Galleria. Lo stress del mattino

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«La vita è già così complicata», pensava Elisabetta, «che è proprio da stupidi guastarsi l’umore con certe piccolezze.» Anche quella mattina, poco prima di uscire, si ripeteva la solita tragedia: Teddy pretendeva di andarsene fuori così com’era nonostante il rigore invernale. Era incominciato un estenuante patteggiamento: del cappottino nemmeno parlarne perché secondo lui faceva vecchio bacucco, così Elisabetta aveva ripiegato su un giubbotto, ma Teddy l’aveva liquidato subito in quanto troppo tamarro; l’unico indumento che sembrava disposto a indossare era il coordinato di cotone con la maglietta e righe e i pantaloncini blu. Elisabetta aveva gridato: «Ma sei scemo? È il 18 gennaio!», ed erano partite due sculacciate. Poi gli inevitabili sensi di colpa e il tentativo di un compromesso: «Passi per il coordinato – è una follia, speriamo che non mi arrestino – ma se vuoi uscire devi metterti anche il cappuccio di pelo.» Come tutta risposta, Teddy si era denudato sostenendo che i due capi non erano compatibili. Ed eccoli lì, in entrata, impegnati in un deprimente braccio di ferro. Il temperamento autocritico di Elisabetta la portava a dirsi che in fondo la colpa era sua: una volta aveva letto su una rivista che è un errore molto diffuso diventare amici dei propri figli. Una madre deve fare la madre e basta.

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La Lega in palcoscenico

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https://ilnuovolevante.it/attualita/aida-al-carlo-felice-un-migrante-africano-ospitato-a-recco-interpreta-un-africano-e-la-lega-si-lamenta/

“Quando è troppo, è troppo!”, si deve essere detto il consigliere regionale della Lega Franco Senarega. “Non basta che questi migranti ci sottraggano la raccolta dei pomodori, adesso vengono a occupare anche i nostri palcoscenici, sia pure come comparse!”. Il caso è scoppiato intorno a Frank Amoah, originario del Gambia, scritturato dal Teatro Carlo Felice di Genova come guerriero per la messa in scena dell’Aida, insieme ad altri quattordici africani. Fanno quindici posti di lavoro sottratti agli italiani. Il consigliere Franco Senarega, prima di impugnare la bandiera con su scritto “A chi l’opera lirica? A noi!” (e in nota: gli italiani), ha sfogliato Leggere lo spettacolo, di Anne Ubersfeld (è uno dei suoi testi più essenziali, ma non c’era tempo da perdere) ricavandone un ammaestramento utile e anche di pronto uso politico: il teatro è finzione. Di qui, la proposta del consigliere neoregista: prendere quindici robusti giovanotti bianchi e dipingerli adeguatamente. L’idea non è originale,  ma segna l’ingresso della Lega nel vivo della creazione artistica teatrale, quindi è in qualche modo storica. Purtroppo, come accade a molti teorici, anche il Senarega cade sul terreno produttivo; agli attuali prezzi di mercato, una confezione di make up marrone da 20 milligrammi costa 4, 50 euro. Ora, dipende da quanto intensamente si vogliano colorare i quindici ragazzi bianchi, ma almeno un paio di scatolette di “Aqua make up” a testa bisogna metterle in conto solo per il viso. E poi ci sono quindici toraci (presumibilmente importanti, visto che si tratta di guerrieri) da pennellare, per non parlare delle gambe. Insomma, rispetto agli africani autentici, ci sarebbe un sovrapprezzo di un migliaio di euro, a dir poco. Ci sarebbe un’altra soluzione a costo zero, alla quale il Senarega non ha pensato, per africanizzare le comparse bianche: si potrebbero ripescare nel magazzino costumi della rai, della quale la Lega conosce i meandri, le calzamaglie che indossavano le soubrette (Kessler comprese) ai tempi di Bernabei; basterebbe immergerle nel tè per qualche ora e si otterrebbe un perfetto colore egizio. La calzamaglia agli italiani.

Nube di parole, ridefinire la pratica culturale con la co-scrittura (Minima et Moralia)

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“Il grande linguista danese Louis Hjemlsev diceva che il compito del linguaggio era quello di proiettare una rete di relazioni e di correlazioni sulla nuvola amorfa del pensiero. Ma che cosa succede quando le parole stesse assomigliano pericolosamente a quella stessa nube senza forma che dovrebbero aiutare a precisare e articolare?”

Leggi il resto dell’articolo;
http://www.minimaetmoralia.it/wp/nube-parole-scrittura-collettiva/

L’affare Halloween

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Dalle “Locande delle streghe” all’agenzia di viaggi Halloween, alla pasticceria “Dolcetto o scherzetto”: sono oltre 150 in Italia le imprese che si ispirano in vari modi alla festa di Halloween. I settori interessati, tra bar, ristoranti, locali, parchi divertimento, organizzatori di feste, commercio di giocattoli sono però 330 mila con un giro d’affari annuale di circa 29 miliardi di euro.
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https://www.ildenaro.it/halloween-affari-29-mld-euro-interessate-oltre-300-mila-imprese-16-mila-napoli/

 

Intervista impossibile a Umberto Eco. Sessant’anni di televisione (e di società) (Doppiozero)

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“Mi scusi, professor Eco: vorrei proporle un’intervista; ho visto che è uscita una grossa raccolta di suoi scritti sulla televisione, ci sono dentro cose molto belle; e, poi, è uno spaccato di storia italiana e non solo italiana…
Mio Dio, non bastavano le centinaia di interviste che ho rilasciato in vita, adesso anche le interviste impossibili… che fra l’altro, ho inventato io, con Manganelli, Arbasino e gli altri… Ci divertivamo moltissimo. E adesso mi vuole sottoporre a una specie di contrappasso!”

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https://www.doppiozero.com/materiali/intervista-impossibile-umberto-eco

La scomparsa di Keiichiro Kimura, il creatore de L’Uomo Tigre (da Artribune)

 

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“Kimura ha realizzato 3 serie per un totale di 105 puntate, in cui viene raccontata la storia di Naoto Date, un bambino cresciuto in un orfanotrofio dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Un giorno, visitando uno zoo, Naoto si imbatte in una gabbia di felini, e in questo momento capisce di voler diventare forte come una tigre per combattere le ingiustizie del mondo. Scappa dall’orfanotrofio ed entra a fare parte della Tana delle Tigri…”

leggi il resto dell’articolo:
https://www.artribune.com/dal-mondo/2018/10/morto-tokyo-disegnatore-keiichiro-kimura-uomo-tigre/

Poeti morti di vecchiaia, racconto di Gian Marco Griffi (Argo)

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Ci sono solo due categorie di poeti, quelli morti suicidi e quelli no.
Solo i morti suicidi potevano essere considerati poeti, ha detto, quelli non morti suicidi “hanno solo scritto poesie”.
Gli ho chiesto in quale categoria rientrasse lui, e mi ha risposto che rientrava nella categoria di quelli che sono in attesa di entrare a far parte di una delle due categorie.
I poeti viventi, ha detto, non sono poeti propriamente detti, scrivono poesie in attesa che la Storia della Poesia possa incasellarli in una delle due categorie.
(…)
Naturalmente, ha detto, tra quelli che non sono morti suicidi esistono numerose sottocategorie, come peraltro tra quelli che sono morti suicidi.

Leggi il racconto:
http://www.argonline.it/poeti-morti-di-vecchiaia-racconto-di-gian-marco-griffi/

 

Cinque poesie di Durs Grünbein. Traduzione di Valentina Di Rosa (Le parole e le cose)

[Questi cinque testi sono tratti dalla raccolta Zündkerzen. Gedichte (Suhrkamp 2017). Si ringrazia la casa editrice per aver gentilmente concesso i diritti].

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Uno dei maggiori poeti tedeschi contemporanei.

Domenica, rintocco di campane – non ti vergogni
delle tante messe che hai marinato? Invece:
lettura del Maldoror, polipi alati nel cielo. (…)
leggi il resto:
https://mail.google.com/mail/u/0/#inbox/FMfcgxvzLDxjHRVpbdBWVdpShBwPSRZB

Sciocchezze d’autore. Flaubert, Dizionario delle idee correnti (1881). Dalla lettera A

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Académie Française
Denigrarla, ma tentare di farne parte se ci si riesce.

Achille
Aggiungere “piè veloce”, fa credere che si sia letto Omero.

Agricoltura
Una delle mammelle dello Stato. (Lo Stato è di genere maschile, ma non ha importanza). Bisognerebbe incoraggiarla. Mancano braccia.

Ambizione
Sempre preceduta da folle quando non è nobile.

Artisti
Tutti giullari. Sottolineare il loro disinteresse (antiquato).
Guadagnano somme folli ma le gettano dalla finestra. (antiquato)
Sono spesso invitati a cenare in villa. Una donna artista non può essere che una puttana.

Attrici.
La rovina dei figli di famiglia. Sono spaventosamente lascive, praticano le orge, divorano milioni, finiscono all’ospedale. Mi correggo: alcune sono brave madri di famiglia.

Come entrare dentro il libro (“L’arte di guardare l’arte”)

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“A guardarla da fuori si rimane impressionati. Perché niente di più appropriato sembra essere stato pensato per una biblioteca, se non il fatto di averla costruita a forma di libro. L’elegante parallelepipedo sta nel centro di Karabuk, parte settentrionale dell’Anatolia, quasi sul Mar Nero. ”
Leggi il resto dell’articolo: http://lartediguardarelarte.altervista.org/turchia-la-biblioteca-con-le-colonne-a-forma-di-dorso-di-libro/

Intervallo. Georges Brassens, Marinette

Marinette

Quando corsi a cantare la mia canzoncina a Marinette
la bella, la traditrice era andata all’opera.
Con la mia canzoncina avevo l’aria di un coglione, mamma mia,
con la mia canzoncina avevo l’aria di un coglione.
Quando corsi a portare il mio vaso di mostarda a Marinette
la bella, la traditrice aveva già finito di pranzare.
Col mio vasetto avevo l’aria di un coglione, mamma mia,
col mio vasetto avevo l’aria di un coglione.
Quando offrii in regalo una bicicletta a Marinette
la bella, la traditrice aveva comprato un’auto.
Con la mia biciclettina avevo l’aria di un coglione, mamma mia,
con la mia biciclettina avevo l’aria di un coglione.
Quando corsi emozionato all’appuntamento con Marinette
la bella diceva: “Ti adoro” a un tipo poco piacevole che l’abbracciava.
Col mio mazzo di fiori avevo l’aria di un coglione, mamma mia,
col mio mazzo di fiori avevo l’aria di un coglione.
Quando corsi a bruciare il cervellino di Marinette
la bella era già morta a causa di un brutto raffreddore.
Col la mia rivoltella avevo l’aria di un coglione, mamma mia,
con la mia rivoltella avevo l’aria di un coglione.
Quando corsi triste al funerale di Marinette
la bella, la traditrice era già resuscitata.
Con la mia coroncina avevo l’aria di un coglione, mamma mia,
con la mia coroncina avevo l’aria di un coglione.

Carlo Bordini, Difesa berlinese (Le parole e le cose)

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“Sono nato nel 1938, alla vigilia della seconda guerra mondiale e della catastrofe dell’Italia. Mio padre era un generale dell’aeronautica con simpatie e nostalgie fasciste. Mi ha terrorizzato e l’ho sempre odiato in silenzio. Per questa ragione ho sempre inconsciamente identificato con mio padre tutto ciò che sapesse anche lontanamente di autorità, e quindi anche tutte le istituzioni. Quando sono stato costretto ad adattarmi ad esse, l’ho fatto con una freddezza piena di disprezzo.”
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Quando Cocteau disse a Picasso: “A Roma c’è il papa, ma a Napoli c’è Dio” (L’arte di guardare l’arte)

Schermata 2018-10-02 alle 10.13.54“100 anni fa il viaggio di Picasso in Italia in compagnia di Jean Cocteau sullo sfondo della Grande Guerra. Le ritrosie del padre del cubismo a spostarsi da Roma a Napoli furono vinte da una lettera del grande artista francese.”

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