
Siamo così impegnati nelle prove che per ora riusciamo a pubblicare solo questo piccolo post. Presto vi diremo qualcosa di più.
Per informazioni e prenotazioni:
http://fondazionetpe.it/spettacoli1718/3-travestimenti/

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http://www.darsmagazine.it/moda-genderless/#.WcskXJBoarU
“Da George Sand all’artista Gluck (Hannah Gluckstein), che negli anni ’20 “ribrandizzò” sé stessa con un nome non riconducibile a un sesso, sono molti gli esempi di figure cruciali per il mutamento dell’attitudine verso l’androginia e i discorsi di genere. Figure che hanno marcato la storia del costume, proprio come Gluck, che ha influenzato i socialities della propria epoca e Hollywood, in primo luogo Katharine Hepburn.”

Nel suo “Eva futura”, un romanzo filosofico/fantastico della fine del XIX, Villiers de l’Isle-Adam raccoglie le inquietudini notturne del protagonista, il vulcanico inventore (e abile imprenditore) Thomas Alva Edison che, com’è noto, non si limitò a dare agli uomini la luce (grazie alla lampadina) ma anche altre innumerevoli meraviglie fra le qual il registratore vocale. Durante le sue oniriche fantasticherie, Edison si avventura nei meandri più sfocati della storia umana, per risalire addirittura al Paradiso terrestre e alla fatidica cacciata da cui tutto nacque. “La mia invenzione è arrivata troppo tardi,” – si rammarica Edison in preda a un delirio di onnipotenza – “Se mi fossi trovato là col mio registratore, avrei potuto imprigionare la voce di Dio. Che straordinario reperto sarebbe stato!”
Un viaggio alle origini, meno vertiginoso e di intenti più circoscritti, è quello di Flora Borsi, una giovane artista visuale ungherese che risale alle fonti di alcuni capolavori della pittura novecentesca per cercarne un’impossibile – e quindi parodistica – trasposizione in un modello “reale” e ipotetico. Viene in mente il vecchio gioco del “se fosse”: cosa sarebbe il tale se fosse un mobile? Un comodino? Una specchiera? E, analogamente: che effetto ci farebbe una modella di Modigliani se la incontrassimo nella vita reale? Il gesto di Flora Borsi rientra nel gioco delle maschere e degli specchi, sospeso sul filo della finzione, come a ricordarci il provvisorio delle identità, estetiche o “reali” che siano.

http://www.leparoleelecose.it/?p=28670#more-28670
“Dante è diventato – più di Omero, forse quasi quanto Shakespeare – un’icona pop, un brand, un prodotto commerciale. Questo successo planetario si accompagna al tentativo da parte degli studiosi di spiegarlo e di capire perché sia così popolare, ma anche, in fondo, di renderlo ancora più popolare.”

Non so se a causa di uno sciocco pregiudizio o per qualche altra ragione che non conosco, ho sempre avuto delle riserve (anche se rispettose) nei confronti dell’attore con i baffi: i baffi incorporati, intendo, quelli che caratterizzano la sua maschera personale e quotidiana. Forse il mio pregiudizio sfiora anche l’uomo coi baffi. Una barba moderatamente trascurata può sembrare la smemoratezza di un uomo che pensa ad altro, ma i baffi vanno curati, spuntati quasi ogni mattina, affinché mantengano quella forma che la vanità del baffuto ha scelto come brand che accompagna il suo andare nel mondo. Fortunatamente, mi imbattei (come spettatore) in Jean Rochefort quando non aveva ancora i baffi, negli anni Sessanta; interpretava L’Uomo col cane, il capo dei Servizi segreti di Luigi XIV nell’elegante e malizioso polpettone storico Angelica, la marchesa degli angeli, diretta da Bernard Borderie. Secondo la tradizione del cinema francese, il cast era molto accurato, i belli (Michèle Mercier, Robert Hossein, Giuliano Gemma) si miscelavano sapientemente con i caratteristi, e poi c’era quel giovane attore Rochefort che, senza la stampella interpretativa dei baffi, faceva lavorare gli occhi con una sottigliezza leggermente straniante per ricordarci che un polpettone storico può essere intelligente.
Il Libraio ci racconta una bella favola nordica (che sicuramente risponde a verità ma che non per questo perde il suo alone): nelle notti di luna piena, Dagur Hjartarson e Ragnar Helgi Ólafsson, i fondatori della casa editrice Tunglið (Islanda) stampano i nuovi titoli del loro catalogo. I lettori (pochi eletti, presumo, e molto informati) devono fare in fretta se vogliono acquistarli, perché dopo poche ore le copie invendute saranno bruciate. Proprio in questi giorni mi è capitato di leggere (o di vedere in tv, è sempre più difficile ricostruire i percorsi capillari dell’informazione) una notizia che mi ha colpito per la sua marginalità: sta tornando la griffe. A me pareva che non se ne fosse mai andata, invece una guru procace ci spiegava che da qualche anno i consumatori non ambivano più ad andare in giro con il torace marchiato da una scritta come “Baci e abbracci” o simili e che avevano incominciato a scegliere etichette meno clamorose. Questo periodo di sobrietà me lo sono perso, e ormai non torna più perché la supergriffe è alle porte: ma rivisitata con ironia, spiegava la guru, cioè grande come l’intero prodotto. Comprate una valigia di 71X58? Quella sarà la misura del marchio. Un paio di scarpe misura 44? il marchio sarà di 28, 5 centimetri. E così via. (Più che di ironia, sembrerebbe trattarsi di enfasi, ma le guru del fashion hanno misure retoriche tutte loro). Contrariamente ai libri della casa editrice Tunglið, quella valigia e quelle scarpe saranno sempre disponibili, tanto che se non li andrete a cercare verranno loro a casa vostra mescolandosi ai vostri post su fb e alle vostre mal.
Sono due diversi modi di affrontare il mercato, la prima elitaria con sfumature iniziatico-gotiche, la seconda aggressiva e caciarona. La prima mi ricorda il ciclo vitale (chiamiamolo così) di certi piccoli spettacoli: pochissimi sanno dove si svolgeranno, e per poche repliche, spesso con mezza platea; la seconda, quello di spettacoloni, promossi perfino da Marzullo, che tengono il cartellone per qualche mese. Ambedue finiranno nell’impalpabile della dimenticanza, e sarà premio l’averli visti o, viceversa, avere avuto il fiuto di evitarli. (Premi comunque simbolici, nell’un caso e nell’altro)

http://www.leparoleelecose.it/?p=29082#more-29082
“Luigi Maria Burruano, detto Gigi, era molto semplicemente uno dei maggiori attori che avesse l’Italia. Grazie al cinema in molti se ne erano accorti, seppure di sfuggita. Ma comunque sulla stampa nazionale la sua morte è stata consegnata a qualche trafiletto. Se ne è ricordata, ovviamente, la città di Palermo, per la quale Burruano era un mito. Certo, lo si è detto: una carriera bruciata, stravizi, alcol, un malo carattere che lo aveva fatto finire anche in carcere,”
Bratislava anni 80, ma una scuola media “normale”, con tanti ragazzi altrettanto “normali”, ed una nuova insegnante di Russo che appare simpatica, affettuosa e disponibile. Poco interessante finora, direte voi, ma il primo appello è già sottilmente distopico. La professoressa chiede ad ogni suo alunno il mestiere dei genitori. All’apparenza anche questo è normale, soprattutto per noi italiani, ma la catena degli eventi che ne seguono ribalta quella presunta normalità, scatenando conflitti interiori ed esterni che sfiorano la tragedia. Parliamo di The Teachear, che circola inspiegabilmente sotto-tono per le nostre sale, quelle da amatori per intenderci. Ne parliamo perché in quella narrazione si intravvede l’essenza della natura umana, i suoi limiti e le sue cadute ma anche la sua forza, una essenza che qui si svela molto di più che in eventi eccezionali o in elucubrazioni pseudo-filosofiche con poca estetica. L’essenza umana quale tutti ci accompagna e tutti ci accomuna e che è bene ricordare come prossima e da vivere direttamente e non attraverso l’altrui narrazione. Slovacchia anni 2000, una scuola media “normale”, con ragazzi altrettanto “normali” ed una nuova insegnante di Inglese che appare simpatica, disponibile e affettuosa e che all’appello chiede ad ogni alunno il mestiere dei loro genitori … il resto a noi. De te fabula narratur.
Maria Dolores Pesce

http://www.doppiozero.com/materiali/uccidere-senza-un-perche
“I protagonisti, assassini poi confessi, sono due minorenni, rampolli vezzeggiati di ricche famiglie cui nulla manca, annoiati e alla ricerca di emozioni, legati tra loro da un vincolo stretto e sessualmente ambiguo. Una coppia che diviene criminale, così per i penalisti classici, in cui i ruoli di servo e padrone, di capo ed esecutore, di dominante e dominato sono solo apparenti.
Organizzano, per dimostrare la loro intelligenza e superiorità, un piano. Quello più raffinato e tragico: fingere un sequestro di persona per denaro, ucciderla invece per timore di essere riconosciuti, nascondere il cadavere e intascare la somma, cui peraltro sono indifferenti perché ricchi.”
La ricerca della perfezione può essere un additivo molto efficace, o addirittura lo scopo di una vita. Fino a quando regge.
Molto apprezzabile il bianco e nero (morigerato, senza snobismi), così come il montaggio e la rappresentazione simbolica, solo apparentemente banale, dello scorrere del tempo.

http://www.doppiozero.com/materiali/speciali/il-salto-dellelastico
“Costava poco, lo vendevano in tutte le mercerie e le mercerie abbondavano, se ne trovavano in ogni quartiere di grande città e nei piccoli paesi ce n’erano almeno due. Vendevano fili, bottoni, cerniere, aghi, spille e gli elastici. Quelli comuni, per le mutande: tutte le mamme avevano a casa un rotolo di elastico per le mutande che si allargavano o i pantaloni della tuta troppo lunghi che con un giro di elastico sul bordo caviglia smettevano di infilarsi nei raggi della bicicletta.”
I cunicoli del Trash s’incrociano e formano micidiali grovigli di stupidità. Una mattina, scorrendo il mattinale dei social, si scopre che Antonio Ricci ha scelto le sue nuove veline, una bionda e una bruna, secondo i protocolli del supermarket televisivo. L’annoso rituale (ventennale?, secolare?, chi lo può dire?) si sarebbe svolto, come sempre, nell’indifferenza generale, se non fossero intervenuti gli Arditi del web, le Sentinelle della razza ariana e del lavoro italiano con l’ormai consueta caterva di insulti inconsulti;
La mora, Shaila Gatta, è di Napoli, quindi va bene (da qualche tempo persino ai leghisti), ma nella bionda c’è la magagna; infatti Mikaela Neaze Silva, 23 anni, non è italiana, anche se vive a Camogli da quando era bambina. Peggio ancora: non solo è nata a Mosca, ma è anche figlia di padre angolano e di mamma afgana.
La canea degli Arditi spinge a sapere qualcosa di più sulle due ragazze, che troviamo in un brevissimo video su Youtube. Colonna sonora: “Eine kleine nachtmusik”, l’innocente (all’origine) serenata di Mozart che nel tempo sarebbe stata triturata dagli spot pubblicitari, dalle segreterie telefoniche, dai flautini traversi dei bimbi delle elementari, dalle dispense di storia della musica che periodicamente riaffiorano in edicola e che garantiscono ai profani l’accesso al Sublime (tramite l’Emozione) dietro il modico esborso di tre euro e cinquanta. Il mix comunicativo provoca un corto circuito nel quale sembra che esista un senso, ma troppo oscuro e contorto per essere enunciato. Nell’aria ristagna una nube nella quale si addensano imbecillità, kitsch e razzismo, cinismo culturale e altre sostanze pesanti. Non esistono rilevatori d’inquinamento che tradurle in valori numerici. ma questo non le rende meno nocive.
L’audio è disturbato, ma i sottotitoli in italiano sono chiari, non meno del messaggio dello stesso Allende.