
Da alcuni anni, quasi quotidianamente, troviamo i contatti dei nostri lettori di Hong Kong. Da alcuni giorni si sono interrotti. Speriamo che si tratti di una comprensibile e momentanea disaffezione.
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Il video della domenica. Guccini, I dischi a cottimo
Guido Caldiron, Muhammad Alì, quella danza sul ring che divenne rivolta (Il Manifesto)

Il timoniere gentile. Gianluigi Pizzetti, un anno dopo

Gli attori li conosci meglio
quando le cose procedono nello smarrimento. Non parlo delle contrarietà che
accompagnano le produzioni marginali, a quelle ti abitui presto e anzi, con una
punta di (forzato) snobismo, impari a fregiartene come di una assurda
medaglietta di latta; dico invece di quello smarrimento più sottile da cui sono
colti i teatranti quando si accorgono che sta salendo la nebbia della
solitudine. Si continua ad andare, naturalmente, mica ci si può fermare, ma
dove si vada è meno chiaro di quando si è partiti; soprattutto, ed è ancora
peggio, incomincia a venir meno il senso di ciò che si fa: con chi lo si
condivide? Non c’è nessuno in vista, se non un pubblico molto ipotetico.
Insomma, bisogna uscire dalla palude da soli, a braccia, afferrandosi per il
codino e tirando con tutte le forze, secondo l’insegnamento del Barone di Münchhausen.
A differenza del Barone, Gianluigi riusciva in questa difficile impresa senza
sforzo (e, vista la sua bellissima calvizie, anche senza usare il codino);
aveva fatto, e soprattutto vissuto, tanto teatro da poter attraversare la
palude con una mite gentilezza che contagiava anche i suoi compagni. Teneva la
rotta, sia dello spettacolo che dei rapporti, con l’istinto del timoniere, come
gli dicevo ogni tanto inducendolo a schermirsi. Scherzavo e lo pensavo
davvero. Ho avuto la fortuna di lavorare con lui, lo scorso autunno, in un
trittico di spettacoli (di cui trovate traccia nel nostro blog *); il terzo era una riscrittura dei Colloqui
col professor Y,di Céline. Quando mandai il copione a
Gianluigi, qualche mese prima delle prove, mi disse che sperava di essere
all’altezza di un’impresa così difficile (la modestia era autentica): avrebbe
studiato tutta l’estate, altrimenti non ne saremmo usciti. All’inizio delle
prove eravamo preoccupati tutti e due per la medesima ragione: non è facile per
un regista lavorare con un attore che ha mandato il testo a memoria;
inevitabilmente, il copione si modella sulle intonazioni e sui ritmi del suo
interprete come un abito su misura, e non è facile, poi, scucire e modularlo su
un disegno registico. Il primo a rendersene conto era proprio Gianluigi, ma non
c’era altra soluzione.
La prima prova fu un imprevedibile “Pizzetti show” (peccato non averlo
registrato): il testo céliniano si sviluppava in combinazioni fantasiose e per
me inaspettate, una vera riscrittura d’attore attraverso la quale mi sembrava
di leggere spettacoli e personaggi molto nitidi e al tempo stesso non
riconoscibili uno per uno: un background dell’attore e un angolo di storia del
nostro fare teatro (più o meno) recente nel quale ritrovavo forme e attori
scomparsi. Forse era semplicemente la Tradizione, ma senza la prosopopea che il
termine spesso si porta dietro. Lo spettacolo sarebbe stato tutt’altra cosa, ma
quel primo personale show, sul quale Gianluigi ragionava con lucidità e
autoironia, fu un’ottima base di partenza: la sua intelligente disponibilità a
mettere in discussione ciò che aveva costruito in solitudine ci permise
di realizzare una trasmutazione che non credevo possibile: il testo di Céline,
così pericolosamente legato al personaggio dell’autore che agisce sulla scena
(è imbarazzante: come parla Céline, come si muove?), si trasferì perfettamente
in un Céline/Pizzetti, che era (fortunatamente) altro, autonomo. Alla mia
riscrittura drammaturgica Gianluigi aveva sovrapposto la sua. Per dire meglio,
era la sua storia d’attore che si riversava nel presente dello spettacolo, con
la generosità e la consapevolezza laica e nobile dell’effimero che è
connaturato a questo lavoro.
Marco Belpoliti, Levi e il Golem Mac (Doppiozero)

Nel settembre del 1984 Primo Levi si compra un Golem. Non l’automa di argilla creato da un rabbino-mago di Praga, ma quello che lui stesso definisce un “elaboratore testi”, ovvero un computer. L’analogia figura in un suo articolo, e gli è suggerita dal fatto che, per far funzionare la macchina, bisogna introdurre nella fessura alla sua base, quasi una bocca, un disco-programma, così come il rabbino immette nella bocca del gigante di argilla una pergamena per vivificarlo.
Leggi l’articolo: https://www.doppiozero.com/materiali/levi-e-il-golem-mac
Come Lucio Fontana realizzava i suoi tagli (“Finestre sull’arte”)

Andrea Bajani, Su “Caro amico dalla mia vita scrivo a te nella tua” di Yiyun Li (Le parole e le cose)

La situazione è questa: una scrittrice entra e esce dall’ospedale psichiatrico per iterati tentativi di suicidio. È la vita che sta rinchiusa dentro un labirinto e cerca a tutti i costi la via d’uscita della morte, ma il labirinto della vita è troppo articolato perché la morte si presenti come soluzione d’emergenza. Il ricovero è quindi una sconfitta: l’uscita era solo l’ennesimo miraggio. È così che, malata di insensatezza, la scrittrice cerca rifugio nella lettura, pensando che siano gli scrittori a conoscere la strada, pensiero che la consegna del tutto alla contraddizione: “Nonostante gli anni, ancora non mi è passato quel desiderio infantile che gli scrittori mi insegnino come vivere”.
Leggi il seguito dell’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=35252#more-35252
Andrea Bajani, Su “Caro amico della mia vita scrivo a te nella tua” di Yiun Li (Le parole e le cose)

La situazione è questa: una scrittrice entra e esce dall’ospedale psichiatrico per iterati tentativi di suicidio. È la vita che sta rinchiusa dentro un labirinto e cerca a tutti i costi la via d’uscita della morte, ma il labirinto della vita è troppo articolato perché la morte si presenti come soluzione d’emergenza. Il ricovero è quindi una sconfitta: l’uscita era solo l’ennesimo miraggio. È così che, malata di insensatezza, la scrittrice cerca rifugio nella lettura, pensando che siano gli scrittori a conoscere la strada, pensiero che la consegna del tutto alla contraddizione: “Nonostante gli anni, ancora non mi è passato quel desiderio infantile che gli scrittori mi insegnino come vivere”.
Leggi l’intero articolo:
Nicole Janigro, Un’età senza età (Doppiozero)

Gigliola Cinquetti aveva 16 anni quando cantava Non ho l’età che nel 1964 vince il festival di Sanremo. Lei voleva crescere, doveva crescere, per poter amare e uscire sola con te…
Leggi il resto dell’articolo: https://www.doppiozero.com/materiali/uneta-senza-eta
Andrea Pennacchi, Quando i neri erano i meridionali: ovvero, l’ultimo è “il più terrone” di tutti (testo di Mario Giacosa) DA NON PERDERE

“Ci facevate schifo, terroni. Finché non è successo il miracolo, neanche tanto tempo fa, quando abbiamo fatto il referendum sull’indipendenza della Padania: ancora si discuteva su chi era terrone e chi no… E invece sono arrivati i negri. I negri sono riusciti a fare quello che Cavour non era riuscito a fare, hanno fatto gli italiani. Dopo trecento anni ci siamo scoperti tutti fratelli a dargli addosso al negro. Io mi ricordo quanto schifo ci facevate, e si vede che non ve l’abbiamo detto bene, perché se l’aveste capito quanto vi disprezzavamo, adesso non avreste votato Salvini.”
Ascolta l’intero (splendido) monologo:
https://www.facebook.com/thisisrazzismo/videos/551229588670224/UzpfSTEyMDQ4NTU5MDQ6MTAyMTk2NDQ3Njc0MDg3OTU/
Il video della domenica. Cacciari, “Fare strame delle parole”
Christian Raimo. Perché Salvini ha vinto e come combatterlo (Minima&Moralia)

Salvini è riuscito a inventarsi quella che Laclau chiamerebbe unaragione populista sfruttando tre debolezze della democrazia italiana. Il suo è un populismo triplice. Ha polarizzato il campo politico lungo tre fronti, costruendo un significante vuoto all’intersezione di ognuna di queste. Buonsenso vs intellettuali, italiani contro stranieri, virilismo contro “buonismo” e “femminilizzazione”.
Leggi il resto dell’articolo: http://www.minimaetmoralia.it/wp/perche-salvini-vinto-combatterlo-qualche-idea-le-lotte-ci-aspettano/?fbclid=IwAR2TtZufcRs7FeqaUyL8YCKlWqhgGp-0qsUhm4E6uY5LZ8-sc0WzNJOsLCM
Galleria. Il viaggio

Col tempo, era diventato sempre più complicato partecipare ai congressi di parapsicologia per i quali continuava a ricevere inviti pressanti, anche dieci, quindici al mese. Mentre si trasferiva verso Amsterdam, pensava che forse quella sarebbe stata l’ultima volta: non per la fatica, ché non gli pesavano i trasferimenti, ma per via di sua moglie che era diventata asfissiante:
– Perché non posso venire anch’io?
– Te l’ho detto: è previsto solo vitto e alloggio, non il viaggio.
– Ma dal momento che il tuo viaggio non costa, potrebbero rimborsare il mio. Non è logico, c’è qualcosa che non torna.
La moglie era asfissiante ma sapeva leggere fra le righe.
Aveva intuito, o forse aveva colto qualche indiscrezione riguardo a Elzbieta Mazur, una criomante polacca molto richiesta perché riusciva a creare degli smisurati blocchi di ghiaccio dal nulla. Quella tresca con Elzbieta era nata per caso a Parigi, a un grande convegno internazionale di parapsicologia estrema: lei aveva materializzato un grande iceberg in mezzo al piazzale e lui lo aveva sorvolato compiendo le più spericolate acrobazie che gli dettava un innamoramento fulmineo. Da quella volta, i convegni erano diventati altrettante occasioni per incontri roventi quali l’algida criomante non aveva mai conosciuto. Da tre anni andavano avanti come in uno sceneggiato a puntate più o meno mensili, poi Elzbieta aveva incominciato a lamentarsi che quel rapporto era troppo saltuario e a fare progetti di vita insieme; questo pensiero era diventato ossessivo, e la produzione di ghiaccio ne aveva risentito: ormai riusciva a materializzare solo dei cubi piuttosto modesti, poco più grandi di quelli del frigorifero; anche lui era diventato più distratto: a volte non si concentrava abbastanza e atterrava a parecchi chilometri dalla destinazione.
Quel giorno, mentre si dirigeva verso i Paesi Bassi, pensò che quella sua svagatezza era un segnale e decise di affidarlesi per vedere dove l’avrebbe portato.Quando avvistò Amsterdam chiuse gli occhi e svuotò la mente. La città scivolò via come su un tapis roulant . Lasciò poi che scorressero anche Bruxelles, Lione, Grenoble. Quando riaprì gli occhi, era a pochi chilometri da Marsiglia. Si vedeva già il mare. Li richiuse subito e si disse che li avrebbe riaperti solo dopo molte ore.
Daniele Balicco, Sull’Europa e su tutto quello che potrebbe ugualmente essere (Le parole e le cose)

“Il continente europeo è un gigante economico e un nano politico. L’insieme della ricchezza lorda prodotta dalle sue 28 economie nazionali, ne fa, conti alla mano, la prima potenza economica del mondo. E nonostante negli ultimi decenni si sia attuata un’aggressiva dismissione delle forme di welfare pubblico, quanto meno nei Paesi fondatori resistono ancora tracce di quel compromesso socialdemocratico fra capitale e lavoro (ospedali pubblici, istruzione gratuita, previdenza e ormai poco altro) del tutto inesistenti altrove.”
Leggi il resto dell’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=35730#more-35730

