Alfred De Musset, La confessione di un figlio del secolo (frammento)

Devo raccontare in quale occasione fui colpito per la prima volta dalla malattia del secolo.

Ero a tavola, a una grande cena, dopo una mascherata. Attorno a me i miei amici riccamente travestiti, da ogni lato giovani e donne, tutti scintillanti di bellezza e di gioia; a destra e a sinistra piatti squisiti, bottiglie, lampadari, fiori; al di sopra della mia testa un’orchestra chiassosa e di fronte a me la mia amante, creatura superba che idolatravo. Avevo allora diciannove anni; non avevo sperimentato nessuna disgrazia e nessuna malattia; avevo un carattere allo stesso tempo altero e aperto, pieno di tutte le speranze di un cuore traboccante. I vapori del vino fermentavano nelle mie vene; era uno di quei momenti di ebbrezza in cui tutto quello che vedete, tutto quello che sentite vi parla della vostra amata. La natura intera appare allora come una pietra preziosa dalle mille sfaccettature, sulla quale è inciso il nome misterioso. Si abbraccerebbero volentieri tutti quelli che si vedono sorridere, e ci si sente fratelli di tutto ciò che esiste. La mia amante mi aveva dato appuntamento per la notte, e guardandola portavo lentamente il bicchiere alle labbra. Mentre mi voltavo per prendere un piatto, mi cadde la forchetta. Mi chinai per raccoglierla e, non trovandola in un primo momento, sollevai la tovaglia per vedere dove fosse caduta. Intravvidi allora sotto la tavola il piede della mia amante posato su quello di un giovane seduto al suo fianco; le loro gambe erano incrociate e allacciate, ed essi di tanto in tanto le stringevano dolcemente. Mi rialzai perfettamente calmo, chiesi un’altra forchetta e continuai a cenare. La mia amante e il suo vicino erano, da parte loro, anch’essi perfettamente tranquilli, si parlavano appena e non si guardavano. Il giovane aveva i gomiti sulla tavola e scherzava con un’altra donna che gli mostrava la sua collana e i suoi braccialetti. La mia amante era immobile, gli occhi fissi e pieni di languore. Li osservai tutti e due finché durò il pasto, e non vidi, né nei loro gesti né sui loro volti, niente che potesse tradirli. Alla fine, quando fummo al dolce, feci scivolare a terra il tovagliolo e, chinatomi di nuovo, li ritrovai nella stessa posizione, strettamente legati l’uno all’altra. Avevo promesso alla mia amante di riaccompagnarla a casa quella sera. Era vedova e di conseguenza molto libera, grazie a un vecchio parente che l’accompagnava e le serviva da chaperon. Mentre attraversavo il peristilio, mi chiamò. «Andiamo, Octave», mi disse, «usciamo, eccomi qua». Mi misi a ridere e uscii senza rispondere.

Alfred De Musset, La confessione di un figlio del secolo, Traduzione Alessandra Terni, Fazi editori

Federica Gregoratto, Antieroine, angeli della storia e ruote (forse) spezzate: Sul “negativismo” di Game of Thrones (Le parole e le cose)

“Che cosa significa agire politicamente, e a quali condizioni può svilupparsi una vera e propria agency politica? Quale concezione di potere si dimostra la più convincente? (Potere come violenza? Come influenza e controllo? Il potere di dare ragioni? Azione collettiva?) Su quali basi si fonda il potere politico? (Sul terrore e la paura? Su un qualche tipo di legittimazione? Sul carisma e l’adorazione? Sulla tradizione e il “destino”? Sulle proprietà e ricchezze materiali?).” Leggi l’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=35964#more-35964

Giulio Silvano, La morte del centro commerciale. (The Vision)

“Certo che si trova proprio di tutto qui,” dice John Belushi mentre lui e Dan Aykroyd sono in macchina inseguiti dalla polizia in un centro commerciale, tra manichini decapitati e clienti nel panico. Nel 1987 c’erano sparsi per l’America circa 30mila shopping mall, dove andava a finire il 50% di dollari spesi nella vendita al dettaglio (il 13% del PNL). Nel 2007, per la prima volta in cinquant’anni, non è stato costruito nessun centro commerciale negli USA, anzi, inizia a esserci il problema di riconvertire quelli che hanno chiuso, alcuni sono diventati chiese, scuole e sedi di Google, quelli deserti diventano bersaglio di fotografi delle rovine. Il motivo è che il centro commerciale è stato sostituito, o da un’esperienza più autentica, o da una più comoda (Amazon e simili). ” Leggi l’articolo: https://thevision.com/architettura/centro-commerciale-addio/

Francesco De Lena, Lasciate fare la poesia ai poeti (I libri degli altri)


“Uno dei commenti che scrivo più spesso ai margini di un romanzo da valutare o editare è: sta facendo poesia.Se lo pronunciassi pubblicamente starei dicendo un’inesattezza anche abbastanza fastidiosa, perché nel mio lessico privato quella frase significa: “scrive belle parole a vuoto”, mentre la poesia è tutt’altro che questo, è anzi proprio il contrario di questo: la poesia carica le parole di significato.”

Leggi il resto dell’articolo: https://ilibrideglialtri.com/2017/01/11/lasciate-fare-la-poesia-ai-poeti/

Per ricordare Valentina Cortese, Effetto Notte

https://video.lastampa.it/spettacoli/cinema/effetto-notte-l-interpretazione-che-valse-la-nomination-all-oscar-per-valentina-cortese/101250/101262?refresh_ce

Nella carriera leggendaria di Valentina Cortese c’è un gioiello costruito insieme a Truffaut, “Effetto notte”, uno dei film nei quali l’autore mette in scena il cinema, il suo rapporto con gli attori e le sue quotidiane perplessità nel misurare il suo progetto con una quotidianità inafferrabile e provocante come il mercurio. Qui Valentina Cortese gioca con il personaggio della diva in declino, afflitta dall’alcol e, ancor di più, da quella svagatezza, non si sa se metafisica o sapientemente sorniona, che ha fatto di lei una grande icona del nostro teatro del Novecento. Forse l’ultima.

Vanni Codeluppi, Macdonald, Eco e la cultura di massa (Doppiozero)

mac ultimo piccolo

“Che cosa sosteneva Macdonald? Che a fianco della tradizionale distinzione tra la cultura alta (o Highcult), quella degli scrittori e dei musicisti importanti, e la cultura di massa (o Masscult), quella che viene sostanzialmente prodotta dai media, la notevole diffusione dei media di massa (cinema, radio, televisione) stava facendo emergere un nuovo tipo di pubblico che richiedeva un tipo di cultura appositamente realizzata: la cultura media o Midcult.”

leggi il resto dell’articolo: http://www.doppiozero.com/rubriche/1919/201807/macdonald-eco-e-la-cultura-di-massa

Renato Nicassio, Lo scritto della maturità (Le parole e le cose)

“In un’epoca in cui l’analfabetismo funzionale è tanto diffuso da poter essere declinato come un insulto che non necessita di spiegazioni, accertare che uno studente capisca quel che legge è un passo quasi obbligato.” Leggi l’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=36088#more-36088

Leopoldo Alas (Clarìn) Il duetto della tosse (racconto)

La tosse del 32 era poetica, dolce, rassegnata. Sembrava quasi una litania, una preghiera, un miserere. Il 36 non aveva ancora imparato a tossire, così come la maggior parte degli uomini soffrono e muoiono senza avere imparato a soffrire e a morire. Il 32 soffriva con arte: con quell’arte del dolore antico, paziente, saggio, che si ritrova per solito soltanto nelle donne.
Il 36 si rese conto che la tosse del 32 gli faceva compagnia come una sorella che ti veglia; sì, sembrava tossire per fargli compagnia.
Quanto al 32, la tosse del 36 le fece pena e le ispirò simpatia. Ben presto si accorse anche di quanto fosse tragica. «Stiamo cantando un duetto», pensò; e sentì perfino una punta di pudore, come se fosse una cosa sconveniente, un appuntamento nella notte. 
L’idea di coppia, d’amore, del duetto, nacque prima nel numero 32 che nel 36. La febbre le ridestava un certo misticismo erotico. Erotico! Non è questa la parola. Eros! L’amore sano, pagano, cos’ha a che fare qui? Ma era pure sempre amore, pacifica compagnia nel dolore. E fu così che quello che in effetti voleva dire la tosse del 32 al 36 non era molto lontano dall’essere proprio quello che il 36, nel delirio, credeva di udire:
«Sei giovane? Anch’io. Sei solo al mondo? Anch’io. Ti fa orrore l’idea della morte nella solitudine? Anche a me. Se ci conoscessimo! Se ci amassimo! Io potrei essere il tuo rifugio, il tuo conforto. Non ti accorgi dal mio modo di tossire che sono buona, gentile, discreta, casalinga… che saprei fare di questa vita precaria un nido di piuma morbida e dolce… Perché non alzarci, allora? Sì, mettere insieme il nostro dolore? La mia anima lo chiede e anche la tua.»
E la malata del 32 udiva nella tosse del 36 qualcosa di molto simile a quello che il 36 desiderava e pensava: «Sì, vengo. Tocca a me, certo. Sono un malato, ma sono anche un uomo, un cavaliere. È mio dovere, vengo…»

Leopoldo Alas, Il duetto della tosse, Mondadori

Open

Hanno scritto alcuni lettori augurando buone vacanze. Li ringraziamo, ricambiamo, e con l’occasione ricordiamo che il blog non chiude; solo la Galleria si prende una piccola pausa per quanto riguarda la produzione delle novità. Rimane comunque a disposizione del lettori (può essere un’occasione per leggere eventuali post perduti, sono davvero molti). Le pubblicazioni sul blog continuano, anche se con un po’ di affanno dovuto al caldo.

Mauro Piras, L’orale della maturità (Le parole e le cose)

“No. Non riesco a scriverlo. Non riesco a scriverlo un pezzo serio sull’esame di “maturità”. Sarà il caldo, sarà questo caldo imprevedibile e letale, umido e soffocante la mattina, torrido e feroce nel primo pomeriggio, le vampate di calore che salgono dai marciapiedi, ti avvolgono, ti portano, sarà il caldo, sarà la stanchezza, saranno i ventilatori tristi dietro di noi, quest’aria da ufficio fantozziano, ma l’esame sembra ormai galleggiare in una specie di bolla onirica.”

Leggi l’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=36026#more-36026

Galleria. La telefonata

Tutti i giovedì, Susan veniva portata dagli zii. L’orario era variabile, poteva andare dalle 17 alle 19, ma anche dalle 15 alle 20, dipendeva dalla telefonata che la mamma faceva sempre, appena erano uscite in strada. Non si capiva perché  dovesse farla dalla cabina telefonica e non da casa. Certo era una telefonata diversa da tutte le altre. La mamma parlava piano, con la bocca incollata alla cornetta (una cosa molto strana, visto che teneva tanto all’igiene); spesso era così alterata che diceva soltanto dei pezzetti di frase: «Ah, tu credi che io…!», «Non questo che…», «No, io non l’ho mai detto…», «Quindi, per te sarei quel tipo di donna…», «Sono proprio una cretina, una…». Cose del genere. Finita la telefonata, la mamma aveva sempre fretta. «Su, sbrigati che sono in ritardo! Finisce che te lo getto, quel gelato!» Susan aveva sentito dire che la mamma lavorava part time. Non aveva capito bene di cosa si trattava, ma quando pensava al suo futuro si diceva che non avrebbe mai scelto un lavoro che rende la gente così nervosa. Anzi, non avrebbe proprio lavorato per niente. Una volta aveva visto alla tv un film nel quale una ragazza incontrava un signore che le comprava un appartamento, un’automobile e un sacco di altre. La ragazza rideva sempre, non aveva orari, incontrava tanti amici e poteva mangiare tutti i gelati che voleva. Quando non le andava di vedere quel signore, lo cacciava via, ma lui non si arrabbiava, anzi le mandava dei fiori. Susan non sapeva bene che lavoro fosse; certo era molto meglio di quel part time. E lei era molto più carina della mamma.

Pier Aldo Rovatti, Il senso comune e il buon senso (“Aut Aut”)

Forse negli anni di scuola ci è capitato di leggere in fretta e magari con un tanto di noia le parti dei Promessi sposi che avevano l’aria di digressioni storiche non essenziali per seguire la trama dei protagonisti del romanzo. Per esempio le pagine che descrivono la peste di Milano attraverso il contagio di massa della popolazione. E poi quella frase, che resterà famosa, sul buon senso e il senso comune nel capitolo XXXII, quando Manzoni scrive: “Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.

Leggi il resto dell’articolo:
http://autaut.ilsaggiatore.com/2018/07/il-senso-comune/?fbclid=IwAR1bX-mwL4vHJd4DOcIiNxOFWs1JQ1mGds08afRDXA50EY-kjXjm3Qrl_rk

Italo Testa. Autorizzare la speranza. Poesia e futuro radicale (Le parole e le cose)

“Ma di cosa parliamo, quando parliamo di verità in poesia? Non tanto di rispecchiamento di una verità di fatto, di un’evidenza cogente da salvaguardare, ma piuttosto di una verità a venire, non data. Si parla di ‘verità’, ma il discorso confina con il terreno su cui campeggia la parola ‘speranza’.”

Leggi il seguito dell’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=35174#more-35174