MAISON SAVINIO debutta questa sera alle 19 al Teatro Astra

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Questo Maison Savinio, che con una terminologia leggermente polverosa si potrebbe definire un trittico di atti unici, nasce da tre racconti, Paterni mobili, Poltrondamore, Tutta la vita.. Al centro c’è un salotto, che contende il ruolo di protagonista ai suoi colleghi attori – in senso letterale, intendo, perché qui i mobili parlano, raccontano, custodiscono memorie scabrose che gli uomini non vogliono conoscere perché “non sanno ascoltare le voci delle cose che nella loro ignoranza credono mute”. Rispetto a Shakespeare (“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, /di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia”), Savinio restringe il campo dell’inconoscibile all’angustia delle mura domestiche, fra le quali “i morti ritornano vivi e i vivi sono già morti”.
Trasferire sul palcoscenico le intimità della casa è una pratica antica e per lungo tempo connaturata al teatro, tanto che si potrebbe ripensare il repertorio (di classici e non) come uno smisurato gioco dell’oca formato da innumerevoli stanze/caselle, ciascuna delle quali è luogo simbolico della casa e delle sue trasformazioni nei secoli, dall’appartamento privato di Gertrude (spesso freudianamente sintetizzato nella camera da letto) ove la regina convoca Amleto per dargli una strigliata, alla grande tavola del Lungo pranzo di Natale, intorno alla quale Thornton Wilder convoca le generazioni di una famiglia che si avvicendano nell’arco di novant’anni.
Come tutti i salotti, anche questo di Savinio è delegato a rappresentare la rispettabilità della famiglia e a conservare la continuità con il passato: “Gaetano Bottoni, mio padre! Mia madre morì su quella poltrona. Si fece trasportare proprio lì per poterlo vedere un’ultima volta”, esclama il protagonista di Paterni mobili, inorridito al pensiero che sua moglie voglia cambiare arredamento. Ma su questa scena il passato non passa mai completamente, e i morti ritornano, sia per consumare vendette cruente degne di un romanzo gotico, sia per tormentare come Erinni dispettose i sopravvissuti.
Il ricambio fra reale e surreale, nell’opera di Savinio, è costante; non a caso André Breton, incontrandolo a Parigi nel 1937, gli lesse una pagina nella quale riconosceva a lui e al fratello De Chirico il ruolo di iniziatori del Surrealismo. Savinio si limitò a prenderne atto senza esserne particolarmente lusingato: l’irrequietezza che caratterizzava il suo lavoro di scrittore, pittore e musicista lo rendeva impermeabile alle classificazioni. Ma, etichette a parte, circola in questo trittico un vento novecentesco al quale la messa in scena teatrale, ci auguriamo, conferisce una speciale evidenza.
A.G.

MAISON SAVINIO, in scena da domani al Teatro Astra

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Alberto Savinio, “Famiglia di leoni”, 1927

Ieri sera, dopo l’ultima replica del “Fellini Radioshow”, sono uscito per dieci minuti dal teatro per salutare alcune persone. Quando sono rientrato, metà della scenografia (peraltro molto leggera) era già smontata; i tecnici si portavano avanti col lavoro, quello che ci aspetta oggi, fatalmente un po’ convulso: puntamento luci, prove tecniche di trasloco di un salotto che viaggia avanti e indietro per la scena, collaudo dei video, componenti essenziali dello spettacolo, e un’antigenerale in serata (la generale domattina, a mezzogiorno, al posto dell’aperitivo). Nessuno lo dice, ma stiamo già rimpiangendo l’aerea leggerezza del “Fellini Radioshow” appena svanito.

FELLINI RADIOSHOW. Chiacchiere da un dopo teatro. Teatro Astra, questa sera ultima replica.

locandina fellini piccolaA cena, dopo la replica di ieri: “Lo spettacolo è divertente, raffinato (seguono svariati altri apprezzamenti, N.d.R.), ma valeva la pena profondere tanto impegno (bravi attori, ecc.) su testi così fragili?”. La domanda non è affatto peregrina e come risposta meriterebbe un seminario. Non tanto sulla qualità di questi sketch di Fellini, quanto sull’atteggiamento, direi preliminare, dell’autore che affronta la scrittura di un testo destinato a una diffusione mediatica. Negli anni Quaranta, la radio era un mezzo di diffusione straordinario (con venature magiche: le misteriose onde sonore che viaggiavano nell’etere) e al tempo stesso potenzialmente (e pericolosamente) vicino a una massa di utenti “nuovi” e non acculturati. Scrivere per la radio significava scrivere per una platea indistinta è tendenzialmente ignorante, affatto diverso da quella “alta” del teatro. Era un atteggiamento duro a morire, se ancora negli anni Sessanta un onnipotente direttore generale della rai poteva affermare: “I telespettatori sono trenta milioni di teste di cazzo” – sembra che l’affermazione fosse in realtà un’invenzione giornalistica, ma rappresentava comunque un pensiero oscillante fra l’altezzoso e il paternalistico che aleggiava ai piani alti di Viale Mazzini. Per tornare agli sketch, mi piacerebbe sapere con quale animo il giovane Fellini affrontasse il suo impegno di autore radiofonico; purtroppo non ne ho gli strumenti, ma certamente lavorava in fretta e superficialmente. Mi sento di dirlo ripensando alla mia esperienza di autore radiofonico: molto spesso mi sono trovato nella condizione di dover scrivere, per ragioni di produzione, uno sceneggiato di trenta minuti (compresa l’ideazione del soggetto) dalla mattina alla sera. Non parlerei di scrittura industriale, ma piuttosto di scrittura in stato automatico; si lavora entro le strutture consolidate di un genere e si deve far fluire la scrittura; come il fiume trascina di tutto, dai copertoni ai cadaveri, ai tronchi di legno pregiato, così la sceneggiatura lampo rimette in gioco, e disordinatamente, le tue letture (adulte e dell’infanzia), le suggestioni dei quotidiani che hai appena letto, e un certo buon senso comune che magari non condividi ma che utilizzi come strumento di dialogo con un pubblico “popolare”. Mi rendo conto che questo ritratto dell’autore radiofonico finisce per raffigurare un personaggio opportunista, un po’ cinico, superficiale e sostanzialmente senza scrupoli: un puzzle di tanti disvalori, insomma. Ma direi che proprio qui sta il bello del gioco. Del gioco del teatro, dico, e in particolare del nostro spettacolo, che va a rovistare nel grigio magazzino dei copioni radiofonici per riportarne alla luce una dozzina e mostrandoli nella loro disarmata nudità. Ne risulta, credo, un’oscenità civettuola, che nulla promette a parole e forse qualche cosa dà, sottobanco (grazie alla bravura degli attori, a un montaggio impassibile, ecc. ecc.)

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FELLINI RADIOSHOW, La recensione di Maria Dolores Pesce su “Dramma.it”. Oggi e domani ultime repliche al Teatro Astra

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FELLINI RADIOSHOW. Il frigo verde. Teatro Astra, ancora martedì 7 e mercoledì 8 novembre

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Nella scena semivuota di Fellini Radioshow spicca un frigo verde. Ad esso gli attori attingono, trovandovi solo acqua e altri modesti generi di conforto; quelli più gratificanti, come salatini e pizzette, se li vanno a prendere con rapide incursioni fra uno sketch e l’altro. Perché gli attori, in radio, mangiano, e non solo, ma a volte arredano il tavolo nel quale sono confinati con effetti personali: oggettini scaramantici e piccoli attrezzi per la cura del corpo, oltre, naturalmente, ai vari supporti informatici. Nella penombra del tavolo si svolge una piccola vita quotidiana; non sempre il pubblico la nota, ed è logico, perché la loro attenzione è rivolta agli attori al microfono, ma quell’abitare quasi fra le quinte è un sommesso continuum che dà il suo piccolo apporto subliminale allo spettacolo. Ancora per due repliche.

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FELLINI RADIOSHOW. Dopo la prima. Si replica al Teatro Astra fino all’8 novembre

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Ieri sera, dopo la prima, la compagnia non è andata alla Stazione (ferroviaria). A dire il vero, sono già molti anni che non ci si va più, ed è un peccato, le compagnie contemporanee non sanno che cosa si sono perse in tutti questi anni. Il tragitto dalla trattoria alla stazione era emozionante: più che altro il tragitto stesso, direi, perché l’esito della trasmissione non era quasi mai pari alle attese. Alla stazione ci si andava, dopo la trattoria, per comprare il giornale con la recensione fresca di stampa che usciva poco dopo la mezzanotte. Sì, perché il critico era venuto scrupolosamente alla generale, e ogni volta ci si premurava di avvertirlo (a mezze parole, o tramite un mediatore, perché i critici si trinceravano dietro un silenzio gelido per non far sospettare chissà quali connivenze) che quella prova era stata proprio sbiadita rispetto alla sera precedente;  per di più, c’era stato qualche inconveniente tecnico che aveva falsato tutto. Il critico veniva alla generale e aveva un giorno per scrivere il pezzo, perché la recensione doveva esserci. E infatti c’era, anche se spesso gli attori mugugnavano perché erano gratificati di parole brevissime, e a volte nemmeno di quelle; ma come le fallaci sorprese della uova di Pasqua non incrinano la Resurrezione, così la recensione loffia non incrinava il rito della Mezzanotte alla Stazione. Tornando alla prima di ieri, dopo la Trattoria (che non è stata ancora abolita) ci siamo salutati senza pellegrinaggi e senza attese; lo spettacolo ce lo eravamo raccontati a cena, cronisti, ma non critici, di noi stessi. Ci siamo detti che era andato proprio bene e che il pubblico si era molto divertito. Credo che sia vero, da stasera potete verificare voi stessi perché si replica.

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Fellini Radioshow, 1- 8 dicembre 2017, Teatro Astra

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Interpreti: Francesco Benedetto, Eleni Molos, Anna Montalenti, Gianluigi Pizzetti,
drammaturgia e regia: Alberto Gozzi

Per il giovane Federico la radio fu una sorta di una nave scuola, una signora generosa che svezzò ragazzo accontentandosi delle prestazioni acerbe di un autore alle prime armi con la scrittura. Da quell’apprendistato nacquero un centinaio di sketch, trasmissioncine semplici, avrebbe detto Fellini che amava i diminutivi (un vezzo linguistico sia romagnolo che emiliano), storielline, battutine, molto simili ai raccontini che  il giovane aspirante regista buttava giù con la mano sinistra per il giornale satirico “Marc’Aurelio” alla fine degli anni Trenta, mentre con la destra sfornava disegni, beffardi, surreali e anche un po’ sensuali. Il piccolo cosmo che Fellini allestisce nello studio radiofonico rispecchia un’Italia modesta, nella quale il Fascismo agisce, come sfondo opaco e sordo, nell’angustia delle stanze che sanno di umido e nella mestizia dei rapporti umani, pervasi di una quieta rassegnazione a una logica di classe (i portinai, le cameriere, ciascuno nel posticino che la sorte e il Regime ha loro assegnato). All’interno di questo piccolo mondo il giovane Fellini piazza, se non proprio delle mine, almeno delle castagnole: certamente non per destabilizzare il Sistema (non ci pensano nemmeno), ma per creare qualche sussulto nel fluire di giorni sempre troppo uguali l’uno all’altro. Gli strumenti che usa Federico sono quelli portati come spore dall’air du temps: il paradosso (quello alto di Achille Campanile, ma anche quello stradaiolo della barzelletta); la crudeltà dei comici (da Petrolini a Totò, che Fellini molto amava); l’acidula malignità che si manifesta nei ritratti di Maccari e nelle vignette di Giuseppe Novello, amoroso fustigatore di una ridicola borghesia; le incursioni in un mondo parallelo che caratterizzano il Realismo magico di Bontempelli; il demenziale disperato dell’avanspettacolo, che nasce dall’ansia della risata a tutti i costi, pena la sopravvivenza: o ridere o morire.
La radio è un mezzo povero, e come tutti i poveri è anche fragile, ne eravamo consapevoli quando abbiamo deciso di portare questi sketch in palcoscenico corredati del nudo apparato radiofonico (i copioni e i microfoni, nient’altro, più le musiche, naturalmente, che sono parte integrante del discorso), anziché affrontare una riscrittura teatrale. La scommessa è che questa nudità, lungi dal voler proporsi come candore, riveli la vitalità di questi testi semplici e chiassosi come il rosso di un naso finto sulla punta del naso di un attore di prosa.


A.G.

FELLINI RADIOSHOW. Teatro Astra 1-8 novembre. La rottura dell’acquario

le due attrici

Durante le registrazioni radiofoniche, capitava che il regista si intrattenesse col tecnico per qualche problema tecnico. In quei momenti di pausa, alzando la testa, si potevano vedere gli attori che confabulavano fra loro a microfoni spenti, così che lo studio di registrazione veniva chiamato confidenzialmente “L’acquario”. Erano pause sonnolente, durante le quali gli attori si scambiavano confidenze, soprattutto riguardanti le fatturemle scritture e i rimborsi – ed è un vero peccato che nessuno abbia registrato quel chiacchiericcio, perché qualche sociologo dello spettacolo avrebbe potuto lavorare con profitto sul un materiale così spontaneo.
Ma durante la registrazione i pesci si rianimavano, e non solo perché riacquistavano la parola, ma soprattutto, direi, perché intorno alla parola si costruiva una gestualità tanto pittoresca quanto vana. La parola richiamava inevitabilmente il gesto, ed era un fiorire di inchini, di occhi sgranati, di sorrisi sardonici che nessuno avrebbe mai visto: un teatro a tutto tondo, ma fruito nella sua pienezza da soli sei spettatori (il regista, il tecnico e l’assistente musicale). La teatralizzazione della radio non si limitava alla mimica: talvolta, qualche attore particolarmente ispirato, improvvisava accessori e costumi di scena: chi indossava occhiali inesistenti, chi cappelli, chi turbanti, chi, addirittura, un naso finto – e se la trasmissione si svolgeva durante il carnevale le teatralizzazioni dei più temperamentosi superavano l’immaginabile.
Qualcosa del genere può accadere anche durante il Fellini Radioshow. L’acquario si è rotto e le luci si sono accese sul buio della radio.

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FELLINI RADIOSHOW. Teatro Astra, 1-8 novembre

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Ultime ore di prove. Si ripercorre lo spettacolo spezzettandolo in frammenti anche molto minuti. A volte ci si perde in analisi troppo minuziose e tutto sommato inutili. Gli attori ne risentono.

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FELLINI RADIOSHOW. Teatro Astra, 1-8 novembre. La sorpresa del sogno

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Nella poetica fellinana, il sogno gioca un ruolo importante; in Otto e mezzo (la scena dell’harem) e in Boccaccio 70 (la gigantesca Anitona che perseguita il fobico Peppino De Fllippo) la componente onirica si sviluppa intorno all’ossessione della donna, ma in tutta l’opera di Fellini il sogno agisce anche in modo meno dirompente, come un grimaldello che forza ambienti troppo angusti liberando linguaggio e pensiero. Anche in un contesto giocoso e con un piede nell’avanspettacolo come quello di Fellini Radioshow il sogno si affaccia, inaspettato e con una fisionomia sorprendente.

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FELLINI RADIOSHOW. Titoli e nasi finti. Teatro Astra, dal 1° novembre

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Quando si trattò di trovare un titolo a questo trittico di spettacoli, non fu impresa semplice. Per quanto mi riguarda, i titoli sono un supplizio che volentieri eviterei: nell’elaborazione di un titolo urgono esigenze comunicative che finiscono per essere non poco inibenti per chi deve sbrigare l’incombenza: il titolo deve essere unificante dei tre spettacoli; il titolo deve fare riferimento a un certa visione del Novecento, ma senza essere pedante; il titolo deve essere allusivo (non si sa mai bene a che cosa); il titolo non deve far dire al pubblico: “Ma che roba è questo trittico?”. Me la cavai, infine, facendo ricorso al concetto di travestimento mutuandolo da Edoardo Sanguineti, che lo riferisce non solo al teatro ma alla riscrittura in generale; sul momento, questo titolo mi parve una di quelle soluzioni che se la cavano con una certa svelta eleganza, come le composizioni di orchidee che si mandano alle padrone di casa (“Con le orchidee non si sbaglia mai”, dice il fioraio).
Sono passati svariati mesi dall’elaborazione del titolo (i titoli si preparano molto per tempo, come le collezioni di moda); ieri me lo sono ritrovato sulla locandina appena stampata e ho pensato che il concetto di travestimento, scelto a freddo, trovava un riscontro piuttosto preciso in questo lavoro su Fellini; lo pensavo mentre provavamo uno sketch nel quale un cliente, preceduto dal suono di un campanellino, entra in un negozio per comprare un cappello nuovo: una situazione tanto lontana nel tempo da apparire meravigliosamente artefatta. E in un attimo di allucinazione tipica delle prove mi è sembrato di veder spuntare sui visi innocenti e contemporanei degli attori un paio di nasi finti: altro che travestimento, si stava sfiorando la maschera, le parole come maschera. Oggi lo dirò agli attori, anche se mancano solo cinque giorni al debutto.

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