Avevano vinto, era incontrovertibile, lo attestavano tutti quei numeri incolonnati, in neretto. Ma erano troppi e troppo difficili da interpretare, così, per sicurezza, avevano telefonato al Centro Raccolta Dati. La voce della Direttrice non era affatto cordiale, forse perché avevano già chiamato cinque volte – si era lasciata scappare anche un “Cristo!…” quando aveva sentito che erano ancora loro. Uno dei tre disse: «Non sembrava contenta.» Un altro disse: «Dev’essere una stronza.» Calò un certo silenzio, finché il terzo disse: – Dal momento che abbiamo vinto, come dicono tutti, forse dovremmo andare a bere un bicchiere.» – E perché? – Ho sentito dire che si usa così. Come la Direttrice del Centro Raccolta Dati, nemmeno il barista sembrava contento, forse perché il locale era vuoto. Chiesero tre drink. Il barista servì loro un liquido dal colore indefinibile. – Non è che sa di molto, questa roba. – Ci sono troppi baristi disonesti a piede libero, bisognerebbe farli arrestare. Uscirono e salirono al quinto piano del Palazzo fino a quella che era chiamata la Saletta Direttoria. Notarono che era priva di sedie e di attaccapanni. Dovettero esultare in piedi.
“Lucio Basik Bolognesi, attivo fin dagli inizi degli Anni Novanta come writer, ha sviluppato, nel corso del tempo, il suo stile, passando gradualmente dalla vernice spray a una gamma più ampia di mezzi, mescolando elementi del suo background con l’arte medievale e del Rinascimento, ispirandosi anche a movimenti d’avanguardia nell’arte moderna e contemporanea.”Leggi il resto dell’articolo: https://www.artribune.com/arti-visive/street-urban-art/2019/05/intervista-basik/
Nanni Balestrini è stato il più grande inventore del Novecento letterario. E ha continuato a inventare anche negli anni Duemila, sperimentando col linguaggio, anzi coi linguaggi: il vero oggetto di tutta la sua ricerca verbovisiva e della sua continua ridefinizione del campo poetico (sin da Linguaggio e opposizione, il suo primo testo di poetica, del ’60, pubblicato in calce ai Novissimi). Scoprendo, anticipando, contaminando esperienze, arti, territori, orizzonti fisici e virtuali, ostile solo all’aspetto convenzionale, sclerotizzato, comunicativo dell’arte.
E’ difficile ricordare Nanni Balestrini citandone una sola opera. Abbiamo scelto una delle ballate della Signorina Richmond (1977). nella quale riaffiora la scrittura delle prime raccolte di versi (“Il sasso appeso”, ad esempio), caratterizzate non soltanto dallo sperimentalismo linguistico ma anche da una elegante, impassibile ironia. Militante, si diceva, ma non solo in senso strettamente politico: chi lo ha conosciuto può testimoniare la sua attenzione (appunto militante e persino umile – lui poeta precocemente “laureato” con l’antologia dei Novissimi) per la letteratura giovanile degli anni Sessanta.
La signorina Richmond affronta un altro tema brechtiano con parecchi cattivi esempi
Quel giorno al signorina Richmond
andò da Rosa e le disse
io voglio partecipare alla lotta
delle classi ammaestrami
Rosa le disse siediti
la signorina Richmond si sedette
e chiese come devo combattere?
chiunque sta dalla parte del popolo
rivoluzionario è un rivoluzionario
chiunque sta dalla parte dell’imperia
lismo e del capitalismo buro
cratico è un controrivoluzionario
Rosa rise e le disse
stai seduta bene? non so disse
la signorina Richmond stupita
in che altro modo dovrei sedermi?
Rosa glielo spiegò ma
disse la signorina Richmond impaziente
io non sono mica venuta qui
per imparare a stare seduta
chiunque sta dalla parte del popolo
rivoluzionario solo a parole
ma agisce diversamente
è un rivoluzionario a parole
lo so tu vuoi imparare a combattere
disse Rosa pazientemente
ma per fare questo tu devi
stare seduta bene perché adesso
per l’appunto noi stiamo seduti
e vogliamo parlare seduti
la signorina Richmond disse
chiunque sta dalla parte del popolo
rivoluzionario non solo a parole
ma anche con le azioni
è un autentico rivoluzionario
se si aspira a assumere
la posizione migliore e a tirare
fuori il meglio da quello che c’è
insomma se si aspira al godimento
come si fa allora a combattere?
guardati intorno disse Rosa ridendo
c’è chi assume la posizione peggiore
si battono i colpi e si leva il sipario
e Fortini corre subito a schierarsi
come sempre dalla parte sbagliata
rivive i tempi degli schieramenti
insomma non aspira al godimento
come fa allora a combattere?
Giorgiobocca si sa è un rigorista
che i valori e i miti borghesi
del lavoro ben fatto del profitto
del successo della disciplina puritana
dell’orgoglio professionale invoca eterni
insieme a chi lo paga contro il niente
delle rivoluzioni finte o impossibili
insomma non aspira al godimento
il compagno Fofi si sa è un rigorista
convinto che l’orgasmo è decadente
si masturba di nascosto dalle masse
come fa allora a combattere?
Asorrosa palindromo è un vero rigorista
la teoria dei bisogni che nasce da
questo magma sociale dice che deve per
forza contrapporsi ad ogni tentativo
di ricondurre a un quadro coerente e
unitario le spinte diverse e spesso dra
mmaticamente contraddittorie che fanno o
stacolo alla soluzione dei problemi po
litici e economici del paese non si
tratta infatti n questa ottica
di creare una società nuova in
somma non si aspira al godimento
tutti a ridere invece quando appare
il Profferarotti torturato dai nazisti
e coi coglioni illividiti balza
sull’attenti se telefona l’Espresso
sbuca Alberoni scarso rigorista
vede stati nascenti ma non vede
la trave nel suo occhio che non vede
quello che sta nascendo dove va
ma Rossananda invece è rigorista
la fa parlare l’ostinazione di chi
non si rassegna a vedere il pici
e il sindacato non solo impegnati
a distruggere altri ma le basi della
sopravvivenza propria e lei lavora tena
cemente per la crisi della loro linea poi
lei neppure aspira al godimento
infine Berlingotti l’ultrà rigorista
che non ama il lassismo dei costumi
che è convinto che gli studenti
debbano ricominciare a studiare
con la serietà dei vecchi tempi
che considera con sospetto il gran parlare
che si sta facendo da qualche anno
sulla rivalutazione delle devianze
sulla vita come gioco e piacere
sulla produttività che non deve
essere considerata un valore primario
ecco il campione dell’austerità
Rosa tirò giù il sipario e disse
ma se non si aspira al godimento
ma se non si vuole tirare fuori
il meglio di quello che c’è
e se non si vuole assumere
la posizione migliore nella
situazione in cui ci si trova
perché allora si dovrebbe combattere?
“Nel 1968 il regista e poeta Pier Paolo Pasolini è in procinto di girare il suo nuovo film: Medea. La Medea dell’intellettuale friulano si ispira alla storia della sacerdotessa originaria della Colchide le cui gesta furono inscenate dal drammaturgo greco Euripide, ma Pasolini intende utilizzare la storia di Medea per raccontare una tragedia moderna: il terzo mondo, primordiale e legato ai suoi riti ancestrali, che incontra il cinismo della civiltà occidentale.”
“La convivenza con sé stessi è, secondo Galimberti, quella più difficile: il tempo libero dal lavoro che dovrebbe essere quello da dedicare all’incontro con sé stessi viene dedicato invece alla distrazione, perché la convivenza con se stessi è diventata una cosa difficile. La controprova per esempio è il declino della psicanalisi che fa conoscere sé stessi e oggi nessuno ha il tempo per questo. Forse non siamo nemmeno interessati a sapere chi siamo.”
“Sebbene Il Bel Paese sia opera in effetti di formato piuttosto grande (ha un diametro di tre metri), non sorprenderà a questo punto che sia a tutti gli effetti un’Italia in miniatura, come quella compiaciutamente stereotipata che dal 1970 intitola un parco a tema di Rimini, quella fatta intrecciare da Cattelan sul tappeto circolare posto al piano terra del Castello di Rivoli (in modo che i visitatori debbano, per accedervi, calpestarne l’icona): che riproduce infatti l’etichetta del formaggio omonimo, brevettato nel 1906 da Egidio Galbani” …………………
Si era sempre raccomandato, forse l’aveva anche lasciato scritto: «Per le esequie, non state a spendere, sono soldi buttati. Fate una cerimonia stringata, semplice, e soprattutto intima; se c’è una cosa che non sopporto sono i dolenti abusivi, quelli che s’infilano nei funerali per dividere a scrocco la torta del dolore altrui.» L’avevano preso in parola. Oltre al prete, c’erano quattro amici che si erano offerti volontari per la bara (ed era già un bel risparmio), un fratello inutile col quale non si vedevano da dieci anni (però era sembrato brutto non dirgli niente), la vedova e la cognata (che avrebbe potuto anche starsene a casa, ma pazienza). Insomma, non si poteva lamentare, le sue volontà erano state rispettate, o meglio lo sarebbero state se all’ultimo momento non fosse comparso Samuel che, con la sua discrezione sempre così irritante, si era messo in fondo al piccolo corteo. Samuel era l’amico spirituale di sua moglie e, in quanto tale, aveva causato numerosi piccoli screzi, anzi, a ripensarci si poteva dire che aveva prima corroso e poi avvelenato del tutto il matrimonio, perché un amico spirituale è più difficile da gestire di un amante. Le sue piccole attenzioni, i suoi calembour che la facevano ridere, gli innocenti segreti che i due si scambiavano a mezza voce (alla luce del sole, del tutto innocenti) erano altrettante torture quotidiane, ma di quelle raffinate e inattaccabili. Affrontare la cosa di petto, neanche parlarne: a questionare su una faccenda spirituale c’è sempre da passare per paranoide, forse addirittura per empio, perché tutto ciò che attiene allo spirito gode di una sacrale immunità. Non restava che tacere, ed era stato un silenzio di svariati anni che adesso finalmente andava a confluire in un silenzio definitivo. Rimaneva un ultimo, raccapricciante pensiero: e se la moglie avesse avuto la bella pensata di affidare a Samuel la stesura dell’epitaffio? Poche e spirituali parole con le quali avrebbe dovuto convivere per sempre.
Nell’accavallarsi delle notizie, non ricordo chi ha scritto: “Sicuramente, anche negli anni scorsi, andando a spulciare negli stand, qualche editore più o meno fascista lo si sarebbe trovato”. E’ probabile, ma oggi le cose sono molto diversa: l’editore Altavista è Casa Pound, e i legami fra Salvini e Casa Pound sono ufficiali: non si limitano alla pubblicazione del suo libro con l’editore fascista, ed è superfluo ricordare gli innumerevoli rapporti fra il ministro e questi fascisti dichiarati del secondo millennio. E’ evidente che la pubblicazione (e la conseguente partecipazione al Salone del libro) rientrano nella campagna elettorale di Salvini, il quale ha fatto quella mossa che nel gioco degli scacchi si chiama “gli occhialini”: mettere il cavallo nella condizione di mangiare inevitabilmente uno o un altro pezzo dell’avversario. Ecco dunque gli occhialini: se il Salone avesse accettato Altaforza, i fascisti avrebbero fatto il loro ingresso a vele spiegate, come è avvenuto (altro che andare a spulciare fra gli stand per trovarli); se decideva di non affittare lo spazio espositivo i fascisti sarebbero insorti contro la Sinistra illiberale e discriminatoria (l’editore fascista Polacchi ha già impugnato la strisciolina dell”unico Voltaire che tutti trovano nei Baci Peugina). Gli occhialini sono una trappola semplice ma senza scampo. Poteva il Salone rifiutare lo stand ad Altaforza? Teoricamente no, ma nella situazione contingente sì. Poniamo che un’emittente abbia deciso di organizzare e di riprendere una manifestazione sportiva, e che la sua deontologia preveda di non trasmettere pubblicità di sigarette. Una delle squadre chiede di partecipare ma sulle sue magliette campeggia la scritta “Marlboro”. L’emittente metterà la società sportiva di fronte a una scelta: o cambiate maglietta o non partecipate. Poiché non si poteva chiedere ad Altaforza di cambiare maglietta (il fascismo è la ragione costitutiva di questa casa editrice), non restava che rispondere: il Salone non può svolgere, nemmeno indirettamente, campagna elettorale.
Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita. Ogni cosa rappresenta una minaccia per il giovane: l’amore, le idee, la perdita della famiglia, l’ingresso tra i grandi. È duro imparare la propria parte nel mondo. Ma a cosa assomigliava il nostro mondo? Sembrava il caos che i greci collocavano all’origine dell’universo fra le nebbie della creazione, con la sola differenza che noi credevamo di scorgervi il principio della fine, di una vera fine, e non di quella che prelude al principio di un principio. Davanti alle sue estenuanti metamorfosi, delle quali un numero minimo di testimoni si sforzava di trovare la chiave, si poteva soltanto osservare che la confusione portava alla morte naturale di quanto esisteva. Tutto assomigliava a quel disordine che conclude le malattie; già prima della morte, che s’incarica di rendere invisibili tutti i corpi, l’unità della carne si fraziona, e ogni parte di questa moltiplicazione tira per il suo verso: la cosa finisce con la putrefazione che non ammette speranza di risorgere.
Il fare teatro è praticamente uguale al non farlo. Tutto è talmente rapido e aleatorio e irrilevante che finisce quasi subito, o al massimo entro qualche giorno, qualche settimana, in un magazzino irreperibile; se qualcuno ha annotato l’indirizzo, deve aver gettato via il biglietto. In questo luogo senza nome gli spettacoli archiviati formano un unico, informe accaduto. La fotografia ne è, in qualche modo, la rappresentazione iconica. È stata scattata durante le prove di uno spettacolo non più identificabile – e dire che è piuttosto recente. È la testimonianza di una pausa cristallizzata, destinata a non terminare: l’unica durata su cui si può fare affidamento.
Tutto comincia una sera di novembre del lontano 1936,
Alberto Moravia ed Elsa Morante si incontrano a Roma, in una birreria a Piazza
Santi Apostoli per merito di Giuseppe Capogrossi…………