Marco Settimini, Il Petrarca allucinato, il Baudelaire padano. Sulla poesia di Antonio Delfini (Pangea)

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“Attenzione, sozzi professionisti fascisti dopo il delitto Matteotti e antifascisti dopo la morte di Mussolini, […] turpi spie del governo fascista (e di tutti i governi), vecchi sporcaccioni cornuti fino al midollo della vostra fronte sfrontata, attenzione, c’è sempre qualcosa (anzi c’è sempre tutto!) che il vostro cervello privo di immaginazione, con la vostra fantasia da elefanti, col vostro cuore ateo, con la vostra cultura inesistente e con quella vostra erudizione, che persino il genio di Manzoni non sarebbe riuscito a percepire, attenzione… c’è sempre qualcosa, per tutti, e anche per voi ci sarà… prima e dopo la morte! […] Voi […] non andrete né in Paradiso né in Purgatorio… qui, in questa terra brucerete, come si brucia all’inferno e poi, dopo, come avete fatto nella vita, non saprete nulla, non soffrirete, avrete un solo ricordo: quello di far schifo ai vivi.”
Parole di fuoco di Antonio Delfini, l’autore più incendiario della letteratura italofona del Novecento, le cui pagine si possono forse riassumere in un distico – “Vorrei tu mi armassi la mano / per incendiare il piano padano” …

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Andrea Cortellessa, Primo Levi, descrizione di una battaglia (Le parole e le cose)

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“In un incontro pubblico a Pesaro, nell’86, gli viene chiesto se non sia stanco di condurre quella battaglia senza respiro. Se non avverta il bisogno di una tregua. Ma Levi testardo risponde: «preferisco, entro i miei limiti, combattere: naturalmente non con il mitra, finché è possibile, non con il coltello, combattere con i mezzi democratici di cui siamo fortunatamente provvisti, combattere scrivendo, combattere discutendo.”

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Galleria. Il tè

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Lizzie era abituata a fare le cose bene, perciò aveva lavorato non poco per organizzare quel tè. Sapeva da sua madre che per la buona riuscita di un ricevimento era importante la scelta degli invitati che devono essere eterogenei ma compatibili. Il cane Spike e l’orso Teddy li aveva già in casa, quindi sarebbe stato scortese non invitarli; eterogenei lo erano senz’altro, e tutto sommato anche compatibili, a parte certe intemperanze di Spike che ogni tanto addentava Teddy scuotendolo dissennatamente col rischio di fargli uscire la segatura e  lanciandolo nell’aria come per risvegliarlo da quel suo torpore, senza capire che ciascuno ha il suo temperamento e che la flemma di Teddy faceva di lui un ottimo compagno di sonno. Per gli altri invitati, Lizzie aveva pensato a tre gatti che frequentavano il giardino e che erano senz’altro affiatati. Forse la mamma, che era un po’ moralista, avrebbe detto: fin troppo, visto che Andy e Asterix erano tutti e due mariti di Blondie, ma per fortuna la stagione degli amori era lontana.
Lizzie aspettava gli ospiti con una certa apprensione: era il suo primo tè (a parte quelli con le bambole); Spike e i gatti si conoscevano solo di vista e non si sapeva se avrebbero legato – basta niente per mandare all’aria un ricevimento: il padre e lo zio di Lizzie, per esempio, gridavano come pazzi quando la domenica parlavano di politica, tanto che la mamma doveva cacciarli tutti e due in giardino. Invece sotto questo aspetto gli invitati si erano comportati bene, nessuno screzio, nessuna parola di troppo. Anzi, nessuna parola in assoluto. Erano entrati e subito si erano disposti intorno al tavolo fissandola con una fastidiosa aria interrogativa – una cosa per niente educata. Lei aveva provato a fare conversazione, ma loro erano rimasti immobili, con quegli sguardi insistenti che ripetevano la stessa domanda: “Quando si mangia?”. Di Spike non si era stupita perché lo conosceva; quanto ai gatti, sperava che fossero gente più di mondo, ma nemmeno loro avevano capito che si trattava di una finzione. Solo Teddy era superiore, non gliene importava niente della pappatoria.
Lizzie era rimasta molto delusa da tanta grossolanità, poi si era consolata pensando che quella sera, sotto le coperte, lei e Teddy avrebbero avuto molto da dirsi su quei quattro zoticoni.

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Annamaria Testa. Modelli di ruolo: ci servono. Ma ci piacciono? E ci bastano? (Nuovo e Utile)

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“Avete mai sentito parlare di modelli di ruolo? E se vi chiedo di individuare un vostro modello di ruolo, presente o passato, qual è il primo che vi viene in mente? Un genitore o un adulto rilevante nella vostra infanzia? Un indimenticabile professore? O un personaggio pubblico che avete ammirato da adolescenti? Oppure un personaggio letterario o cinematografico, che fantasticavate di emulare? E quali sono, se ne avete, i modelli di ruolo a cui vi ispirate oggi?
Beh, se non ci avete mai pensato, prendetevi trenta secondi di tempo e fatelo adesso.”

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Mauro Piras, Un’identità di destra (Le parole e le cose)

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“È utile partire da una nozione di che cosa è “di sinistra”. Una nozione vaga, riferita al senso comune di questo momento, e non una teoria completa, che comprenda anche esperienze storiche molto diverse. Di solito si considera di sinistra una politica che tende a realizzare una eguaglianza inclusiva: che tenda cioè a trattare come eguali i cittadini e tutti quelli che sono coinvolti dalla politica di uno stato democratico. Una politica di questo genere cerca di riconoscere eguali diritti a tutti questi soggetti, eliminando discriminazioni di diritto e di fatto, rimuovendo ostacoli economici e sociali alla realizzazione dei diritti, creando pari opportunità economiche, sociali e culturali. Genera così una dinamica inclusiva, perché cerca di includere tra quanti godono realmente dei diritti (civili, politici e sociali) gruppi che, per vicende storiche, ne sono stati esclusi: i lavoratori, le donne, le minoranze religiose, etniche o di genere, i migranti ecc.”

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Galleria. La baracca degli attrezzi

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In un pomeriggio d’estate, Alice stava seduta sotto un’acacia. Guardava la baracca degli attrezzi e pensava che il giardino avrebbe meritato qualcosa di meglio – quelli delle amiche erano certamente più affascinanti; Amy si vantava molto della sua fontana a forma di sirena che zampillava dalla coda; quante storie avevano inventato su quella prosperosa ragazza-pesce che tendeva le mani verso chissà quale amorosa avventura!; e nel giardino di Jessica c’erano due grandi tartarughe di pietra sulle quali le bambine salivano cavalcioni per farsi trasportare nei regni più straordinari, sopra e sotto il mare, perché erano tartarughe magiche che sapevano nuotare e volare. Quel pomeriggio, la fatiscente baracca le sembrava una zavorra inerte e più indecifrabile del solito. «Credo di non avere abbastanza immaginazione», pensava Alice, «per inventare qualcosa di fantasioso su un rudere come questo.»
Poco più tardi, un coniglio bianco di un metro e settantacinque circa le dimostrò che si sbagliava.

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Carlo Bordini. Gli scrittori di destra (Le parole e le cose)

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“Pirandello fa parte di una famiglia, anzi è il solo italiano che abbia posto in questa famiglia europea. Molti grandi scrittori europei sono di destra proprio perché criticano e negano la società contemporanea e lo possono fare proprio perché sono di destra, e cioè non vedono nessuno spiraglio di speranza. Il loro radicalismo, questa luce accecante di consapevolezza che li circonda, la loro estrema lucidità, viene proprio da questa mancanza di speranza, da questo pessimismo totale, da questa estrema e definitiva condanna della società contemporanea (ossia della modernità, della società borghese con tutte le utopie socialiste ed egualitarie che essa genera),”

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A spasso con Mister Hyde. Le donne allo stadio

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“Se l’Io non riconosce l’Ombra e non intesse con essa legami di parziale accettazione e di parziale dominio, l’Ombra facilmente si autonomizza e finisce per instaurare un regime di anarchico disordine all’interno della personalità. Questa può anzi, per così dire, venir “assorbita” dall’Ombra resasi autonoma e vivere a livelli inferiori di esperienza di conoscenza e di reazione creativa, degradando in tal modo l’intera esistenza, con conseguenze che possono variamente collocarsi lungo la mappa che va dal tragicomico alla catastrofe decisamente tragica.”
(dalla prefazione di Mario Trevi a “Il dottor Jekyll e Mister Hyde”, di Robert Louis Stevenson)

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Massimo Gezzi, Qui non può trovarmi nessuno (Le parole e le cose)

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Milena Jesenká (1896-1944) fu la destinataria delle celebri lettere di Kafka, oltre che sua traduttrice e suo amore irrealizzato. La casa editrice Giometti & Antonello ha appena pubblicato “Qui non può trovarmi nessuno” una scelta dei suoi scritti – a cura di Dorothea Rein – e delle sue lettere a Max Brod, per la traduzione di Donatella Frediani. Pubblichiamo due scritti di Jesenská apparsi sul quotidiano «Národný Listy» nel 1921 e nel 1923].

https://mail.google.com/mail/u/0/#inbox/163b50e0a56fbccc

A spasso con Mister Hyde. Mors tua vita mea

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“Se l’Io non riconosce l’Ombra e non intesse con essa legami di parziale accettazione e di parziale dominio, l’Ombra facilmente si autonomizza e finisce per instaurare un regime di anarchico disordine all’interno della personalità. Questa può anzi, per così dire, venir “assorbita” dall’Ombra resasi autonoma e vivere a livelli inferiori di esperienza di conoscenza e di reazione creativa, degradando in tal modo l’intera esistenza, con conseguenze che possono variamente collocarsi lungo la mappa che va dal tragicomico alla catastrofe decisamente tragica.”
(dalla prefazione di Mario Trevi a “Il dottor Jekyll e Mister Hyde”, di Robert Louis Stevenson)

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Riscritture. Bence Hajdu, E poi non rimase nessuno

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Svuotare non significa necessariamente distruggere. Portar via qualcosa può anche essere un gesto di salvazione (sottrarre qualcosa a qualcuno per preservarlo). Il gesto dell’artista ungherese Bence Hajdu, che sottrae ai capolavori classici l’elemento umano, si presta a svariate interpretazioni – a me ne viene in mente una distopica: lo svuotamento di senso che si manifesta in tante circostanze coinvolge anche l’arte figurativa. Oppure: inorriditi (per molte ragioni), gli abitatori del bello se ne sono andati.
Altri interventi di Bence Hajdu, oltre a questa Annunciazione del Beato Angelico al link: 

https://www.collater.al/bence-hajdu-abandoned-paintings/

 

A spasso con Mister Hyde. L’impiccagione

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Se l’Io non riconosce l’Ombra e non intesse con essa legami di parziale accettazione e di parziale dominio, l’Ombra facilmente si autonomizza e finisce per instaurare un regime di anarchico disordine all’interno della personalità. Questa può anzi, per così dire, venir “assorbita” dall’Ombra resasi autonoma e vivere a livelli inferiori di esperienza di conoscenza e di reazione creativa, degradando in tal modo l’intera esistenza, con conseguenze che possono variamente collocarsi lungo la mappa che va dal tragicomico alla catastrofe decisamente tragica.
(dalla prefazione di Mario Trevi a “Il dottor Jekyll e Mister Hyde”, di Robert Louis Stevenson)

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Galleria. Le marionette

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Fino a quel punto, lo spettacolo era filato via abbastanza bene perché Pinocchio lo conoscono più o meno tutti, anche il pubblico della domenica pomeriggio che è popolare e proprio per questo bisogna prenderlo con le molle perché le anime semplici anelano al realismo e a nient’altro. Vagli a spiegare che con i finanziamento ministeriali di oggi non ti puoi permettere una ventina di personaggi come nel teatro degli anni Trenta, quando gli attori si scritturavano per un  pezzo di pane, e soprattutto non c’erano l’INPS, l’agibilità e così via. Per Geppetto e Mangiafuoco aveva risolto tagliando la barba di un vecchio mago e applicandola a un diavolone che faceva la sua figura; per la Bambina dai capelli turchini era stata riciclata una Cenerentola che aveva già interpretato tante altre squinzie, ma il Gatto e la Volpe non c’erano proprio: l’unica soluzione era stata quella di accorpare i due personaggi in una stupida alce avanzata dal Natale: l’aveva fatta parlare con due voci, una da imbonitore e una  melliflua, ma l’espediente drammaturgico non aveva funzionato e il pubblico era corso via inorridito.
Contemplando la platea vuota si chiese perché si ostinava a fare teatro e non si dedicava invece ai video che non creano problemi: basta schiacciare un pulsante e via.

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Galleria. Le marionette

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aaaf84b0a48b8d65fa5f585b33ad3adcFino a quel punto, lo spettacolo era filato via abbastanza bene perché Pinocchio lo conoscono più o meno tutti, anche il pubblico della domenica pomeriggio che è popolare e proprio per questo bisogna prenderlo con le molle perché le anime semplici anelano al realismo e a nient’altro. Vagli a spiegare che con i finanziamento ministeriali di oggi non ti puoi permettere una ventina di personaggi come nel teatro degli anni Trenta, quando gli attori si scritturavano per un  pezzo di pane, e soprattutto non c’erano l’INPS, l’agibilità e così via. Per Geppetto e Mangiafuoco aveva risolto tagliando la barba di un vecchio mago e applicandola a un diavolone che faceva la sua figura; per la Bambina dai capelli turchini era stata riciclata una Cenerentola che aveva già interpretato tante altre squinzie, ma il Gatto e la Volpe non c’erano proprio: l’unica soluzione era stata quella di accorpare i due personaggi…

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Massimo Zamboni, Estraneità (Doppiozero)


“Circola nel corpo del paese il presentimento sempre più profondo di uno slittamento: il passaggio dalla condizione del sentirsi cittadini – condizione mai regalata, ma conquistata – a quella del sentirsi progressivamente estraniati. Stranieri in patria. Non c’è bisogno di vocabolario per definire l’attuazione di questa sensazione nel nostro quotidiano, ora che il nostro essere esautorati dalla vita pubblica è pressoché completo.”

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