta, così Céline si lascia trascinare dal suo Professore/Colonnello in un assurdo crescendo che travalica i confini della letteratura per giungere al comico asciutto e totale del teatro.

A.G.

Prova generale di CÉLINE SUL MÉTRO, in scena al Teatro Astra da domani al 26 dicembre

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Gianluigi Pizzetti (Céline) ed Eleni Molos, (Professor Y, poi colonnello Réséda)
foto di Giuseppe Campanale

 

CÉLINE SUL MÉTRO. In replica al Teatro Astra fino al 26 novembre

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foto di Domenico Conte

Per chi, come me, traffica con le riscritture teatrali, a volte risulta complicato spiegare  in che cosa consista questo lavoro. Che a me sembra molto semplice, almeno per quanto riguarda il senso e le procedure – entrare nel merito, invece, può essere piuttosto complicato e anche noioso per chi ascolta. Per lo più, gli oggetti letterari sui quali intervengo sono testi narrativi: si tratta dunque di trasformare un racconto in un’azione teatrale servendosi del dialogo (principalmente, ma non solo): la voce del narratore unico che dipana il racconto letterario si moltiplica, si frammenta in tante voci quanti sono i personaggi – a volte, per sviluppare la narrazione sulla scena, si ricorre a personaggi, per così dire, supplementari, che non sono cioè presenti nel racconto originale. Di questo parlavo con uno spettatore subito dopo lo spettacolo. Mi sembrava di aver messo bene a fuoco la faccenda, ma tutto si è ingarbugliato quando ho detto che Colloqui col Professor Y, il testo da cui ha origine questo spettacolo, pur essendo formalmente narrativo, è prevalentemente costituito da dialoghi. La chiacchierata con lo spettatore ha preso a girare a vuoto come una vite senza fine:
– Ma se l’opera originale è in forma dialogica, praticamente si tratta di un testo teatrale.
– No, perché alcune parti, sia pur minime, sono narrative, e poi il testo non è stato scritto per il teatro.
– Le finalità dell’autore non contano molto, tanto è vero che lei lo mette in scena in teatro.
– Sì, ma è diventato testo teatrale solo in seguito alla mia manipolazione.
– Che cosa può aver manipolato, visto che i dialoghi erano già scritti?
– Erano già scritti, ma io sono intervenuto scegliendo alcune battute, scartandone altre e limandone altre ancora in funzione di una più immediata (e se vogliamo semplificante) scorrevolezza.
E così via.
Fortunatamente, sulla scena tutto è molto più semplice e divertente, lo posso dire senza fini promozionali, visto che siamo alle ultime repliche.

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MAISON SAVINIO. Oggi ultima replica al TEATRO ASTRA, ore 19

commissario attaccapanni cadavere rosa

Dopo un avvio da commedia borghese, Poltrondamore si tinge di giallo (con sfumature splatter che abbiamo aggiunto noi) proponendo un cadavere, e di conseguenza un’indagine, e quindi un commissario, Francesco Benedetto, qui impegnato nella ricostruzione del caso sotto gli occhi di una più che perplessa domestica (Eleni Molos). Non vi diremo nulla di più sulla trama, così come non possiamo fare nemmeno un accenno all’ultimo atto unico (Tutta la vita), che certamente è il più enigmatico di questo trittico. Ve ne diamo solo un’immagine, allusiva ma non troppo.

eleni e i gaudenti

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MAISON SAVINIO. Il fango sotto i ricordi. In replica al Teatro Astra fino al 17 novembre

rosa scopre il cadavere

Mentre lavoravamo su Poltrondamore emergevano le componenti di commedia borghese del testo: la vedovanza del mite commendator Candido Bove, il ricordo ancora fragrante della sua sposa Teresa, la cui immagine è ancora nitida e rispettabile, come il giorno delle nozze. Ma su questa meticolosa rispettabilità Savinio si diverte a gettare manciate di fango con la foga di un adolescente in rivolta contro l’istituzione familiare e la malizia del filosofo cinico; il Sistema (parentale) vacilla, scricchiola e infine esplode in un Grand Guignol che contempla anche il morto (lo si intravvede nella foto dietro la poltrona rovesciata). Nell’impaginazione parodistica della famiglia non poteva mancare la domestica, che Eleni Molos propone con impassibile scrupolo citazionistico.

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MAISON SAVINIO. Ai ferri corti con una vecchia poltrona. In replica al Teatro Astra fino al 17 novembre

candido salta su poltrona

Nei propositi destabilizzanti del teatro futurista, gli oggetti hanno una funzione strategica, arieti destinati a demolire la psiche e la forma dell’attore al quale si sostituiscono con la prepotenza degli invasori che intendono gettare uno strato di calce sul palcoscenico e sulla tradizione. Nei racconti di Savinio (e quindi nel nostro spettacolo), gli oggetti (il salotto, nel caso specifico) vengono dotati, invece, di qualità umane, come la parola e il ricordo. Non per questo diventano alleati degli uomini, tutt’altro: la memoria, che negli oggetti si annida, si organizza in racconto, e il rapporto con essi può diventare fortemente conflittuale, come nel caso di Poltrondamore. (Nella foto, l’ineffabile Gianluigi Pizzetti si esibisce in una performance all’ultimo sangue con una poltrona).

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MAISON SAVINIO. I ricordi pericolosi. In replica al Teatro Astra fino al 17 novembre

candido e isadora

Poltrondamore è il secondo atto unico che propone lo spettacolo. Siamo ancora in un salotto, nella cui penombra il commendator Candido beve i primi sorsi dal calice del suo fresco lutto; è tornato dal cimitero dopo aver seppellito l’amatissima moglie Teresa, e il panorama domestico gli appare trasfigurato, irreale. Lo struggimento di un passato sublimato dal sogno viene ad avvolgere il dolore presente come per attenuarne i morsi. Ma i tentacoli del passato possono essere sorprendenti e pericolosi.

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MAISON SAVINIO. Un gusto amarotico di Surrealismo. In replica al Teatro Astra fino al 17 novembre

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Appena terminata la replica pomeridiana di ieri, uno spettatore seduto nell’ultima fila della piccola gradinata, si volta verso la regia e dice: “È proprio un buon Surrealismo, questo!”. L’apprezzamento per lo spettacolo è lusinghiero e singolare: mi piace l’idea che esistano varie qualità di Surrealismo, come di cioccolato. Lo spettatore, piuttosto giovane, precisa: nonostante la presenza del Surrealismo (di cui non ne viene specificata la quantità: al 30, al 50 per cento?), lo spettacolo è scorrevole e piacevole, con una punta di amarotico surrealistico. In assenza di una critica teatrale, ormai espunta dai giornali, gli spettatori sopperiscono, e lo fanno con la grazia efficace della semplicità.
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