Carlo M. Cipolla, Le leggi fondamentali della stupidità umana

https://it.businessinsider.com/le-leggi-fondamentali-della-stupidita-umana-la-geniale-intuizione-di-carlo-m-cipolla-e-le-elezioni-del-4-marzo/

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QUOTIDIANA. Persone che raccontano

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Persone che raccontano:
La loro vita in forma di cronaca: di ieri, di questa mattina, di oggi pomeriggio.
La vita loro e tutte le vite di tutte le persone che hanno incontrato durante la vita (lunghe digressioni che generano innumerevoli caselle di altre vite).
Tutti i film di cui non ricordano né il titolo né la trama.
Tutti gli spettacoli che hanno visto. Oppure che hanno visto dei loro amici, non ha importanza. Le biografie degli amici narratori. Le biografie degli attori in scena. Le biografie degli spettatori che assistevano agli spettacoli. Il menù del dopo teatro. Il racconto del tassista che le ha riaccompagnate a casa. Il prezzo della corsa in taxi.
“Prova a dire quanto segnava il tassametro”.

in Quotidiana leggi anche:

Due ragazzi al tavolino di un bar
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/01/30/quotidiana-due-ragazzi-al-tavolino-di-un-bar/

Il metodo Pinter
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/20/quotidiana-il-metodo-pinter/

L’opera
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/27/quotidiana-lopera/

Claudio Giunta, Come scrivono le aziende. Noi della Rolex (Le parole e le cose)

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“Nel maggio del 2015 ci sono state delle proteste, a Milano, in occasione dell’apertura della Expo, e alcuni edifici della città sono stati danneggiati. Il giorno dopo i giornali hanno pubblicato una fotografia in cui si vede una ragazza che – sciarpa sul viso e cappuccio in testa – imbratta delle vetrine con una bomboletta spray. Al polso, la ragazza ha un orologio, probabilmente un Rolex. L’allora Ministro degli Interni Alfano ha commentato: «Ieri in piazza ho visto farabutti con il cappuccio e figli di papà col rolex». E l’allora Presidente del Consiglio Renzi ha elogiato i manifestanti che hanno saputo mantenere la calma, «mentre quelli col rolex andavano a distruggere le vetrine».
continua a leggerehttp://www.leparoleelecose.it/?p=31023

La commozione della commozione

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http://www.raiplay.it/video/2018/02/Sanremo-2018-finale-Pierfrancesco-Favino-monologo-la-notte-8b642d5c-8db6-4ae4-a036-e61ca1cd4e77.html

Favino è bravo? Certo che è bravo. Koltès è uno degli autori più significativi della scena europea? Non c’è dubbio. Quindi dobbiamo salutare con favore il suo ingresso nel vecchiume di Sanremo? Salutiamolo. Ma le lacrime lasciamole da parte. La commozione del pubblico per le lacrime dell’interprete, voglio dire. Per un attore, le lacrime sono uno strumento espressivo come altri. Recentemente, un’attrice con la quale lavoravo ha fatto galleggiare le lacrime a fior di ciglio per venti giorni di prove – un po’ di più o un po’ di meno. secondo la richiesta del regista. Che il pubblico si commuova per la commozione dell’interprete fa parte del gioco, ma la critica potrebbe essere un po’ più smaliziata. A meno che critica e pubblico non siano un unico magma indistinto. 

Bandiere

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La prima t shirt costa 22,99 euro, un po’ più dell’altra (18, 99), ma si può capire perché su di essa si è posata la polvere delle battaglie politiche recenti: come un gagliardetto napoleonico che ha sventolato ad Austerlitz, ha il suo prezzo. La seconda è un po’ più da marciapiede e per ora non ha rappresentanza in Parlamento, ma non si può escludere che un domani i ditaioli, persa la loro giovanile baldanza (già fin d’ora, ingrati, hanno riposto quel vessillo così fortunato), verranno sfidati da un nuovo partito che li affronterà a muso duro. Si può già prevedere l’incipit del primo faccia a faccia televisivo fra i due futuri leader:
– Vaffanculo!
– Che cazzo vuoi?
Quest’ultima locuzione ha una base di consenso non meno ampia di quella del Vaffanculo. Non sono necessari dei sondaggi, lo sappiamo per esperienza personale: basta chiedere a un gruppo di schiamazzatori notturni di abbassare il volume oppure a un automobilista di non occupare un parcheggio per disabili. A Pisa, nel pomeriggio di ieri, le parole si sono trasformate in atti quando gli abitanti di un quartiere hanno chiesto a un tizio di non scorrazzare a duecento all’ora. Il centauro, sprovvisto di maglietta e forse anche di un linguaggio articolato (questi esseri mitologici sono ancora tutti da studiare), è andato a casa, ha preso una pistola, è tornato e ha ferito quattro persone. Erano i primi anni ’90 quando Umberto Bossi evocava valligiani armati e pallottole per i magistrati, e tutti (forse non proprio tutti, ma molti, troppi) si affannavano a dire che era un linguaggio figurato derivante da un eccesso di temperamento. Le parole viaggiano nel tempo e le t shirt non sono un argine di contenimento, anzi.

Simone Paliaga, Big data. Ecco perché le discipline umanistiche governeranno il digitale (L’Avvenire)

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“Un mondo ad altezza di algoritmi, pensiero computazionale e big data non potrebbe essere che un mondo a senso unico. Se ne avvede anche la prestigiosa rivista di management di una delle università faro del liberismo. A sottrarci a questa deriva sarebbero, secondo Oleajarz, filosofia, letteratura e poesia. Oggi in effetti non c’è azione o comportamento che non sia guidato da un algoritmo o tradotto in una serie di istruzioni meccanicisticamente risolvibili. In una realtà dove tutto è codificato, declinato in protocolli e interpretabile da algoritmi cosa resterebbe dell’uomo?” Continua a leggere:
https://www.avvenire.it/agora/pagine/algoritm-c69cd26cfb864b589e128b2611bc932f

Il linguaggio dell’odio. Nazione indiana

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Le parole di odio, lo abbiamo visto chiaramente, possono tradursi in atti di violenza omicida. Azioni che, acclamate e imitate, rischiano seriamente di innescare una spirale di violenza. Per noi è evidente che il nodo mediatico ha contribuito a produrre e legittimare lo scatenarsi delle pulsioni peggiori. Per questo chiediamo ai media di non prestare più il fianco alla propaganda d’odio, ma di compiere anzi uno sforzo nel contrastarla. Intere fette di società (per esempio i migranti e i figli di migranti) nella rappresentazione mediatica esistono pressoché solo come stereotipo o nei peggiori dei casi come bersaglio dell’odio, contraltare utile a chi fa di una propaganda scellerata il suo lavoro principale.
Sappiamo che nei media lavorano seri professionisti che come noi sono molto preoccupati per la piega degli eventi. Servono contenuti nuovi, modalità diverse, linguaggi aperti e trasparenti. Non possiamo permettere che nel 2018, ad 80 anni dalle leggi razziali, ritornino quelle parole (e quegli atti) della vergogna. Dobbiamo cambiare ora e dobbiamo farlo tutti insieme. Ne va della nostra convivenza e della nostra tenuta democratica.
Quello che chiediamo non è un superficiale politically correct. Chiediamo invece una presa in carico di un mondo nuovo, il nostro, che ha bisogno di conoscersi e non odiarsi.
Antonio Gramsci scriveva: Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri. Dipende da noi non lasciar nascere questi mostri. Dipende da noi evitare che torni lo spettro del fascismo nelle nostre vite. Per farlo però dobbiamo lavorare in sinergia e cambiare i mezzi di comunicazione. E dobbiamo farlo ora, prima che sia troppo tardi.

Leggi l’intero articolo

https://www.nazioneindiana.com/2018/02/05/ai-direttori-delle-reti-televisive-delle-testate-giornalistiche/

Galleria. La coiffure

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Sarebbe andata allo scontro, era ormai necessario. Ma non in uno di quei piccoli bar semideserti e con le luci al neon dove lui le dava appuntamento; questa volta lo avrebbe affrontato in discoteca, sotto gli occhi di tutti, anche di quelle shampiste coscione con le quali gli piaceva tanto tradirla. Lei sarebbe comparsa piuttosto sul tardi, avrebbe  agganciato uno di quei bestioni del suo entourage (a quell’ora erano tutti  strafatti) e gli sarebbe passata davanti al naso senza guardarlo, come una Cleopatra. Gli avrebbe soltanto sibilato: “Metamorfosi” – e subito via, appesa al braccio di quel manzo alto due metri, come colei che ha deciso di farselo in serata.

Visita le altre stanze della Galleria
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Sulla sponda serena del drammatico. Horowitz suona la Sonata in F major N° 23. Adagio di Haydn. 4′

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Vladimir Horowitz nel 1936, Carnegie Hall

https://www.youtube.com/watch?v=co1ILwL607o

 

 

Nunzio La Fauci, “Gettonato, la parola e le cose” (da Le parole e le cose)

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“Come quello di un primitivo robot dal movimento a scatti, il braccio prelevava il disco dalla teca. Lo sollevava, in genere ancora in posizione verticale. Lo deponeva finalmente in posizione orizzontale, sopra il piatto che frattanto aveva cominciato a ruotare. La traccia era così pronta a essere percorsa dalla testina, che un altro braccio meccanico aveva posto nella corretta linea di tangenza e aveva infine abbassato.”

27 gennaio. Giorno della memoria. Liliana Segre racconta. (Ma oggi si concede spazio anche al Macabro Osceno)

Incipit:
“Faccio parte del museo, ormai, del museo di Auschwitz, perché siamo molto pochi ormai, sono rimasti meno… meno delle dita di una mano, in Italia non siamo di più. Io avevo allora tredici anni e la mia colpa di essere nata ebrea aveva fatto sì che dopo le leggi razziali, espulsa dalla scuola e poi, praticamente radiata nell’indifferenza della società – io mi batto sempre molto contro l’indifferenza – dopo un tentativo di fuga in Svizzera, rimandati, respinti dagli svizzeri, io e mio papà siamo stati arrestati al confine con la Svizzera, dietro Varese, e a tredici anni sono entrata nel carcere femminile di Varese, poi in quello di Como, e poi nel carcere di San Vittore a Milano, carcere che io, abitando in quella stessa zona, avevo sempre visto da fuori, e mai avrei pensato che io, proprio io… proprio io… proprio io… sarei entrata dentro al carcere. Era un periodo sospeso, in cui si sapeva che saremmo stati deportati per ignota destinazione, ma ancora era impensabile credere all’attuazione  di un progetto come quello dello sterminio a cui non eravamo arrivati neanche noi, che eravamo già imprigionati, pronti a essere deportati, a capire la crudeltà, la ferocia del progetto fino in fondo.”

Purtroppo in questa giornata ai affacceranno anche i testimoni del Macabro Osceno. Ad Azzano Decimo, provincia di Pordenone, si esibiranno tre band musicali delle quali diamo qualche rapido cenno – non occorrono molte parole per illustrare la loro visione del mondo.

I finlandesi Goatmoon
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Inneggiano allo sterminio dei «subumani che vogliono controllare il mondo» e al «nuovo trionfante impero ariano». Tra i loro fans c’era Anders Breivik, il terrorista norvegese che provocò la morte di settantasette persone, a Oslo, nel 1979, autodefinitosi “il salvatore del cristianesimo” e “il più grande difensore della cultura conservatrice in Europa dal 1950”

I francesi Leibstandarte

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Originari di Lione, prendono il loro nome dalla Leibstandarte-Ss Adolf Hitler, la più importante divisione delle SS. In uno degli ultimi loro brani celebrano la gioventù hitleriana.
L’Italia è rappresentata dai

Via Dolorosa

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Da un’intervista col loro leader, pubblicata sul sito della band:
“Via Dolorosa è stata creata principalmente per due motivi: dar sfogo alla nostra rabbia, creando musica violenta e grezza come la tradizione (Black Metal, N.d.R.) del genere comanda, e propagandare i più puri ideali fascisti / nazionalsocialisti.”

“È innegabile che la violenza / voglia di sopraffare sia insita nell’animo umano, chi nega ciò è uno stolto! O per difesa o per fame o per conquista o per brama di ricchezze la guerra esisterà sempre… Parafrasando un noto personaggio, direi che la guerra è la sola igiene nel mondo… ed è proprio di una guerra di questo tipo che abbiamo estremo bisogno. Stiamo vivendo in un periodo di pace fasulla ma questa fase temporanea fortunatamente presto finirà…”

 

 

Massimo Raffaeli, Comunisti sulla luna (“Le parole e le cose”)

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“Chi oggi non è più un ragazzo può ricordare che negli anni Sessanta alle cagnette veniva imposto preferibilmente, specie nelle regioni rosse, il nome di Laika. Erano bastardine ubicate in casa di comunisti o, per meglio dire, di militanti filosovietici del Pci. La prima Laika non aveva un pedigree, pare fosse una randagia per le vie di Mosca, una bastardina e però molto sveglia, resistente, che qui a molti rammentava Flaik, il cane di Umberto D. nel film di Vittorio De Sica, che i nostri democristiani, e ovviamente filoamericani, avevano ritenuto un agente criptosovietico o un delatore sotto copertura della miseria italiana. Laika fu imbarcata nella capsula spaziale Sputnik 2 il 3 novembre del 1957 e fu il primo essere vivente ad orbitare nello spazio mentre il suo lancio festeggiava in maniera trionfale il quarantesimo anniversario dell’Ottobre rosso.”

Continua la lettura: http://www.leparoleelecose.it/?p=30596

Galleria. Il casco

 

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Fin dai suo primo sghembo gattonare, il padre aveva incominciato a chiamarlo campione, come nei film americani. “Come va, campione?”, “Il campione ne ha combinata un’altra delle sue!”; gli sembrava spiritoso e beneaugurante nei confronti di quel gamberetto che la fioca lanterna della sua immaginazione proiettava su piste imprecisate. La moglie taceva. Sembrava refrattaria a quelle euforie atletiche. “Non ha lo spirito sportivo”, masticava il padre, “perché l’ho sposata? Assomiglia ogni giorno di più a una tarma”; questo pensiero si rafforzava di sera, quando la ritrovava con una coperta grigia sulle spalle e lo sguardo fisso su una  lampadina da quaranta candele. Nemmeno gli occhi del figlio campione brillavano quando rientrava dagli allenamenti quotidiani. Aveva preso dalla madre e anche lui fissava le lampadine a quel modo. Per fortuna indossava sempre il casco, lo toglieva solo per entrare nel letto, e questo era motivo di consolazione per il padre, soprattutto quando andavano a trovare quegli stronzi dei parenti.

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