Cinque poesie di Durs Grünbein. Traduzione di Valentina Di Rosa (Le parole e le cose)

[Questi cinque testi sono tratti dalla raccolta Zündkerzen. Gedichte (Suhrkamp 2017). Si ringrazia la casa editrice per aver gentilmente concesso i diritti].

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Uno dei maggiori poeti tedeschi contemporanei.

Domenica, rintocco di campane – non ti vergogni
delle tante messe che hai marinato? Invece:
lettura del Maldoror, polipi alati nel cielo. (…)
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Sciocchezze d’autore. Flaubert, Dizionario delle idee correnti (1881). Dalla lettera A

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Académie Française
Denigrarla, ma tentare di farne parte se ci si riesce.

Achille
Aggiungere “piè veloce”, fa credere che si sia letto Omero.

Agricoltura
Una delle mammelle dello Stato. (Lo Stato è di genere maschile, ma non ha importanza). Bisognerebbe incoraggiarla. Mancano braccia.

Ambizione
Sempre preceduta da folle quando non è nobile.

Artisti
Tutti giullari. Sottolineare il loro disinteresse (antiquato).
Guadagnano somme folli ma le gettano dalla finestra. (antiquato)
Sono spesso invitati a cenare in villa. Una donna artista non può essere che una puttana.

Attrici.
La rovina dei figli di famiglia. Sono spaventosamente lascive, praticano le orge, divorano milioni, finiscono all’ospedale. Mi correggo: alcune sono brave madri di famiglia.

Come entrare dentro il libro (“L’arte di guardare l’arte”)

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“A guardarla da fuori si rimane impressionati. Perché niente di più appropriato sembra essere stato pensato per una biblioteca, se non il fatto di averla costruita a forma di libro. L’elegante parallelepipedo sta nel centro di Karabuk, parte settentrionale dell’Anatolia, quasi sul Mar Nero. ”
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Intervallo. Georges Brassens, Marinette

Marinette

Quando corsi a cantare la mia canzoncina a Marinette
la bella, la traditrice era andata all’opera.
Con la mia canzoncina avevo l’aria di un coglione, mamma mia,
con la mia canzoncina avevo l’aria di un coglione.
Quando corsi a portare il mio vaso di mostarda a Marinette
la bella, la traditrice aveva già finito di pranzare.
Col mio vasetto avevo l’aria di un coglione, mamma mia,
col mio vasetto avevo l’aria di un coglione.
Quando offrii in regalo una bicicletta a Marinette
la bella, la traditrice aveva comprato un’auto.
Con la mia biciclettina avevo l’aria di un coglione, mamma mia,
con la mia biciclettina avevo l’aria di un coglione.
Quando corsi emozionato all’appuntamento con Marinette
la bella diceva: “Ti adoro” a un tipo poco piacevole che l’abbracciava.
Col mio mazzo di fiori avevo l’aria di un coglione, mamma mia,
col mio mazzo di fiori avevo l’aria di un coglione.
Quando corsi a bruciare il cervellino di Marinette
la bella era già morta a causa di un brutto raffreddore.
Col la mia rivoltella avevo l’aria di un coglione, mamma mia,
con la mia rivoltella avevo l’aria di un coglione.
Quando corsi triste al funerale di Marinette
la bella, la traditrice era già resuscitata.
Con la mia coroncina avevo l’aria di un coglione, mamma mia,
con la mia coroncina avevo l’aria di un coglione.

Carlo Bordini, Difesa berlinese (Le parole e le cose)

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“Sono nato nel 1938, alla vigilia della seconda guerra mondiale e della catastrofe dell’Italia. Mio padre era un generale dell’aeronautica con simpatie e nostalgie fasciste. Mi ha terrorizzato e l’ho sempre odiato in silenzio. Per questa ragione ho sempre inconsciamente identificato con mio padre tutto ciò che sapesse anche lontanamente di autorità, e quindi anche tutte le istituzioni. Quando sono stato costretto ad adattarmi ad esse, l’ho fatto con una freddezza piena di disprezzo.”
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Quando Cocteau disse a Picasso: “A Roma c’è il papa, ma a Napoli c’è Dio” (L’arte di guardare l’arte)

Schermata 2018-10-02 alle 10.13.54“100 anni fa il viaggio di Picasso in Italia in compagnia di Jean Cocteau sullo sfondo della Grande Guerra. Le ritrosie del padre del cubismo a spostarsi da Roma a Napoli furono vinte da una lettera del grande artista francese.”

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“Caro Presidente”. Il videoappello per i diritti degli attori

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https://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/caro-presidente-il-videoappello-per-i-diritti-degli-attori/315752/316383

Un messaggio nella bottiglia. Forse troppo civile per avere qualche probabilità di essere ascoltato.

Galleria. La metro

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Tante volte aveva fantasticato su un addio così: lei che correva sconvolta nelle gallerie della metro, un treno che dopo qualche attimo gliela portava via per sempre e lui che sprofondava in un vuoto irreparabile. «Non è un vuoto, quello viene dopo, ma non sempre», gli aveva spiegato un amico esperto di addii, «sul momento è il morso di una belva invisibile che ti azzanna improvvisamente qui, fra lo stomaco e il cuore». Lui aveva provato a immaginare e subito si era ritratto, spaventato. Ma la curiosità per quella tragedia sentimentale a lui sconosciuta si era fatta col tempo sempre più forte; lo assaliva, specialmente, quando sua moglie parlava con qualcuno del loro matrimonio: «Pensa, in vent’anni mai un diverbio, una parola di troppo. Naturalmente abbiamo attraversato qualche momento difficile, ma lo abbiamo sempre affrontato serenamente e il rapporto ne è uscito rafforzato. E sai perché? Non abbiamo segreti uno per l’altro.»
Lui, invece, il suo segreto l’aveva: la nostalgia per quell’addio (con relativo morso doloroso) che non avrebbe mai conosciuto. Ogni tanto, la moglie notava un’ombra malinconica sul viso di lui, e subito gli andava accanto (perché era una donna molto vigile, come si può immaginare) per chiedergli dolcemente: «A cosa pensi?». «Alla metro», rispondeva lui. «Meno male», diceva lei «Avevo paura che pensassi a un’altra donna», e si metteva a ridere forte, perché era una donna allegra e positiva, oltre che vigile.

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Giorgio Fontana, Rapsodia sull’abbandono (“Doppiozero”)

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“Tanto l’innamoramento e l’amore sembrano codificati secondo narrazioni precise (dal flirt al matrimonio), quanto la fine di tali sentimenti ci appare ancora del tutto soverchiante. Il risultato: ci si lascia male. Ci si lascia, anzi, sempre più male: perché non avendo a disposizione che accordi rozzi o tecniche imprecise, e con un sovrappiù di precarietà e varietà di legami così tipico della nostra epoca, il risultato è un oceano di dolore e incomprensione. La risposta al riguardo è la consueta, l’equivalente di un’alzata di spalle: quantomeno, così c’è una rottura netta. Si soffre molto, ma alla lunga ci si fa meno male.”

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Una canzonetta sempreverde (1933). Rodolfo De Angelis, Una volta non c’era Mussolini

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https://www.youtube.com/watch?v=xa0FjNVEP8Q

Rodolfo De Angelis è stato un personaggio poliedrico e per certi aspetti sorprendente, Futurista (collaborò anche a qualche manifesto marinettiano), commediografo, ma soprattutto cantautore di impagabile leggerezza. La sua più famosa canzonetta fu Ma cos’è questa crisi,  che inizia con un irridente (ma nei confronti di chi?, viene da chiedersi) “Perepè perepè” rimasto nella storia della nostra musica leggera rappresentò una piccola/grande invenzione. Senza dubbio, De Angelis fu omogeneo al Fascismo, ma la sua ironia finiva una sorta di alone (involontario?) che poteva anche essere scambiato per parodia. Ne è un esempio questa Una volta non c’era Mussolini tanto elogiativa da diventare paradossale. O è un’illusione del nostro orecchio? La canzone mi ricorda un aneddoto su Petrolini che, insignito di non so più quale onorificenza dal Regime, se la appuntò al petto dichiarando solennemente, con la voce di Gastone: “Me ne fregio!”.
Ironie a parte, la canzonetta propone argomenti strettamente attuali, così come affiorano nei dibattiti fangosi da bar e da social.
Ecco il testo, che può aiutare la fruizione dell’audio d’epoca.

ANTIPARLAMENTARISMO. Una volta il Parlamento/ discuteva di sovente/ ma non concludeva niente! /Solamente era dovere/ del compagno battagliero,/ far cadere il Ministero
Una volta… non c’era Mussolini: /”La parola all’onorevole
(Voci dissonanti… Basta… Dimissioni… Farabutti… Mascalzoni… abbasso il Ministero… La seduta è sciolta” )
L’UOMO FORTE FA FUNZIONARE LO STATO. Oggi invece che abbiamo Mussolini:/ “Il decreto legge è approvato all’unanimità…
(Voci festanti: Viva il Duce… viva il Duce… )
CONTRO IL DISORDINE DEGLI SCIOPERI. Una volta scioperare/ era un modo di far festa/ con annessa la protesta./ Scioperavano il tranviere/, l’autista, il ferroviere/ e perfino il panettiere!/ Una volta… non c’era Mussolini: (Tromba che suona la carica della polizia. Rumori di folla) “Scioglietevi!…” )
Oggi invece… che abbiamo Mussolini:
(Tutto funziona. Rumori prodotti da tram, treni ecc.)
CRISI DELLE NASCITE (PER COLPA DELLE DONNE). Una volta molte donne/ agli amati maritini/ non donavano bambini!/ Rinunciavano al sorriso dell’infanzia, /che è la gioia per scansare qualche noia!/ Una volta… non c’era Mussolini:
(Solitario “uè, uè, uè”)
Oggi invece… che abbiamo Mussolini:
(Coro di molti “uè, uè, uè”)
L’ITALIA RISPETTATA ALL’ESTERO. Una volta nei consessi /dei padroni della terra/ si faceva il serra serra./ Per l’Italia mai un posto/ per trattar da pari a pari/ con gli amabili compari./ Una volta… non c’era Mussolini: (Voci di scherno)
Oggi invece… che abbiamo Mussolini:
(Voci di approvazione nei confronti dell’Italia)

I pulsanti progettati per non funzionare (Il Post)

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“Il mondo è pieno di pulsanti che non funzionano. Alcuni di questi non funzionano perché hanno smesso di funzionare e non sono mai stati riparati, e va bene così; altri invece non hanno mai funzionato e sono stati concepiti per tranquillizzare chi li usa illudendosi che serva a qualcosa. I pulsanti di questo tipo sono i pulsanti placebo: ce ne sono tra quelli che servono per chiudere prima gli ascensori, per far arrivare il verde quando un pedone deve attraversare la strada e, in modo un po’ diverso, nei termostati di certi uffici e certi alberghi. Sono un po’ come le superstizioni…”
Leggi il resto dell’articolo: https://www.ilpost.it/2018/09/05/pulsanti-placebo/

Galleria. Al bancone

non era cattivo Bertrand

Stavano prendendo tempo tutti e due. Lei cercava una risposta interlocutoria, lui aspettava un cenno, anche piccolo. Apparentemente non era un nodo tanto difficile da sciogliere. Un invito a cena. Formulato in modo discreto, si sarebbe potuto dire quasi elegante, anche se lui era un tipo semplice e niente affatto mondano, lo si vedeva dalla goffaggine con cui continuava a ordinare calici di vino che rimanevano sul bancone. Un invito a cena può voler dire tutto o niente, ma lei sapeva come vanno queste cose e non si fidava: non di lui, di se stessa. Che era rimasta senza lavoro, mentre lui aveva un avviato negozio di cordami ed era in cerca, appunto, di una commessa, una ragazza onesta, capace e desiderosa di far carriera. Diventare cassiera e un domani, perché no?, occuparsi dell’amministrazione.
Una volta era entrata in quel grande negozio tutto di legno; conteneva una miriade di corde d’ogni metraggio e spessore. Anche accanto alla vecchia insegna penzolava una grossa corda con un nodo che la faceva rabbrividire quando ci passava davanti perché assomigliava a un cappio. Ripensandoci, le parve un segno, forse indicava la fine obbligata di una storia che la spaventava e l’attraeva. Una fine necessariamente tragica perché si sa come va a finire quando ci sono troppe corde in giro. Ma il presente aveva una faccia così grigia! E poi non era detto che la testa nel cappio l’avrebbe infilata lei.

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Domenico Starnone, Cosa c’è dietro (Internazionale)

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“È sicuro che certe parole correnti della politica dicono davvero quello che sta succedendo? O le usiamo per spaventarci meno di quanto dovremmo? Cosa c’è, per esempio, dietro sovranismo? Un popolo con la barba bianca e la corona in testa? E dietro populismo?”

Leggi il resto dell’articolo: https://www.internazionale.it/opinione/domenico-starnone/2018/09/19/cosa-c-e-dietro

Lynda Dematteo, Marine + Matteo, l’abbraccio populista (Le parole e le cose)

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[Lynda Dematteo è antropologa presso il CNRS francese. Ha scritto il saggio L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord, pubblicato in Italia nel 2011 da Feltrinelli. Questo saggio è apparso sulla rivista francese «Vacarme»]

“Il leader della Lega è populista e fiero di esserlo. Senza complesso alcuno, si è imposto ridefinendo lo stile del partito. Sin dall’inizio ha preso posizione contro il nepotismo del clan Bossi, ciò gli ha permesso in seguito di imporsi alla testa della Lega, quando Maroni venne eletto presidente della Regione Lombardia. Onnipresente su Radio Padania, ha saputo riguadagnare la fiducia dei simpatizzanti, dopo le rivelazioni sul dirottamento dei fondi pubblici versati dallo Stato per le campagne elettorali e sui legami del proprio tesoriere con la mafia calabrese. Con il fine di occupare lo spazio lasciato vacante a destra, si è ispirato alla strategia francese della de-demonizzazione rappresentata da Marine Le Pen. La sua campagna del 2018 è stata segnata da un cambiamento estetico molto marcato: il verde è stato abbandonato a favore del blu della destra europea, al fine di legittimare il suo possibile ruolo governativo. Ha sostituito la felpa «Milano» per un completo blu scuro. Dal 2013, ha cercato di fare della Lega un partito nazionale contro il parere di Umberto Bossi e, come indicato dai manifesti della sua campagna elettorale, mira spudoratamente ad occupare il posto di Silvio Berlusconi: «Salvini Premier»[3]. Si fa chiamare «il Capitano» dai militanti, che nei meeting cantano «c’è solo un capitano»: è ridicolo, ma il mito dell’uomo forte funziona appieno in questi tempi di crisi.”

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