Alberto Natale, Paura mediatica e propaganda (“Griseldaonline”)

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.http://www.griseldaonline.it/temi/paura/paura-mediatica-propaganda-natale.html

Allo spettro della guerra atomica capace di distruggere il mondo intero, che per alcuni decenni ha tenuto banco, si è succeduto un ampio repertorio di paure – a vario titolo riconducibili al paradigma della globalizzazione incalzante – connesse alle minacce dei dissesti economici su vasta scala e delle crisi finanziarie planetarie, ai rischi dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento ambientale e delle pandemie incipienti, allo spauracchio dell’impoverimento causato dalla ristrutturazione del mercato del lavoro (con conseguente fenomeno migratorio di forza lavoro incontrollata) e all’assillo dei conflitti bellici locali sempre in procinto di espandersi (da cui discendono in linea diretta il terrorismo internazionale e le ondate di profughi in fuga dagli scenari di guerra).
Paure che sembrano piuttosto concrete e che ci obbligano «a registrare l’incremento di forme di violenza relativamente inedite» e che possono essere ricomprese in tre grandi categorie: «le violenze economiche e sociali», «le violenze politiche» e «le violenze tecnologiche e naturali». I sociologi e gli antropologi che cercano di affrontare il problema sono tuttavia concordi nel ritenere che la vera novità consista nel fatto che le paure contemporanee si presentano mescolate fra loro e che sviluppano i loro effetti, come in un motore di aggregazione in cui ne viene amplificata la portata e la diffusione, combinandosi e influenzandosi a vicenda. Un’autentica ed esiziale «matassa delle paure» (l’espressione è di Marc Augé) in cui la vera novità sembra consistere nel fatto che «la paura per la prima volta nell’esperienza umana, è diventata un problema in se stessa»

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Vanni Codeluppi, Il sedere di Dolce e Gabbana (“Doppiozero”)

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La camera parte dal basso e sale verso l’alto, percorrendo il torace del corpo statuario del famoso modello David Gandy e mettendo accuratamente in evidenza i suoi genitali. La modella Bianca Balti attende invece passivamente sdraiata su un gommone che galleggia in mezzo alle azzurre acque di Capri………………… (leggi il resto dell’articolo)
http://www.doppiozero.com/rubriche/1919/201708/il-sedere-di-dolce-gabbana

Pangloss è tornato (anzi, non se n’è mai andato)

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La sofistica da giornale assomiglia un po’ a quella da condominio (“Come dice la parola stessa, l’ascensore serve per salire, quindi propongo che da domani chi lo usa per scendere lo faccia a pagamento”). Il sofista Vittorio Feltri.interviene nella querelle sulla razza con un argomento acuminato e così stringente da apparire decisivo: se esistono i razzisti (come pretendono i radical chic) esistono di conseguenza le razze. E’ una mossa dialettica che ne ricorda altre non meno travolgenti (“Se esiste la Pianura padana, è chiaro che deve esserci la Padania”), e sollecita considerazioni che rivelano verità finora nascoste sotto la cenere del nostro pensiero pigro, come ad esempio: “Poiché esistono associazioni amiche dei marziani, devono esistere da qualche parte degli omini verdi”.
Esiste poi in letteratura un antenato nobilissimo di Vittorio Feltri (che però tocca vette di comicità sublime, contrariamente al noto giornalista); lo plasmò Voltaire nel suo Candido: è il precettore Pangloss, costruttore di marchingegni sofistici inossidabili e, come si vede ancora oggi, di pronto uso dopo due secoli e mezzo: “Osservate bene che il naso è fatto per portare gli occhiali, e così si portano gli occhiali; le gambe son fatte visibilmente per esser calzate, e noi abbiamo delle calze, le pietre son state formate per tagliarle e farne dei castelli, e così Sua Eccellenza il barone ha un bellissimo castello.”

 

Giulia Andoni, STORIA DELLA BELLEZZA TRA PASSATO E PRESENTE. Un libro di Umberto Eco (Da ARTNOISE)

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http://www.artnoise.it/storia-della-bellezza-tra-passato-e-presente-un-libro-di-umberto-eco/

“Il suo sguardo si volge poi alla stretta contemporaneità, di cui coglie un aspetto piuttosto rilevante: “ci sono correnti dell’arte contemporanea (happenings, eventi in cui l’artista incide o mutila il proprio corpo, coinvolgimento del pubblico in fenomeni luminosi o sonori) in cui pare che sotto il segno dell’arte si svolgano piuttosto cerimonie di sapore rituale […] che non hanno per fine la contemplazione di qualcosa di bello, bensì un’esperienza quasi religiosa, anche se di una religiosità primitiva e quasi carnale, da cui sono assenti gli dei”.

 

Céline sul métro. Video integrale

 

Il video di Francesco Ghisi dello spettacolo andato in scena dal 19 al 26 novembre al teatro Astra di Torino.
Gianluigi Pizzetti, Eleni Molos
scene e costumi  Augusta Tibaldeschi
luci  Mauro Panizza
assistente alla regia  Lisa Lo Presti
sarta  Irene Lugli
costruzioni sceniche  Pey
tecnico di allestimento  Paolo Raimondo

drammaturgia e regia Alberto Gozzi

https://radiospazioteatro.wordpress.com/category/il-repertorio/

 

Un sorriso della scrittura. IRÈNE NÉMIROVSKY, IL MALINTESO

 

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Dino Boschi, Spiaggia

Yves Harteloup, un giovane uomo disteso su una spiaggia, contempla la folla di corpi “agili e seminudi, uomini e donne” che lo circonda e fra i tanti inquadra quello di una giovane madre, Denise Jessaint. La situazione, peraltro banale, è l’inizio del romanzo Il malinteso, di Irène Némirovsky (1927).

“Della donna non aveva visto il volto, ma il suo fisico era quello di un’affascinante statuina. Non poté fare a meno di sorridere pensando a quale somma di circostanze sarebbe stata necessaria a Parigi per permettergli quella visione che qui, in riva al mare, sembrava così naturale. Così com’era, btuna e rosea, con le linee e le curve del corpo che si intravedevano sotto il leggero costume, quella donna apparteneva un po’ a lui, uno sconosciuto, dal momento che era nuda per lui come lo sarebbe stata di fronte al suo amante.”

Non sono particolarmente sensibile alla questione delle scritture “di genere,” ma mi sono soffermato un poco su questo passaggio, diciamo meglio: su questo piccolo marchingegno narrativo pure così abituale, quotidiano potremmo dire, di un’autrice che indossa un paio d’occhiali maschili per rappresentare le pulsioni di un uomo nei confronti del corpo di una giovane donna. A una prima lettura sembra che l’immedesimazione sia perfetta e che realizzi una rozzezza di pensiero degna del più sottosviluppato dei maschi (la spiaggia come palcoscenico pornografico sul quale si possono vedere le donne nude senza sforzo, senza esborso di denaro, senza corteggiamenti); ma al tempo stesso, questo cambio di ottica, dal femminile al maschile,  inserisce nella narrazione l’embrione di un racconto (per un attimo, ce lo immaginiamo, lo squallido e ipotetico amante di città, con il suo darsi da fare per giungere a denudare la donna vestita: biglietti di corteggiamento, fiori,  inviti a cena, ecc.): questo artificio narrativo (l’embrione di un racconto di caccia alla donna, potremmo dire), sostituisce una pedissequa descrizione delle reazioni voyeristiche maschili e introduce un elemento di aerea leggerezza in un contesto che altrimenti si rivelerebbe greve e sudaticcio. Un sorriso della scrittura.

Irène Némirovsky, Il malinteso, Newton Compton, Traduzione di Marco Rinaldi

Andrea Porcheddu, Prove teatrali di anno nuovo (“Gli Stati generali”)

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http://www.glistatigenerali.com/teatro/prove-teatrali-di-anno-nuovo/

“A naso, mi sembra di poter dire, citando Flaiano, “coraggio, il meglio è passato”. Nella guerra di tutti contro tutti, soprattutto di poveri contro poveri, a me sembra sempre un po’ mortificante, per un lavoratore – qualsiasi lavoratore – dover dipendere dal “bando”, ma tant’è: hic rhodus hic salta. Troveremo una normalità in questa perenne frenesia?”

La fuga dei 300

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Una gentile e assidua lettrice scriveva, negli ultimi giorni dell’anno appena passato: “Nel 2018 mi aspetto novità dal blog”. La prima novità del nuovo anno è la fuga massiccia dei lettori: circa in trecento, nel giro di qualche giorno, hanno disdetto l’iscrizione alla newsletter di Radiospazio (in pratica, l’avviso via mail della pubblicazione di un nuovo post). Ora, annoiarsi di un blog è del tutto normale, specialmente dopo quattro anni, ma di solito ci si limita a ignorare l’avviso che si riceve via mail; cancellarsi da una mailing list tutto sommato innocua come questa, che si limita a segnalare, senza nulla chiedere e (forse) proponendo qualcosa, esprime un rifiuto lucido, consapevole, se non addirittura stizzoso. Ho fatto un rapido e approssimativo calcolo:  il dicembre scorso, gli iscritti erano 10700 circa; se la fuga continuerà con questo ritmo, l’ultimo chiuderà la porta intorno al 4 marzo, in coincidenza con le elezioni politiche. Che sia un segnale?

Il cipiglio dell’ironia. Commiato dall’attore Quinto Parmeggiani

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Non bisognava vederlo solo sul palcoscenico, dove proponeva una misura stralunata e impeccabile , ma anche frequentarlo dopo il teatro e lontano dal teatro. E non perché Quinto fosse uno di quei temperamenti che amano le tavolate conviviali: tutt’altro. Per dare un’idea, più volte abbiamo cenato insieme dopo lo spettacolo, ma io e lui, da soli. Aveva cura di scegliere un ristorante lontano da quello che ospitava la compagnia, perché ciò che detestava era proprio la tavolata “degli attori”, con le loro battute e il loro cicaleccio. Ciò che lo interessava era la sintonia, il dialogo, il confronto: non solo con gli esseri umani (pochi, pochissimi per volta), ma con il copione e con lo spettacolo. Il copione, soprattutto, era il suo terreno preferito, anzi il punto di partenza dal quale muovere per cercare i nessi con la letteratura, la politica, la cultura. A volte questa ricerca era sproporzionata all’oggetto in questione (il copione), ma il mestiere dell’attore impone anche questo, era così anche negli anni d’oro del teatro che Quinto visse: non si può sempre recitare Strindberg e Goldoni (con la regia di Missiroli), bisogna anche affrontare copioni più, come dire?, di pronto uso e di solido riscontro al botteghino. Quinto si sottometteva a questa dura legge del mestiere teatrale con un certo  malumore (per usare un eufemismo), che sulla scena si traduceva in uno straniamento un po’ metafisico e di una acuminata comicità, come può essere comico il disagio di un nobiluomo costretto a mescolarsi con i più trucidi abitanti della Suburra. Lo straniamento lo accompagnava anche fuori scena, ce ne si accorgeva se lo si accompagnava nella vita quotidiana: i suoi dialoghi – spontanei e tuttavia drammaturgicamente impeccabili – con gli osti, i ristoratori, le cameriere erano improntati a una teatralità asciutta, fredda, carica di ironia e soprattutto di autoironia. Gli sono grato non solo di aver lavorato con lui, ma anche di essere stato testimone, spettatore e in qualche modo complice di questo teatro dell’ironia quotidiana che pochi hanno avuto la fortuna di conoscere.

 

Massimo Rizzante, Lettere agli amici ignoti. Che cosa resta di Calvino (“Le parole e le cose”)

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http://www.leparoleelecose.it/?p=30532#more-30532

Trent’anni dopo la sua morte, siamo agli inizi del millennio che Calvino non ha conosciuto. Che cosa resta dei suoi valori letterari? Dei suoi amori? Delle sue lettere inviate agli amici ignoti che noi siamo?

 

Irène Némirovsky, La rivelazione della scrittura (“Il vino della solitudine”)

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Immaginiamo l’interno di una casa agiata e al tempo stesso approssimativa e provvisoria, come può esserlo un ambiente degli anni ’20 abitato da nuovi ricchi ebrei, consapevoli che le fortune sono aleatorie. E’ sera, e va in scena la rappresentazione della famiglia felice. Il padre è assorto nella lettura del giornale, la madre, molto ingioiellata, s’intrattiene sul divano col suo giovane amante: in un canto, Hélène, la figlia di otto anni, deve fare i compiti, zitta, buona, e soprattutto senza interferire nella vita dei grandi che ha trovato un suo equilibrio in nome di ragioni imperscrutabili molto più alte di quella mocciosa, la cui esistenza viene vissuta come un intralcio (a dir poco) dalla madre matrigna. Ma i bambini non sono buoni (perché dovrebbero esserlo?), e quando sono intelligenti come la piccola Hélène l’odio si trasforma in un combustibile che alimenta l’ingegno; così, un mozzicone di lapis diventa un’arma, e uno stupido sussidiario un canale di comunicazione nel quale far fluire la rabbia. Questo episodio, tratto da Il vino della solitudine, rappresenta una svolta nel romanzo, ma a me piace pensare che, a parte la sua specifica funzione nella trama, rappresenti un apologo, non saprei dire quanto autobiografico, sulla vocazione alla scrittura, o meglio sulla forza racchiusa nella scrittura, anche in quella che nasce velenosa sui margini di un libro scolastico.

Hélène imparava la lezione per l’indomani. Era un libro di «conversazione tedesca” e doveva imparare a memoria «die zwanzigste Lektion”, la descrizione di una famiglia unita. Hélène ripeteva a voce bassa: «Eine glükliche Familie (« Una famiglia felice…”) Der Vater (« il padre”) ist ein frommer Mann (« è un uomo modesto…”). «Dio mio”, pensò, «che imbecilli…”. Guardò la figura che descriveva il testo. In un salotto azzurro era riunita «la famiglia felice”: il padre, in redingote, con una barba bionda e ricciuta sul petto, leggeva il giornale, in pantofole, davanti al fuoco; la madre, la «Hausfrau”, spolverava i ninnoli dello scaffale, con la vita stretta in un grembiule; la ragazza suonava il pianoforte, il collegiale imparava le lezioni sotto la lampada, e due bambini, un cane giallo e un gatto grigio erano seduti sul tappeto, nel centro della stanza «dedicandosi», diceva il testo, «agli innocenti divertimenti della loro età». «Che bugia!”, pensò Hélène. Guardò le persone che la circondavano. Loro non la vedevano, ma anche per lei erano irreali, lontani, quasi dissolti nella nebbia, ombre vane, inconsistenti, senza sangue né sostanza; lei viveva lontano da loro, in disparte, in un mondo immaginario di cui era padrona e regina. Prese il pezzetto di matita che teneva sempre in fondo a una tasca, esitò, lo accostò piano piano al libro, come un’arma carica. Scrisse: Il padre pensa a una donna che ha incontrato per la strada, la madre ha appena lasciato un amante. Non capiscono più i loro figli e i loro figli non li amano: la ragazza pensa al suo innamorato, il ragazzo alle brutte parole che ha imparato in collegio. I bambini cresceranno, e saranno come loro. I libri mentono. Non c’è virtù, né amore, nel mondo. Tutte le case sono uguali. In ogni famiglia ci sono soltanto il lucro, soltanto la menzogna e la reciproca incomprensione. Si fermò, si rigirò tra le mani la matita, poi le affiorò sulle labbra un sorriso timido e crudele. Le aveva fatto bene scrivere quelle cose. Nessuno si curava di lei. Poteva distrarsi a piacer suo, e continuò, appoggiando appena la matita, ma scrivendo con una strana rapidità, una leggerezza che non aveva mai avuto prima di allora, un’agilità di pensiero, pensando allo stesso tempo a quello che scriveva e a quello che si formava nel suo spirito, che rapidamente si solidificava.

Irène Némirovsky, Il vino della solitudine, Adelphi,
Traduzione Laura Frusin Guarino

Claudia Giunta, ANDATE, RIPRODUCETE (“Le parole e le cose”)

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http://www.leparoleelecose.it/?p=29358#more-29358

“Nelle biblioteche e negli archivi italiani è successa una cosa importante” (…)