Pathos e ironia. Cechov, Un uomo di conoscenza (racconto)

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Cechov è un autore da maneggiare con cautela, soprattutto quando, come in questo racconto, lo scenario che allestisce è dichiaratamente patetico. Nella goffa disavventura della ragazza di vita che andò per spremere e fu spremuta ci sono almeno due spie che ci segnalano l’uso ironico della componente patetica: l’inizio e la fine del racconto.

Dimessa dall’ospedale, mi trovai in una condizione in cui prima non ero mai stata: senza asilo e senza un soldo. Come fare? Per prima cosa mi recai in una casa di pegno e v’impegnai l’anello con turchese: l’unico mio prezioso. Mi diedero un rublo, ma… che comprare con un rublo? Con questo denaro non compri né una corta camicetta alla moda, né un alto cappello, né delle babbucce color bronzo; e senza queste cose io mi sentivo come nuda. Se avessi incontrato un uomo di conoscenza mi sarei fatta dare del denaro… ma uomini di conoscenza non se ne incontravano. Non è difficile incontrarli la sera al Renaissance , ma al Renaissance non lasciano entrare in questa veste semplice e senza cappello.
Mi ricordai del dentista Finkel, un ebreo convertito, che tre mesi prima mi aveva regalato un braccialetto e a cui una volta, a cena al circolo tedesco, avevo versato in testa un bicchiere di birra. Andando da lui pensavo: «Se non mi darà qualcosa gli fracasserò tutte le lampade».
Ma quando fui davanti al campanello, cominciai ad aver paura e ad agitarmi, cosa che non mi era mai successa. E suonai irresoluta. La cameriera mi accompagnò nel gabinetto del dottore e mi fece accomodare in sala lussuosa, magnifica. Mi balzò agli occhi un grande specchio, in cui mi vidi: una cenciosa senza l’alto cappello, senza camicetta alla moda e senza babbucce coloro bronzo.
Di lì a cinque minuti si aprì un uscio, ed entrò Finkel, alto, bruno, dalle guance grasse e gli occhi a fior di testa. Al Renaissance e al Circolo Tedesco di solito era brillo, spendeva molto per le donne e sopportava paziente i loro scherzi – per esempio, quando gli avevo versato in testa la birra, aveva soltanto sorriso e minacciato col dito – ora invece aveva un’aria cupa, assonnata, e appariva grave, freddo, come un superiore.
Che cosa desiderate?»
«I denti… mi fanno male.»
«A-ah… quali denti? Dove?»
Mi ricordai che avevo un dente cariato e glielo indicai: «Questo… Sotto a destra».
«Uhm! Aprite la bocca… Fa male?»
«Fa male…», mentii.
«Non vi consiglio di piombarlo… Sarebbe inutile».
Mi cacciò in bocca qualcosa di freddo… avvertii un dolore tremendo, mandai un grido e afferrai la mano di Finkel.
«Non è nulla, non è nulla… Su, un po’ di coraggio.»
Con le dita insanguinate mi accostò agli occhi il dente strappato, mentre la cameriera mi avvicinava alla bocca una tazza.
«A casa sciacquate la bocca con acqua fredda… e il sangue si fermerà.»
Finkel stava solo aspettando che me ne andassi. «Addio», gli dissi voltandomi verso l’uscio.
«Uhm!… E chi mi pagherà il lavoro?»
Arrossendo porsi a Finkel il rublo che mi avevano dato per l’anello.
Uscita sulla via, sentii ancor maggiore vergogna di prima, ma ora non mi vergognavo più della povertà. Non mi accorgevo più di non avere l’alto cappello e la camicetta alla moda. Camminavo per la via, sputavo sangue, e ciascuno di quegli sputi rossi mi parlava della mia vita, vita brutta, penosa, delle offese che avevo patito e ancora avrei patito domani, tra una settimana, tra un anno; tutta la vita, fin proprio alla morte.
Per fortuna il giorno dopo ero già al Renaissance a ballare. Portavo un enorme cappello rosso nuovo, una camicetta nuova alla moda e babbucce color bronzo. E mi offriva la cena un giovane mercante, venuto da Kazàn.

Anton Cechov, Un uomo di conoscenza, “Racconti”, Rizzoli, Traduzione A. Polledro

 

Un curioso interesse rétro

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Penso che i lettori di questo blog non siano molto interessanti alla sua dinamica, ma il fenomeno è divertente e lo segnalo ugualmente. Fino a qualche tempo fa, l’interesse maggiore era riservato al post di giornata che, com’è naturale, otteneva il più alto numero di contatti – via via, seguivano quelli degli ultimi giorni in numero decrescente. Da qualche tempo, quale che sia l’argomento, il post del giorno è meno frequentato in favore di articoli retrodatati, addirittura risalenti a qualche anno fa; quanto al post del giorno, verrà recuperato e letto fra qualche mese dopo un adeguato invecchiamento, come i vini e i formaggi; insomma, si scrive per un oggi che, prima di essere letto, deve diventare uno ieri, quando saranno passati molti domani.
In pratica, sembra che i lettori dicano: tu pubblichi, ma siamo noi a decidere cosa leggere e quando leggerlo. Forse, dopo svariate centinaia di post, Radiospazio è diventato un arcipelago labirintico nel quale non esistono rotte più logiche delle altre, come potrebbe essere quella, banalissima, della successione temporale. Potrebbe essere il primo passo di una metamorfosi che trasforma  il blog in un organismo con regole tutte sue. Un giorno potrebbe arrivare a riprodursi  da sé.

Galleria. Una tata

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Le referenze erano molto buone: una donna sola, che non aveva voluto metter su famiglia per motivi suoi – peccato, perché sarebbe stata un’ottima madre, con i bambini ci sapeva proprio fare: in presenza degli adulti era riservata, taciturna, un po’ lontana, come immersa in un suo mondo arcano, ma quando era coi piccoli si trasformava e inventava giochi entusiasmanti. Per non parlare della fantasia: le storie che raccontava trasportavano il piccolo uditorio in regni straordinari; per renderle più realistiche, allestiva dei veri e propri spettacolini con scene e costumi. La sera, i bambini raccontavano ancora eccitati i fantastici viaggi del pomeriggio: nel paese dei liocorni, delle scimmie di mare, degli uomini senza testa, degli impiccati canterini…
«Gli impiccati canterini non saranno un po’ troppo?», chiedeva qualche padre staccandosi per un attimo dal televisore, ma la moglie gli dava sulla voce: la fantasia non era mai troppa, a meno che non si volesse diventare come lui: aridi tartufi inutilmente conservati sotto vuoto.
La bella stagione coincise con quella dei pic nic dalla mattina alla sera – sempre in costume: da pirati, da astronauti, da puffi, secondo l’argomento che tutti insieme, tata e bambini, democraticamente sceglievano. Dopo la chiusura delle scuole, per i genitori era un sollievo poter respirare fino all’ora di cena. Una mattina, la tata avvertì che per quella volta non era necessario preparare i panini: là dove andavano loro, non servivano.

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Agota Kristof, Chiodi, 3 poesie (Le parole e le cose)

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Sono tornati i monti della primavera ma ormai
non assomigliano più a nulla in fondo
al lago non c’è altro che melma

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In ricordo di Ermanno Olmi. Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggiere. 4′

https://www.youtube.com/watch?v=k8FYI-RHX4s

Il più proverbiale dei dialoghi leopardiani in una riscrittura minimale e in piena  sintonia col mondo dei piccoli e dei semplici raccontato da Olmi.

Matteo Marchesini. Antoine Compagnon, Gli antimoderni (Doppiozero)

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“La modernità è quel posto da cui non si può tornare indietro. Accelera i cambiamenti, divora i suoi figli che un attimo prima erano all’avanguardia, scioglie le caste e scompiglia i ceti, rende obsolete le filosofie sistematiche e dissolve i generi classicisti. Non ci si bagna due volte nel suo fiume.  Appena si è morsa la mela dello sviluppo, delle rivoluzioni e dello storicismo, ogni restaurazione che provi a mettere il tempo tra parentesi appare culturalmente kitsch e socialmente grottesca, anche e magari soprattutto quando s’impone con mezzi criminali. La modernità è puro artificio, e suscita il desiderio struggente di un altrove naturale. Ma tentare di raggiungerlo è inutile, perché ormai anche la natura coincide con questo artificio, e tutte le sue immagini edeniche scadono subito nel quadro pompier. L’innocenza, l’infanzia e il buon selvaggio sono il paradiso perduto dell’uomo otto-novecentesco proprio perché quest’uomo è caduto nell’èra irreversibilmente adulta e corrotta dei cronometri, e viene straziato a ogni passo da nostalgie e rimorsi. Così qualunque rivolta credibile contro il mostro moderno non può che ammettere di esserne complice, accettarne il contagio e mediarlo in sé, tentare di mitridatizzarsi.”

 

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Galleria. Bellissimi

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Probabilmente erano tutti e due bellissimi, e doveva esserlo anche la loro storia, perché se lo ripetevano spesso:
– Ti rendi conto di questa cosa che ci sta accadendo?
– Sì.
– Non è che capita a tutti, sai?
– Lo so. A me non era mai successo niente di simile.
– Nemmeno a me.
Alle loro certezze, tuttavia, faceva da contrappeso una domanda di un certo rilievo: dove si trovavano? Per quanto potevano presumere, esisteva il resto della stanza, sulla cui parete doveva esserci verosimilmente una finestra, ma su quale panorama si aprisse non era dato sapere. Forse 
su un promontorio frequentato da scure imbarcazioni notturne; oppure su un orrido pittoresco, o su una collinetta punteggiata di capre tibetane e famiglie felici. Per i primi tempi, quell’indeterminatezza era stata eccitante, poi aveva generato momentanei smarrimenti e piccoli silenzi che si sarebbero dilatati nel tempo.
Probabilmente erano tutti e due bellissimi, ma non ne ebbero mai la la conferma perché l’inquadratura non si allargò mai abbastanza da mostrarli a figura intera.

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Rossella Menna, Per farci coraggio (Doppiozero)

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“Il sessantotto non è nell’album di famiglia. Come non lo è il settantasette. I miei genitori erano troppo giovani e comunque lontani anni luce dagli ambienti universitari, e i miei nonni troppo vecchi, poco istruiti e politicamente disimpegnati: né monarchici né comunisti, più che altro cattolici di classe medio-bassa. Per un contadino in pensione e un piccolo artigiano di una provincia rurale, povera ma serena, le fabbriche, gli operai, gli studenti, le contestazioni e la coscienza di classe erano un fatto abbastanza lontano ed esotico. Il disastro si è consumato all’improvviso, e velocemente. In quella manciata di anni tra il pensionamento dei nonni e l’età adulta dei miei genitori, subito dopo il terremoto dell’ottanta, nella mia famiglia e in quelle dei miei compagni di scuola, hanno fatto irruzione le fabbriche del piano di industrializzazione post-sisma, Umberto Smaila, Berlusconi, e la pubblicità, l’inquinamento, la massificazione, e senza passare dalle utopie sessantottine, dal maestro Manzi e da Tribuna politica.”

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Il video della domenica. KAREN LIN, PERFECTION. 6′

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La ricerca della perfezione può essere un additivo molto efficace, o addirittura lo scopo di una vita. Fino a quando regge.
Molto apprezzabile il bianco e nero (morigerato, senza snobismi), così come il montaggio e la rappresentazione simbolica, solo apparentemente banale, dello scorrere del tempo.

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Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante (Le parole e le cose)

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“Questo studio non propone ricette stilistiche, non scommette su qualche poetica in particolare, non difende nessuna qualità letteraria genericamente intesa. Anzi, molti dei libri di cui ci occuperemo saranno mediocri o brutti: talvolta senza farlo apposta, talvolta dichiaratamente e quasi per partito preso. Sentiamo il dovere di tener conto della mediocrità e della bruttezza non solo perché costituiscono una parte molto consistente, anzi largamente maggioritaria, di ogni panorama letterario; ma anche perché proprio la letteratura triviale o d’intrattenimento sembra poter dire, oggi, qualcosa di specifico su quel che ci siamo abituati a chiedere all’arte e alla cultura.”
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Galleria. Notturnino

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All’inizio ne aveva sorriso, poi, quando era diventata un’abitudine, la cosa aveva incominciato a infastidirla. Già il suo lavoro, H 24, non era dei più vari: l’unico diversivo era guardare il passeggio oppure, nei giorni fortunati, una di quelle  manifestazioni con i cassonetti bruciati e le cariche della polizia, ma il più delle volte i gestori sprangavano tutto prima che iniziasse la festa, così lei poteva seguire soltanto l’audio della kermesse da dietro la serranda.
Lui era di una puntualità esasperante: subito dopo le 23, arrivava col suo passo strascicato, si piazzava a mezzo metro di fronte e sprofondava in una contemplazione catalettica: innocente, e proprio per questo stucchevole. Francamente erano più interessanti i maniaci, anche se non brillavano per fantasia. E dire che i primi tempi si era fatta un po’ prendere da quello che lei chiamava “il gioco del miracolo”. Prima di sottoporsi alla plastificazione, aveva studiato, e fra i ricordi di scuola c’era un libretto di Anatole France che le aveva fatto leggere la professoressa di francese, Le jongleur de Notre Dame, un racconto edificante nel quale un povero artista da strada offriva alla Vergine i suoi modesti lazzi, rampognato dai frati bigotti. Questo ricordo, che la riportava alla sua vita di prima, suscitava in lei un furore sordo e impotente, nonché una profonda avversione per i derelitti dagli occhi troppo espressivi; erano gli ultimi, fastidiosi residui dell’umana che era stata, ma le avevano garantito che col tempo sarebbero stati riassorbiti anch’essi dalla plastica.

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Margot Galante Garrone, PIETÀ L’È MORTA (canzone partigiana di Nuto Revelli)

Lassù sulle montagne bandiera nera:
è morto un partigiano nel far la guerra
è morto un partigiano nel far la guerra
un altro italiano va sotto terra.

Laggiù sotto terra trova un alpino,
caduto nella Russia con il Cervino.
Ma prima di morire ha ancor pregato:
che Dio maledica quell’alleato!

Che Dio maledica chi ci ha tradito
lasciandoci sul Don e poi è fuggito.

Tedeschi traditori, l’alpino è morto
ma un altro combattente oggi è risorto.
Combatte il partigiano la sua battaglia:
Tedeschi e fascisti, fuori d’Italia!
Tedeschi e fascisti, fuori d’Italia!

Gridiamo a tutta forza: Pietà l’è morta!
Gridiamo a tutta forza: Pietà l’è morta!

Daniele Lo Vetere, Una società civilissima e balcanizzata. Sul politicamente corretto a partire da un libro recente (Le parole e le cose)

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Il p. c. (politicamente corretto) è «una forma di comunicazione e di categorizzazione»:[ii] è un regime linguistico e sociale relativamente indipendente dall’orientamento politico, che è solitamente di sinistra in Europa e liberal negli Usa; possono infatti adottare uno stile comunicativo p. c. anche i conservatori. Il p. c. è infatti una forma o una struttura, non un contenuto ideologico. Friedman ne identifica i tratti essenziali: 1) è connesso al narcisismo (ma inteso in senso antropologico e strutturale, più che psicologico), a una «cultura della vergogna», a una generale condizione di crisi d’identità individuale e collettiva; 2) è connesso a un uso del linguaggio «associativo e classificatorio»; 3) ha una natura intrinsecamente paradossale, perché proietta sul “nemico” la stessa logica che pretende di combattere.

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